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Ezio Guaitamacchi - 1000 canzoni che ci hanno cambiato la vita


di Innocenzo Alfano

Autore: Ezio Guaitamacchi
Titolo: 1000 canzoni che ci hanno cambiato la vita
Editore: Rizzoli
Pagine: 915
Prezzo: euro 21,50

Sono davvero mille, per usare la parole usate in una recensione del libro di cui anche noi tra poco parleremo, le canzoni "più belle, probabilmente le più riuscite, ma sicuramente le più importanti" dal 1950 ad oggi? E' difficile stabilirlo con esattezza. Potrebbero anche essere 800, oppure 1200; o 10! E comunque ognuno ha la sua lista di canzoni preferite. Per Ezio Guaitamacchi, che ha curato le 915 pagine di "1000 canzoni che ci hanno cambiato la vita", sono invece, per l'appunto, esattamente mille.

Ezio Guaitamacchi - 1000 canzoni che ci hanno cambiato la vitaHo sfogliato con un certo interesse, e soprattutto con molta curiosità, il grosso tomo edito dalla Rizzoli alla fine del 2009 e giunto già alla seconda edizione. L'ho fatto, e lo dico subito, pur non amando in modo particolare, della musica pop e rock - cioè il campo d'indagine del volume - proprio le canzoni, ossia i brani, perlopiù brevi, con strofa e ritornello e accompagnamento strumentale (ma il ritornello non è detto che ci sia sempre, in una canzone: per esempio in "Hey Joe", interpretata, a partire dal 1965, da numerosi artisti tra i quali Jimi Hendrix, la struttura strofica del brano non prevede ritornelli). Il fatto è che io preferisco, in un pezzo di musica rock, le parti strumentali, e spesso parti strumentali ampie vogliono dire, in questo genere di musica, testi brevi e poco significativi, o addirittura, in qualche caso, assenza totale di parole. E d'altronde, come ben si sa, le canzoni sono di solito, nel pop e nel rock, l'antitesi esatta del brano ricercato (e viceversa), nel quale lo spazio maggiore, o perlomeno la maggiore significatività, in una cornice generalmente più vasta anche in termini di durata del componimento, è riservato quasi sempre all'invenzione strumentale.

Il libro curato da Ezio Guaitamacchi si intitola però "1000 canzoni", quindi uno si aspetterebbe di trovarvi Beatles, Rolling Stones, Elvis Presley, Frank Sinatra, Bob Dylan, Stevie Wonder, Queen e Cat Stevens, ma anche Lucio Battisti, Mina, Gino Paoli, Fabrizio De André, Lucio Dalla e tanti altri nomi ancora; nomi che tutti gli appassionati di popular music (italiani) collegano immediatamente alla storia e allo sviluppo della forma-canzone nel secondo dopoguerra. E quei nomi in effetti nel libro ci sono, ognuno rappresentato da almeno un brano di "successo", cioè in pratica da una canzone con i suoi tipici schemi formali e un testo più o meno lungo, del quale di volta in volta vengono spiegati, in sintesi, genesi e significato.

Ma nel libro il lettore trova altresì i nomi di gruppi quali Jethro Tull, King Crimson, Genesis, Pink Floyd, Yes, Emerson Lake & Palmer e altri ancora che, invece, della forma-canzone hanno fatto, soprattutto negli anni Settanta, volentieri a meno. Formazioni che in generale non sono ricordate e spesso celebrate, in tanti manuali di storia della musica rock, per una o più canzoni approdate trionfalmente nella Top Ten delle classifiche dei 45 giri, bensì per la pubblicazione di interi album dominati dall'eclettismo compositivo e dal predominio delle note (e degli strumenti musicali) rispetto ai versi. D'altra parte è stato sempre affermato e riconosciuto da tutti, in modo particolare dagli addetti ai lavori, che uno degli obiettivi del cosiddetto rock progressivo, genere al quale, sia pure con caratteristiche diverse, i sei gruppi testé citati appartenevano, era proprio quello di voler prendere il più possibile le distanze dai vecchi schemi della forma-canzone, e dare vita, nel contempo, a qualcosa di nuovo in ambito popular. Non tenerne conto credo che possa essere considerata, e anzi debba essere considerata, una manchevolezza.

Il secondo limite del libro consiste, a mio parere, nel non aver sciolto il dubbio se i brani passati in rassegna nel voluminoso tomo, e che sono per la stragrande maggioranza in lingua inglese, siano stati importanti - dal punto di vista degli estensori delle schede - per la bellezza del testo oppure, al contrario, per l'efficacia della musica. O magari per entrambe le cose.
Normalmente, di un brano pop/rock inglese o statunitense che riteniamo molto bello, e che ha il potere di "cambiare la nostra vita", a noi colpisce quasi esclusivamente la musica. Il testo non può colpire più di tanto la nostra fantasia, né suscitare in noi un particolare entusiasmo, dal momento che, con poche eccezioni, noi italiani l'inglese non lo conosciamo. Sicuramente non conoscevamo l'inglese negli anni 60, 70 e 80 del secolo scorso, i tre decenni che occupano lo spazio maggiore nella trattazione.
Va da sé che i vari Beatles, Police, Pink Floyd, Led Zeppelin, Roxy Music, Eagles, Rolling Stones, David Bowie, U2, Jimi Hendrix Experience, Bruce Springsteen, Toto, Deep Purple, Prince e altri, presenti nelle quasi mille pagine del volume con i loro brani di maggiore successo, hanno sicuramente colpito l'immaginazione di molti giovani in Italia nel corso dei tre decenni presi in esame, trasformandosi, attraverso i loro dischi, in colonna sonora ideale per milioni di appassionati di musica rock. Su questo, convenendo con Guaitamacchi, direi che non ci sono dubbi. Il problema è che hanno ottenuto questo risultato non tanto per quello che raccontavano i versi delle canzoni, che i giovani italiani di quell'epoca non capivano non conoscendo l'inglese, quanto per la musica con la quale quei gruppi e quei musicisti progettavano e poi costruivano le loro opere, cioè le composizioni inserite negli Lp o sui 45 giri.
Ma nel libro questo aspetto, che a me sembra centrale oltre che evidente, e cioè la maggiore importanza della musica rispetto alle liriche, non è stato, mi pare, sottolineato nella maniera giusta, a cominciare dal titolo dell'opera.

Gli estensori delle schede tendono inoltre a fare una certa confusione, considerandoli quasi sinonimi, fra i termini "brano" e "canzone", cosicché risulta essere una canzone "Yesterday" dei Beatles, che dura due minuti ed è composta di strofa, ritornello - non separati ma uniti in un'unica struttura - e middle-eight, come pure la lunghissima "Dark Star" dei californiani Grateful Dead, 23 minuti di musica quasi esclusivamente strumentale incisi dal vivo nel 1969 e nei quali il testo è ridotto a due sole strofe cantate non all'inizio del pezzo ma tra 06:04 e 07:03 (la prima strofa) e tra 21:26 e 22:25 (la seconda). Forse, seppur non memorabile come la sua omologa versione live, sarebbe stato più opportuno e logico indicare come canzone, visto tra l'altro che esiste, la variante breve di questo brano dei Grateful Dead, pubblicata su 45 giri nel 1968 e di durata standard, ossia tre minuti.
Ugualmente, nel libro vengono considerate canzoni le ballate di Johnny Cash e di Bob Dylan così come i 10 minuti di "Child In Time" dei Deep Purple, un brano uscito su disco a metà del 1970 e dominato in lungo e in largo dalla musica (in modo specifico dagli interventi solistici di organo Hammond e chitarra elettrica), mentre il testo è costituito da otto soli versi, senza ritornello, intonati dal cantante Ian Gillan una prima volta poco dopo l'inizio della composizione e successivamente poco prima del lungo e concitato finale. In mezzo, come ben sanno i fan di questo gruppo, c'è una specie di finimondo sonoro, in particolare nella versione dal vivo dello stesso brano, pubblicata dai Deep Purple due anni e mezzo dopo quella in studio.

Continuando, notiamo che viene chiamata canzone anche "Watcher Of The Skies" dei Genesis, un brano di 7'20" nel quale il primo dei 26 versi del testo ("Watcher of the skies watcher of all") viene intonato dal cantante della formazione inglese, che all'epoca era Peter Gabriel, solo dopo due minuti e venti secondi dall'inizio del pezzo (un'eternità: l'intera "Yesterday" nel frattempo sarebbe già terminata...), e dove negli ultimi novanta secondi, così come nei primi centoquaranta, l'ascoltatore non può far altro che prendere nota dell'assenza assoluta di parole. La canzone vera e propria, in questo brano dei Genesis del 1972, in ogni caso c'è, e si trova nel mezzo, tra 02:20 e 05:50. Fatti due calcoli, dura però complessivamente meno delle due sezioni strumentali poste alle estremità: 3'30" contro 3'50". Sarà anche una canzone, ma non c'è dubbio che "Watcher Of The Skies" è, da molti punti di vista, una canzone perlomeno atipica.
Pure la suite in nove parti di "Shine On You Crazy Diamond" dei Pink Floyd (1975), in gran parte strumentale nonché divisa su due lati di un 33 giri e lunga circa venticinque minuti, viene definita, tanto per citare un altro esempio, una canzone.

Insomma, il rischio, seguendo un simile criterio, è che possa essere chiamata canzone qualunque tipo di composizione musicale, anche di mezz'ora di durata, purché contenga al suo interno almeno quattro versi che assomiglino a una strofa di tipo tradizionale. Quindi alla fine tutto è, o può essere, canzone. Ma se tutto è canzone, nulla è canzone...
E' vero, nel corso del XVI e del XVII secolo è esistita in Europa, e ha avuto anche un certo successo, la canzone strumentale, derivata, come ci ricorda l'Enciclopedia della Musica Garzanti, "dalla pratica di trascrivere per strumenti polifonici (liuti, organo, cembalo) la chanson francese" (cfr. AA. VV., "Enciclopedia della Musica", Garzanti, 2003, seconda edizione, p. 137). Giusto. Dopo però, a partire dal '700, la canzone moderna ha pian piano assunto caratteristiche più precise a seconda dell'area geografica in cui si è sviluppata. Sono nati così i caffè-concerto a Parigi, le romanze per voce e pianoforte in Italia, le ballate epico-liriche in Gran Bretagna e negli Stati Uniti, le zarzuelas e il flamenco in Spagna, il fado in Portogallo e i music-hall in Inghilterra, questi ultimi mescolatisi poi negli Stati Uniti con le ballate sentimentali. Infine, e qui citiamo nuovamente l'Enciclopedia della Musica, "lo stile sincopato, diffuso dal jazz, si affermerà nella canzone di tutto il mondo occidentale, unificando in un comune atteggiamento linguistico i vari caratteri storici e locali" (p. 139).

Elemento comune, in tutte queste forme di canzone, è la presenza di un testo, cantato o recitato. Riesce davvero difficile pensare a una canzone senza un testo, o una storia - più o meno affascinante - da portare a conoscenza dell'ascoltatore. Va da sé che un testo, di qualunque genere esso sia, per essere apprezzato dovrebbe prima di tutto essere compreso. Nel libro curato da Ezio Guaitamacchi, essendo in lingua inglese la maggior parte dei mille brani delle quasi mille pagine del volume, di questa attività di comprensione, necessaria (eventualmente) per amare le parole e le frasi di una canzone, purtroppo, nulla si dice. La verità è che noi (e quelli prima di noi) siamo stati colpiti dai suoni, non dai versi. Cioè dalla musica e non dalle parole. Al limite poteva piacerci il modo in cui un cantante, se era inglese o della California, cantava una certa canzone, della quale però, in ogni caso, noi non capivamo, e perlopiù continuiamo a non capire, il significato.
Dei dischi di Michael Jackson, vendutissimi in Italia come pure altrove nel corso degli anni 80 e 90, al pubblico italiano è sempre piaciuta la musica (composta da altri autori), oltre che il modo di cantare e di ballare - ma quest'ultimo aspetto sui dischi non si vede - di Michael Jackson, non certo il significato del testo delle sue canzoni, che quasi nessuno conosceva e conosce (e che credo, sia detto en passant, non siano, in generale, memorabili).

A parte i limiti di cui abbiamo parlato, il libro rimane comunque interessante e godibile dall'inizio alla fine. Se non altro ora sappiamo come sono nati, e di che cosa parlano, i testi di centinaia di canzoni in lingua inglese di cui magari ci è sempre piaciuta la musica.

(17/05/2010)