Dedalus, la fiamma scaturita dal jazz-rock piemontese

11-05-2026

Estate 2018. Divorato dalle fauci del rock progressivo più massimalista (King CrimsonVan Der Graaf Generator, Yes), il me diciassettenne decide di esplorare le stratificazioni del genere britannico, passando dalla catarsi medievaleggiante tipica del prog sinfonico (Genesis, Emerson Lake & Palmer) alla costante ricerca sonora dettata dai canoni canterburiani (Soft Machine, Henry Cow, Matching Mole, Gong). Non è un mistero che ritenga tutt’oggi quella di Canterbury tra le mie scene preferite dell’underground europeo: curioso come allora privilegiassi più i gruppi e le uscite musicali italiane (Area, Il Baricentro, Spirale, Picchio dal Pozzo) piuttosto che quelle internazionali, non tanto perché spinto da un istintivo spirito patriottico, quanto per una genuina curiosità che ha sempre contraddistinto la mia personale metodologia di ascolto, almeno fino alla tarda adolescenza: mai come allora, in pieno tramonto durante un’afosa e insostenibile giornata di luglio, fu sorprendente - se non fulminante - l’apparizione di quelle figure mascherate, a loro modo già iconiche, che mettevano a risalto un immaginario estetico non poco rilevante, delineato dai lunghi cappotti da detective usciti fuori da uno spy movie e gli orologi di marca che coprivano i loro volti. C’era qualcosa di esoterico ed enigmatico, dunque seducente per me.

Formati a Pinerolo da Fiorenzo Bonansone (piano fender, synth, violoncello elettrico), dai fratelli Marco (chitarra, sax) e da Furio di Castri (basso) e Enrico Grosso (batteria), i piemontesi Dedalus lasciano trasparire sin da subito un fascino surreale e al contempo indefinito, quasi farsesco. Erroneamente buttati dentro il calderone del prog-rock classico, un destino che ha rovinosamente colpito anche i Napoli Centrale, durante il loro breve periodo di attività dal vivo riescono a farsi notare in due occasioni speciali: in primo luogo alla seconda edizione del Festival dell’Avanguardia tenutasi alla Mostra d’Oltremare nel 1973, evento che li vede protagonisti del fenomeno di controcultura musicale assieme ai Saint Just, Perigeo, Il Rovescio della Medaglia, ma anche Antonello VendittiPatty Pravo e Riccardo Cocciante, e in secundis alle Nuove Tendenze di Napoli, un momento cruciale che li ridefinisce in quanto band jazz-rock dalle fughe sperimentali, nonché tra le più rinomate e originali di tutto il panorama italiano.

Il loro debutto omonimo, contenente cinque brani dinamitardi, viene pubblicato nel 1973 per la Trident Records di Angelo Carrara (Biglietto per l'Inferno, Opus AvantraSemiramis, The Trip) e, nel giro di una serie di decenni, grazie a voci di corridoio, passaparola, fiere del disco, revival e discussioni nei forum online, diventa una vera e propria pietra miliare tra gli appassionati e i jazzofili.


Una batteria furtiva e dei synth astrali ci accolgono nell’intramontabile introduzione. I nove minuti e coda di “Santiago” rivelano una padronanza del groove e una connessione musicale a dir poco raffinate. Subito dopo un’effusione estatica, sostenuta dalle tastiere immersive, un basso dalle tinte noir ci sussurra all’orecchio e passa la palla a un caloroso assolo di sax, protagonista per eccellenza dell’intesa esecutiva del concept. Improvvisamente… boom! Le ritmiche jazz si dissolvono per operare su un intelligente lavoro dal tratto disorientante, a metà tra il rumorismo concreto di Karlheinz Stockhausen, gli orizzonti della nuova musica post-weberniana e il kraut-ambient dilatato di Klaus Schulze, seppur in una forma più minimale e meditativa. Soltanto nella conclusione la ripresa verso un sound più radicato ci riporterà sul suolo terrestre. Un corrispettivo odierno legato all’intimità strumentale del pezzo può essere identificato nella calda fusion del duo losangelino DOMi & JD Beck, sebbene questi pecchi per la profonda derivazione stilistica.

Una serie di melodie sognanti di sintetizzatore aprono il jazz d'avanguardia di “Leda”, nel quale il basso di Di Castri prende il sopravvento per narrare l’essenza di un vuoto colmato dalla passionalità ingegnosa della band. Segue “Conn”, la traccia più breve e possibilmente più “facile” del disco, con un avvicinamento smisurato a sonorità jazz-funk che possono vagamente ricordare qualche passaggio bizzarro di “Get Up With It” di Miles Davis (Columbia, 1974). La sperimentale “CT 6” prevede alcune delle improvvisazioni più interessanti presenti nell’album: le distorsioni nervose chitarristiche, il flusso di coscienza dettato dalle tastiere, il tribalismo onnipresente delle percussioni e gli archi svolazzanti donano un carattere notturno e disincantato alla composizione. In certi punti sembra quasi di udire la vivacità delle “Gumbo Variantionszappiane. Per citare i vecchi e cari Sensations' Fix, la musica dei Dedalus è "dipinta nell’aria", un po’ come lo è l’astrattismo per Mark Rothko. E dopo una serie di ritmi profondamente liberi da ogni canone, si passa all’ampliamento di soli pianistici che si sposano con una chiosa ancora una volta dominata da un sound fortemente fusion.


Apparentemente nostalgica - fa rabbia il sol fatto che non sia stata inserita all’interno di una colonna sonora cinematografica - l’agrodolce conclusione “Brilla” riflette a pieno merito le dissolvenze di un finale pericolosamente discreto, ma successivamente incalzato da una batteria speditissima, un basso notevole, un violoncello goliardico, una chitarra embrionale e un’atmosfera sottilmente caotica. Come si dice, l’unione fa la forza, e a farla da padrone è la piena consapevolezza del gruppo nel saper gestire adeguatamente una sezione ritmica di tutto rispetto.
Si arriva alle battute finali. Una marginale quiete, preceduta da una festosa tempesta, ci riporta al lento movimento iniziale che sfocia nella più assoluta disarmonia. Tutto a un tratto sembra essere catapultati in uno scenario carrolliano, nel quale ogni suono ricava un senso onirico e noi, in quanto sognatori, non vorremmo mai svegliarci.
Dalla caratura inestimabile, “Dedalus” rimane tutt’oggi una delle pagine più preziose della storia della musica italiana, senza se e senza ma.