David Bowie

Il film perduto dell’Isolar II Tour di Bowie rivivrà nelle arene: ecco “Stage”

Quasi cinquant’anni dopo, torna alla luce uno dei momenti live più affascinanti e decisivi della carriera di David Bowie. Nel 2027, infatti, “Stage” riporterà nelle arene, attraverso uno show multimediale, il leggendario show dell'”Isolar II Tour” del 1978, recuperando filmati rimasti in gran parte inediti per quasi mezzo secolo. A dare nuova vita al progetto sarà Brett Morgen, il regista di “Moonage Daydream“, che ha lavorato per anni al restauro delle riprese originali con l’ambizione di restituire al pubblico non soltanto un documento storico, ma l’esperienza immersiva di un concerto di Bowie.

Un film-concerto atipico

Il progetto nasce da due esibizioni all’Earls Court di Londra, nell’estate del 1978, filmate dal regista e attore David Hemmings, celebre protagonista di “Blow-Up” di Michelangelo Antonioni e già al lavoro con Bowie in “Just a Gigolo”. Era stato lo stesso musicista inglese a commissionare le riprese, immaginando un film-concerto da distribuire anche in luoghi diversi dai tradizionali circuiti cinematografici. Un’intuizione sorprendentemente moderna, che anticipava di decenni la diffusione degli eventi musicali nelle sale e delle grandi produzioni audiovisive immersive.
Ma Bowie, all’epoca, non rimase soddisfatto del risultato. Le immagini finirono negli archivi, mentre l’artista londinese si dedicava alla realizzazione di “Lodger” e, successivamente, di “Scary Monsters (And Super Creeps)”. Nel 2000 avrebbe ammesso di non aver apprezzato inizialmente il modo in cui il concerto era stato filmato, salvo riconoscere, riguardandolo a distanza di anni, che quelle riprese avevano acquistato un fascino inatteso. E si era detto convinto che prima o poi sarebbero state pubblicate.

Quel momento arriverà nel 2027. Morgen, infatti, ha recuperato i negativi originali in 35 millimetri, sottoponendoli a un lungo lavoro di restauro, correzione cromatica, ricostruzione dell’illuminazione e interventi manuali su singoli fotogrammi. Ma “Stage” non sarà una semplice proiezione cinematografica: le immagini verranno distribuite su schermi LED trasparenti, con un disegno luci firmato da Patrick Woodroffe, già collaboratore di Rolling Stones, Abba e Michael Jackson, e un nuovo mixaggio audio immersivo curato da Paul Massey. L’obiettivo è creare l’illusione della presenza fisica di Bowie e dei suoi musicisti, facendo dialogare le riprese originali con lo spazio reale dell’arena.
L’anteprima è annunciata per il 14 febbraio 2027, durante la 77ª Berlinale, prima di una tournée internazionale le cui date devono ancora essere comunicate.

Brett Morgen, il regista di Bowie

La scelta di Brett Morgen non è casuale. Il cineasta americano è diventato, con il primo documentario ufficiale approvato dagli eredi, “Moonage Daydream” del 2022, uno dei più originali e fedeli interpreti cinematografici dell’universo bowiano. Più che raccontare una biografia tradizionale, Morgen aveva cercato di costruire un’esperienza sensoriale, immersiva, capace di restituire la complessità di un artista refrattario a qualsiasi definizione.
Il documentario, realizzato con il sostegno del patrimonio archivistico di Bowie e della sua famiglia, rinunciava alla consueta successione di testimonianze, interviste e ricostruzioni cronologiche. Era Bowie stesso a raccontarsi, attraverso registrazioni d’archivio, riflessioni sulla creatività, frammenti di concerti, apparizioni televisive e sequenze cinematografiche. Un caleidoscopio di immagini e suoni, montato secondo una logica più vicina al flusso di coscienza che alla narrazione documentaristica. Ne emergeva il ritratto di un artista in continua trasformazione, per il quale la musica rappresentava soltanto una delle tante possibilità espressive, accanto alla pittura, al teatro, al cinema e alla performance.
Il risultato, premiato ai Grammy del 2024 come miglior film musicale, riusciva a raccontare Bowie senza imprigionarlo in una spiegazione definitiva, rispettandone le contraddizioni, le metamorfosi e l’inesauribile curiosità.

Per certi versi, “Moonage Daydream” rappresentava anche il complemento documentaristico di “Velvet Goldmine”, il film di finzione diretto da Todd Haynes nel 1998, che aveva già trasformato il mito del glam rock e dell’epoca di Ziggy Stardust in una fantasmagoria di identità, desiderio e reinvenzione personale. A differenza di Haynes, che aveva ideato liberamente quell’immaginario senza il coinvolgimento diretto di Bowie, Morgen ha potuto attingere alla voce e alle immagini autentiche dell’artista inglese.
Morgen, che aveva già esplorato altri grandi miti del rock con “Crossfire Hurricane”, dedicato ai Rolling Stones, e “Kurt Cobain: Montage of Heck”, sulla vita del leader dei Nirvana, sembra aver trovato proprio in Bowie il soggetto ideale per il suo metodo documentaristico visionario e immersivo.

Con “Stage”, però, il suo lavoro cambia prospettiva: non si tratta più di attraversare un’intera esistenza, ma di fermare il tempo su un momento preciso, lasciando che siano la musica, il corpo e la presenza scenica a raccontare l’artista. Una parte delle riprese dell’Earls Court, in particolare l’esecuzione di “Heroes”, era già confluita in “Moonage Daydream”. Il recupero integrale di quel materiale rappresenta dunque anche il naturale proseguimento di una ricerca cominciata anni prima.

Isolar II, quando Bowie abbandonò le maschere

Per comprendere l’importanza di quelle immagini bisogna tornare al 1978, un anno cruciale nella storia di David Bowie, reduce da una delle trasformazioni più radicali della sua carriera. Dopo l’esplosione glam di Ziggy Stardust, l’incubo distopico di “Diamond Dogs” e la stagione americana del soul sintetico di “Young Americans“, il nuovo personaggio del Thin White Duke aveva segnato l’apice di una fase creativa tanto fertile quanto tormentata.
Il primo “Isolar Tour” aveva preso forma nel 1976. Secondo il biografo Nicholas Pegg, la parola “Isolar” sarebbe un anagramma di “sailor” (marinaio), uno dei termini preferiti di Bowie. Il nome deriva anche dalla società fondata dall’artista londinese per gestire le proprie edizioni musicali dopo la burrascosa separazione dalla MainMan Publishing. Lo stesso Bowie avrebbe poi chiarito: “Isola è la parola italiana per island. Isolation (isolamento) più Solar (solare) fa Isolar. Se ricordo bene, ero fatto”.
Quel tour aveva accompagnato il cruciale Lp “Station To Station” attraverso uno spettacolo austero, dominato da un’illuminazione bianca quasi accecante, geometrie espressioniste e un Bowie glaciale, distante, inquietante. Dietro quella maschera si nascondeva però un uomo alle prese con gravi problemi di dipendenza e un’esistenza sempre più insostenibile.

Il trasferimento in Europa, prima in Svizzera e poi a Berlino Ovest, aveva rappresentato una via di fuga dagli spettri di Los Angeles e insieme una rinascita artistica. Con Brian Eno e Tony Visconti, Bowie aveva intrapreso un percorso sperimentale destinato a produrre “Low” e “Heroes“, due album che rompevano radicalmente con le convenzioni del rock dell’epoca. L’elettronica, le atmosfere ambientali e l’influenza del kraut-rock avevano contribuito a rinnovare profondamente il suo sound, gettando le basi per innumerevoli intuizioni della nascente scena new wave.

L'”Isolar II Tour”, partito nel marzo 1978 e concluso a dicembre, fu la traduzione dal vivo di quella rivoluzione. Spesso ricordato anche come “Stage Tour”, segnò il ritorno di Bowie davanti a grandi platee dopo il periodo di relativo isolamento europeo, ma senza riproporre le vecchie liturgie del rock spettacolare. Sul palco non c’erano più le scenografie fantascientifiche di Ziggy Stardust né la teatralità decadente del Diamond Dogs Tour. Al loro posto, una struttura visiva essenziale, dominata da grandi superfici fluorescenti, luci fredde e un’organizzazione quasi architettonica dello spazio. Bowie, con i capelli corti e gli abiti sobri, sembrava voler rinunciare alle maschere dei suoi personaggi per presentarsi soprattutto come musicista. Accanto a lui agiva una formazione di straordinaria qualità, costruita intorno al nucleo ritmico formato da Carlos Alomar alla chitarra, George Murray al basso e Dennis Davis alla batteria: una sezione già decisiva nella stagione di “Station To Station” e nei dischi berlinesi. A loro si aggiungevano Roger Powell ai sintetizzatori, Sean Mayes al pianoforte e alle tastiere, Simon House al violino elettrico e Adrian Belew alla chitarra solista, quest’ultimo destinato a diventare una figura fondamentale anche nell’universo dei King Crimson. Era un gruppo capace di combinare la precisione del funk con le astrazioni dell’elettronica, l’energia del rock con la libertà della sperimentazione. In particolare, la chitarra imprevedibile di Belew, “scippato” alla band di Frank Zappa, aggiungeva una componente visionaria agli arrangiamenti, mentre il violino di House conferiva alle composizioni più atmosferiche una tensione quasi cinematografica.

La scaletta rifletteva questa doppia anima. La prima parte era dominata dai brani di “Low” e “Heroes”, con esecuzioni di “Warszawa”, “Speed Of Life”, “Breaking Glass”, “What In The World”, “Blackout” e della stessa “Heroes”. Erano composizioni spesso difficili da immaginare in un contesto da arena, soprattutto nei loro passaggi strumentali, ma proprio questa scelta dimostrava quanto Bowie fosse determinato a portare il proprio pubblico verso territori nuovi.
La seconda parte recuperava invece il repertorio precedente, da “Ziggy Stardust” a “Five Years”, da “Soul Love” a “Hang On To Yourself”, fino a “Fame” e “Station To Station”. Non era però un semplice ritorno al passato: quelle canzoni venivano reinterpretate attraverso la sensibilità della nuova formazione, acquistando un carattere più asciutto, nervoso e moderno.

L’album e il film “Stage”

La testimonianza discografica di quella tournée arrivò nello stesso 1978 con il doppio album dal vivo “Stage”, registrato durante quattro concerti americani a Philadelphia, Providence e Boston. Un disco dalla qualità sonora sorprendentemente nitida, quasi da studio, che documentava l’eccezionale compattezza della band. Le sovraincisioni furono ridotte al minimo, mentre “Station To Station” venne costruita combinando parti di esecuzioni differenti, con introduzione e finale registrati a Boston e la sezione centrale proveniente da Providence. Quella versione sarebbe diventata particolarmente celebre anche grazie al suo utilizzo nel film “Christiane F. – Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino” del 1981.
L’esperienza dell'”Isolar II” avrebbe lasciato un’impronta anche sul lavoro successivo di Bowie. La combinazione tra il nucleo storico della sua band e i nuovi musicisti coinvolti nella tournée contribuì infatti alla realizzazione di “Lodger”, terzo capitolo della cosiddetta trilogia berlinese, registrato tra Montreux e New York. Un album che avrebbe spinto ulteriormente Bowie verso una scrittura obliqua, ritmica e sperimentale, anticipando alcuni sviluppi della new wave e del post-punk.

Rivedere oggi quei concerti attraverso le immagini di “Stage” di Brett Morgen consentirà quindi di ritrovare Bowie in uno dei suoi momenti di maggiore libertà creativa. Non più prigioniero delle maschere che lo avevano reso celebre e non ancora la superstar globale che avrebbe conquistato gli stadi negli anni Ottanta con “Let’s Dance” e il “Serious Moonlight Tour”. Piuttosto, un artista pienamente sperimentale, che aveva appena reinventato il proprio linguaggio e cercava il modo di condividerlo con il pubblico senza tradirne la complessità.

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27/10/2026

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