Se alcune forme di moderna club music possono essere percepite come evoluzioni contemporanee del concetto di psichedelia, allora non è da leggere come innaturale il percorso compiuto da Kevin Parker. Partito come paladino (a pari merito con Ty Segall, King Gizzard e Thee Oh Sees) della scena psych-rock degli anni Dieci, ha presto accolto nel proprio orizzonte stilistico suoni di derivazione tech-house, sin dalla pubblicazione di “Let It Happen”, il singolo che anticipò l’uscita di “Currents“, il terzo progetto dei Tame Impala, l’unico che continua, a sprazzi, ad affacciarsi nelle Top 100 degli album più venduti. Un cambio di direzione reso ancor più evidente sia dai dj-set che lo vedono in consolle, in solitaria, nei cartelloni dei principali festival internazionali, sia dalle sempre più frequenti collaborazioni con superstar del pop, quali Lady Gaga, Dua Lipa, Gorillaz e Justice.
Ormai ne abbiamo la certezza, non si tratta di scorribande estemporanee: anche il quinto capitolo della sua discografia spalanca le porte a inequivocabili influenze elettroniche, a partire dal morbido incedere balearico che contraddistingue l’iniziale “My Old Ways”. Kevin Parker continua così a traghettare la propria creatura verso una forma di psichedelia sempre più “inclusiva” e furbetta.
“Deadbeat” arriva a oltre cinque anni dall’insipido “The Slow Rush” e va subito detto che i risultati non sono certo migliori rispetto al suo predecessore. Parker mette in sequenza una serie di tracce assolutamente non rilevanti, una maniera elegante per dire “poco più che mediocri”. Il techno-reggaeton di “Oblivion”, la ruffiana sdolcinatezza di “Piece Of Heaven”, la sostanziale povertà di idee espressa da “Obsolete” e “See You On Monday (You’re Lost)” non riescono a mascherare un lavoro che non è in grado di trovare alcuna chiara direzione, se non quella di provare a dimostrare le qualità di Parker come producer à-la page, il più possibile eterogeneo. Scommessa non riuscita: quando un ottimo musicista decide di uscire fuori dal seminato, farebbe meglio ad affidarsi a collaboratori esperti. Invece le canzoni di “Deadbeat” restano schiacciate sotto il peso di cosa sarebbero potute diventare, mostrando una piattezza che a tratti rasenta l’imbarazzo. E non possono bastare l’edulcorato approccio tribal-amapiano di “No Reply” oppure l’innocuo funkettino di “Dracula” (che avremmo fatto fatica ad accettare persino dai connazionali Parcels) per fungere da scialuppa di salvataggio a un songwriting che ha smarrito brillantezza e ispirazione, offuscando quella che un tempo veniva riconosciuta come una visione eccezionalmente nitida.
Poi, paradossalmente, accade che “Deadbeat” presenti i momenti migliori quando tende ad allontanarsi maggiormente dalle origini dei Tame Impala, quando prepotenti beat fungono da binari per la scarna architettura di “Not My World”, “Ethereal Connection” (che possiede la medesima forza propulsiva di una “Born Slippy“) ed “End Of Summer”. Tracce che, pur non serbando nulla di originale, sembrano quanto meno avere un proprio intrinseco senso, quello di trascinarci dentro un divertente rave party, i così detti bush doof australiani.
Ma se prestate attenzione, si nota una perenne vena malinconica, come se la festa fosse in realtà un’affollata terapia di gruppo e i beat un anestetico somministrato per non far percepire il vuoto che ci circonda, la disillusone che aggredisce chi – come Parker – si ritrova d’improvviso alla soglia dei quarant’anni.
Trasposte nel contesto dei mega raduni open della prossima estate, probabilmente queste canzoni, alternate al repertorio storico della band, funzioneranno dannatamente bene. Resta però quella sensazione di ritrovarsi perennemente a metà del guado; non è un caso se una domanda continua a frullarci in testa durante l’ascolto: se proprio volessimo ascoltare dell’ottima musica elettronica, dovremmo scegliere un disco dei Tame Impala?
20/10/2025