The Streets

The Streets

Sesso, droga e disoccupazione

di Antonio Silvestri

Mike Skinner ha trasformato il rap inglese, stravolgendo l'hip-hop anglosassone e indicando la via al grime e alle frange alternative attraverso il suo "materiale pirata". È tornato nel 2020 dopo 9 anni di assenza

Michael Geoffrey Skinner, nato nella periferia settentrionale di Londra e cresciuto a Birmingham, non è il primo rapper inglese, anzi l’hip-hop anglosassone ha tutta una sua tradizione almeno da quando i London Posse hanno esordito con “Gangster Chronicle”, nel lontano 1990. A differenza di tutti i suoi predecessori, però, lui ha trasformato la musica rappata anglosassone fino a diventare il re di un sound tutto nuovo, aggiornato alle importanti conquiste della scena Uk garage di fine secolo.

Per capire come Mike Skinner ha stravolto l'hip-hop a inizio millennio, dobbiamo necessariamente fare un riassunto minimo di quanto accadeva nel mondo musicale inglese sul finire del secolo. All'epoca, che vuol dire quando i millennials erano minorenni e le riviste di mezzo mondo parlavano dell'allora nuovissimo britpop, una meno chiacchierata ma decisamente influente rivoluzione stava plasmando un nuovo modo di fare musica elettronica, emancipato dal rock e legato, semmai, alla tradizione ballabile dei primi Novanta, che con una certa approssimazione possiamo etichettare come house.
L'etichetta del nuovo stile, ispirato nei primi tempi dallo stile di house suonato nel famoso Paradise Garage di New York, è speed-garage, uk-garage o semplicemente garage. Questo ha creato non poca confusione, perché a New York si suonava un tipo di house, il garage, ma anche la sua derivazione anglosassone spesso era indicata con lo stesso termine: per comodità quindi preferiremo il termine uk-garage per distinguerlo meglio dall'originario, precedente e statunitense garage. Il merito di solito è attribuito a Todd Edwards, visto che proprio un suo brano, nelle mani del deejay londinese Dj Ez, opportunamente accelerato, è stato il punto di partenza. Nel giro di pochi anni, praticamente agli sgoccioli del millennio, l'espressione uk-garage identifica una musica che ingloba soul, rap, reggae e r'n'b e non manca neanche di qualche puntata pop, tanto che qualcosa trapela anche nella discografia del Craig David di inizio secolo e delle Mis-Teeq. Praticamente nel medesimo periodo l'uk-garage si trasforma in un veloce, asfittico figlio dell'hip-hop e dell'elettronica, battezzato grime e sbocciato con i vari Dizzee Rascal, Wiley e Kano nei primi anni Zero. Nel giro di una manciata di anni, il seme dell'uk-garage porta al future-garage e al dubstep, avviando uno stravolgimento totale della musica non-rock inglese: si può ricondurre artisti diversi come Burial e Kate Tempest alla medesima origine, il suono meticcio e difficile da focalizzare dell'uk-garage. Cerchiamo comunque di capire meglio di cosa si tratti, come suoni un pezzo di questo sottogenere.

Nel Regno Unito c'è stato un momento, nei Novanta, in cui il jungle era il suono del momento, con i suoi beat convulsi, l'aggressività delle linee di basso e in generale quell'adrenalina da party hard che faceva ancora rima con rave. In queste serate sul dancefloor, sempre più sudate e arrabbiate, il garage viene usato per la seconda pista, seguendo la dinamica techno-house tanto comune anche nelle discoteche nostrane dell'epoca: se non volevi, o non ce la facevi più, a ballare la musica più intensa e spigolosa, ossessiva e assordante, potevi optare per un defaticamento nella seconda sala, più clemente con i timpani, solitamente meno affollata e in generale meno impegnativa. Questo binomio fra le due piste da ballo funziona alla perfezione se i due stili proposti sono accomunati da sound sufficientemente diversi, così che, si direbbe in termini di marketing, attraggano due target diversi. Il jungle, vuole il caso, si è evoluto a fine millennio verso velocità sempre più spaventose intorno ai 170 bpm, distorsioni mostruose dei bassi e integrando lo spirito meccanico della techno più severa. In definitiva, è diventato sempre più muscolare, assordante e spigoloso, non proprio l'ideale se sei una ragazza appena maggiorenne, che è uscita col vestito nuovo e non vuole sbavarsi il trucco. I suoni garage, quelli ben conosciuti nelle discoteche statunitensi come il già citato Paradise Garage, più morbidi ed educati, si prestano meglio a questo target femminile, così la seconda sala si riempie di giovani donne attraenti e, in pochi mesi, poca conta che musica si suoni in quale dancefloor, i giovani e ormonali clienti maschi si uniscono alle ragazze sulla pista: non è esattamente una scelta di estetica musicale, ovviamente, ma la vecchia pelosa storia del carro di buoi.

L'unica modifica al suono garage originale che viene fatta dai deejay inglesi è accelerare i dischi, da cui lo speed-garage. Per fare un lavoro più pulito, aumentano la velocità delle versioni strumentali dei brani, così la voce non si distorce con risultati non sempre facili da gestire. Queste versioni dopate di pezzi garage diventano una tela su cui qualcuno con un microfono può rimare, nello stesso modo in cui il primissimo hip-hop si è formato sulle versioni dub dei pezzi giamaicani.
In questo contesto hanno un ruolo primario anche le radio pirata londinesi, come London Underground, Magic Fm, Upfront Fm e Freek Fm. In poco tempo, alcune etichette si specializzano nel nuovo stile: alcuni nomi sono Confetti, Public Demand, 500 Rekords, Spread Love e VIP.
Fra le caratteristiche del nuovo ibrido troviamo le linee di sub-bass, le influenze ragga e la grande attenzione prestata al ritmo, spesso elemento centrale dell'arrangiamento. Se inizialmente il beat è tutto sommato un elemento prevedibile, col tempo diventa più asimmetrico ed elaborato, con il ruolo meno importante della cassa, il battito che solitamente occupa i quattro battiti della misura. Se avete ascoltato un qualche pezzo ballabile dei Novanta, conoscerete bene quel riconoscibile e rassicurante treno ritmico in quattro quarti che ha rappresentato un elemento unificante di vent'anni di musica da ballo. Ecco, a un certo punto questo presenzialismo del
kick viene messo in discussione: compare solo due volte a misura, così da lasciare spazio ad altri strumenti usati con approccio ritmico o atmosferico. Ne viene fuori un suono più fluttuante, dove è più facile far intervenire la voce di un rapper e che, nel giro di pochi anni, dimostrerà la sua duttilità in termini creativi, visto che non essere ingabbiati nel quattro-quarti ossessivo della cassa apre un ventaglio infinito di possibilità estetiche. Questo nuovo tipo di ritmo si chiama 2-step, ed è un altro tassello fondamentale per capire il nostro Mike Skinner, perché senza il nuovo approccio al beat non sarebbe stato possibile rappare sui brani, e tutto il progetto The Streets non sarebbe esistito. E come vedremo, senza quello tante cose non sarebbero state le stesse.

La transizione è comunque graduale, così il remix di Armand Van Helden del pezzo degli Sneaker Pimps' "Spin Spin Sugar" (1997) è uno dei primi esempi del nuovo stile, ma presenta ancora la cassa in quattro-quarti: è, a suo modo, la fotografia di un momento di passaggio. Un altro nome da googlare per i più curiosi è quello di MJ Cole, autore di brani come "Sincere" e "Crazy Love". "Never Gonna Let You Go" di Tina Moore riletta da Kelly G e il brano di Davis Jr. e Peven Everett "Gabriel" ri-edito dall'inglese Xl Recordings, entrambe del 1997, sono altri successi della prima ora che ben rimarcano il collegamento con l'house statunitense. Persino un producer celeberrimo come lo statunitense Timbaland rientra nella storia evolutiva di questa musica, col suo modo di unire ballabile e cantabile, adrenalinico ed emotivo, robotico e umano.
Le già citate radio pirata diventano il volano della nuova musica da ballo inglese, così nel 1999 i primi singoli arrivano al mainstream: Shanks & Bigfoot con "Sweet Like Chocolate", Artful Dodger con "Re-Rewind" e "You Don't Know Me" di Armand Van Helden sono tre esempi notevoli. Nel biennio successivo, le classifiche inglesi hanno una quota fissa di singoli uk-garage, a testimonianza dell'avvenuta tracimazione nel mainstream.

Nel 2001 uno dei singoli di successo è di un certo The Streets e si chiama "Has It Come to This?". È tratto dal suo esordio
Original Pirate Material (2002) e se avete letto fino a qui, capirete facilmente il perché del titolo dell'album, ma potreste leggere anche in modo diverso quello del singolo. La traiettoria che porta il jungle a evolversi fino alla musica che potete ascoltate in Original Pirate Material è tutt'altro che scontata, tanto che è facile stupirsi di come ci si sia arrivati. Molti, infatti, si stupiscono di come suona questo esordio di un rapper inglese, anche perché pochi ascoltavano esordi di rapper inglesi fuori dal Regno Unito nel 2002. Ma Mike Skinner è una faccenda diversa, e si becca un 90/100 sull'aggregatore Metacritic: per capirsi, i predecessori neanche arrivavano a essere considerati seriamente dai critici, e il suo esordio finisce nelle liste di fine anno e di fine decennio. Di più, Nme lo inserisce al #46 della sua classifica "100 Best Albums Of All Time".
Il garage inglese è entrato in serie A, o sarebbe meglio dire in Premier League, e lo fa con un album che non è perfetto, ma che ha dei punti forti che surclassano o difetti. Facciamo gli smargiassi, e partiamo dagli ultimi: due pezzi dell'album sono superflui e sono le brevi "Who Got The Funk?" e "Who Dares Wins"; un pezzo è un fin troppo classico hip-hop come "Stay Positive", che sembra fare il verso a Dr. Dre e che vent'anni dopo é poco più di un'imitazione; "Weak Become Heroes" è costruita su una piano-house che non diventerà mai uno stile utilizzato dal garage inglese e suoi eredi, e un motivo ci dovrà pur essere.
I punti di forza, si diceva, minimizzano questi brani fuori fuoco, a partire dall'iniziale "Turn The Page". Il suo ritmo fratturato, l'accento marcatamente inglese, di Birmingham, di Skinner, gli archi epici a fare da contrasto e quella produzione affilata, elegante, essenziale formano un amalgama creativo, che fortunatamente riascoltiamo spesso nell'album. Poi c'è "Has It Come To This?", un giro di tastiere in
loop e un ritmo che frulla in modo ipnotico, mentre le rime parlano di una periferia inglese ben distante dai modelli dominanti statunitensi. Una musica pulita, veloce, metropolitana che racconta il contemporaneo di Londra, un sogno futuristico che somiglia a un incubo distopico. Skinner rimane in mezzo ai due scenari, la sua voce è spudoratamente bianca e la sua estrazione è la middle-class, e così in lui non c'è né la spensieratezza edonistica della classe dirigente ma neanche il dramma delle minoranze sotto-proletarie. È al centro del quadro, osserva la megalopoli e il nuovissimo millennio, e ne racconta le piccinerie, la quotidianità e le ironie. Se dovessimo riassumere in un unico verso, sarebbe “sex, drugs and on the dole”, che in italiano suona più o meno come “sesso, droga e disoccupazione”, giocando ovviamente sul trittico vizioso tanto caro ai Sixties.

A suo modo, il fatto stesso che affermi "you are listening to the streets" segna la grande distanza dalle narrazioni stradaiole di un Nas. Eppure, se anche la Londra del 2002 non è il ghetto di New York del 1994, è un mondo ricco di influenze culturali, come dimostrano la sfumatura reggae di "Let's Push Things Forward" e il suono africano del beat di "Sharp Darts" o lo scampolo orchestrale che infiamma "Same Old Thing": tre brani che giocano con gli stili, fondono e rileggono musiche diverse e sono uniti dalla narrazione veloce, tagliente e sempre colorata dall'humour inglese doc di Skinner. Puntuale, "Geezers Need Excitement" mostra il lato più cupo di questi racconti, richiamando da vicino il suono del grime che sarebbe fiorito in quei mesi. "It's Too Late" punta invece al cuore, con un quadro malinconico che è facile affiancare alle cartoline del dubstep. "Too Much Brandy" e "Don't Mug Yourself" fotografano con molta efficacia il divertimento disperato e decadente del tardo capitalismo europeo, con quello sguardo beffardo che ha reso immortale Eminem ma che possiamo ricondurre persino alle storielle esilaranti di Slick Rick (che, il caso vuole, aveva un pronunciato accento inglese). Si spinge ancora di più sul contrasto fra serio e sarcastico con "The Irony Of It All", delirante dialogo di due personaggi entrambi interpretati da Skinner.

Original Pirate Material non è mai stato ripetuto. L'uk-hip-hop è andato altrove, verso il grime, mentre la componente strumentale della musica è mutata nel dubstep. Da là, è esplosa una scena musicale vasta e articolata, che sarà più facile analizzare in prospettiva fra qualche decennio. Ma nel 2002 l’esordio di Mike Skinner ha aperto un mondo, facendo conoscere cosa stava succedendo nel Regno Unito, aprendo un fronte della musica europea che fino ad allora era poco considerato nel resto del continente e del Mondo. È stato il rapper europeo più conosciuto del decennio, insieme al conterraneo Dizzee Rascal e al suo “Boy In Da Corner” (2003). Ma il suo modo di suonare ha anche influenzato, in modo più sottile, un mondo meticcio, fra alternative e hip-hop. Un artista come Ghostpoet, nel suo esordio “Peanut Butter Blues & Melancholy Jam” (2011), è un erede di The Streets, e qualcosa del progetto di Skinner si respira tanto nella già citata Kate Tempest di “Let Them Eat Chaos” (2016) quanto nell’affilata penna di Skepta e slowthai, nonché fra le pieghe di tanta musica inglese del primo ventennio del secolo.

Questa eredità diventa ancora più palpabile se si inserisce nell’equazione anche il secondo album di studio, il meno dirompente ma più gradito al pubblico
A Grand Don’t Come For Free (2004), che si ripulisce di molti degli aspetti più duri dell’esordio per accomodarsi su un intimismo malinconico, che suscita l’interesse di una platea ampia, anche fuori dal circolo dei musicofili. Metacritic arriva a quota 91/100, a conferma dell’entusiasmo duraturo che ha circondato il progetto The Streets a inizio millennio, ma più di qualcuno storce il naso dinanzi al compromesso decisamente più pop, e discretamente più ruffiano, di questo atteso seguito.
Esiste però un proverbiale altro lato della medaglia, per questo secondo lavoro di Mike Skinner, ed è quello che prende in considerazione il fatto che questo stile più emotivo e malinconico viene veicolato attraverso un ambizioso concept-album che segue lo smarrimento di 1000$ e il loro eventuale ritrovamento, in realtà ambiguo: si propongono due scenari opposti, uno positivo e l’altro negativo.
A Grand Don’t Come For Free, in poche parole, è una delusione per chi si aspettava un nuovo Original Pirate Material o quantomeno un lavoro altrettanto dirompente, ma non è un disco che si adatta al pubblico senza chiedere in cambio qualcosa.
Oltre alla trama, che richiama le rock-opera dei Settanta, il cambio di sound richiede comunque apertura mentale all'ascoltatore, perché più che guardare al passato, l'opera declina in modo più ruffiano un'estetica che è comunque nuova e originale. Lo evidenzia da subito "It Supponed To Be So Easy", che riparte dove l'esordio aveva lasciato, soliti stralci orchestrali e ritmi fratturati, accento marcato e problemi da middle-class. Dopo, il sentimento si prende il suo spazio in "Could Be Well In", prima di tornare ad un più tipico uk-garage in "Not Addicted", fiaccata da tentativi di più canonico canto da parte del rapper. La formula trova la quadratura sulla splendida, notturna, drammatica "Blinded By The Lights", con un pattern ritmico trance e una mesta voce femminile ad animare un ombroso arrangiamento.
Certo, il gioco riesce così bene solo nel brano appena citato e nel folk-hip-hop di "Dry Your Eyes". Le altre novità sembrano semplicemente rendere meno entusiasmante la musica degli esordi, come la lenta "Get Out Of My House" o la smussata "Such A Twat", o meno originale, come il banale riff rock di "Fit But You Know It". Un discorso a parte lo merita "Empty Cans", un colosso postmoderno di otto minuti che lentamente rischiara l'arrangiamento con gli archi.

Guadagnato il disco di platino in patria con l'esordio e quadruplicato il bottino con il seguito, The Streets è diventato un progetto tanto famoso da rendere plausibile un terzo album come
The Hardest Way To Make An Easy Living (2006), che parla dei problemi della fama. Se l'esordio ha inventato un sound, e il secondo lo ha fatto evolvere fino a conquistare un ampio mercato, qui non è ben chiaro il progetto. Sicuramente si provano molte strade, dagli elementi hip-hop più tradizionali ("Prangin'") a nuove versioni di vecchie idee ("War Of Sexes", "Can't Con An Honest John"), fino a ibridi fra i due album (la title track) o semplici idee abbozzate, come l'electro-rock di "Hotel Expressionism" o la ballata di "Two Nations".
C'è ancora spazio per il divertimento, con la spassosa "Memento Mori" o il motivetto demenziale di "When You Wasn't Famous", ma soprattutto con la bizzarra storiella di "Fake Streets Hats". Ed è forse con un sorriso che va accolto questo terzo lavoro di Mike Skinner, un album che mostra un affaticamento creativo che la stessa critica che lo aveva incensato non fatica a notare. Anche le vendite calano, vertiginosamente: dal quadruplo platino al disco d'oro.

Per il quarto album,
Everything Is Borrowed (2008), Skinner sembra decisamente più sereno. Ormai il suo è un hip-hop che dialoga col pop e il rock, tanto che in alcuni casi sembra un erede di Beck. A differenza dello spirito malinconico del secondo album, questa volta si respira un esistenzialismo urbano, a partire dalla title track. Ci si diverte con le varie “Heaven For The Weather” e la spassosa, saltellante “The Way Of The Dodo”, mentre incuriosisce il jazz-pop-rap di “I Love You More (Than You Like Me)” e sorprende il motivetto folk-rock di “On The Flip Of A Coin”. Ci sono persino un funk ottantiano, “Never Give In”, una ninna nanna infantile come “The Strongest Person I Know” e uno spruzzo di gospel in “The Escapist”: è un album che dà fondo alle possibilità creative di Skinner, tentando strade assai diverse.
Sempre più palesemente, non tornerà facilmente al suono dell’esordio, ma è adesso un più umile e personale interprete di un alternative-hip-hop umorale e ironico. Raccoglie pareri tiepidi dalla critica internazionale, e sembra avvicinare la fine della sua carriera, che ha perso una chiara direzione e in definitiva anche una vera spinta creativa. Skinner non lo nasconde granché: il suo contratto prevede cinque album, dunque il prossimo sarà il capitolo finale.

Per ingolosire i fan, pubblica il mixtape Cyberspace And Reds (2011), dove Kano, Ghostpoet e tanti altri lo affiancano. Curiosamente, è il suo lavoro più sottovalutato e segna una nuova evoluzione, verso suoni vintage e spesso videoludico-robotici (c’è un brano intitolato “Robots Are Taking Over”!), che suona adrenalinica. "Came In Through The Door" (col già citato Kano) ritrova la potenza dei più aggressivi brani dell’esordio, nonché la vicinanza al grime in “"Don't Hide Away" (featuring Wiley, Rinse e Ice Kid).
Skinner ha ampliato le sue ispirazioni nelle produzioni al jungle e a suoni più grezzi, ben distanti dalle algide basi 2-step di un tempo, ed è un’occasione per riaccendere l’ispirazione. Sono 40 minuti scarsi che, considerata la modesta estensione della discografia di Skinner, sono consigliati a tutti coloro che si sono interessati alla sua vicenda artistica, e che non temono confronti con gli album ufficiali.

Il successivo Computers And Blues (2011) mantiene la promessa dei suoni da videogame e retrofuturistici, consegnando le produzioni più fantasiose di Skinner dai tempi di Original Pirate Material. Invece di tentare numerose strade, questa volta si definisce una nuova estetica, un hip-hop elettronico e tecnologico, che fa fare un balzo di trent’anni a “Planet Rock”. Dal blues pigolante e digitalizzato di “Outside Inside” è chiaro che questa volta non si tratta di nessuna mediazione con gli album passati, e infatti in “Going Through Hell” l’ibrido col rock viene proposto con i ruvidi fendenti di chitarra di Robert Harvey dei The Music, così è come se i Rage Against The Machine fossero nati come spin-off dei White Stripes.
C’è anche un delizioso gusto pop per la melodia in “Roof Of Your Car” e “Soldiers”, con suoni 8-bit per voci pesantemente trattate ed effetti speciali da sci-fi d’epoca. Nel suo esplorare il passato, con i suoi drum-kit e i synth ormai impolverati, Mike Skinner si muove da nuovo nostalgico, facendo entrare l’uk-garage in una fase postmoderna. Inoltre, rimane disarmante la sua capacità di scrivere del quotidiano e delle relazioni in modo semplice e originale, stando sempre una spanna sopra la banalità ma ben lontano dal cervellotico: in “Puzzled By People”, per esempio, dice “You can't google the solutions to people's feelings”, in “Blip In A Screen” racconta a modo suo la paternità e in “OMG” descrive con disarmante sincerità le relazioni sui social media.

L’annunciato, lungo silenzio successivo non può che lasciare l’amaro in bocca. Certo, non è una discografia impeccabile la sua, ma è indubitabilmente viva e continuava a evolversi anche all’altezza dell’ultimo album, quello che chiude il quintetto e risolve il contratto. Solo nel 2017 arrivano due nuovi brani a nome The Streets, “Burn Bridges” e “Sometimes I Hate My Friends More Than My Enemies”. Nel 2018 si aggiungono “If You Ever Need To Talk I’m Here”, “You Are Not The Voice In Your Head” e “Call Me In The Morning”, ma poi tutto il 2019 passa senza nuove pubblicazioni.
Solo a luglio 2020 arriva un nuovo mixtape, None Of Us Are Getting Out Of This Life Alive. Il singolo trainante, “Call My Phone Thinking I’m Doing Nothing Better” coinvolge i Tame Impala, allargando notevolmente la platea dei potenziali ascoltatori, ammiccando al target degli indie-rocker. Il resto dell’opera coinvolge altri artisti in ogni brano, dai post-punk Idles al rapper Jimothy, passando per il collaboratore di vecchia data Rob Harvey dei The Music, facendo di questo sesto lavoro il più collegiale e partecipato della carriera. Fa piacere veder tornare sulla scena un artista troppo spesso dimenticato, tramontato prima che una nuova generazione uk-hip-hop potesse coinvolgerlo nella rinascita dell’ultimo decennio. Questo mixtape, però, sembra poco più che uno spunto: senza un vero, nuovo progetto creativo, The Streets rimane ancora un’avventura appartenente agli anni Zero.

Per completezza, citiamo brevemente gli altri progetti di Mike Skinner, iniziando dalla discografia minore a nome The Streets. Se l’unico Ep, All Got Our Runnins (2003, edito negli Usa solo nel 2009) sembra principalmente sfruttare il successo dell’esordio, quantomeno evidenzia il collegamento col grime grazie alla collaborazione con Dizzee Rascal e la crew Roll Deep. Non c’è ragione di consigliare, se non ai completisti, il documento live One Live In Nottingham, 31-10-02 (2019) e i due Remixes & B Sides e Remixes & B-Sides Too (2019). I rockettari, invece, dovrebbero recuperare l’improbabile brano con i Muse, “Who Knows Who” (2009), una chicca per i più curiosi. L’altro progetto, invero molto secondario rispetto a The Streets, in cui ha militato Skinner è The D.O.T. e lo vede presenziare in veste di produttore, mentre alla voce troviamo il già citato Rob Harvey. I due album And That (2012) e Diary (2013), sono entrambi trascurabili. Skinner è anche l’autore della colonna sonora di The Inbetweeners Movie (2011). I progetti ulteriori Tonga Baloon Gang e The Darker The Shadow, The Brighter The Light hanno prodotto poco più che qualche brano sparso.




The Streets

Sesso, droga e disoccupazione

di Antonio Silvestri

Mike Skinner ha trasformato il rap inglese, stravolgendo l'hip-hop anglosassone e indicando la via al grime e alle frange alternative attraverso il suo "materiale pirata". È tornato nel 2020 dopo 9 anni di assenza
The Streets
Discografia
Original Pirate Material (Locked On / 679, 2002) 
 All Got Our Runnins  (ep, Vice, 2003) 
A Grand Don't Come For Free (Locked On / 679, 2004) 
 The Hardest Way To Make An Easy Living (Locked On / 679, 2006) 
 Everything Is Borrowed (679 / Vice, 2008) 
 Cyberspace And Reds (mixtape, self-released, 2011) 
Computer And Blues (679 / Atlantic, 2011) 
 One Live In Nottingham, 31-10-02 (BBC, 2019) 
 Remixes & B Sides (Warner, 2019) 
 Remixes & B-Sides Too (Warner, 2019) 
 None Of Us Are Getting Out Of This Life Alive (mixtape, Island, 2020) 
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