Lisfrank

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Smascherare il futuro

intervista di Marco De Baptistis

Grazie per aver accettato quest’intervista.
Grazie a te, è un piacere.

Lisfrank ha una lunga storia alle spalle. Se non sbaglio, il progetto risale al lontano 1979. Raccontaci un po’ della sua genesi.
Precisamente tutto nasce nel 1970 dall’acquisto di una batteria e da quel momento parte il mio interesse per la musica di quegli anni: Van Der Graaf Generator, King Crimson, Neu, Faust, Soft Machine, Gong e molti altri. Da subito fui interessato a esprimere una forma musicale personale e nell’inverno del 1975, con l’incontro del tastierista Eugenio De Vincenzo, la cosa iniziò a concretizzarsi.
Formammo un duo, inusuale per quegli anni, Electric Nostalgia, tastiere-batteria voce. Di lì a poco esplose il punk che fu una vera scossa per noi. Iniziammo a registrare su cassette, moltissimo materiale, composto essenzialmente da improvvisazioni. All’inizio del 1979 avevamo pronte una decina di tracce e nella stessa estate ci esibimmo in concerto. Per l’occasione ci vestimmo con una tuta bianca, creai un fondale completamente bianco e frapposi tra noi e il pubblico un grande foglio di nylon trasparente che creava un effetto glaciale e straniante enfatizzato dalle luci colorate che vi si riflettevano. Fu di grande impatto. Pochi mesi dopo andai con la nostra cassetta a Londra in cerca di un contratto discografico. Nonostante il risultato negativo, l’esperienza per me fu galvanizzante in quanto vidi tanti concerti di nuove band e questi furono l’iniezione di adrenalina decisiva. Al mio rientro cominciai subito a comporre musica in parallelo alla band, e nel gennaio 1980 feci un mini-live, con lo pseudonimo di Lisfrank, al Salotto Club di Savona dove, supportato da un amico al secondo synth, proposi 3 pezzi, "Out Of Control", "Dead Girl" e "If You", poi diventata "S.W.M. (obscure version)", tutti apparsi nella versione cd di "Mask Rewind" (Anna Logue Records, 2012). Chiusa la mia esperienza con Electric Nostalgia, mi concentrai sul mio progetto, inizialmente formando una band, con il bassista-tastierista Silvio Melloni e il chitarrista inglese Graham Wanham. Nella primavera del 1981, ci esibimmo in tre concerti, tra cui uno a Firenze, ma sciolsi il gruppo per incomprensioni e divergenze artistiche. Nel 1982 feci il grande passo, fondai Mask Productions, una piccola label con l’intento iniziale di pubblicare esclusivamente la mia musica e produssi il mio primo disco, "Man Mask".

Sei stato uno dei pionieri in Italia di un certo sound, assieme ai Pankow e pochi altri. A tuo parere, esisteva una vera e propria scena negli anni Ottanta in Italia oppure ognuno si muoveva separatamente nella sua ricerca artistica? Ti faccio questa domanda perché penso che molti fenomeni siano soggetti a sguardi retrospettivi che oggi rilevano affinità e connessioni che possono aiutare a rileggere meglio la storia musicale di quegli anni.
La scena italiana c’era ma era molto frammentata, ed era prevalentemente concentrata nelle grandi città, tra le più attive sicuramente c’erano Bologna ma ancor più Firenze, senza dubbio fulcro di un notevole risveglio culturale giovanile. Non dimentico Pordenone che fu un caso a parte, una vera e propria alleanza tra musicisti che, senza invidie e rivalità, si unirono creando un movimento unico in Italia e, forse, nel mondo, il Great Complotto. Fenomeno sia musicale che mediatico.
C’erano comunque pochi spazi per suonare e la scena in provincia era piuttosto isolata. Le notizie sulle band nostrane pervenivano dalle numerose fanzine, nate in ogni parte d’Italia, e da Rockerilla che fu fondamentale per la diffusione di questo nuovo mondo musicale. La reale portata del fenomeno in Italia però emerse grazie alla rivista Frigidaire. Era una  rivista di grafica e costume, che pubblicò un censimento sulle band attive in quegli anni, suddiviso per regioni. Questo censimento mise in luce una miriade di realtà impossibili anche solo da immaginare.
Erano anni di fermento musicale e nel 1984 nasceva a Firenze l’Independent Music Meeting, una mostra mercato delle Etichette Indipendenti nazionali e internazionali legate al mondo della nuova musica, dal post-punk alla new wave e non solo. Naturalmente partecipai anch’io con la mia label Mask Productions e tra i nomi più importanti c’erano, tra le tante, le italiane Materiali Sonori, Contempo Records e la neonata I.R.A. Records e le inglesi Mute Records e Rough Trade. Ci furono numerosi eventi e concerti connessi alla manifestazione che, in quella edizione, fu ospitata alla Fortezza da Basso.

Dicci qualcosa sul tuo ritorno nel 2009 con l’album “Mask Rewind”. Che cosa hai fatto in tutti quegli anni di silenzio discografico e come mai hai scelto di tornare in scena nei panni di Lisfrank? Come si è modificata a tuo parere la visione di un certo tipo di musica a livello internazionale?
Negli anni di silenzio ho continuato a comporre, collaborato a produzioni e creato miei nuovi progetti. Tra i progetti a cui sono legato c’è sicuramente Abitoscuro, dove mi occupai della composizione e scrittura dei testi in italiano. Il progetto, purtroppo, non ebbe lo sbocco discografico sperato e lo chiusi. Altro progetto, strumentale dance-oriented, fu Global Age, di cui c’è un’intera cassetta mai proposta e mai pubblicata. Mentre col successivo progetto Bangdito ebbi un discreto successo in Spagna. La traccia era “No Tiengo Controllo” ed era il 1995. Uscì come mix con 4 versioni del brano, remixate dai dj Alex B. e Pier J., stampato da Sound Records per le Edizioni Musicali Lombardoni. Successivamente la sola versione remix di Alex B. fu inserita nella raccolta “Experimental Ep” (1997) dalle etichette milanesi Richter Records e Frhenetik Records.
Nell’ottobre del 2007, una sera, ricevetti una telefonata da Fulvio Delprato, un giovane di Savona appassionato di musica anni 80. Mi informò che l'etichetta tedesca Anna Logue Records era sulle mie tracce per propormi la ristampa del materiale legato al mio progetto Lisfrank. Accettai il contatto e pochi giorni dopo ricevetti una mail da Marc di Anna Logue e da lì cominciammo il progetto per la realizzazione di "Mask Rewind" che fu pubblicato in vinile nel 2009.
Con la pubblicazione di "Mask Rewind" e l’interesse inaspettato per la mia musica decisi di lavorare a nuove composizioni che hanno poi portato alla pubblicazione nel 2014 dell’album “Elevator” e quest’anno dell’album “The Human”.
Devo dire che, rispetto a un tempo, la musica si è evoluta in chiave sempre più elettronica e questo ha portato a una generale accettazione di questo suono, che in passato è stato abbastanza osteggiato. Oggi trovo che parte dell’evoluzione di questa musica sia di notevole interesse.

Rispetto agli anni Ottanta com’è cambiata l’attrezzatura che usi per comporre i tuoi brani?
Utilizzo ancora parte dell’attrezzatura degli anni 80 e l’unico strumento nuovo è la DTXPRESS IV della Yamaha, un drum-set a campionamenti che mi sono divertito a suonare in "The Human" e principalmente su "Mask’s Solitude".

A quali nuovi nomi (intesi quelli emersi a partire degli anni Zero) della scena ti senti più vicino?
Musicalmente parlando non sento affinità con gruppi o progetti attualmente attivi. Tuttavia ho avuto modo di apprezzare diversi nuovi artisti, tra cui Haus Arafna, Soft Moon, Qual, Beta Evers, Keluar, Boy Harsher e Die Selektion.

Le tue influenze storiche? Chi ascoltavi tra la fine degli anni Settanta e gli inizi degli Ottanta? Quali artisti hanno influenzato la nascita di Lisfrank a quei tempi?
Le mie influenze, per anagrafica, partono già da fine 60 per poi proseguire a tutti i 70 e agli 80. In realtà, in passato ero un vero e proprio fagocitatore di musica, almeno di tutto quello che era possibile reperire. La ricerca costante era per la musica “nuova” e inusuale. Quindi, partendo da Lucio Battisti, decisamente avanti rispetto alla massa dei suoi colleghi italiani, il primissimo e geniale Battiato, passando per i già citati Van Der Graaf Generator, King Crimson, Gong, e poi ancora per i Kraftwerk, Frank Zappa, Chrome, il grandissimo David Bowie, passando successivamente ai Sex Pistols, Ultravox!, ai primi Human League, Throbbing Gristle, D.A.F., Cabaret Voltaire, per citarne solo alcuni. Tutti i miei ascolti hanno certamente formato la mia sensibilità musicale, tuttavia quando compongo non ho mai un modello ispiratore. Per me è sempre stato come trovarmi di fronte a una tela bianca, dove dipingere forme e aggiungere colori che appaiono progressivamente nella mia mente. Ed è questo l’aspetto che più mi affascina della composizione, il resto ha veramente poca importanza per me.

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Ho trovato il tuo nuovo disco, “The Human”, molto più oscuro rispetto alla tua produzione anche recente, del Duemila. Riflette anche una visione più pessimista sul futuro dell’umanità? È interessante notare come anche altri autori come Gary Numan oggi s’interessino a tematiche distopiche e apocalittiche. Penso soprattutto a un album come “Savage: Songs From A Broken World”, ma non solo. A ben guardare un certo tipo di estetica alla Kraftwerk non ha mai smesso d’immaginare il futuro. Oggi riascoltando i loro dischi io provo quasi un senso di nostalgia per un futuro che in fondo non è mai arrivato, un futuro tradito, corrotto e sostituito con un presente molto deprimente. A volte dei sogni possono trasformarsi in incubi. Cosa ne pensi?
Mi sento molto vicino alla tua analisi. Il senso opprimente del tradimento è molto attuale e l’album sicuramente trasuda di questa sensazione. Comprende certamente una musica cupa che vede al centro l’umanità che si sta perdendo. Nell’album sono presenti alcune tracce registrate molti anni fa, inserite perché le ho ritenute ancora molto attuali. Mi riferisco a "I Hate", che analizza le contraddizioni e la distopia esistente oggi con l’universo di menzogne che ci attanaglia e "Greta", che è l’unico segno di umanità davvero presente nel disco, un intimo e profondo dolore per una grande perdita personale. Avverto questo momento come un urlo disperato e inascoltato, un disagio sopraffatto dal rumore della macchina propagandistica del mainstream.

Sempre rimanendo in tema di disastri e di futuri traditi, mi ha impressionato molto il brano che hai dedicato in “The Human” al crollo del ponte di Genova. Tu sei ligure e immagino come la cosa ti abbia colpito da vicino. È come se l’ottimismo di un brano come “Autobahn” avesse lasciato spazio a un lato oscuro, il crollo di una modernità che forse confidava troppo in se stessa e nelle magnifiche sorte progressive dell’umanità. A ben veder, un certo industrial, a partire dagli Einstürzende Neubauten (il cui nome in tedesco si traduce come “nuovi edifici che crollano”) aveva presagito, specie agli inizi della loro carriera, che le cose potessero volgersi al peggio per il genere umano. Addirittura, un gruppo electro-industrial come i Front Line Assembly negli anni Novanta aveva realizzato un brano “Virus” che immaginava scenari pandemici e distopici non troppo distanti da quelli che purtroppo stiamo vivendo oggi. Come la vedi?
"The Voices Of Tragedy (Never Forget)" nasce da una voglia di denunciare il tradimento evidente dello Stato, non solo verso i cittadini ma soprattutto verso le vittime del tragico crollo. Non a caso ho voluto inserire, su una base ritmica dura e con poche sequenze, le voci delle testate televisive che illustravano giornalmente la tragedia.
Tornando all’altro aspetto della tua domanda riguardante la modernità, devo dirti che, alla luce dei fatti, il progresso scientifico e quello tecnologico, che ci furono presentati come il bene al servizio dell’umanità, si sono rivelati l’esatto opposto. Il tradimento di quel sogno modernista e liberista è palese. La tecnologia ha ridotto l’occupazione e sempre più la ridurrà. La politica, che ha perso la sua autorevolezza, si è piegata e ha ceduto la sovranità degli stati a potentati economici che, grazie alla globalizzazione, hanno potuto raggiungere una forza economica senza limiti.

Rispetto agli anni Ottanta come vedi le nuove generazioni? Pensi sia ancora possibile immaginare delle controculture giovanili che si oppongano a un certo declino culturale e sociale, a una visione globalista massificata, consumista, sterile e insapore come la musica mainstream?
Questa è la mia speranza e appoggerò sempre la lotta in questa direzione. Purtroppo, i giovani hanno due potenti e subdoli nemici, tra loro collegati, Internet e gli smartphone. Queste pericolose “opportunità tecnologiche” ci stanno costando la libertà. I giovani, e non solo, sono ormai dipendenti dai telefonini, dagli influencer e da quantità enormi di sollecitazioni e di informazioni della Rete sapientemente pilotate. La cultura e la musica sono state gradualmente mortificate dalla superficialità e dalla stupidità divulgata in modo massivo. Per i giovani sarà una sfida ardua, ma spero, per loro, che il futuro non sia come sembra si stia prospettando.

Oggi quali sono gli artisti con cui ti piace collaborare? So che hai realizzato anche diversi remix per alcuni progetti italiani…
Sì, ho fatto diverse collaborazioni, a cominciare con The Frozen Autumn, Armenia Project e Psycho Kinder. Inoltre, in "The Human", Maurizio Fasolo (Pankow) ha contribuito all’arrangiamento del brano “Feel It (Your Body, My Body)”. Quello delle collaborazioni è un aspetto che mi interessa molto e, attualmente, ne ho iniziata una nuova con il corregionale Andrea Bellucci (Red Sector A), raffinato compositore elettronico. Ma all’orizzonte ce ne sono altre e anche qualche sogno nel cassetto.

Cosa ne pensi della musica digitale e dei supporti fisici come vinili, cd e cassette? Quali sono le tue preferenze a riguardo?
Il formato fisico è in grande crisi da molto tempo, anche se il vinile sta vivendo un buon momento e ne sono un suo sostenitore. Anche le cassette stanno avendo un certo interesse, sono nate delle vere e proprie label che producono solo artisti pubblicati con questo supporto ma, francamente, temo sia più frutto di una moda che di un reale interesse. Comunque solo il futuro potrà darcene conto. Il cd resta senza dubbio il supporto più efficace per la musica che necessita di una maggiore purezza del suono, ma purtroppo il download sta mettendo in ginocchio questi supporti e gli artisti indipendenti. La musica ha dei costi e l’ineducazione e la mancanza di rispetto verso gli artisti rischiano di ucciderla. Naturalmente questo non riguarda la musica commerciale, che può vantare grandi produzioni e budget illimitati, ma solo quella onesta, creativa e di ricerca. 

Piani per il futuro? Un nuovo album all’orizzonte?
Idee ne ho molte. Vorrei tornare alla pittura, che ho abbandonato da troppi anni, e sviluppare un progetto nuovo e parallelo a Lisfrank. "The Human" è appena uscito e per un nuovo album ci sarà da attendere un po’. Se non avrò impedimenti, conto di fare tutto. D’altronde il futuro è sempre davanti a noi.

Ti ringrazio molto per il tempo che ci hai concesso.
Grazie a voi.



Discografia

Man Mask (Ep, Mask Productions, 1982)
 Mask Rewind (Anna Logue Records, 2009)
 Elevator (FinalMuzik, 2014)
 Dream-H / War's Cuts (Single 12", FinalMuzik, 2014)
The Human (FinalMuzik, St.An.Da., 2020)

 

 
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