Alphaville

Forever Young

1984 (Wea) | synth-pop

Gli Alphaville incarnano l'ego frustrato dei totalmente privi di talento. Andavano affogati alla nascita
(Morrissey, Smash Hits)

I berlinesi Alphaville suonano un rock sintetico sempliciotto e fastidioso (...) La presunzione del melodrammatico Marian Gold contribuisce soltanto ad aumentare l'assurdità della band
(Trouser Press)

Il cantante sembra esser stato vestito da Klingon dotati di una vaga conoscenza di Billy Idol
(Melody Maker)
Questi alcuni dei commenti reperibili sulla stampa musicale d'epoca in lingua inglese, relativi al debutto che nel 1984 portò il synth-pop tedesco nelle classifiche di tutta Europa. A decenni di distanza, nonostante l'immortalità raggiunta dai suoi brani più celebri, la band si porta ancora dietro una fama ambivalente: un successo pop che rimanda iconicamente all'era Eighties e agli eccessi che la caratterizzavano. Un evergreen, sì, ma vuoto, macchiettistico, del tutto costruito.
Eppure, di "Forever Young" si può raccontare una storia del tutto diversa. Quella di un progetto casereccio che, partito dagli squat di Berlino Ovest, conquista le hit parade di qua e di là dalla Manica. Di tre giovani senza esperienze da musicisti che scorgono in sintetizzatori e sequencer la possibilità di realizzare il proprio sogno: comporre e registrare musica grandiosa quanto quella con cui sono cresciuti. E, giunti con insistenza e un po' di fortuna in uno studio di registrazione, incontrano un team di produttori pronto a dispiegare risorse consistenti per dar corpo alla loro visione. Incredibile ma vero, nella Germania degli anni Ottanta anche questo poteva succedere - una band alza la cornetta per chiedere un contratto a una casa discografica, e si sente rispondere, senza nemmeno aver fornito un demo: "Certo, venite da noi domani!".

Big In Japan

Tra fine anni Settanta e inizio anni Ottanta, Berlino Ovest è vista dai giovani della Germania Occidentale come il luogo delle possibilità. Sovvenzioni, affitti a basso costo, e per chi non può permettersi neanche quelli un'abbondanza di case occupate o occupabili; e poi musica, droghe e una certa facilità di procurarsi "lavoretti" per finanziare l'una o l'altra dipendenza.
Marian Gold, al secolo Hartwig Schierbaum, vivacchia a Berlino da qualche tempo quando da un amico incontra Bernd Lloyd (Bernhard Gössling), che possiede un paio di tastiere e ha iniziato da un po' a smanettarci. Marian è parte di un collettivo, o più che altro di una comune, che da un pezzo coltiva l'idea di fare musica, e Bernd è ben contento di unirsi alla congrega. È il 1980.

L'anno successivo la "Nelson Community" si sposta a Münster, in Renania, e le relazioni interne del gruppo iniziano a scricchiolare. Di lì a poco, la svolta: la Nelson Community si scioglie e Frank Mertens (nome d'arte di Frank Sogartz, ex-compagno di scuola di Bernd) dà vita con Gold e Lloyd a un nuovo progetto musicale.
"Nessuno di noi sapeva davvero suonare", avrebbe testimoniato Gold anni più tardi. Anche se la Berlino di quell'epoca era la capitale europea del punk, non è lo spirito di ribellione a spingere i tre a cimentarsi con la musica: sono le possibilità degli strumenti elettronici. Grazie a tastiere, sequenziatori e drum machine, comporre diventa possibile anche per chi manchi del tutto di una convenzionale tecnica strumentale. Si tratta di procedere per prova ed errore, un tasto alla volta, cercando di trasporre in combinazioni di pulsanti le proprie visioni musicali. Fino a qualche anno prima, la grandeur sinfonica era appannaggio solo delle band dotate di mezzi imponenti e grandi qualità esecutive. Ma con l'avvento dei sintetizzatori polifonici, ora anche un terzetto di spiantati può ammantarsi nella più esondante magniloquenza.

I modelli del trio sono variegati. Bernd è un patito dei Kraftwerk e di tutta la wave più romantica e avveniristica: Orchestral Manoeuvres In The Dark, Ultravox, Gary Numan, Simple Minds... Frank ha uno sguardo più obliquo, ma ugualmente orientato alla commistione sintetico/sinfonico: il pioniere Klaus Schulze sta fra i suoi preferiti accanto ai giocosi Pyrolator, Bach e Dvořák sono un ascolto significativo così come i minimalisti Soft Verdict e Virginia Astley. Di qualche anno più anziano, Marian ha formato i suoi gusti nella prima metà degli anni Settanta, e non avendo mai pensato di suonare uno strumento, ha ben speso il suo tempo assorbendo suoni e atmosfere: Genesis e Pink Floyd, Roxy Music, Queen, Alan Parsons. Ma fra i suoi riferimenti spuntano anche nomi oggi meno ricordati: il progressive pop di David Essex e Brian Protheroe, il soft-rock di Peter Skellern, il radioso ibrido Renaissance/minimal synth dei bavaresi Luna Set (in pieno territorio Zolo).
A mettere d'accordo tutti e tre è, prevedibilmente, David Bowie. Nei suoi anni berlinesi, Marian Gold tenta a più riprese di incontrarlo, bazzicando l'SO36 di Kreuzberg nella speranza che anche il Duca Bianco transiti di lì. Anche se il contatto personale non avviene mai, quello musicale è vistoso tanto nella vocalità istrionica di Gold quanto nelle tessiture avvolgenti di Lloyd e Mertens.

Anche se fra i brani iniziali qualcuno è scritto in lingua tedesca, da subito Gold si trova più a suo agio con l'inglese: "I testi in tedesco possono essere davvero belli; se sapessi scriverne lo farei, ma sono prigioniero degli anni Sessanta", avrebbe semplificato in un'intervista del 1983. "Forever Young" è il primo pezzo a essere imbastito e sarà per un certo tempo anche il nome della band; il primo singolo a uscire è invece "Big In Japan". È il gennaio 1984, e per allora il terzetto ha cambiato denominazione: dopo aver valutato il titolo della raccolta di fantascienza "The Voice Of The Dolphins" (del fisico nucleare Leó Szilárd), la scelta è caduta sul classico sci-fi/noir di Jean-Luc Godard.
Introdotta da colpi d'orchestra sintetici e rintocchi dal gusto orientale, la futura hit spiattella fin dal titolo l'epicità del suo sound. Ma proprio nell'espressione scelta - "big in Japan" è usato a mo' di sfottò per indicare quegli artisti, sconosciutissimi in patria, che vantano grandi successi nel Regno del Sol Levante - si cela l'anima dolceamara che è un po' il miracolo del pezzo, e dell'album che lo contiene. A dispetto di quel che una prima lettura può suggerire, sotto al testo apparentemente sbarazzino Marian Gold ha sepolto una vicenda luce-e-ombra. Alla visione larger than life dell'"Eastern sea so blue" che irradia il ritornello fa da contraltare il paesaggio freddo e urbano delle strofe, il "Winter cityside" che verso dopo verso si avvicina sempre più a uno scenario reale: la Berlino squallida della drug culturecentrata attorno allo Zoo, che Gold ha vissuto in prima persona nei primissimi anni Ottanta, in cui, a detta del cantante, dipendenza da tranquillanti e frequentazioni lo avrebbero facilmente condotto all'eroina senza l'intervento riabilitatorio voluto della sorella.
Neon on my naked skin, passing silhouettes
Of strange illuminated mannequins
Shall I stay here at the zoo
Or shall I go and change my point of view
For other ugly scenes

Il contrasto esteriormente nonsense di aperture asiatiche e grigiore metropolitano svela dunque in controluce una narrazione più empatica: la vicenda di una coppia intrappolata nella tossicodipendenza, che sogna un riscatto in cui lei stessa non riesce a credere.
Improbabile che gli ascoltatori colgano in massa il non detto del testo: d'altra parte, non serve farlo per percepire la capacità evocativa delle atmosfere e dell'interpretazione di Gold, che traspone in ogni sua inflessione vocale l'intensità dilaniante della situazione immaginata e trasforma la canzone in un inno alla luce intonato dal fondo delle tenebre.

Oltre alle architetture di Lloyd e Mertens, l'efficacia degli arrangiamenti vede al centro l'inventiva dei produttori. Dopo aver tentato di irrobustire il suono con dei power chord di chitarra sovraincisi senza il consenso della band (che, rientrata in studio, insisterà perché restino buried in the mix ovunque meno che nella coda), il britannico Colin Pearson e il tedesco Wolfgang Loos rilanciano la sfarzosità registrando per il ritornello un costosissimo coro di trentadue voci. Ancora una volta, il gruppo giudica eccessivo il risultato, ma per non gettare alle ortiche il denaro speso - Pearson e Loos escogitano un espediente suggestivo: filtrando il coro attraverso un riverbero, e conservando solo l'output del riverbero, viene a crearsi un pad facilmente confondibile per l'ennesimo sintetizzatore, ma dotato di una grana al tempo stesso calda e spettrale.
Poco dopo l'uscita, il brano balza al primo posto in Germania, Svezia, Svizzera, e va in top ten un po' ovunque dal Regno Unito al Sudafrica. Sbucati dal nulla, gli Alphaville sono la sensation del momento in tutta Europa.

Sounds Like A Melody

La compenetrazione romantica fra gloria e desolazione è alla base di molti altri pezzi dell'album di debutto: forse di tutti. È nell'avvicendarsi di trame minimali e svolazzi classicheggianti ("To Germany With Love" chiude con un plateale rimando mozartiano), è nella tessitura grondante malinconia dei già allora vetusti string synthesizer, di cui episodi come "A Victory Of Love", "Summer In Berlin", e perfino la scoppiettante "In The Mood" sono infarciti. Ma è anche nelle scelte armoniche delle composizioni, che, pur nella loro semplicità, mostrano quanto Mertens e Lloyd siano padroni dei propri mezzi espressivi. A predominare sono nettamente le tonalità minori, con tutta la carica di teatralità che portano con sé. "Fallen Angel" e "Summer In Berlin", tuttavia, giocano la carta del ritornello in maggiore, che sfrutta il trampolino del cambio di modalità per librarsi in quota e squarciare l'orizzonte angusto della strofa. In altre occasioni, gli scostamenti sono più sottili, ma ugualmente votati alla tensione e al chiaroscuro: una settima imprevista in "Lies", oppure un accordo maggiore al posto di uno minore nei giri di "A Victory Of Love" e "To Germany With Love".

Per il secondo singolo, però, serve qualcosa di più. Suggerire scorci di luce non basta: i produttori insistono - per spalancare la strada al botto annunciato di "Forever Young" serve prima un pezzo allegro. Il cassetto della band ancora non ne contiene, ma Lloyd ha in lavorazione una bozza in minore che forse forse si presta a essere riadattata. In un giorno nasce "Sounds Like A Melody". Gold la detesta, Pearson e Loos sono entusiasti. Spiegherà Pearson: "Era da molto che cercavo una nuova band new romantic. Essenzialmente stavo all'etichetta per quello. La compagnia fino a quel momento era molto orientata allo Schlager (pop sentimentale di facile presa diffuso nei paesi germanici, ndr), ma io ero un fan di Howard Jones, Paul Young, Human League... Volevo trovare qualcosa di analogo anche per il mercato tedesco!".
La riuscita dell'operazione Alphaville è per Colin Pearson una faccenda personale. Perché "Sounds Like A Melody" disponga della dovuta enfasi, fa comporre a Wolfgang Loos un arrangiamento d'archi "in stile Elton John" (parole sue), poi inciso dall'orchestra Deutsche Oper Berlin. In sede di registrazione, gli strumentisti classici faticano a eseguire a tempo gli offbeat progettati da Loos: il team ricorre dunque a un certosino lavoro di correzione digitale, rimettendo in fase le parti di ciascun orchestrale in modo che i colpi d'arco risultino debitamente taglienti. Non sarà tuttavia l'unica sofisticheria di studio impiegata per il singolo. Per consentire alle backing vocals di Marian Gold di arrivare ad altezze irraggiungibili anche alla sua notevole estensione, Loos ripesca uno stratagemma degli Earth, Wind & Fire: durante l'incisione dei controcanti di Gold, il nastro di accompagnamento è riprodotto a velocità opportunamente rallentata; riaccelerando la registrazione fino alla velocità normale, la frequenza della voce risulta aumentata.
La pubblicazione avviene nel maggio dell'84. Anche questa volta, il pezzo entra in molte classifiche (in Italia è al primo posto per due settimane): tutto è pronto per l'uscita del singolo-killer e dell'ellepì...

Forever Young

Album e singolo omonimo arrivano nei negozi entrambi a fine settembre, con una sola settimana di distanza l'uno dall'altro. A introdurre il trentatré giri è la straniante copertina realizzata a mano dal designer Ulf Meyer zu Küingdorf, un volto argentato e materico, dai rimandi fantascientifici se non quasi cyberpunk.
La prima traccia, "A Victory Of Love", sembra fin dall'inizio trasporre in chiave musicali le suggestioni dell'artwork: synth piovigginosi che si materializzano nello spazio stereofonico, arpeggiatori e pad tra il bachiano e l'avveniristico, una linea di basso robotica che ancora conserva una lontana traccia di umanità. E poi la voce, più fonda e pensosa che mai: "Waiting/ For a change in the weather/ I'm waiting/ For a shift in the air". C'è una sensazione di minaccia incombente, di apocalisse alle porte - e il crescendo che segue non fa che acuire la tensione. Echi, soffi, batteria elettronica (l'ospite designato è Curt Cress dei jazz-rocker Passport). Prechorus. Il ritmo si fa incalzante. Al ritornello esplosivo fanno seguito quaranta liberatori secondi di intrecci sinfo-elettronici. Per essere musica quintessenzialmente eighties, ricorda parecchio quel che andava di moda dieci anni prima. Lo si può vedere come un limite, ma forse è il suo vero punto di forza.

Ai cambi d'umore di "Summer In Berlin" succede la già nota "Big In Japan", il cui gong finale cede il passo alle pulsazioni orchestrali di "To Germany With Love" (frammiste a una citazione di Trans Europe Express), alle continue intersezioni della sua doppia e funkeggiante linea di basso, al maestoso stacco di percussioni e synth sincronizzati. È un brano che, come altri, sfrutta appieno il potenziale della recente tecnologia midi - il protocollo di comunicazione digitale, in uso ancora oggi, che rende interoperabili gli strumenti elettronici e permette loro di ricevere gli attacchi da un unico clock centralizzato (quello impiegato dalla band è il Src Friend-chip, di fabbricazione tedesca).
Qualche anno fa, Bernd Lloyd ha svelato su un forum di fan la composizione dell'arsenale sintetico utilizzato per l'album, che copre un decennio buono di storia elettronica: dal leggendario duofonico Arp Odyssey (1972) al modulare Roland System-100M (1979), passando per i portatili analogici Korg Ms-10 e Ms-20 (1977 e 1978 rispettivamente).
In campo polifonico il Roland Jupiter 8 (1981) gioca indubbiamente la parte del leone, ma è supportato dalle string machine parafoniche (capaci di suonare più note alla volta, a patto di rinunciare al loro attacco) prodotte già nei primi anni Settanta da Hohner e Solina. Il fiore all'occhiello è il nuovissimo PPF Wave 2.3 (1984), pionieristico sintetizzatore digitale di tipo wavetable dotato di 12 bit di risoluzione e del modulo aggiuntivo Waveterm, con funzione di campionatore. Fondamentali alla costruzione del suono sono poi i sequencer per programmare successioni di note (Mfb, Korg Sq-10), le drum machine (l'analogica Roland Tr-80 e la Linn Lm-1, la prima con sample digitali di percussioni acustiche) e gli onnipresenti Simmons Drums, i cui iconici esagoni sono stati popolarizzati da tanti artisti dell'epoca.
Niente male davvero per una band che, fonte sempre Lloyd, solo pochi anni prima doveva accontentarsi di un piano elettrico Rhodes e di un Roland System 100-M preso a prestito da un amico!

"Fallen Angel", assieme misteriosa e scherzosa, precede in scaletta il pezzo forte. "Forever Young" è il brano più celebre degli Alphaville e quello che probabilmente non cesserà mai di essere trasmesso e riproposto (da Laura Branigan, Jay-Z, Tangerine Dream, Angel Olsen, Imagine Dragons, One Direction...). Eppure, benché in Svezia raggiunga il primo posto in classifica, in Germania si ferma al quarto e in Gran Bretagna non va oltre il novantottesimo (l'album, in compenso, tocca la vetta in Svezia, Norvegia e Italia). A oggi sulla piattaforma Spotify ha raccolto circa trecentonovanta milioni di ascolti - più di qualunque pezzo degli ispiratori Orchestral Manoeuvres In The Dark, Ultravox, Human League e Gary Numan, e giusto una manciata meno di "Enjoy The Silence" dei Depeche Mode.
E dire che doveva essere una traccia dance. L'idea per un brano - il primo del neonato terzetto - era giunta a Bernd Lloyd dall'ascolto di "Torch" dei Soft Cell, col suo beat frastagliato, e in quella veste da ballo aveva convinto l'etichetta Wea. Ma al momento di finalizzare il pezzo la scansione ritmica in sedicesimi si rivela inefficace. Componenti e produttori passano un paio di giorni a interrogarsi su come reinventare quello che in tutta evidenza è il vero asso nella manica della band, ma l'idea vincente viene all'outsider Andreas Budde, coproduttore dell'album che tuttavia passa in studio solo raramente. Via tutto - beat, sequencer, arpeggiatori, bassi incalzanti. Il Dna del pezzo è quello di una ballad. E che ballad sia.

Semplicissima nella costruzione armonica, ma attentamente studiata nel layering delle parti sintetiche, l'eterna giovinezza della canzone si gioca sulla sua atmosfera conclusiva e sulla ricercata perfezione dell'interpretazione vocale. Pearson dedica decine e decine di take al cantato di Gold: l'intonazione, gli attacchi, perfino la dizione inglese devono essere impeccabili. C'è da discutere perfino sulla seconda vocale del testo: "dance" va pronunciato con una sorta di "e" aperta ([dæns]) oppure con una "a" lunga ([dɑːns])? Entrambe le forme sono corrette, ma la prima suona più statunitense, mentre la seconda è più British. Alla fine prevale la variante britannica, considerata più desiderabile in vista di un possibile (ma non concretizzatosi) boom oltremanica.
"Forever Young" ha in comune con pochi altri brani pop - "The Final Countdown", "Don't Stop Believin'", poi quali altri? - la proprietà di suonare completa e ultimativa in qualunque contesto sociale sia proposta. È la last dance song perfetta per un matrimonio, ma ha la giusta gravitasanche per un battesimo, una laurea o un funerale. Il testo è obliquo, certamente epico, in qualche modo fantascientifico, ma i suoi passaggi chiave esprimono aspirazioni e interrogativi in cui è immediato riconoscersi.
So many adventures given up today
So many songs we forgot to play
So many dreams swinging out of the blue
Oh let it come true

Da "Are you gonna drop the bomb or not?" a "The music's for the sad man", fino al title-drop del ritornello, sono tante le frasi rese indimenticabili dalla loro carica. Di cosa tratti il brano nel suo complesso è difficile identificarlo, ma è chiara la sensazione che veicola: uno slancio impossibile fuori dai limiti e dalle paure che schiacciano la felicità. Una combinazione di estasi e melodramma, ingenuità e rassegnazione. Ancora una volta, opposti che si toccano.

Altri tre brani chiudono l'album: sono forse i più leggeri, ma la compresenza yin-e-yang di emozioni ambivalenti riguarda anche loro. "In The Mood" combina una frizzante andatura in levare all'iper-drammatica cadenza andalusa (quella di "Don't Let Me Be Misunderstood", di "Sultans Of Swing" o della strofa di "Happy Together"). "Lies" è un rockabilly da space age che mostra poche ombre (al punto, ma è chiaramente una suggestione data dalla tracklist, da sembrarne intriso), mentre "The Jet Set" è una four-chord song in maggiore che conclude il disco in modo tripudiante, non senza aver dato ampio spazio però a quelle stesse string machine che in un po' tutto l'Lp sono il correlativo oggettivo della malinconia.
L'album ha raggiunto oggi il triplo disco d'oro in Germania, ma all'epoca altri fenomeni nazionali occupano la posizioni più alte della classifica di vendita. Il 1984 è l'anno di "?" di Nena e del suo lancio internazionale con l'ellepì "99 Luftballons", degli ennesimi successi in chiave Deutschrock di Peter Maffay e BAP, e soprattutto di "4630 Bochum" di Herbert Grönemeyer, che con 79 settimane di chart e 2,75 milioni di copie è oggi al terzo posto come album più venduto della storia tedesca (al primo svetta un altro titolo di Grönemeyer: "Mensch", del 2002).

Per quanto riguarda gli Alphaville, invece, l'exploit non si ripeterà col successivo "Afternoons In Utopia" (1986) né con le uscite seguenti. Ancora più fantascientifico e sgargiante del debutto, il secondo album segna l'addio dello schivo Frank Mertens, non a suo agio con l'esposizione mediatica, e l'ingresso in formazione del tastierista e chitarrista Ricky Echolette (Wolfgang Neuhaus). Concept album a tema utopistico, il disco coinvolge uno stuolo di collaboratori e ha ben poco della carica drammatica del debutto: fra ardimentosi cambi di tonalità e passaggi da musical, si avvicina a tratti al progressive pop sintetico di nomi come Nik Kershaw o Thomas Dolby (ma, purtroppo, non ne uguaglia la classe). Nel jazzato "The Breathtaking Blue" (1989) a sedere al banco del produttore è nientemeno che Klaus Schulze (e fra i chitarristi figura Manuel Gottsching), ma l'album non entra in top ten nemmeno in madrepatria.
Non va meglio a "Prostitute" (1994), che però è considerato da Gold e da molti fan come l'album più compiuto della band, anche grazie alla sua notevole varietà. "Salvation" (1997) è l'ultimo con Bernd Lloyd, e anche Ricky Echolette lascia nel corso della produzione; Marian Gold porta comunque avanti il nome della band e, oltre a un tour e un doppio album sinfonico, nel 2022 lancia il suo video-podcast su YouTube, in cui ricapitola le vicende dietro a molti suoi brani-chiave. Molte delle ricostruzioni di questo articolo trovano appoggio in quei racconti, e nell'ancor più ricco documentario "Never Grow Up - The Story Of Forever Young", anch'esso disponibile su YouTube.

(02/10/2022)

  • Tracklist
  1. A Victory Of Love
  2. Summer In Berlin
  3. Big In Japan
  4. To Germany With Love
  5. Fallen Angel
  6. Forever Young
  7. In The Mood
  8. Sounds Like A Melody
  9. Lies
  10. The Jet Set
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