Lycia

Cold

1996 (Projekt) | darkwave, ethereal, gothic

Immense distese innevate, spazzate da raffiche di vento gelido sotto un cielo grigio ardesia. Scheletri di alberi spogli e raggelati. Terre desolate e impenetrabili, dove sotto la coltre ghiacciata crepitano solitarie forme di vita, al riparo dalle tenebre della notte incombente. Il paesaggio invernale dell'Ohio appare come una folgorazione agli occhi di Mike Van Portfleet, in contrasto stridente con il deserto dell'Arizona dove aveva vissuto fino ad allora. “Ho passato mesi alla finestra a guardare gli alberi e i campi innevati – racconta - Un inverno nelle campagne dell'Ohio riesce a essere desolato come un’estate nel deserto, e altrettanto affascinante”. L'esperienza lo suggestiona a tal punto da indurlo a comporre un intero concept-album dedicato all'inverno. Niente di strano, in fondo, per chi del gelo dell’anima aveva fatto il principio ispiratore della sua arte. “Il mio lavoro - spiega il chitarrista - è sempre stato influenzato dal clima e dall'ambiente che mi circondavano. Prima era il deserto, con il suo senso d'isolamento, di repressione, ma anche di spazi aperti e di luce. Ora è la volta dell'Ohio”.
Nasce così l'opera più maestosa e suggestiva dell'intera saga dei Lycia. “Cold”. L’unico titolo possibile.

 

Un cuore in inverno

 

Nel 1996, anno di uscita del disco, Van Portfleet (Grand Rapids, Michigan) si è già accreditato come uno dei più autorevoli esponenti del rinascimento neogotico degli anni 90, sotto l’egida della casa madre Projekt Records di Sam Rosenthal. Proprio assieme ai Black Tape For A Blue Girl di quest’ultimo, i Lycia hanno incarnato la nuova dimensione della musica dark: non più teatro dell’orrore, pulsione macabra o rituale ossianico, ma rappresentazione metafisica della desolazione, di un pessimismo cosmico. Se però la creatura di Rosenthal ha attinto soprattutto dall'austerità della musica classica da camera per le sue solenni partiture, Van Portfleet ha optato per una rivisitazione eterea e astratta della darkwave, sgretolando tracce di psichedelia, ambient e industrial music sotto dense nuvole chitarristiche e strati di tastiere. Un lavoro per sottrazione, che dissangua il cuore più grandguignolesco del gothic rock, per approdare verso la musica cosmica, sfiorando i toni del requiem e del canto gregoriano. Attraverso dischi apocalittici come “Ionia”, “A Day In The Stark Corner” e il monumentale “The Burning Circle And Then Dust”, il chitarrista statunitense ha forgiato un immaginario arido e tetro, fortemente influenzato dagli scenari desertici dell’Arizona. Rispetto a quel calvario esistenziale, “Cold”, pur nel suo gelido rigore, apre a spiragli di luce e di speranza, indugiando più nelle tonalità della malinconia che in quelle della disperazione e accentuando la componente melodica.

 

Due novità contribuiscono in modo rilevante al cambiamento. Anzitutto, l’approccio compositivo: se infatti nei primi lavori Van Portfleet era partito dai ritmi e in “The Burning Circle And Then Dust” dalla chitarra, in “Cold” decide di comporre i brani a partire dal sintetizzatore, finendo quindi con l’imprimere una svolta elettronica al suo sound, che si fa più denso e stratificato. Altro elemento decisivo è la presenza in pianta stabile della seconda voce, affidata al soprano limpido e celestiale di Tara Vanflower, a contrappuntare il sussurro minaccioso del leader in una sorta di riedizione alla lontana del duo Michael Gira-Jarboe. Gli oltre sei minuti di “Snowdrop” sublimano al meglio questa doppia intuizione, poggiando le litanie eteree di Tara su un avvolgente tappeto di tastiere, puntellato qua e là da campane e tamburelli in una sorta di estasi delle nevi, suggellata anche dal testo (“All the aching signs we miss/ To live in purple scarlet bliss/ And swim with jeweled golden fish/ And breathe the autumn air so crisp”).
Resta immutata, tuttavia, l’anima isolazionista e desolata del progetto, seppur orientata verso forme di rarefatta eleganza non troppo distanti dalle sonorità ancestrali di istituzioni darkwave come Dead Can Dance e In The Nursery.

Odissea tra i ghiacci

 

Tornano così le chitarre echeggiate e i riverberi caratteristici del Lycia-sound, pulviscoli di fragili tessiture armoniche schiantati su ammassi di neve e nebbia (l’iniziale “Frozen”). È musica in bianco e grigio, scandita da beat solenni e costruita su lunghe tessiture atmosferiche, droni e sottili pattern elettronici. Un soundscape quasi monocromatico, che si dipana tuttavia in una serie di variazioni nell’intensità e densità del suono, ora tenue e quasi impalpabile, ora condensato in imponenti masse, quasi a suggerire la maestosità dei ghiacciai, come nell’ovattata “Later” che chiude il disco come se rimbombasse da una coltre di neve o dal fondo del permafrost, ottundendo il suono mentre riverberi e feedback si perdono in lontananza.

 

È più che mai Vanflower a incarnare l’elemento umano, la voce che schiude un raggio di sole nel gelo delle tenebre, con i suoi gorgheggi alla Elizabeth Fraser che s’insinuano tra il drum beat rallentato e le tastiere space-prog dell’algida “Bare”, in odore di 4AD, mentre Van Portfleet, con la sua chitarra liquida, alterna strati di noise dissonante e note più delicate che donano per un attimo un po’ di calore. Ma se “Victorialand” dei Cocteau Twins era influenzato dai paesaggi magici dell'Antartide, qui l’ispirazione sono i lunghi inverni senza sole del continente, in attesa di un’aurora che non arriva mai. Ne scaturisce un senso di solitudine alienante, una paranoia ossessiva idealmente incarnata dalle reiterazioni snervanti di “Baltica”, con il sinistro la-la-la di Vanflower in stile nursery rhyme a intercalare la sequenza dei rintocchi gelidi delle tastiere e delle campane (a morto, of course).

 

La minimalista “Colder” suona così direttamente dall’oltretomba, con un insistito drone e un pianoforte a pennellare un adagio romantico in mezzo alla tormenta elettronica propulsa dalle tastiere, una sinfonia che pare fluttuare all’infinito fino a sfaldarsi nell'alba boreale dell'epilogo. Più agghiacciante di un sabba gotico.
Non resta, allora, che rifugiarsi in quella sorta di trance in catalessi ch’è “December”, mese invernale per antonomasia, con il suo incipit dolce, ambientale, presto rimpiazzato da un riff ipnotico, incalzante, teso allo spasimo; oppure nelle immense lastre ghiacciate di “Polaris”, dove in una irreale stasi ambient da sogno, Tara torna a intonare il suo inquietante, mesmerico "la laaa laa", in mezzo a versi spiazzanti come “I am loving again/ Polaris/ I am nothing again”.
Ma il vertice emozionale del disco è racchiuso nei 7:27’ di “Drifting”, struggente e straziante nelle sue cadenze da marcia funebre, con Van Portfleet che cavalca un dolce accordo di chitarra perpetuato quasi in loop, assecondando il suo canto sconsolato prima dell’ingresso della melodiosa voce della Vanflower che si unisce al ritornello nel finale. Magia pura.

Gli eterni fantasmi dell’Ohio

 

Se le rarefatte tastiere, a cura dell’ottimo Dave Galas (alle prese anche con basso e drum machine), e la chitarra riverberata di Van Portfleet fanno la parte del leone, non da meno è il drumming: solido, puntuale, roboante, come se provenisse da un canyon o da qualche spaventoso crepaccio, cadenza tutto il disco in modo magistrale, in quel gioco di luci (poche) e ombre (tante), in quell’alchimia di suoni distillati e manipolati sapientemente dai Lycia. Vertigini stordenti in cui il dolce frastuono dello shoegaze si sgretola lasciando soltanto un senso di solitudine al cospetto di spazi infiniti e soverchianti. Un meccanismo che gira alla perfezione in sintonia con il mood invernale del disco, come se gli strumenti stessi interpretassero dei ruoli ad hoc: “La chitarra è tagliente come il vento gelido d’inverno, il basso scandisce il tempo con cui la neve rende più sordi i suoni e inghiotte tutto ciò che incontra (e fa sparire), la voce di Mike testimonia la resa, mentre quella di Tara appare il sussurro di un fantasma di una sirena catapultata e intrappolata nei ghiacci dell’Ohio” (Alessandro Lucentini, Kronic).

 

A un contenuto di tale valore non poteva non corrispondere un involucro all’altezza: è il caso dello splendido cartonato della prima edizione del cd confezionato dalla Projekt, con tonalità bronzee e scheletri d’alberi in copertina più un elegante booklet contenente i testi. Nel 2007 il disco è stato poi ristampato dalla sempre meritoria Silber Records, seppur con una veste più spartana. Poco importa, però. Ciò che conta davvero è perpetuare la memoria di un’opera straordinaria, la cui grandezza forse all’epoca non venne realmente percepita da una critica ancora troppo legata ai precedenti kolossal targati Lycia. Più lungimirante fu invece la rivista Alternative Press che valutò subito “Cold” come “uno dei migliori dieci dischi goth di tutti i tempi”. Poi avrebbero provveduto stuoli di allievi e ammiratori – dai Nine Inch Nails agli Xasthur, da Prurient ai Type O Negative – a tributare i doverosi omaggi.
Di certo, anche in tempi di riscaldamento globale, non potrà mai più esservi inverno senza la colonna sonora delle nove sinfonie ghiacciate di “Cold”. Puntuali e magiche come i fiocchi di neve sui monti dell’Ohio.

(30/10/2022)

  • Tracklist
  1. Frozen
  2. Bare
  3. Baltica
  4. Colder
  5. Snowdrop
  6. Drifting
  7. December
  8. Polaris
  9. Later
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