Achtung Baby

U2

Achtung Baby

1991 (Island)
art-rock

Trattenere tra le proprie mani il vinile di “Achtung Baby” è specchiarsi dentro un cortometraggio. Le istantanee di Anton Corbijn catturano un mondo nuovo, che emerge tra il bianco e nero appena sfocato sullo sfondo in una notte carnevalesca a Tenerife e le sgargianti pennellate sulle lamiere di una Trabant che sguscia per le strade di una neonata Berlino. E ancora mercanti marocchini, bambini sulla spiaggia, un carretto di pomodori. Mentre Bono indossa i panni del matador lontano dall’arena, privo di capote, muleta ed estoque, e Adam Clayton si spoglia. È il diario fotografico di un viaggio che collega Santa Cruz, Berlino, Tenerife e Fes. Escursioni private che gli U2 intrapresero all’alba degli anni 90 per ricongiungere fuoco e terra, i due elementi chiave di una carriera fino a quel momento indomita come un toro a Las Ventas o una Lamborghini Islero: a voi la scelta.

 

Dunque trentadue scatti messi in fila per riempire le facciate dei due lati di un album che è innanzitutto distacco, abrasione, sfida. La band di Dublino, salita oltre le nuvole con “The Joshua Tree“, nel 1991 è a caccia di antipodi, lampi, stravolgimenti. L’idea è ripartire dai muri crollati due anni prima, in quella che si rivela una cartina di tornasole utile per tracciare una geografia inedita di suoni e parole: via i cactus della Death Valley e dentro metallo grezzo, ruggine, ultrasuoni dello zoo di Berlino. Gli Hansa, i celebri studi nei quali David Bowie registrò la “trilogia berlinese“, accolgono il ritrovato Brian Eno, Mark Ellis e i fidati Daniel Lanois e Steve Lillywhite. Il Grande Torino è al completo.

Con queste premesse, “Achtung Baby” entra in scivolata nella storia dei quattro irlandesi. Più che un disco, è un capovolgimento di fronte. Un’autentica mattanza di ciò che è stato. A cominciare dai versi di “Zoo Station” e da una musica lercia, infedele, talmente scassata che sembra provenire dal palco di un club interrato. Il crollo è inscenato in attacco. Si parte dal disfacimento, ossia da un barcollamento ritmico che introduce un agognato equilibrio.

I’m ready

Ready for the laughing gas

I’m ready

Ready for what’s next

Ready to duck

Ready to dive

Ready to say

I’m glad to be alive

I’m ready

Ready for the push

Gli U2 sono travolti da un impeto orwelliano, perché “Achtung Baby” si nutre di disinganno e finisce per criticare lo spettacolo a gettoni di un Occidente imprigionato dalle televisioni. “Even Better Than A Real Thing” è lì, a sottolinearlo ogni volta che risuona. L’album viene pubblicato il 18 ottobre del 1991. Sedici settimane dopo, a Lakeland (Florida), parte lo spettacolare tour mondiale ZooTV. Dai maxischermi Bono dispensa telefonate, “chiama” in diretta potenti e star di vario tipo, avanzando riserve su tutto e a spada tratta, perlopiù con il sarcasmo del teatrante navigato.

Il cambio di passo in studio però non è pirotecnico, bensì icastico. C’è voglia di emergere nel caos di una mutazione che non è solo politica, sociale, ma anche musicale. L’annus mirabilis, quel 1991 infinite volte eletto a spartiacque della musica popolare del Novecento, assorbe gli U2 come attori di un copione inaspettato, eppure cercato, annusato fin dalle corse in strada di una Berlino finalmente riunita. La capitale tedesca è lo spazio improvvisamente libero entro cui muoversi per nutrirsi di linfa vitale e assaporare uno stile che unisce art rock e ballatone romantiche, gli spettri di Wim Wenders, congiunti in “Until The End Of The World”, e il sentimento nuevo, per dirla con Franco Battiato, che spunta da diverse angolazioni. Il manifesto d’altronde è chiaro come il sole: “We’re one, but we’re not the same”. “One” è l’instant classic nato per sbaglio, o meglio per caso da una sessione di prove sugli accordi di “Mysterious Ways”. È una dichiarazione d’amore ambigua: esalta l’unicità e la sopportazione che verte in necessità per elevarsi e annientare allo stesso modo i sensi di colpa.

Have you come here for forgiveness

Have you come to raise the dead

Have you come here to play Jesus to the lepers in your head

Did I ask too much, more than a lot

You gave me nothing, now it’s all I got

“The Fly” va oltre: cattura i bollenti spiriti di “Mysterious Ways” e i proclami di “Zoo Station” per farne polvere da sparo. Bono canta di uomini che strisciano, mosche sul muro, artisti cannibali, poeti ladroni. Mentre The Edge squama la chitarra e tira fuori uno dei riff più sanguigni della sua carriera. Se nello stesso momento gruppi grunge, baggy, financo trip-hop escono allo scoperto fondendo passato e presente, rimescolando le carte attraverso svariate forme di intimismo, gli U2 intraprendono una direzione opposta: scendono le scalette del loro jet a noleggio per rifugiarsi inaspettatamente dentro un tunnel, guidati da un Brian Eno Cicerone sulla carta e Caronte nei fatti.

Sono moltissimi i contrasti, artistici s’intende, interni alla band. Marcate le copertine di mezzo mondo, gli U2 si nascondono nella “cuccia” ma si ritrovano, forse per la prima volta, cani sciolti. È una discrasia d’intenti potenzialmente pericolosa, tramutata in oro da Eno, che infila nel setaccio ogni sassolino finito nella scarpa dei quattro. “Achtung Baby ha finito per essere un luogo in cui alle incongruenze viene permesso di intrecciarsi fra loro e dove a un’immagine probabilmente disunita (ma in fin dei conti assolutamente europea) è consentito di emergere”: le parole di Eno a margine di tutto. Ed ecco quindi il violino di Nell Catchpole nell’impietosa “So Cruel”, i tamburi di Lanois aggiunti nella danza maori di “Until The End Of The World”, l’unico momento in cui Bono quasi smette di cantare per guardare in faccia Cristo e Giuda nella traccia portante che dà il titolo alla colonna sonora dell’omonima pellicola di Wenders.

“Achtung Baby”, al netto di una miracolosa compattezza, contiene anche occasioni perdute che resteranno sempre a mezza via, tra il rimpianto di una potenziale hit e la consapevolezza di una scelta speciale. “Acrobat” è il momento dell’album forse meno apprezzato dai fan, come ben mostrano le reazioni dal vivo, ma è anche il suo cigno nero. Bono rivolge parole poco criptiche ai critici più feroci: “So don’t let the bastards grind you down”. Sono le smanie nascoste di una primadonna che gli altri tre in futuro faticheranno a frenare, quando la terra sotto i piedi di Bono presa in prestito da Salman Rushdie alle porte del nuovo millennio finirà per essere fumo negli occhi e la sostanza indicherà un impacco di contraddizioni per mogli anziane, un volo per le Isole Cayman e un altro dal Papa.

 

Ad “Achtung Baby” seguirà due anni dopo “Zooropa”: la sua versione laccata e spesse volte sottovalutata con le prime infornate di megalomania di Hewson, con ballate ancora degne di nota come “Stay (Faraway, So Close!)” e assi nella manica per scalare le classifiche e i palinsesti di Mtv come “Numb”. Poi “Pop”, nel 1997: l’ultimo raggio laser prima del declino inesorabile e assoluto. Un album che regalerà alla band di Dublino un suono espanso a strati, soprattutto grazie alle intuizioni in cabina di regia di Howie B, e le luci accecanti di una mostruosa tournée a spasso per il pianeta.

26/02/2023

Tracklist

  1. 1. Zoo Station
  2. 2. Even Better Than The Real Thing
  3. 3. One
  4. 4. Until The End Of The World
  5. 5. Who's Gonna Ride Your Wild Horses
  6. 6. So Cruel
  7. 7. The Fly
  8. 8. Mysterious Ways
  9. 9. Tryin' To Throw Your Arms Around The World
  10. 10. Ultra Violet (Light My Way)
  11. 11. Acrobat
  12. 12. Love Is Blindness
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