L'orologio è lo strumento razionale per eccellenza. Ci permette di misurare il tempo e di scandirlo, di dividerlo, in base a quelle che sono le nostre esigenze di tutti i giorni, con le lancette che inesorabili condizionano qualsiasi cosa noi facciamo con la loro svizzera precisione. Guy Connelly, già operativo anni fa nei Fallout Trust e nei Corrections, ne subisce terribilmente il fascino - al punto tale da battezzare la sua nuova band Clock Opera, ispirandosi alla storia di un compositore che aveva scritto una sinfonia per orologi da taschino, un'opera che andò persa e che mai fu eseguita in pubblico.
Come un novello Salvador Dalì delle sette note, che dipinge orologi liquefatti che aderiscono alla superficie degli oggetti cui sono appoggiati, insieme ai compagni Andy West, Che Albrighton e Dan Armstrong Guy ci indica ben "dieci modi per dimenticare", o meglio, per reinterpretare il restrittivo concetto del tempo che passa e adattare le nostre emozioni a un tessuto di una precisione chirurgica. Due mondi distanti - quello dell'elettronica fatta di
samples, di complesse costruzioni sonore che partono da un particolare, da un suono nato per caso, e quello del rock più emozionale - che, anziché respingersi, si avvinghiano e s'innamorano perdutamente l'uno dell'altro, in questo primo album che arriva dopo oltre due anni di gestazione durante i quali Connelly si è fatto le ossa curando remix per
Feist, Marina and the Diamonds, i
Drums,
Tracey Thorn e i
Metronomy.
Hanno definito "chop-pop" l'assemblaggio di campionamenti presi dalla vita quotidiana e accuratamente rielaborati su un
laptop in attesa di poter dar vita a una canzone vera, che si sviluppa su strati e strati di suono senza però rinunciare ai necessari spazi che permettano alle melodie di prendere forma, di respirare, di arrampicarsi e rappresentare tortuosi saliscendi d'emozioni. Come quando J.J. Jeczalik degli Art Of Noise campionava il motore ingolfato della Volkswagen del suo vicino per modellare "Close (To The Edit)", o quando
Monolake riprendeva suoni dei condizionatori sparsi per le metropoli europee poi confluiti in parte dei
samples costituenti "Silence", Connelly parte da un dettaglio apparentemente insignificante e da quello fa partire il processo compositivo.
Si distanzia dalle
field recordings di Lawrence e Watson e dai
loop di
Basinski perché questi non risultano, alla fine, elementi centrali, ma scivolano sotto a un sostrato elettrico che li sovrasta dopo essere stato da questi generato. Una sicura padronanza dei
sequencer, unita a un indubbio dono per la melodia pop, fa sì che "Ways To Forget" sia un disco di piccole sinfonie tascabili, che hanno un'anima, una sensibilità e la mostrano senza alcuna vergogna.
I modelli di Connelly sono importanti: si va da
Scott Walker a
David Bowie passando per Billy MacKenzie degli
Associates, e la sua voce è calda, pastosa, talvolta struggente, spesso in totale contrasto con l'elettronica spigolosa che l'accompagna - ma nella ricetta dei Clock Opera c'è posto anche per richiami a
Paul Buchanan,
Peter Gabriel e gli
Elbow. Il tutto è coadiuvato da una marcata radice minimalista, in grado di risultare in martellanti e saltellanti incursioni pianistiche o in tastiere dall'andamento
looppato.
Così, l'attacco che inaugura le danze sembra fuoriuscito in pieno da una composizione di
Philip Glass: su questa base si sviluppa "Once And For All" - prima pacata, poi solare e sempre più vivace in linea agli
Arcade Fire di "
The Suburbs", con l'incessante presenza sullo sfondo dell'arpeggio ciclico di tastiera, di cui i
Radiohead di "
Kid A" già furono pionieri. L'energica "Lesson No. 7", scelta come primo singolo, s'immerge in un lamento lancinante e rassegnato e lascia che Guy dispieghi la voce, che raggiunge ogni registro, mentre la sezione ritmica le costruisce, mattone dopo mattone, un robusto sostegno. Episodi, questi, di caratura sopraffina, così come il singolo "Man Made" - un inno progressivo di muscolare matrice rock su arpeggi gitani e sussurri elettronici memori dei
Kraftwerk, il cui stile non può non rimandare ai
Muse più eclettici, con un risultato però di gran lunga superiore a "Resistance". Molto interessanti e originali anche le liriche, che prendono spunto da una storia trovata su una rivista riguardo un concorso di bellezza che ha avuto luogo in un carcere femminile in Siberia e che riflettono sul continuo controllo e sulla manipolazione della donna da parte dell'uomo. A completare il poker d'assi è "The Lost Buoys", forse il brano più squisitamente pop e genuino, in memoria ravvicinata dei
Coldplay e dei
China Crisis, che si prepara alla competizione del "ritornello dell'anno" con tanto di "ooh-ooh-ooh" da far invidia a Chris Martin (il tutto però unito a un irresistibile basso
wave degno di Derek Forbes).
Toccante, anche se più lineare, la più acustica "Belongings", spogliata dai
layers e con un arpeggio pianistico ripetuto che si attorciglia in un
mood onirico particolarmente suggestivo, tra dream-pop e il
Wim Mertens più minimale. "A Piece Of String" - il brano che forse più di tutti tradisce l'origine del progetto come
one-man band, divenuta nel tempo un quartetto - riparte di nuovo da arpeggi esotici, su cui s'innestano ben presto una serie di scariche
dub-house che potrebbero tranquillamente scomodare
LFO e
Kode9, mentre Connelly ripete, quasi ossessivo, "Se tu cadi, io cadrò da un'altezza immisurabile". Un retrogusto folk circonda invece la suggestiva "Move To The Mountains", il cui martellante sostrato pianistico è abbracciato da pastorali aperture sintetiche non distanti dal
John Foxx di "The Garden". Qui fuoriescono in pieno gli Elbow, nel loro indie-pop dal sapore culturalmente variopinto.
Necessitano di qualche ascolto in più il crescendo ritmicamente vario di "11th Hour", dal sapore vagamente wave, e lo pseudo-
shoegaze "White Noise", nel complesso forse il brano meno riuscito, che apre all'insegna di rumorismi
glitch chiaramente ispirati dal
Fennesz di "Endless Summer", per proseguire poi sotto forma di droni, sui quali però lo sviluppo della canzone sembra tirato a forza, ben distante dall'equilibrio metasonoro di
Jesus And Mary Chain,
My Bloody Valentine o, più recentemente,
Whirr. La conclusione dell'album è affidata all'affresco ritmico "Fail Better", brano in cui spuntano fuori di nuovo, assieme a una citazione di Samuel Beckett (dall'opera "Worstward Ho" del 1983), gli Arcade Fire - stavolta quelli più "riflessivi" di "
Neon Bible".
Il disco è stato registrato con Graham Stewart, già impegnato con i Radiohead e Nigel Godrich ai tempi di "Kid A" e "Amnesiac" - una lezione che ritorna, vivida, anche qui specialmente nello stile
burroughsiano dei testi di Connelly, evocativi seppur talvolta al limite del
nonsense.
Un debutto folgorante per una band che pare essere in grado di promettere e mantenere contemporaneamente, con una serie di potenziali
hit che, ne siamo certi, saranno in grado di issarli a nuovi esponenti di un pop sofisticato e dalle mille incarnazioni, mai fine a se stesso e saturo delle più disparate coordinate sonore, "nuovo" nel suo riciclare con intelligenza praticamente di tutto.