Jonathan Wilson

Dixie Blur

2020 (Bella Union) | songwriter, country

Che Jonathan Wilson avesse una particolare ammirazione per quei musicisti che, nell'arco temporale che va dagli anni 60 agli anni 80, hanno reso la musica rock una leggenda, era cosa ben nota. Quel che molti non avevano inteso era che la sua attenzione si concentrava non solo sulla fascinazione strumentale ed estetica, ma ancor più sull'ineccepibile qualità delle composizioni, vere e proprie forme d'arte non solo musicale, ma anche letteraria.

Diciamoci la verità: quel che resta della musica rock sono le canzoni, quelle memorabili e ossessive sequenze armoniche e melodiche che, nonostante il passar del tempo, riescono ancora a dare un brivido e un'emozione, con la stessa intensità di una foto in bianco e nero o di una lettera scritta a mano. In passato, il musicista del North Carolina le proprie creazioni le ha vestite con le migliori suggestioni della musica di Laurel Canyon ("Gentle Spirit"), per poi proiettarle in una dimensione musicalmente più ricca e ambiziosa, ai limiti della psichedelia non solo americana alla David Crosby di "If I Could Only Remember My Name", ma anche quella tipicamente British dei Pink Floyd ("Fanfare"), fino alle meno apprezzate incursioni nell'immaginario anni 80 di Peter Gabriel e Talk Talk ("Rare Birds"), ma dopotutto erano canzoni, belle, ma canzoni.

Ed è proprio nell'unicità della scrittura di queste canzoni che Wilson primeggia e detta legge nel panorama del cantautorato contemporaneo. Ed è grazie al consiglio di uno che non gli è secondo in quest'arte, Steve Earle al quale si deve anche la scelta di registrare a Nashville, che il musicista ha deciso di donare alle sue ultime composizioni la veste più naturale e semplice possibile, affinché potessero arrivare direttamente al cuore e non solo alla mente dell'ascoltatore.
"Dixie Blur" non è dunque l'album della svolta country, come è stato salutato da molti critici, ma è solo un altro album del solito Jonathan Wilson che, al pari dei Byrds, può permettersi di adornarle come meglio crede, senza mai cedere il passo alla routine e all'ovvietà di molti suoi coevi.

Messe in fila con la grazia del suono di una steel guitar, di un piano senza troppi riverberi, di violini in preda a un'estasi country-folk e di ritmi che pulsano come il cuore di un vecchio e saggio leone, le quattordici tracce del nuovo album dell'eclettico e stimato musicista (Roger Waters lo ha tenuto con sé in tour per quasi due anni) sono tante piccole gemme di songwriting, destinate a lasciare il segno non solo tra i fan del musicista. Sia ben chiaro che non è la pur prevedibile maestria di Wilson nel trasformare poche note in un crescendo emotivo e intenso come pochi, ossia quello che avviene nell'incantevole "New Home" che regala un finale in perfetto stile Simon & Garfunkel, né la complessità di alcune sue intuizioni che arrivano a catturare tutta la magia dell'era psichedelica senza ricorrere a nessun trucco lisergico, ad esempio la pinkfloydiana "Oh Girl" che regala più di una sorpresa e di una variabile di stile (si va dai Beach Boys ai Fleetwood Mac), ma è la sorprendente capacità di rapportarsi con bluegrass, cajun e country senza cedere il passo alla prevedibilità ("In Heaven Making Love") che rende avvincente quest'ultimo artefatto.

"Dixie Blur" diventa così un altro prezioso affresco sonoro del musicista americano. Il raffinato tratteggio country di "Platform" è pura poesia, quasi un potenziale classico, ed è altresì geniale l'intreccio tra bluegrass e fingerpicking di "So Alive", una magia che era il pane quotidiano solo di autori come Fred Neil, e confesso che solo Wilson poteva indurmi a innamorarmi di un brano cajun-folk come "El Camino Real".
Per un lavoro così apparentemente semplice, ma forse più complesso di quanto abbia fino ad ora realizzato, il musicista ha chiamato un gruppo di musicisti di elevato calibro artistico: non solo Pat Sansone dei Wilco al banco di regia, come co-produttore, ma anche il violinista Mark O'Connor, che a memoria credo che manchi dagli studi di registrazione da oltre un ventennio, e un set di stimati sessionmen - Kenny Vaughn, Dennis Crouch, Russ Pahl, Jim Hoke, Jon Radford e Drew Erickson - che hanno reso possibile registrare tutto l'album dal vivo in studio, assecondando così la predilezione di Wilson per la masterizzazione in analogico, che ha da sempre giustificato la pubblicazione in vinile dei suoi progetti discografici.

Con "Dixie Blur", Wilson ha recuperato le sue origini musicali, non solo per la scelta di ritornare alla semplicità del country, ma anche per alcune liriche che sembrano ripescate da un vecchio diario, è infatti piena di ricordi e immagini del passato "'69 Corvette", una delicata ballata country alla Bob Dylan che racconta i giorni passati in compagnia dello zio e della musica di Bill Monroe, mentre le ombre della notte vibravano al suono di un banjo o del violino. Non è dunque un caso che l'autore recuperi una vecchia canzone scritta quando faceva parte della band Muscardine e ad essa affidi il calar del sipario, lasciando trasparire per la prima volta un briciolo di nostalgica melanconia ("Korean Tea").

Non creda il lettore che Wilson abbia rinunciato alla sua intelligente e raffinata architettura degli arrangiamenti: il tipico gusto noir mitteleuropeo riappare in "Pirate", la profondità monocromatica fa capolino nella intensa "Fun For The Masses", le vellutate atmosfere psichedeliche primeggiano in "Riding The Blinds" sfiorando la filosofia flower power in "Just For Love" (unico brano non scritto dal cantautore americano ma recuperato dal repertorio dei Quicksilver Messenger Service), ed è puro artigianato quello che l'esaltante intreccio tra Bruce Springsteen, Phil Spector e i Beach Boys modella nella trascinante "Enemies".

Qualcuno avrà a questo punto notato che solo una canzone è rimasta fuori da questa, spero non eccessiva, analisi, ma non perché sia inferiore a quanto finora descritto, né per il motivo inverso. Quel che rende importante "Golden Apples" è l'ordinaria semplicità, una qualità che descrive al meglio la musica di Jonathan Wilson: un autore dal tocco prodigioso che, con il suo nuovo disco "Dixie Blur", restituisce l'arte del cantautorato alla sua unica missione, regalare al pubblico canzoni da cantare e da non dimenticare.

(17/04/2020)



  • Tracklist
  1. Just For Love
  2. '69 Corvette
  3. New Home
  4. So Alive
  5. In Heaven Making Love
  6. Oh Girl
  7. Pirate
  8. Enemies
  9. Fun For The Masses
  10. Platform
  11. Riding The Blinds
  12. El Camino Real
  13. Golden Apples
  14. Korean Tea




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