Nature loves to hide
In questi giorni è stato annunciato “This Much I Know To Be True”, documentario in uscita nel 2022, diretto da Andrew Dominik sulle gesta artistiche di Nick Cave e Warren Ellis, i quali avevano musicato per il regista nato in Nuova Zelanda “The Assassination of Jesse James by the Coward Robert Ford” (2007). Dopo “One More Time With Feeling”, incentrato sulla lavorazione di “Skeleton Tree“, questa nuova opera si focalizzerà sugli ultimi capitoli discografici del Re Inchiostro, in cui il violinista membro dei Dirty Three e dei Grinderman ha assunto un ruolo di assoluto rilievo: se “Ghosteen” era siglato ancora insieme ai Bad Seeds, l’ultimo “Carnage” vede la firma dei soli Cave & Ellis.
Un binomio che prosegue spedito il percorso creativo anche nel mondo delle colonne sonore. Un percorso inaugurato nel 2005 con “The Proposition” – con attività extra-Bad Seeds presenti anche nel mondo teatrale – e che, anno dopo anno, è stato aggiornato con puntuale cadenza e un livello qualitativo degno del nome dei due autori.
Con “La Panthère Des Neiges” (documentario opera prima di Marie Amiguet, presentato a Cannes) Cave & Ellis tornano tra i ghiacci e la neve, ma in atmosfere e tematiche totalmente opposte rispetto a “Wind River” (2017), intenti ad accompagnare le gesta del fotografo Vincent Munier e dello scrittore Sylvain Tesson. Le loro colonne sonore coprono zone del globo sempre più vaste, arrivando fino all’altipiano tibetano e lasciando alle spalle le aridità di “Hell Or High Water“. Ecco così stagliarsi gli scenari dominati dal leopardo delle nevi.
L’atmosfera che aleggia su ogni pezzo è affascinante e a tratti inquietante, evocando qualcosa di alchemico che forse solo la natura può ispirare, con Ellis e Cave che esplorano chiaramente questa palpabile tensione che filtra nell’infinito conflitto tra il mondo umano e quello naturale. “L’Attaque Des Loups” incornicia alla perfezione tutto questo scenario, con il violino di Ellis così emblematico, in un continuo movimento che si tuffa e cade prima di librarsi verso il cielo. Lo stesso sentimento riaffiora nei glitch minimalisti di “Les Cerfs”, tra le note eleganti di pianoforte e le dolci linee del flauto o nei sussurri meditativi: “Where are you? Where are you?” che Cave utilizza a mo’ di liturgia in “Antilope”.
Avvolti in un’atmosfera quasi mistica, trovano spazio momenti giocosi (“La Bête”) e di tenera delicatezza (“Des Affûts Elliptiques” e “Les Nomades”), con organo, archi e fiati liberati a stendere una patina di raffinata sensibilità. La misurata melodia al pianoforte di “La Grotte” si sposa perfettamente con quella dell’onnipresente violino, avvolgendosi attorno ad esso prima di staccarsi, poi completando le divagazioni minimaliste di grazia cadenzata disegnate in “Les Princes”.
Le corde pizzicate in “Les Yaks” appaiono minacciose e per questo ancor più ammalianti, mentre “La Neige Tombe” risplende d’innaturale bellezza, grazie al contrasto tra gli archi e la voce penetrante di Cave, utilizzata in questo contesto come strumento per l’esplorazione della natura più selvaggia. Il canto dell’artista australiano appare volutamente sommesso in “Les Ours”, quasi a suggerire incertezza, l’indecisione di non voler modificare ciò che è rimasto invariato per così tanto tempo. Un’indicazione che si riscontra lungo i solchi di tutta la colonna sonora, una sorta di limitatezza sonora voluta e un umile riconoscimento del fatto che l’essere umano rischia di risultare un perfetto intruso su questo pianeta.
L’interazione tra permanenza e precarietà è abilmente tratteggiata in “Un Être Vous Obsède” e soprattutto “L’Apparition/We Are Not Alone”, dove la voce baritonale di Cave s’accartoccia nell’esaltazione dei versi: “I Was Observed And Unaware”, forse proprio per adagiarsi accanto ad alcuni degli animali selvatici che Munier cerca di scorgere.
23/01/2022
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