Non ci sono molti dubbi sul fatto che David Bowie sia stato una delle influenze cruciali per i Depeche Mode. Non tutti sanno, però, che fu proprio attorno a una canzone del Duca Bianco che, indirettamente, si coagulò il nucleo storico della band di Basildon. E non una qualsiasi, bensì la canzone che meglio di ogni altra simboleggia le atmosfere della trilogia berlinese realizzata dal dandy di Brixton assieme a Brian Eno: la sempiterna “Heroes”.
In sala prove a Basildon
All’epoca Vince Clarke, Martin Gore e Andy Fletcher erano già una band. Si chiamavano Composition Of Sound, avevano canzoni, sintetizzatori e una direzione sonora definita, benché acerba. Mancava però una figura centrale. Come avrebbe spiegato lo stesso Dave Gahan anni dopo ridimensionando qualsiasi lettura mitizzante: "Mi sono imbucato in questa band fin dall’inizio. Prima di me erano già una band – Vince, Fletch e Martin – e avevano bisogno di un frontman".
Gahan proveniva da un contesto sociale e personale complesso. Nato a Epping e cresciuto a Basildon, faceva parte di una famiglia della classe operaia. Il padre biologico aveva abbandonato presto la famiglia e il patrigno era morto quando Dave era ancora giovane. L’adolescenza del futuro frontman era stata segnata da comportamenti problematici, tra vandalismo e una reputazione da ragazzo difficile. In quegli anni si avvicinò prima al punk e poi al glam-rock, cercando nella musica un’identità. Frequentò il Southend Art College di Londra, una scuola di moda, senza l’obiettivo di diventare stilista, ma maturando un’attenzione quasi istintiva per l’immagine e per gli aspetti visivi. E un artista come David Bowie, con la sua estetica suggestiva e sfaccettata, non poteva non rappresentare una stella polare in quei turbolenti anni inglesi: "Bowie ha avuto un’influenza enorme su di me, da ragazzo. Ho imparato a cantare, a essere un artista, a scrivere canzoni nello stesso modo in cui lo faceva lui”, racconterà Gahan.
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Il contatto decisivo con i futuri Depeche Mode avviene una sera d’aprile del 1980. Gahan sta provando con un altro gruppo negli stessi studi utilizzati da Clarke, Gore e Fletcher, allora ancora sotto l’egida dei Composition of Sound. In una sala adiacente, durante una pausa, inizia a cantare "Heroes". Non è l’unico al microfono: si tratta infatti di una sorta di improvvisazione collettiva. Vince Clarke reste colpito da quella voce, alla quale riesce senza difficoltà il salto di ottava dell’ultima strofa che sfocia nell’ultima melodrammatica strofa: “Standing by the Wall”, in piedi davanti al Muro. Lì per lì, tuttavia, non riesce a indentificarne chiaramente il proprietario. Gahan avrebbe poi ricostruito l’episodio così: "Vince pensava di avermi sentito cantare ‘Heroes’ di David Bowie in una sala prove accanto, insieme a quest’altra band. In effetti la stavo cantando anch’io, ma c’erano anche un paio di altre persone. Eravamo tutti al microfono, semplicemente a improvvisare". Qualche giorno dopo Clarke lo contatta telefonicamente. "Quando mi chiese se fossi proprio io a cantare, risposi tipo: ‘Sì, ero io’. Non avevo nient’altro da fare", racconterà Gahan.
A quella telefonata segue un provino vero e proprio, in cui Dave mette in mostra una sicurezza vocale e interpretativa che convince immediatamente i futuri compagni. Con l’ingresso di Gahan, il gruppo cambia nome in Depeche Mode, ispirandosi a una rivista di moda francese. La voce calda di Dave Gahan entra così nel gruppo, che decide di abbandonare definitivamente gli strumenti acustici per dedicarsi a tempo pieno all'uso dei sintetizzatori e della musica elettronica. Il riferimento principale dei primi Depeche Mode sono decisamente i Kraftwerk, e il successo riscosso durante le prime esibizioni dal vivo fa cercare alla band una casa discografica che possa pubblicare i suoi primi lavori. Dopo l’Lp d’esordio – “Speak And Spell” (1981) – e il relativo tour, si consumerà la rottura tra Vince Clark (che fonderà gli Yazoo con Alison Moyet) e il resto della band, con Gore deciso ad assumersi il ruolo di songwriter e Gahan sempre più a suo agio nel ruolo di frontman: un dualismo che terrà in piedi la band inglese fino ad oggi, superando difficoltà, incomprensioni e mode musicali.
L'omaggio a "Heroes"
Ma il legame con Bowie e con “Heroes” non resterà confinato a quella – a suo modo – storica performance in studio. Tra il 1983 e il 1986 i Depeche Mode registreranno tre album agli Hansa Studios di Berlino, negli stessi spazi in cui il Duca Bianco aveva inciso "Heroes", nella Meistersaal affacciata sul Muro. In quegli anni la band di Basildon soggiornerà a più riprese a Berlino Ovest, tra le macerie della storia e una febbrile vita notturna, in cui era possibile incontrare artisti come Nick Cave e gli Einstürzende Neubauten. In quel periodo, gireranno anche il celebre video di “Stripped” prendendo a martellate carcasse di macchine a due passi dal Muro e dagli Hansa Studios. Gahan ha più volte chiarito il senso di quell’eredità: “Tante canzoni di Bowie hanno a che fare con l’alienazione, con il crearsi un altro personaggio per vivere attraverso di lui. Da quel che ho capito, Bowie è sempre stato un personaggio molto più che una rockstar. E anche il mio compito con i Depeche Mode è sempre stato quello di mettere un personaggio umano di fronte alla freddezza dello sfondo”, spiegherà il cantante inglese.
"Heroes" rimane dunque una presenza costante nella storia dei Depeche Mode. Fino a quando Gahan e compagni decidono di realizzare una cover del classico di Bowie, eseguendola nelle scalette live del Global Spirit Tour, in supporto del loro ultimo disco di inediti "Spirit". È una versione molto rispettosa dell’originale, con la chitarra di Martin Gore che ripercorre con cautela le celebri traiettorie create da Robert Fripp a Berlino, mentre sul grande schermo scorrono immagini in bianco e nero di una bandiera che si muove lentamente. Nell’ultimo passaggio, il più impegnativo, la voce di Gahan emerge sorretta appena dal battito regolare del sequencer. La cover viene anche registrata in studio nel 2017, per il quarantesimo anniversario del singolo, accompagnata da un videoclip diretto da Tim Saccenti, in passato già videomaker per Animal Collective, Run the Jewels, Squarepusher, Pharrell e Lana Del Rey.
"‘Heroes’ è la canzone più speciale che esista per me" - racconterà Gahan al New Musical Express - Bowie è uno dei miei artisti preferiti fin da quando ero un ragazzino. Ho sempre con me i suoi dischi in tour e la nostra cover di ‘Heroes’ è un omaggio nei suoi confronti". Gahan spiegherà anche quello che considera il valore simbolico del brano: "È una canzone piena di immagini. Il Muro, Berlino. È una delle canzoni che dentro hanno più speranza. C’è alienazione, ci sono differenze, ma c’è la possibilità di essere eroi per un giorno solo. Forse possiamo farcela a stare assieme".
Il giorno della morte del Duca Bianco, il 1° gennaio del 2016, Dave Gahan scoppierà in lacrime, come rivelerà al magazine Rolling Stone: “Avevo visto la notizia ma non ci ho creduto finché non è stata mia moglie a dirmelo. Sono scoppiato a piangere. Mia figlia mi vide, venne fuori e mi abbracciò fortissimo. Questa cosa mi colpì moltissimo. Una delle cose che più mi fa male è che tra tutte le volte che l’ho visto non sono mai riuscito a dirgli quanto la sua musica abbia significato e continui a significare per me”. Dave, infatti, era solito incontrare Bowie a New York, mentre sua figlia andava a scuola con Alexandra Bowie, la figlia di David e Iman.
Resterà però quell’eredità profonda – a partire da “Heroes” - a legare per sempre a doppio filo i destini del Duca Bianco e della band di Basildon.
14/12/2025