07-08/07/2005

Neapolis Festival

Napoli, Napoli


di Piero Merola
Neapolis Festival

Nei due giorni gli organizzatori del Neapolis Festival, l'unico festival del Sud Italia che in nove anni di vita, si è sempre mantenuto su standard oltremodo decenti, hanno voluto osare. Concentrati, in due serate e tre palchi, giovani promesse della scena indie italiana, nomi ricercati della scena indie internazionale e grandi classici. Il minestrone è reso commestibile da scalette studiate al minuto. Scalette che finiranno sempre e comunque per scontentare qualcuno. Come gli Afterhours che non se la sentono di suonare al di fuori dell'arena in contemporanea con i Kraftwerk e giustificano la loro defezione tirando in ballo contratti fasulli e promesse mancate. Quando invece i Kasabian accettano di buon grado l'ingrata situazione di dover suonare, per via dei vari ritardi accumulatisi, dinanzi a meno di mille spettatori alle due di notte. E dire che è il giorno dell'inaspettata catena di attentati nel cuore della City.

7 luglio

Gli A Toys Orchestra giocano in casa, o quasi. Vengono da Salerno e, con il loro secondo lavoro “Cuckoo Boohoo”, si sono ormai affermati come uno dei nomi più seguiti del panorama indie italiano. Con il loro approccio lo-fi tra Calexico e Grandaddy, intuizioni sperimentali alla Blonde Redhead e ottime aperture melodiche che ricordano gli Sparklehorse, riescono a coinvolgere subito i pur pochi presenti con la schizofrenia di "Panic attack #1" e la voce fiabesca e ammaliante di Ilaria nella sognante "Locomotive”. L’altra voce, Enzo, dal timbro più beatlesiano e melodioso, guida la malinconia suburbana di ”Peter Pan sindrome”, arrangiata con un’apprezzabile originalità, tra tastiere e effetti futuristici. Di ben altro tenore la saltellante ironia post-grunge di "Modern Lucky Man”. Saranno famosi.

E’ quindi il turno dei Battles, quartetto fondato da John Stanier, glorioso batterista di Helmet e Tomahawk, in grado di realizzare tre Ep e un Lp in meno di dodici mesi. Per un post-rock la cui sperimentazione è portata all’estremo della destrutturazione della forma canzone con suite strumentali guidate dalla batteria incontenibile del leader John (non a caso la batteria, con un piatto che cattura l’attenzione di tutti, perché montato a un’altezza improponibile...), in un tappeto groove di funky-dub e una particolarissima tastiera acida quanto un Hammond. Da segnalare la malata "Dance” e la zappiana (negli intenti) "B + T”. Il problema è la monotonia che viene fuori per via dell’inevitabile limitatezza della tastiera-voce. Con un buon cantante sarebbero un gruppo da seguire con maggiore attenzione.

Sulla copertina della recente raccolta dei canadesi Nomeansno si legge "How fucken old are NoMeansNo? Give it up grandads!" (Quanto cazzo sono vecchi i NMN? Dateci un taglio, nonni!), all’insegna dell’autoironia. Ed è davvero impossibile non sorridere nel guardare questo trio di ultracinquantenni un pp' attempati, più che brizzolati, dimenarsi come dei ventenni nel loro post-punk con suggestioni hardcore, funk e garage. Grande energia unita a una grande tecnica. Ma anche loro dopo mezzora perdono idee e originalità.

I Piano Magic, da dieci anni, producono lavori di ottimo livello restando immeritatamente nella dimensione dell’underground. Il recente “Disaffected” è uno dei lavori in assoluto più validi di questi primi sei mesi di 2005. La voce di Glen Johnson ha un timbro molto magnetico ed espressivo che non può non richiamare alla mente quella di Gore. Ma il rischio di sembrare un’altra delle band figlie illegittime dei Depeche Mode è eluso con intuizioni melodiche tra shoegaze e Bark Psychosis. Atmosfere molto evocative e notturne, dalla crepuscolare (quanto mai adatta all’orario) "You Can Hear The Music” nelle sue improvvise esplosioni finali da brivido che svaniscono evanescenti nella notte. "Night Of The Hunter”. Di una bellezza opprimente. ”Love & Music” è invece un dream-pop meno tetro che seduce subito, anche chi non ha mai sentito parlar di loro. Concludono in tradizione post-rock con feedback e interminabili dilatazioni. Davvero coinvolgenti.

Ci sarebbe da fermarsi per godersi la botta, ma non c’è tregua. Bisogna subito spostarsi nell’arena dove l’esibizione dei Resina, noti soprattutto per la mente elettronica dei 99 Posse, Marco Messina, e le sue manipolazioni tra trip e psichedelia, sta per volgere al termine.

Perché dopo tocca a loro. I Kraftwerk. I veri eroi della serata. Ralf Hütter, Florian Schneider (i fedelissimi) Henning Schmitz e Fritz Hilpert. Il quartetto di Dusseldorf che ha sconvolto la scena musicale degli anni 70 reinventando il pop con la rigidità, il minimalismo, la precisione e la ripetitività del linguaggio elettronico. Il riflesso di una società in cui già da allora l’uomo iniziava inconsapevolmente a perdere la propria individualità in un’esperienza umana ridotta alla stregua dell’esperienza di una macchina. E quale inizio migliore se non "The Man Machine”? Introdotta dall’inquietante voce robotica che li ha resi unici e inimitabili, mentre una dopo l’altra appaiono sul sipario le ombre dei quattro androidi. Si apre il sipario. L’arena è ormai stracolma. Ed è delirio. Abito nero e cravatta. Postazioni abbinate all’abbigliamento che lasciano intravedere solo i monitor dei loro computer. Il resto della strumentazione resta un mistero. Dietro di loro un megaschermo con dei giochetti visivi che scompongono, incastrano e incrociano il titolo della canzone. E’ solo l’inizio della lunga ipnosi audio-visiva. Si segue la scaletta del live "Minimum Maximum" uscito poco tempo fa, che cerca di raccogliere le fasi salienti della loro lunga carriera. Le suggestioni più dance, melodiche e patinate, dalla cybernetica "Planet Of Visions” passando per le tre reprise di "Tour De France” alla vintage e decadentista "The Model", con una cura delle immagini che scorrono nello schermo sempre essenziale e di grande impatto emotivo. Come nella pulsante elettronica di "Vitamin”, dove il testo si alterna a una riproduzione ossessiva di pillole e pasticche quanto in "Numbers” dove sono però le cifre e i numeri a rappresentare l’unità da scomporre e decomporre. Immancabile l’attesissima cavalcata autostradale di "Autobahn". "Wir fahren, fahren, fahren auf der Autobahn", che molti stravolgono cantando FunFunFun. Ma va bene comunque, perché c’è sì chi reagisce allucinato, ma c’è anche chi balla e si dimena come neanche nella peggiore discoteca di Posillipo...
Il tema dei viaggi è ricorrente, nel futurismo della suggestiva traversata della locomotiva del "Trans Europe Express” dagli Champs Elysee di Parigi ai bar notturni di Vienna, fino alla natìa Dusseldorf tra improbabili incontri con Iggy Pop e David Bowie. "Radioactivity” è il momento più angosciante con la voce robotica rievocativa e inquisitoria.
Il suono, neanche a dirlo, privo della benché minima sbavatura, si mantiene sempre su eccellenti standard di pulizia e intensità. Alla riapertura del sipario in "The Robots” entrano in scena gli scheletrici manichini mentre la lunga coda finale è tutta da ballare sull’emblematica "Music non stop”. L’ossimoro della freddezza dell’elettronica resa calda e viva.

Gli Lcd Soundsystem hanno sfoderato uno dei dischi più godibili della recentissima scena internazionale. Il loro cocktail di acid-house, perversioni post-punk e caotiche contaminazioni metropolitane in stile Liars lascia nel segno. Loro furbamente attendono la fine del bis dei Kraftwerk prima di salire sul palco. Drum machine, kit di percussioni di invidiabile varietà e in una sequenza senza respiro tutti i brani dello scintillante album d'esordio. Anche i più assonnati e frastornati (dai Kraftwerk) non possono restare fermi. Dalle ipnosi opprimenti di "Beat Connection” alla discotecara "Tribulations" è un continuo sussulto. I più resistenti e allenati danno vita a un confuso ma convintissimo pogo sulle schizzatissime "Movement" e "Give It Up". Immancabile il potenziale tormentone televisivo "Daft Punk Is Playing At My House". Per i più scettici James Murphy si rivela un cantante degno di tale definizione. Una voce vibrante, interpretata in chiave soul psichedelico. Trascina con carisma l'esibizione sino al tunnel senza uscita di "Yeah".

Ma non è finita qui. Ultima band a salire sul Metropolitan Stage, i Kasabian . Dopo l’interminabile soundcheck guidato dal backliner più tartassato della serata, per via dell’età più che della flemma inglese ("Tornatene ai NoMeansNo! Nonno! Va’ in pensione!"). Per qualche problema tecnico saranno costretti a eliminare quattro brani dalla scaletta. Riescono comunque a chiudere bene la lunghissima maratona di questa prima giornata. Lo show è aperto dall’interludio "Pinch Roller”, che introduce la torbida "I.D.” dove a mantenere la scena è il poderoso basso di Chris Edwards, sicuramente il meno appariscente tra i bellocci della compagnia. Sempre sospesi tra Primal Scream, brit e personali intuizioni elettroniche, si alternano alla voce il timbro più pop e adolescenziale di Tom Meighan e quello più rabbioso e deciso del chitarrista e compositore Sergio Pizzorno (origini chiaramente italiane e autore di tutti i brani). Il sapore di già sentito è palese nell’involontaria cover di “Just” dei Radiohead che è "Cutt off” o nell’intermezzo rubato a “Three Imaginary Boys” nella ritmica avvolgente di "Processed Beats”. Il tormentone televisivo della serata (quello vero) "L.S.F." lo riconoscono tutti. Decido che non sono solo Mtv, plagi e pubblicità. E’ fuori discussione che per essere degli esordienti abbiano scritto canzoni con melodie molto efficaci. Si pensi alle trascinanti "Reason Is Treason” e "Club Foot”.
Da aggiungere, poi, che almeno loro, inglesi di Leicester, si siano ricordati di ricordare. L'apparentemente spensierato beat post-moderno di "Test Transmission" è dedicato a Londra. Ma lo spettacolo deve continuare.

8 luglio

Gli Hood sono un altro gruppo che si presenta al Neapolis con all’attivo dieci anni di carriera, quasi da perfetti sconosciuti, e, soprattutto, un gran bel disco di recente produzione, “Outside Closer”. Atmosfere dilatate, spaziali, eteree. Ricordano da vicino i Radiohead più sperimentali e gli Air. Nonostante diversi inconvenienti tecnici e un orario non adatto a vibrazioni di questo genere, fanno la loro figura. La modestia dei rossi fratelli Chris e Richard Adams poi lascia il segno e non può che essere ripagata con applausi di incoraggiamento e approvazione. Ottima vena melodica, ripescano vecchi brani presentandone di nuovi, tra cui spicca su tutti l’irresistibile "The Lost You”.

Per i Marlene Kuntz la situazione non è delle più privilegiate. Suonare parte del concerto in contemporanea con Tom McRae e l’altra metà in contemporanea con Tori Amos... E, come se non bastasse, c’è già chi inizia a prendere i posti migliori all’interno dell’arena per il gran finale. Ma a loro importa poco. Puntuali, senza giochetti e ritardi strategici, salgono sul palco. Un’altra dimostrazione di umiltà per chi ancora avesse qualche dubbio sugli atteggiamenti di Cristiano e compagni. La nuova formazione con Gianni Maroccolo al basso e Rob Ellis alle tastiere è ormai affiatata, e, dopo l’usuale introduzione di "Bellezza” si inizia a spingere sull’acceleratore con l’incontenibile "Canzone di domani”, accolta da un’ovazione quanto gli altri due brani della prima parte del concerto ripescati da “Catartica”, la violenta "1°2°3°” e l’immancabile "Festa mesta”, ormai rallentata in una ritmica quasi new wave che tuttavia non frena il consueto pogo scatenato del pubblico. Cristiano e Riccardo torturano le chitarre come ai tempi in cui era risaputo facessero solo noise. Un po’di nostalgia c’è. Menzione particolare anche per "Primo maggio” e "A fior di pelle” che, se in album faranno pure storcere il naso a qualcuno, dal vivo fanno scintille. Le nuove suggestive "Amen” e "Il solitario” aprono la seconda parte, più trattenuta. L’innesto di Rob Ellis si rivela sempre più decisivo negli arrangiamenti, la voce è al top, la sezione ritmica non fallisce un colpo. I classici "Nuotando nell’aria” e "Ineluttabile” di un’intensità e una carica emotiva ritrovata. Ma il momento migliore deve ancora arrivare. "E poi il buio” (Questo è un brano particolarmente adatto a questo momento della giornata) e ”Schiele, lei, me” (senza basso e batteria). I dieci minuti più emozionanti dell’esibizione. Cristiano, teatrale da lasciare senza fiato, urla, gesticola, si dispera. Magari Nick Cave ha mantenuto la promessa di andarli a vedere dopo il suo soundcheck nascosto chissà dove, e lui ce la mette tutta per dare una prestazione coi fiocchi agli occhi del suo dichiarato modello.
Ma il pubblico vuole tornare a saltare. E arrivano travolgenti più che mai "Cenere” prima, ”Sonica” poi, proprio a ribadire questa ambivalenza dei Marlene. Chiude la notturna "L’inganno”. Per motivi di tempo salta il bis. Ci si aspettava un’apparizione speciale di Warren Ellis (il violinista di Cave che ha collaborato in “Senza Peso”), ma il grande stato di forma di un Cristiano ispiratissimo cancella presto la delusione. Ritrovati.

Tori Amos sembra voler fare sempre tutto di fretta. Fin da quando, quasi umile e intimidita, fa la sua apparizione correndo sul palco. Abbigliamento più consono a una festa in giardino che a un concerto. Si esibisce senza collaborazioni. Lei. Il suo sgabello tra piano e organo. Il set è come da previsione aperto da "Original Sinsuality", uno dei (pochi) brani più riusciti dell'ultimo "The Beekeeper". Ma il suo inconfondibile timbro che si plasma con gli austeri giochi di luce crea subito un’atmosfera magica. Il volume è un po' bassino, in molti pensano più a trovare i posti migliori per ciò che seguirà, ma lei, impassibile e molto professionale, sembra non accorgersi di nulla. Per fortuna arriva "Crucify". E poi "Sweet The Sting" e "Amber Waves". Ammaliante. La serata viene impreziosita da una chicca. Il sussurrato remake di "Purple Rain" di Prince. Non appena scandisce il celebre ritornello applaudono tutti. Lei ci fissa. Probabilmente comprende la situazione e cerca di concludere la serata nel migliore dei modi. Arrivano sognanti "Cars And Guitars", "Spring Haze" e "Barons Of Suburbia". Non c'è tempo per l'ultimo applauso che già lei si dilegua velocemente lasciando spazio all'eroe della serata.

L’arena è in fibrillazione già all’ingresso in scena dei tre semi cattivi che accompagnano Nick Cave nelle solo-performance. Warren Ellis (leader dei Dirty Three) al violino, Jim Sclavunos (ex-Sonic Youth e Cramps) alla batteria e Martyn P. Casey al basso. Quando Re Inchiostro fa capolino nel furore introduttivo della ballata "West Country Girl” riletta in chiave diabolica, la fibrillazione diventa un esagitato entusiasmo misto a soggezione. Perché essere a pochi metri da un altro personaggio fondamentale della musica dell’ultimo ventennio, nonostante un certo distacco sia accentuato dall’eccessiva distanza tra cavea inferiore e palco, è un’esperienza quasi mistica.
"Abattoir Blues” placa l’agitazione, ma si prevede una continua altalena di atmosfere. Lui sfodera alla grande le sue qualità di bluesman. E il suo peculiare timbro quasi baritonale come nel thriller "Red Right Hand”, dove improvvisi sussulti noise guidati da secchi colpi sulla tastiera del suo pianoforte sono dei flash allucinanti. Sussulti che si riassestano riportando la ritmica nel torpore notturno. Sempre seduto e, apparentemente, tranquillo offre una disperata "Wonderful Life” che esplode nel finale tra i fendenti dell’imprendibile violino. Ci si aspetta la tempesta, ma arriva uno dei momenti più romantici e rilassati. "Babe, You Turn Me On”, dedicata a sua moglie Susie. Perché è d’obbligo ricordare che la vita di eccessi e sregolatezza tra Londra e Berlino è solo un vecchio, ammonitorio ricordo. Cave è ormai un marito fedele, con moglie e figli, con un personale percorso mistico tutt’altro che strumentale e artificioso. La svolta introspettiva iniziava con "The Good Son" da cui ripesca la lirica "The Ship Song”e "The Weeping Song”, dove si sopperisce all’assenza nel controcoro di Blixa Bargeld con il violino narrante di Ellis, sempre ricurvo, con le spalle al pubblico, preso da quello strumento che sembra proprio parte di lui. Nick sente la lontananza del pubblico. Tra i due capolavori, per interpretazione e atmosfera della prima parte dell’ultimo album, "Messiah ward” e ”Cannybal’s Hymn”, inserisce la sommessa ”Rock Of Gibraltar” (è curioso vederlo stringere un foglietto in mano dove, come il più inesperto degli esordienti, legge il testo corretto e riveduto) e cerca di avvicinarsi alla folla. Qualcuno riesce a scavalcare lanciandosi verso il palco. La sicurezza dapprima non interviene, poi si fionda sul palco per allontanare un ostinato invasore. Lui risponde con un sarcastico "Take it easy, brothers". Ciò fa perdere un po’ di atmosfera, recuperata subito con un’altra rielaborazione, questa volta della leggiadra "Henry Lee”, trasformata in un canto spietato e macabro. Accolta da un boato la funerea "The Mercy Seat”, impreziosita dall'affranta desolazione di "Mercy” che la introduce. Disperata. Toccante. Angosciante. Manca il fiato. Nell'arena scende un silenzio spettrale. Sembra esplodere da un momento all’altro, invece svanisce legandosi a una delle composizioni recenti più acide e graffianti: "Hiding All Away”, dove il blues incontra il noise più torbido e perverso.
In "God Is In The House”, uno dei brani più rappresentativi della svolta mistica, chiede il silenzio. La voce sembra singhiozzare nel finale sussurrato. "Hallelujah". Eclettico più che mai nella sua varietà di timbri, si conferma davvero come uno dei migliori cantanti viventi. La tregua non può durare a lungo. Il ritmo tribale degli assatanati Jim e Martyn introduce il caos apocalittico di "Tupelo”. Lui, smilzo e agile come se non fossero passati vent’anni, si dimena e salta da una parte all’altra del palco. Un furore collettivo che annebbia la mente.
Il bis è aperto da "The Lyre Of Orpheus”, dove chiede l’aiuto del pubblico nel controcoro "Oh mama". Poi una "Stagger Lee”, molto rallentata, che lascia a dire il vero un po' l’amaro in bocca. Ma è di consolazione lo straziante assolo conclusivo dove l'Hendrix del violino continua a stupire, arrivando a suonarlo come se fosse una chitarra. Poi dei rintocchi coordinati di basso, piano e batteria per gli ultimi brividi. E’ la cattivissima ipnosi di "Jack The Ripper”. L’accompagnamento avvolgente dei tre semi cattivi plasma con la voce un fuoco impazzito per un’atmosfera da incubo. E’ l’ultima tempesta prima della quiete finale. Il furore collettivo diventa anestesia. Un virus che blocca i sensi. Per riprendersi dallo stordimento, e non è retorica, ci vorrà un bel po' di tempo. Solo chi ha visto almeno una volta Nick Cave dal vivo può capire.

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