Slayer

Slayer

Nel regno del metal estremo

di Alessio Belli

Un nome, un simbolo, una leggenda. Prima del tour d'addio, ripercorriamo la storia degli Slayer, formazione tra le più importanti della storia del metal, madre di alcuni sottogeneri e sovrana della corrente estrema

Introduzione: Il processo

In un immaginario processo definitivo, da una parte avremmo l'accusa: stuolo di voci inorridite contro inneggiamenti al Maligno, brutale violenza, antiumanità, apologia di nazismo e blasfemia. Gli sviluppi dell'omicidio Elyse Marie Pahler o i vespai fomentati da "Angel Of Death" fino a God Hates Us All e Christ Illusion aiutano concretizzare la scena. Dall'altro lato la difesa, intenta a controbattere mostrando una discografia e una storia unica, lunga più di quarant'anni, perno imprescindibile del metal. Il verdetto?

1981-1985: L'inferno aspetta

1981: Los Angeles, zona sud, Bay Area. Il Signor King propone al figlio Kerry di iniziare karate o suonare uno strumento musicale. Per tenersi lontani dai guai ci vuole un hobby. Il giovane sceglie la seconda opzione. Genio della matematica - finché non conosce il gentilsesso - Kerry è nei Quits insieme al maestro di chitarra. Incontra un coetaneo devoto all'hardcore: viene da una famiglia di veterani di guerra e si chiama Jeff Hanneman. Le prime prove sono nel garage del loro batterista, un certo Dave Lombardo. Manca solo Tom Araya. Lavora come respiratory therapist, è nato in Cile, ma a cinque anni si trasferisce con la famiglia - molto religiosa – negli Stati Uniti. Suona nell'altro gruppo del maestro di chitarra di King e quando il progetto si scioglie, quest'ultimo gli presenta il resto della combriccola. Aray accetta il ruolo di cantante e bassista. Provano il south-rock dei Lynyrd Skynyrd e pezzi degli idoli heavy metal, Judas Priest in primis, optando per brani più ricercati come "Steeler" e "Desert Plains". Ora serve un nome che incuta timore, da urlare come un grido di battaglia. Slayer suona bene: potrebbe anche essere l'acronimo di Satan Laughs As You Eternally Rot...

Primi anni 80: nelle viscere dell'hardcore a stelle e strisce, quelli che la storia ribattezzerà The Big Four - Anthrax, Megadeth, Metallica e Slayer - forgiano il thrash metal, in cui la velocità e la durezza dei riff si fondono al potente uso della batteria, intenta a seguire con la doppia cassa le cavalcate delle sei corde. A seconda dei gruppi vi sono caratteristiche ben delineate, ma il riassunto è: “Se l’heavy metal è la legge, il thrash metal è il braccio violento della legge”. Intanto in Germania, Sodom, Kreator e Destruction segnano indelebilmente il percorso della corrente estrema del genere. Una tempesta è in arrivo anche negli Usa?
Mentre i Metallica salgono sul palco con t-shirt e jeans, gli Slayer si truccano il viso, indossano abiti di pelle, chiodi e uncini, circondati da croci rovesciate. Il logo sarà la Slaytanic Wehrmacht: un'occhiata e i riferimenti si colgono al volo. Una delle prime foto promozionali li immortala ghignanti e armati sopra una giovane ragazza seminuda ricoperta di sangue (è Kathryn, futura moglie di Hanneman): la pacata risposta al glam-metal dominante. Live sono clamorosi: fanno da opening ai Bitch e tra il pubblico c'è Brian Slagel della Metal Blade. Rapito dalla performance, li vuole nel terzo capitolo della compilation Metal Massacre. Gli Slayer accettano e incidono "Aggressive Perfector", primo passo ufficiale contenente già il "patrimonio genetico", in seguito inserito anche come bonus nell'Ep Haunting The Chapel.
Grazie ai soldi stanziati da Araya e dal padre di King (a quanto pare approvò l'hobby scelto dal figlio), il gruppo pubblica nel 1983 l'esordio Show No Mercy.

Dormono ancora dai genitori, ma hanno le idee molto chiare. Le coordinate visive e musicali sono esplicite: un pentagono fatto di spade in copertina accanto un Baphomet/Satana guerriero. Impatto grezzo, come la musica, fusione tra hardcore e metal. Veloci e pesanti. L'influenza dei padri si sente: Iron Maiden, Judas Priest, Mercyful Fate; Black Sabbath e Venom per l'anima occulto/luciferina. Non è mero plagio: mai sentita tanta malvagità. Le pecche: produzione scadente, testi adolescenziali che invece di spaventare fanno sorridere, impeto a discapito della creatività. Eppure, con l'urlo di "Evil Has No Boundaries", gli assoli che dominano "The Antichrist" e gli l'instant classic "Die By The Sword" e "Black Magic", i semi del male sono piantati... e pronti a germogliare. Come il montaggio di Thelma Schoonmaker nei film di Martin Scorsese, un anno dopo l'esordio - bocciato dalla critica, accolto da un buon successo commerciale - la band compie un repentino passo avanti nella diabolica battaglia.
Non si tratta più di mostrarsi senza pietà, ora bisogna assaltare i luoghi di culto: Haunting The Chapel! Finanziati da Slagel e ben prodotti da Bill Metoyer (fedele devoto, sicuro di finire all'inferno per aver preso parte all'opera), i brani dell'Ep acquistano maturità e fascino perverso. La punta dell'arma inizia ad affilarsi, i bersagli sono più a fuoco, delineando una tripletta che farebbe la fortuna di svariati gruppi: "Captor Of Sin", "Chemical Warfare", "Haunting The Chapel".
A pochi mesi dalla pubblicazione, seguirà il primo live album: Live UndeadMa è con il secondo disco in studio che le cose iniziano a farsi dannatamente serie.

Siamo nelle viscere dell'inferno. Hell Awaits è composto da canzoni più lunghe e complesse, senza togliere - sembra impossibile, non per loro - un grammo di pesantezza e cattiveria. Un incubo di zolfo e fiamme popolato da dannati, vampiri e necrofili pronti a darci il benvenuto nei messaggi reverse e non ("Welcome back" e "Join us") dell'omonima traccia iniziale. E' la quintessenza del suono targato Slayer: atmosfere cupe, tematiche oscure sorrette dai riff lenti e poi bruscamente veloci, con uno stile caratterizzato dalla perfetta unione tra punk/hardcore e metal: commistione che porterà poi al grindcore. Un brano per far capire agli ascoltatori-lettori la grandezze dell'opera? “At Dawn They Sleep”, perfetto riassunto di ciò che faranno negli anni a seguire. Sette brani per il primo grande classico, in cui spiccano "Kill Again" e "Necrophliac", tra i contenuti più destabilizzanti di sempre:

To fuck this sinful corpse
My tasks complete the bitch's soul
Lies raped in demonic lust
Her stomach bursts the casket breaks
The seed has taken form
A writhing shape of twisted flesh
The Devil's child is thrown
Hungry for the smell of Death

Togliamoci il pensiero affrontando la questione Slayer-satanismo. Il sodalizio rock-musica del demonio è nelle radici e nella storia del genere: cosa rende gli Slayer diversi o perlomeno così peculiari riguardo la questione? I quattro hanno avuto sicuramente grande visibilità: il loro periodo satanico - dal 1983 all''86, con qualche sprazzo nell''87 - combacia proprio con il vertice dell'hype del thrash (genere che non ha mai avuto a che fare con Belzebù e dintorni). Gli 80's americani sono gli anni del satanic panic, guardate il periodo coperto dal caso McMartin: ciò molto probabilmente ha gettato la formazione in un contesto sociale e mediatico molto sensibile.
Sia chiaro, non è che gli Slayer fossero degli angioletti, tutt'altro. Se prendiamo l'oscuro occultismo dei Black Sabbath e i nomi della
First Wave of Black Metal, i californiani aggiornano concetti e aspetti, estremizzandoli e rendendoli più concreti, minacciosi e terrificanti. Hanno sempre dichiarato di non essere mai stati satanisti - Araya si professa cattolico! - o affini e che la veste diabolica dei lavori serve a renderli più appetibili e intriganti: "Volevamo spaventare la gente di Hollywood!". Amano l'horror ma da qui a essere adepti di La Vey ce ne passa. Intanto nel 1985, dopo aver realizzato il sogno di andare in tour con i Venom, si chiudono in studio per registrare - stando alle loro parole - i "primi dieci pezzi che avevamo pronti"...

1986-1990: Regnare nel sangue

Reign In Blood
: uno dei lavori più importanti, amati e seminali della storia della musica, in grado di cambiare la vita a legioni di fan e musicisti, del "giro" metal e non solo. Il più grande disco thrash nonché l'album più estremo di sempre? Sì. E' il 1986, gli Slayer "spiano" i lavori dei Metallica per fare sempre qualcosa di più rapido. In scena entra Rick Rubin, quello che nel video di "Fight For Your Right (To Party)" dei Beastie Boys ha la maglietta degli Slayer. La Def Jam - co-diretta insieme a Russell Simmons - è l'Etichetta dell'hip-hop: la cosa non spaventa troppo la band: sono molti più vicini ai Public Enemy che ad altri colleghi del settore... L'incontro tra i due mondi è cruciale: Rubin li convince a lasciare la Metal Blade e sprona gli aspetti compositivi più innovativi e quando la Columbia Records si rifiuta di distribuire il disco, il produttore fa in modo che se ne occupi la Geffen (la quale però non lo inserirà nel catalogo).
Nella produzione di Rubin ogni dettaglio viene portato verso la precisione più spietata, senza venir meno alla crudele struttura dei brani: un pugno che in 29 minuti colpisce l’ascoltatore mandandolo al tappeto. Prima di addentrarci in Reign In Blood, ampliamo la tematica dei testi. Violenti, estremi, spesso insostenibili, tali versi hanno distrutto e sbattuto in faccia al pubblico ogni tipo di tabù e tematica scabrosa e/o delicata. Potremmo dividere l'universo testuale Slayer in queste macro-aeree:
-Guerra/nazismo: composte da Hanneman
-Satana/declino della società/ guerra alla religione: King (tema satanico già affrontato in "Hell Awaits")
-Serial killer, depravazioni umane e termini medici: Araya
Gli Slayer calcano la mano nell'affrontare tali tematiche, ma sempre in maniera scaltra e narrativa, consapevoli che giocare con tali argomenti giova all'immagine e all'alone malvagio. La battaglia è contro l'oppressione e l'ipocrisia dei credi religiosi: un argomento che affronteremo in seguito, in album dedicati ancora più esplicitamente alla questione. Riguardo il tema guerra/nazismo, gli Slayer descrivono senza mai schierarsi, usando una terminologia fatta di parole come bisturi. C'è una cronaca, uno sviluppo (Hanneman paragona i suoi testi ai documentari di History Channel), mai un inneggiare. Ciò non ha evitato polemiche e processi: ma basti vedere cosa capitò ai Blue Oyster Cult con “ME 262” per capire con quanta profondità spesso si affronti la questione.
Il Dottor Joseph Mengele, l'"Angel Of Death", è definito infame e il laboratorio (Auschwitz) è il significato del dolore, eppure soltanto nominarlo equivale a schierarsi. Che poi la band abbia sempre usato una simbologia controversa per la propria immagine - ricordate il logo? - riporta il discorso a inizio capitolo. Musicalmente, "Angel Of Death" è il degno opening di un'opera epica: ancora oggi ci scuote fin dal profondo, elargendo con quell'intro e l'urlo di Araya una scarica incredibile che verrà tenuta ad alti livelli dalle successive staffilate di "Piece By Piece" e "Necrophobic".
“Enter to the realm of Satan!” esclama Araya in uno dei passaggi più indimenticabili, “Altar Of Sacrifice”. Un reame anche più terrificante dell'inferno dell'opera precedente: un'orgia di cannibali, sacerdoti neri, streghe, epidemie, “Criminally Insane”. Una carneficina sonora che ha contribuito alla nascita del death metal senza ombra di dubbio: le radici hardcore/punk sono ancora ben presenti, basti notare la durata della maggior parte dei brani e le sfuriate di King/Lombardo/Hanneman, che portano la schizofrenia a livelli massimi.
"Raining Blood" in conclusione e "Angel Of Death" resteranno sempre il miglior modo per far uscire quanto di più viscerale ci sia nell’animo. Il detto giustamente afferma che di qualsiasi evento ci si ricorda la prima e l'ultima parte: in questo caso, già da soli i due brani avrebbero rivoluzionato, come l’intero Reign In Blood poi ha fatto, lo spettro musicale futuro. Le timbriche sonore dei Marshall hanno da sempre caratterizzato il loro sound (al contrario dei Metallica, che tendevano a chiudere i medi dell’equalizzazione preferendo i Mesa come amplificatori): gli Slayer puntano proprio su quelle determinate frequenze per uscire maggiormente, data anche l’accordatura più bassa rispetto allo standard E, caratteristica che diverrà predominante negli anni successivi.
Dave Lombardo dal canto suo è stato il più punk tra i batteristi del Big Four, sia come attitude che come suono. Solo il break fill di "Angel Of Death" ha reso il ruolo delle percussioni nel metal sempre più protagonista, facendo capire che il batterista sarà pure quello dietro a tutti sul palco, ma che senza tale energia sarebbe impossibile raggiungere il risultato di "Raining Blood": a detta di molti, la canzone più bella degli Slayer. E non solo.

La pellicola prosegue. Nell'87 si registra il primo - e alquanto rapido - abbandono di Lombardo (sostituito da Tony Scaglio), mentre Rubin convince la band a comporre una cover di "In-A-Gadda-Da-Vida" degli Iron Butterfly per sondare eventuali sbocchi radiofonici: ascoltate il risultato prima di commenti azzardati... 1988: tolte chiacchiere, polemiche e dibattiti, i trucchi, le foto e gli effetti scenici, ci si rende conto che gli Slayer sono quattro grandi musicisti, pieni di talento e intelligenza. Non si può concepire nulla più veloce di Reign In Blood e per il nuovo lavoro cambiano approccio.

South Of Heaven appena uscito scontentò un po' tutti, ma gradualmente si è imposto come uno dei capolavori della band – molti lo reputano addirittura il disco migliore - e un caposaldo del metal. Passaggi più lenti ma zuppi di malvagità, scorci più aperti e melodici per canzoni in cui il suono arriva aggressivo e puro.
“South Of Heaven” riporta subito all’orecchio quella forma classica per gli Slayer di comporre riff con vari movimenti cromatici e l’uso spesso spasmodico dei tritoni, tanto da ricordare subito il riff di “Raining Blood”, ma suonato su un altro set di corde, a cui segue “Silent Scream", riferito all'urlo silenzioso di un bambino mai nato. Siamo in un mondo finito, senza speranza, dove tutto è morte e sofferenza. Nell'antologia dell'orrore appaiono gli zombie ("Live Undead"), mentre i cambi di battaglia sono segnati da sinistre croci uncinate ("Behind The Crocked Cross"), sfumature sovrannaturali ("Ghost Of War") e la cruda riflessione nella superba "Mondadory Suicide".
Complice un sempre più partecipe Araya alla composizione dei testi, la band punta il dito contro la società attuale, vedi "Read Between The Lies" contro i predicatori televisivi, seguita dalla cover dei tanto amati Judas Priest "Dissident Aggressor".
Il quartetto è unito come non mai riguardo suoni e composizioni, e l'attitude spinge sempre di più verso l’oscuro, con il drumming di Lombardo incentrato sulla doppia cassa a velocità inumane. Chicca spesso dimenticata è la conclusiva “Spill The Blood”, aperta da uno dei più bei arpeggi di chitarra degli Slayer: per quanto duro e demoniaco, risulta essere sicuramente un giusto preludio all’intera composizione scritta da Jeff Hanneman, il quale ha dichiarato a Metal Hammer: "You know the opening riff? When i hear that i just wanna slit somebody's throat." Non servono ulteriori aggiunte...

Seasons In The Abyss del 1990 condivide con i due predecessori le copertine disturbanti di Larry Carroll, componendo la trilogia aurea degli Slayer. L'abisso è la vita di ogni giorno, la società in cui viviamo, il mondo che ci circonda: esce la matrice satanica, entrano in gioco i serial killer, la "fissazione" di Araya. Till Lindemann dei Rammstein seguirà degnamente la via in buona parte delle sue composizioni, sia sul versante omicida - "Mein Teil", "Weiner Blut" - sia riguardo le perversione sessuali - "Spiel Mit Mir", "Tier": opere impensabili senza "Dead Mask Skin", incentrata sulle gesta di Ed Gein, la cui infame parabola omicida ha ispirato opere cinematografiche quali "Psycho" e "Il silenzio degli innocenti":

Graze the skin with my finger tips
The brush of dead cold flesh pacifies the means
Provocative images delicate features so smooth
A pleasant fragrance in the light of the moon

Dance with the dead in my dreams
Listen to their hallowed screams
The dead have taken my soul
Temptation's lost all control

Un testo e una composizione da inserire tra i top assoluti, merito degli assoli, dell'invito iniziale e della backvoice della piccola vittima, il tutto culminante nell'indelebile:

In the depths of a mind insane
Fantasy and reality are the same

Le caratteristiche citate per South Of Heaven si acuiscono in Seasons In The Abyss, lavoro quasi bistrattato ma dal potenziale nascosto: spesso risulta essere l’album con più tracce suonate dal vivo. L’apertura resta una delle più azzeccate della storia del thrash metal e live viene sempre annunciata da Araya: il suo “War Ensemble” è ormai diventato urlo di battaglia. I topos tematici si allargano: "Blood Red" si abbatte contro i crimini dei regimi comunisti, con possibili riferimenti ai fatti di Piazza Tienanmen; ci sono poi la devastante ecatombe atomica di "Skeletons Of Society" e la critica sociale di "Expendable Youth", in cui una guerra di gang sventra le viscere di Los Angeles.
Seasons In The Abyss è la riuscita via di mezzo tra il passato thrash (autocitato in "Spirit In Black" e nell'irrefrenabile "Temptation") e le aperture del predecessore. Novità è la title track, intro più lungo della band per il brano più lungo dell’album e dell’intera discografia (dibattiti si apriranno sull’effettiva durata di “Crypts Of Eternity” e del secondo in più o meno), a conclusione di un lavoro più maturo da parte dei quattro thrasher, sicuramente una perla della decade appena iniziata.

1994-2000: L'intervallo del diavolo

Per i mostri sacri del metal i 90's sono stati un periodo di contrasti, crisi e vuoti creativi, a cui va aggiunta l'ascesa di nuove realtà "concorrenziali" quali Pantera, Sepultura, Machine Head, per fare qualche nome. C'è chi ha optato per il restyling totale del sound e dell'immagine, chi non è riuscito a ripetere i fasti della decade precedente, chi si è accostato ai gusti di un giovane pubblico imboccato da major e media a grossi bocconi di nu metal. Gli Slayer accusano il colpo, ma rimangono in piedi.

Nel 1991 esce il live Decade Of Aggression, e Lombardo attende la fine del Clash Of The Titans Tour per lasciare il gruppo e stare con il figlio appena nato. A sostituirlo viene chiamato il grande Paul Bostaph, dall'encomiabile trascorso in Testament e Forbidden (in seguito con Exodus e Systematic).
Divine Intervention (1994) presenta fin dalla sinistra cover di Wes Benscoter i segni di un potenziale rinnovamento. In regia c'è Toby Wright – con Rick Rubin produttore esecutivo – e Paul Bostaph si cala nella parte di Lombardo, cercando di mimare i caratteristici groove hardcore-punk veloci e accompagnati sul ride, senza ovviamente disdegnare le sfuriate di doppia cassa tanto amate dai fan.
Comincia a mutare e a modernizzarsi il sound delle chitarre, che si aggiornerà quasi completamente con i successivi album: unica eccezione puramente Slayer-style (à-la Hell Awaits) è “Dittohead”, brutalmente veloce e dura.
Calato profondamente nella contemporaneità, l'album si scaglia contro la religione ("Circle Of Belivers") e i falsi profeti di un mondo sempre più allo sbando, contro cui s'avventano le potenti "Fiction Of Reality" e "Mind Control". La mente dell'assassino è scandagliata in "Killing Fields" e in "213", in cui Araya aggiunge un altro tristemente celebre serial killer nelle sue liriche: Jeffrey Dahmer, il Cannibale di Milwaukee. Gli Slayer riescono a fare "di meglio" con la sadica e insostenibile "Sex, Murder, Art".

You're nothing
An object of animation
A subjective mannequin
Beaten into submission
Raping again and again

In tutto questo male, anche Hanneman si ritaglia il suo spazio, narrando in "SS-3" la storia del boia di Praga: il gerarca nazista Reinhard Heydrich. Anticipato dal singolo "Serenity Of Murder" e uscito per la American Recordings (ex-Def American, fondata dopo il distacco di Rubin da Simmons), il disco è un buon successo commerciale: pur non essendo un passaggio obbligato della discografia, Divine Intervention si difende a dovere.

A due anni di distanza, ecco Undisputed Attitude e nel '98 arriva Diabolus In Musica. Il primo è una raccolta di cover registrata con Jon Dette al posto di Bostaph (che tornerà per il disco successivo), buono per approfondire le basilari radici del gruppo - T.S.O.L., Minor Threat, Verbal Abuse - e saggiare un po' di goliardica ironia grazie a uno dei tre pezzi inediti. Parliamo di "DDAMM", ovvero Drunk Drivers Against Mad Mothers, parodia dell'associazione MADD (Mothers Against Drunk Driving). Tra gli altri due originali, "Can't Stand You" e "Gemini", spicca la seconda.
Diabolus In Musica è il passaggio musicalmente più controverso dalla carriera degli Slayer, da sempre etichettato come il lavoro nu metal del gruppo. Diciamo che il cuore rimane Slayer, l'involucro sonoro strizza l'occhio in quella direzione.
"Bitter Peace" si apre torva e minacciosa per poi esplodere nella solita invettiva contro l'insaziabile sete di sangue dei conflitti bellici. La vera sorpresa è con le successive "Death's Head" e "Stain Of Mind": gli Slayer si pongono tra Korn e Deftones e le imminenti sfuriate dei System Of A Down, il cui omonimo esordio uscirà quell'anno, prodotto da Rubin. Tematicamente non ci si sposta dai pilastri: King non ci va giù leggero con "In The Name Of God" e la morbosa "Desire" continua ad affrontare le umane devianze. Il tema del controllo sorregge le notevoli "Perversion Of Pain" e "Love To Hate", uno dei testi più forti:

Fighting the world without remorse
Searching for blood to never grow old
A personal hell is where I reside
Taunting death sounds cadavers in pain
Judging my soul I am not his son
Screaming God's name I want some more

Hanneman racconta della passione per il football in "Scrum" (riscontrabile negli outfit dei concerti), anticipando i veri campi di battaglia presenti nelle conclusive "Screaming From The Sky" e "Point", dolorosa disamina del Vietnam. Lontani dai livelli della decade precedente, gli Slayer non perdono l'amore dei fan e il rispetto del “giro”. A differenza di altri colleghi, rimangono fedeli a loro stessi, rifiutando di diventare un franchise, un baraccone commerciale legato a dinamiche creative avvilenti. Magari non sempre ispiratissimi e orientati a volte su scelte non proprio fortunate, ma sempre coerenti con la missione musicale: cercare di fare sempre musica estrema. La messa in atto dell'intenzione potrà anche deludere, ma non si può certo negare l'impegno e la costanza con cui il gruppo ha messo - nonostante il passare delle primavere e rimanendo saldo in una ben precisa grammatica - urla e assoli nelle canzoni. L'inscalfibile coerenza li traghetterà alle soglie del nuovo millennio, circondati da un pubblico fedele e pronto ad ampliarsi. Arriviamo così all'11 settembre 2001.

2001-2009: Dio ci odia

Lungi da noi ingigantire la portata del discorso, ma il fatto che God Hates Us All esca l'11 settembre 2001 è una coincidenza inquietante. Soprattutto dopo l'ascolto di "Disciple":

Pessimist, terrorist targeting the next mark
Global chaos feeding on hysteria
Cut throat, slit your wrist, shoot you in the back fair game

King spiegherà subito che il titolo è un modo di dire, eppure ciò non toglie un bel carico di problemi e accuse al vetriolo, vista anche la copertina in cui una Bibbia sanguinante viene presa a chiodate e marchiata Slayer. Musicalmente, il disco segna l’inizio della modernizzazione del suono caratteristico della band, più vicino al metal  moderno che sta cominciando a prendere piede (basti vedere i vari tour insieme agli Slipknot, nuovo astro nascente). E' il singolo “Bloodline” il brano con più influenze sonore e compositive nuove, con uno dei ritornelli più cantabili (verrebbe da dire quasi pop, ma meglio evitare lettere di morte). "Darkness Of Christ", la già citata "Disciple", scritta in prima persona con il "God Hates Us All" ripetutamente urlato, la successiva "God Send Death" e "Deviance", fanno dell'opera un manifesto: non è importante il dio o l'annessa rappresentazione terrena, ogni religione equivale a ipocrisia, inganno e dolore. 
Prodotto da Matt Hyde, con Rubin sempre più defilato, God Hates Us All inaugura come si deve il nuovo millennio.

Per problemi ad un gomito, Paul Bostaph lascia il successivo tour: quale soluzione migliore se non richiamare il caro vecchio Dave Lombardo? Magari dopo aver concluso le ultime date, potrebbe essere l'inizio di una rinnovata collaborazione...
Polemiche, critiche e controversie non scalfiscono minimamente il mandato della band e Christ Illusion lo conferma. Con il ritorno del batterista fondatore, il sound torna verso Seasons In The Abyss: le chitarre sono sempre sempre scatenate, ma leggermente più old school come timbrica e sound. Dave Lombardo eseguirà per la prima volta il blast beat in un brano degli Slayer (su “Supremist”): certamente breve, ma novità abbastanza importante sul piano sperimentale, a dimostrare come un gruppo i cui componenti hanno superato i 40 anni voglia ancora sondare inedite soluzioni.
Per la copertina torna Larry Carroll e il risultato è forte, con puntuali proteste di gruppi religiosi. Qualitativamente non c'è molto stacco dal predecessore, ma Christ Illusion contiene due tra le composizioni più note, a prescindere da premi e riconoscimenti, della discografia del gruppo: "Eyes Of The Insane" e "Jihad". La prima entra nella testa di un soldato devastato dagli orrori della guerra, la seconda racconta l'assalto terroristico alle Twin Towers dal punto di vista di un terrorista. Lavori capaci di mostrare l'evoluzione e la maturità degli Slayer nell'affrontare le solite care tematiche in maniera più profonda e complessa, senza dimenticare cosa vuol dire "suonare" estremi. Il vero pezzo da 90 però è "Cult", punto massimo e definitivo dell'odio degli Slayer verso la religione:

Religion is hate
Religion is fear
Religion is war
Religion is rape
Religion is obscene
Religion is a whore
The target's fucking Jesus Christ
The one I'd love to sacrifice
I'd nail him to the crucifix
Beware the call for purity
Infections their facility
I've made my choice
666!

Trent'anni di carriera, tour su tour pieni di masse pronte a urlare "Slayer!" come se fosse la prima volta, due buoni lavori ad accompagnare l'ingresso nel 2000... pensate possa bastare a far sentire gli Slayer appagati e vicini al riposo? Risposta: World Painted Blood! Prodotto dallo storico ingegnere del suono Greg Fidelman, il decimo album in studio uscito nel 2009 è il loro migliore dai tempi di Seasons In The Abyss.
Il ritorno di Lombardo è stato riassimilato, King e Hanneman duettano ispirati come non mai e Araya è ancora una volta sugli scudi: ne nasce una prova molto solida e fin da subito apprezzata da fan di vecchia e nuova data. Un'antologia aggiornata dell'universo Slayer: il thrash di "World Painted Blood", le solite bordate contro Dio in "Not Of This God" e "Hate Worldwide", la fine del mondo già in atto in "Public Display Of Dismemberment" e "Human Strain", la critica politica di "Americon".
Ma c'è di più, ecco un nuovo "Angel Of Death". E' Ishii Shiro, capo dell'"Unit 731", la sezione dell'esercito giapponese che durante la seconda guerra mondiale in Manciuria si macchiò di inumani esperimenti sui prigionieri. A tenergli compagnia in questa rassegna dell'orrore, la celeberrima – soprattutto nel mondo del metal oscuro – Erzsébet Báthory in "Beauty Through Order" e il serial killer sovietico Chikatilo al centro di "Psychopathy Red". Altrettanto bella la doppietta deviata "Snuff" e "Playing With Dolls".

2015 - ... : Nessun pentimento

Gli Slayer sono ormai un'icona, capace di varcare - con disappunto di molti - anche i confini del proprio genere: Instagram è pieno di soggetti impensabili con addosso le loro magliette, in vendita ovviamente da H&M. Musicisti e showbiz li nominano come band della vita, i late show li ospitano a ogni uscita e ciclicamente testate e riviste pongono la band e le loro opere in vette a ogni classifica. Dayal Patterson nell'ottimo "Black Metal: Evolution of the Cult" definisce gli Slayer “the most successful extreme band metal band of all the time”: come smentirlo? Ma basta questo per fare i conti con la morte?
Il 2 maggio 2013 Jeff Hanneman muore. Nel 2011, a causa del morso di un ragno, aveva contratto la fascite necrotizzante: nonostante i tentativi di riabilitazione, verrà ucciso dalla cirrosi epatica. Si spegne così la vita - ma non l'eredità e la devozione - di uno dei più grandi e imitati chitarristi del metal. Intanto, poco dopo Lombardo esce ancora dalla formazione: è la fine?

Repentless è un atto di sopravvivenza, di resistenza, la volontà di rispondere ai drammi e alla morte. Paul Bostaph torna alla batteria, Gary Holt degli Exodus prende il posto di Hanneman e King e Araya, nonostante le divergenze sul futuro del gruppo, firmano per Nuclear Blast e salgono in cattedra. Le prime anticipazioni sono buone: "When The Stillness Comes", pubblicata per il Record Store Day, e soprattutto l'omonima traccia fanno tirare un bel sospiro di sollievo: carica e violenza non sono scomparse, se poi ci aggiungiamo il videoclip shock - primo di una serie di tre minifilm clamorosi - riuscirete a farvi un'idea chiara di cosa vogliono essere ancora gli Slayer.
Prodotto da Terry Date (una carriera passata tra Deftones, Limp Bizkit, Pantera e Soundgarden) il disco è thrash fragoroso e teso: puro classic Slayer-style. La copertina di Marcelo Vasco indica ancora una volta la linea blasfema, in cui si innestano problematiche personali (l'alcolismo di “Chasing Death”) e universali (l'ennesima apocalisse di "Implode"). Hannaman lascia la sua firma: "Piano Wire" è un suo pezzo incompiuto portato a termine da King. Considerando gli eventi che lo hanno anticipato e quelli che seguiranno, possiamo dire che Repentless sia la dignitosa conclusione della carriera discografica degli Slayer.

Conclusione: Il verdetto

Nel gennaio 2018 gli Slayer annunciano lo scioglimento e un tour d'addio, che proseguirà per tutto il 2019. Scelta prevedibile per la coerenza da sempre baluardo del gruppo, poiché le recenti vicissitudini non hanno intaccato la devozione dei fan di tutto il mondo. Si chiude così una delle parabole più gloriose ed estreme della storia della musica: se avete possibilità di salutare per l'ultima volta Araya & C. andate e fategli capire l'esito del verdetto. Urlando quel nome...

Contributi di Giuseppe Negri 

Slayer

Nel regno del metal estremo

di Alessio Belli

Un nome, un simbolo, una leggenda. Prima del tour d'addio, ripercorriamo la storia degli Slayer, formazione tra le più importanti della storia del metal, madre di alcuni sottogeneri e sovrana della corrente estrema

Slayer
Discografia
 

Show No Mercy (Metal Blade, 1983)

 7,5
 Haunting The Chapel (Ep, Metal Blade, 1984)    7
 Live Undead (Live, Metal Blade, 1984) 
 

Hell Awaits (Metal Blade, 1985) 

8,5

 

Reign In Blood (Def Jam, 1986)

10

 

South Of Heaven (Def Jam, 1988)

9

 

Seasons In The Abyss (Def American, 1990)

 8,5
 Decade Of Aggression (American, 1991) 
 Divine Intervention (American, 1994)    7
 Undisputed Attitude (American, 1996) 
 Diabolus In Musica (American, 1998)    6
 God Hates Us All (American, 2001) 6,5
 Soundtrack To The Apocalypse (Box-set, American, 2003)
 
 Eternal Pyre (Ep, American, 2006) 
 Christ Illusion (American, 2006) 6,5
 World Painted Blood (American, 2011)    7
 Repentless (Nuclear Blast, 2015)    6
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SLAYER

Repentless

(2015 - Nuclear Blast)
L’ultima, confusa, fatica dei padrini del thrash metal

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