PETE ASTOR - One For The Ghost

2018 (Tapete)
folk, jangle-pop

E’ un ritorno alle origini, quello che Pete Astor ha compiuto negli ultimi anni, ovvero da quando, protagonista di uno dei più raffinati capitoli dell’etichetta Second Language (“Songbox”), ha abbandonato le velleità sperimentali condivise prima con il gruppo dei The Wisdom Of Harry, poi con il progetto Ellis Island Sound. Sono infatti le armonie jangle-pop dei Loft e dei The Weather Prophets, le due formazioni con le quali il musicista negli anni 80 ha mosso i primissimi passi, le protagoniste del precedente album “Spilt Milk” e del nuovo progetto “One For The Ghost”, il cui titolo è un riferimento a una tradizione che il musicista ha surrogato e fatto propria, ossia mettere a tavola un bicchiere di vino in più per una persona scomparsa.

Con l’ennesimo cambio di etichetta, dalla defunta Fortuna Pop alla sempre più dinamica Tapete, l’ex-affiliato della Creation Records rimette definitivamente in sesto le nostalgie visionarie folk, pop e lievemente psichedeliche degli esordi. Ancora una volta il chitarrista James Hoare (Ultimate Painting, Veronica Falls, Proper Ornaments) offre i suoi pregevoli servigi alla rinnovata causa artistica di Pete, quest’ultimo sempre più propenso a un pop-rock essenziale sorretto dalla naturale energia primigenia del rock’n’roll. Ed ecco ballate alla ByrdsRobyn Hitchock (la title track), accenni rockabilly (“Golden Boy”), vibrazioni alla Jonathan Richman (“Water Toner”) e brani dalla genia non del tutto definita che accordano T. Rex, Go Beetweens e Beatles (“Only Child”).

La sezione ritmica dei The Wave Pictures, formata dal bassista Franic Rozycki e dal batterista Jonny Helm, mette a disposizione dell’ex-The Weather Prophets brio e humour in egual misura, con una versatilità che riesce a garantire la giusta tensione emotiva sia quando le coordinate diventano più pop (“Magician & Assistant”), sia quando morbidezze alla Lilac Time prendono il sopravvento (“Injury Time”, “Tango Uniform”).
Ancora una volta Pete Astor si conferma autore dalla penna sicura e decisa, anche se nonostante il tocco psych-pop alla Soft Boys di “You Better Dream” e l’appassionato e malinconico finale di “Dead Fred”, la qualità delle canzoni resta sempre amorevolmente nella media, senza mai raggiungere quei picchi che consegnarono alla storia brani come “Almost Prayed”.
Ma per un musicista alle prese con la maturità e il disincanto che ha fatto seguito al mancato successo, il nuovo disco rappresenta comunque un buon risultato, dopo oltre trent’anni di carriera, chiedere miracoli o capolavori è quantomeno pretestuoso, ben vengano quindi album onesti e armonicamente concilianti come “One For The Ghost”.

13/04/2018

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