Lingua Ignota

Lingua Ignota

In fondo alla psicosi

di Valerio D'Onofrio

La musicista di Rhode Island, vittima di violenza familiare, trova nell’urlo la sua catarsi e la sua rinascita, creando un disperato requiem per tutte le donne vittime della violenza degli uomini. I suoi dischi sono pugni nello stomaco sferrati con la massima violenza, senza alcun compromesso. Raramente si è vista un'artista capace di scavare tanto in fondo alla propria depressione

Persino gli ascoltatori avvezzi alle sonorità più estreme e meno convenzionali troveranno quantomai ostico l'ascolto dei lavori dell’artista di Rhode Island, Kristin Hayter, e del suo progetto Lingua Ignota. Vittima di violenza familiare, Hayter trova nell’urlo la sua catarsi e la sua rinascita, creando un disperato requiem per tutte le donne vittime della violenza degli uomini. I suoi dischi sono pugni nello stomaco sferrati con la massima violenza, senza alcun compromesso e senza alcuna intenzione di dare all’ascoltatore alcunché di accogliente o consolatorio. I temi principali sono la rabbia, la disperazione, il conforto ma anche la vendetta, tutti aspetti che convivono quasi schizofrenicamente in tutta la sua discografia. Da un parte l'odio e il desiderio di rivalsa (l'urlo e gli elementi più estremi del suo sound), dall'altra l'aspirazione a una pace interiore (il legame con la musica religiosa). Difficile immaginare un'artista capace di andare tanto in fondo alla propria depressione, al punto che ogni brano può intendersi come una seduta psicanalitica, un clamoroso esorcismo che caccia via il male dal proprio corpo.

Se l'arte è anche scavare in fondo alle proprie fobie e alle proprie psicosi, allora il progetto Lingua Ignota giunge davvero sino in fondo al concetto più intimo e filosofico di arte. Dietro tanta violenza si nasconde una vera artista con un suo linguaggio e, potremmo dire, una sua poetica da cantautrice maledetta. Difficile inquadrare la sua discografia in un genere particolare; la biografia di Kristin Hayter è talmente peculiare ed estrema che anche la sua musica non ha punti palesi di riferimento. Se volessimo trovare una macro-area assimilabile, potrebbe essere quello molto ampia del dark, in quanto i suoi lavori sono caratterizzati profondamente dal colore nero, dalla depressione e da una violenta e freudiana pulsione di morte. Ma questa non basterebbe ad accogliere l’intero mondo del progetto Lingua Ignota, contenente ancora dosi di black metal (molto spesso il canto), industrial, musica concreta, canto estremo, avanguardia, pianismo classico - figlio degli studi giovanili di Hayter - e persino testi latini medievali.

Impossibile capire davvero il substrato da cui nasce il progetto della musicista americana senza ampi cenni della sua biografia. Nata nel 1986 a Del Mar in California, vive in provincia per gran parte della sua infanzia. Come spesso succede a chi possiede affinità per l'arte, è soffocata dalla vita di provincia. La sua diversità e il suo carattere fragile e solitario la portano a divenire vittima di bullismo.

Penso a Del Mar come una sorta di inferno perché da adolescente ero così tanto diversa da tutti gli altri che sarebbe stato impossibile trovare me stessa lì.
(Kristin Ayter)

Inizia a studiare musica in chiesa grazie a un insegnante che nota le sue doti canore e da qui iniziano i suoi studi classici, che segneranno profondamente la sua carriera. Verso i quindici anni scopre la musica estrema, iniziando ad appassionarsi al grindcore, al noise e in parte al punk. Da adolescente si innamora follemente di Kurt Cobain, restando affascinata oltre che dalla sua musica anche dalla sua fragilità emotiva. Fa tesoro sia dei suoi ascolti sia dei suoi studi classici, riuscendo a conciliare in modo personalissimo entrambi i due elementi in ogni suo album. Si trasferisce quindi a Providence, Rhode Island, dove studia all’Art Institute della Brown University. Sono anni di violenze subite da più di un uomo (finisce più di una volta al pronto soccorso per percosse) e dall’anoressia conseguente, che la porta a un passo dalla morte.
Nonostante la sua esistenza travagliata, si laurea nel 2016 con una tesi davvero monumentale di diecimila pagine, dal titolo “Burn Everything Trust No One Kill Yourself”, un insieme di "testi, messaggi in bacheca, note di copertina di sottogeneri di musica estrema che mitizzano la misoginia, documenti giudiziari, registrazioni audio e documenti di polizia delle mie esperienze di violenza”. Questo immenso flusso di coscienza diviene la fonte delle sue prime installazioni audiovisive, basate sulla “Sagra della Primavera” di Stravinskij.

Sto cercando di costruire qualcosa che parli dell'indicibile
(Kristin Hayter)

kristin_hayterDa qui, ispirandosi alla lingua ignota creata dalla geniale donna medievale Ildegarda di Bingen, ha inizio la sua carriera discografica, con l’album autoprodotto Let The Evil Of His Own Lips Cover Him (2017), ispirato al libro di Angela Browne “When Battered Women Kill”, pubblicato simbolicamente il giorno di San Valentino.
Le idee di Hayter sono già chiarissime fin dall’inizio e l’esordio non tradisce incertezze. Trova che la maggior parte delle rappresentazioni sulla violenza contro le donne siano misogine e maschiliste, quasi un vanto dell'uomo che riesce a dominare una donna. Quindi il suo obiettivo è capovolgere l'intero paradigma e creare una musica violenta in cui la vittima non riviva la sua esperienza traumatica, ma possa trovare la forza e l’energia di difendersi da un prossimo attacco.
Let The Evil Of His Own Lips Cover Him coniuga bel canto, liturgia nera, musica sacra, spoken word e mostruose dissonanze harsh-noise. Voci di donne che parlano delle loro violenze subite si intrecciano con momenti neoclassici, urla strazianti, testi dello “Stabat Mater” e angoscianti scenari industrial. “Disease Of Men” inizia con note di organo e sottofondo di racconti di violenza. Il canto rimanda sia al canto classico che ai momenti più alti e strazianti di Nico. Le influenze maggiori sono quelle della musica classica religiosa, come un grande requiem dedicato esclusivamente alle vittime e alla loro vendetta.
I dialoghi si fanno sempre più concitati, ma il canto rimane aulico, divenendo quello che Kristin Hayter chiama “inno ai sopravvissuti”. Ancora organo e canto in “Suffer Forever”, brano austero, commovente e catartico (il lungo tragitto verso il finale “I Don’t Suffer Anymore”). Ma il capolavoro è “That He May Not Rise Again”, quindici minuti di vera folle poesia senza limiti, spesso degni della Diamanda Galas più estrema. Dopo la registrazione delle parole di uomo che promette amore incondizionato si giunge a una mostruosa esplosione harsh-noise che devasta tutte le menzogne appena pronunciate. E’ come se le bugie si fossero squarciate per dar spazio alla cruda realtà. Hayter intona uno straziante “Stabat Mater”, inno religioso alla sofferenza più profonda (quella di Maria che vede il figlio Gesù crocifisso). A un certo punto si arriva a una vera esplosione di suoni che aggrediscono violentemente l’ascoltatore, industrial estremo con i suoi primi veri urli catartici e inarrivabili. Il sottofondo di organo continua imperterrito, nonostante sia devastato da suoni sempre più estremi.
Il paragone con la Galas sembra il più prossimo, ma in realtà il progetto Lingua Ignota sembra persino superare la musicista greca, sia in violenza sia in capacità di comunicare e quasi “violentare” l'ascoltatore. Questo maestoso inno anti-violento collassa alla fine con parole a metà tra urlo e pianto, “Liberami oh Signore dall’uomo violento!”. Difficile immaginare una musica con idee tanto potenti e chiare al suo esordio. Il piano diventa protagonista nella breve sonata classica cantata di “The Chosen One”, dove la prescelta è ovviamente la vittima designata della violenza. Il piano svanisce lentamente nel nulla, come la voce sempre più flebile, come una sorta di lenta agonia che è quella della vittima incapace di ritrovare la propria libertà.

Dopo pochi mesi, Lingua Ignota si supera con All Bitches Die (2017), lavoro ancor più estremo e violento, con quattro lunghi brani sulla vendetta e sulla rinascita, quattro nuovi inni di sopravvissuti che in più di un momento potrebbero ricordare le "Murder Ballads" di Nick Cave. I quindici minuti di “Woe To All (On The Day Of My Wrath)” rappresentano l’apoteosi dell’album e il nuovo manifesto della sua poetica. I due elementi della sua musica (il caos primordiale, l’urlo e l'aspetto neoclassico) convivono e si alternano vicendevolmente.

Il mio padrone mi ha tirato giù dal letto, mi ha strappato ogni ricciolo dalla testa, mi ha tenuto giù per spogliarmi. Mi ha detto "L'inferno è reale, ti ci porto"
(Testo di "Woe To All")

kristin_hayter2_01L’inizio di musica concreta (uno scampanellio di pecore, forse metafora di inconsapevoli donne avviate al massacro) è seguito da una devastante apoteosi di synth e urla inumane ("dolore a tutti"). Due sole note ereggono un muro di suono invalicabile degno dei lavori più estremi di Ben Frost; fossero chitarre, penseremmo subito a primi durissimi dischi degli Swans. Improvvisamente la violenza si perde in una parentesi neoclassica, dove il caos e l'irrazionalità lasciano il posto alla quiete e alla ragione. Un piano classico accompagna la voce di Hayter quasi come una preghiera laica antiviolenta. L’elemento schizofrenico (quasi una doppia personalità in continua lotta) è sempre presente, come se l'artista riuscisse a riportare con precisione ogni sua sensazione nella sua musica. E’ un’apertura colossale, naturale evoluzione del precedente capolavoro “That He May Not Rise Again”. Il cerchio si chiude come era iniziato, ripartono le strazianti campanelle e il caos risorge. Ancora una volta non è semplice immaginare come tanta violenza e allo stesso tempo tanta poesia possano convivere.
“All Bitches Die (Bitches All Die Here)”, dodici minuti, parte da un semplice canto e piano, nuova preghiera laica che invoca vendetta (“Peccatore, faresti meglio a prepararti, alleluia”). Le invocazioni vengono pian piano interrotte da continue interferenze elettroniche, mentre il piano continua imperterrito a battere la medesima nota. Poi la voce torna (a un certo punto sembra di trovarci in un terrificante viaggio lisergico à-la Morrison), il piano diventa quasi debitore della musica classica romantica, ma i testi terribili fanno da contraltare (“ti troverò, legherò i tuoi piedi all'inferno, ti spezzerò le gambe in due”). Canti di bambini e le parole di un predicatore aprono “For I Am The Light (And Mine Is The Only Way Now)”, brano estremo che persegue la dicotomia surreale tra componente religiosa (il suono dell’organo) e una incontenibile sete di vendetta (il canto straziante). Il caos stavolta predomina, il canto è devastato e non resiste al tragico finale. “Holy Is The Name (Of My Ruthless Axe)” è un soffuso canto da chiesa che invoca una catarsi che schizofrenicamente può avvenire solo con la vendetta (“santo è il nome della mia ascia spietata”), ma in un canto che sembra invocare pace e perdono.
In pochi mesi, con appena due album Hayter ha raggiunto livelli davvero sorprendenti.

kristin_hayter_2Dopo tanto splendore/orrore, dedica il 2018 al completamento dei suoi studi musicali a Chicago con una tesi su Johann Sebastian Bach e il Clavicembalo ben temperato. Nel 2019 pubblica Caligula, finora il suo album più lungo (sessantasei minuti) e con maggior numero di brani (undici). Abrasivo ed estremo, appare però meno coeso dei precedenti. Nuovo concept sulla follia umana e sulla violenza prende in prestito la pazzia di Caligola come manifesto degli uomini violenti e prevaricatori, è sostanzialmente diviso in due: alcuni brani più vicini a un’idea di ballata nera à-la Nick Cave, altri dove il limite estremo della follia viene superato. Momento geniale e forse irripetibile è la riedizione del “Funerale della Regina Maria” del compositore del diciassettesimo secolo Henry Purcell, già meravigliosamente rivisto da Wendy Carlos per la colonna sonora di "Arancia Meccanica" di Stanley Kubrick.

Essendo una marcia della morte per una donna, poi reinterpretata da una donna trans per esprimere violenza e depravazione insensata compiuta dagli uomini, io l’ho presa dandole la mia spavalderia e ampollosità.
(Kristin Hayter)

Il cupo requiem per la regina Maria, capolavoro della musica barocca del 1600, viene straziato e devastato da un canto al limite dell’umano, con una violenza davvero estrema che lascia interdetti. Il tema si ripete con parole sempre più dure e angoscianti (“Sono il fottuto spacciatore di morte, sono il macellaio del mondo”) che riconducono al tema della vendetta (“Possa la tua stessa vergogna impiccarti, possa il disonore affogarti, possa non esserci gentilezza, nessuna gentilezza”). Il caos di voci di “Spite Alone Holds Me Aloft” potrebbe far impallidire il 90% delle band di metal estremo, come anche “Day Of Tears And Mourning”, con sua ambivalenza tra caos e religiosità non lascia spazio ad alcuna quiete. Quando Hayter punta a orchestrazioni di archi con ballate gotiche in stile Nico, riesce però a essere più incisiva. La piccola intro di archi con canto da valchiria teutonica di “Faithful Servant Friend Of Christ”, solenne ed evocativa, risente ancora una volta sia dei suoi studi di musica classica che dei suoi ascolti giovanili.

kristin_ayterI nove minuti di “Do You Doubt Me Traitor” sono una nuova devastante seduta psicologica, con le urla a testimoniare i chiari riferimenti autobiografici (“non mangio, non dormo, non mangio, non dormo, lascio che mi consumi!”). L’incedere del piano assolutamente funereo e alienante e testi autobiografici mettono Hayter totalmente a nudo davanti l'ascoltatore, come forse non ha mai fatto finora. Interessante anche l'esperimento di voce e piano di “Sorrow! Sorrow! Sorrow!”, vicino alla musica tradizionale europea.
Per il resto l’album non sembra essere incisivo come in passato, anche se il finale “I Am The Beast” si ricollega ai suoi momenti più alti, ritornando alla consueta alternanza di due anime inconciliabili in lotta fra loro. E la psicologia è ancora il centro dei testi (“Tutto quello che voglio è amore senza limiti, tutto quello che conosco è violenza”).



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In fondo alla psicosi

di Valerio D'Onofrio

La musicista di Rhode Island, vittima di violenza familiare, trova nell’urlo la sua catarsi e la sua rinascita, creando un disperato requiem per tutte le donne vittime della violenza degli uomini. I suoi dischi sono pugni nello stomaco sferrati con la massima violenza, senza alcun compromesso. Raramente si è vista un'artista capace di scavare tanto in fondo alla propria depressione ..
Lingua Ignota
Discografia
Let The Evil Of His Own Lips Cover Him (autoprodotto, 2017)8
All Bitches Die  (autoprodotto, 2017)8,5
Caligula (Profound Lore Records, 2019)7,5
pietra miliare di OndaRock
disco consigliato da OndaRock

Video

Disease Of Men
(da Let The Evil of His Own Lips Cover Him, 2017)

That He May Not Rise Again
(da Let The Evil of His Own Lips Cover Him, 2017)

Woe To All
(da All Bitches Die, 2017)

All Bitches Die
(da All Bitches Die, 2017)

For I Am The Light
(da All Bitches Die, 2017)

Do You Doubt Me Traitor
(da Caligula, 2019)

Butcher Of The World
(da Caligula, 2019)

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(2017 - autoproduzione)
Il progetto compositivo-vocale dell’artista multimediale Kristin Hayter

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Let The Evil Of His Own Lips Cover Him

(2017 - autoprodotto)
Il temibile e commovente esordio della creatura di Kristin Hayter

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