Ritroviamo Chiara Civello, ormai una habitué di OndaRock, in occasione del suo nuovo mini-tour, in cui presenta il suo ultimo singolo “Sono come sono” (uscito in un disco a tiratura limitata insieme a tre remix), oltre a un repertorio ormai collaudato di brani che rappresentano altrettante tappe del suo percorso cosmopolita: dagli esordi a New York alle collaborazioni brasiliane, dai classici italiani alle riletture di canzoni del mondo, a partire da quelle francesi racchiuse nel suo ultimo album “Chansons”. Un tour che la vedrà, al solito, in veste di cantante, autrice e polistrumentista (8 marzo Roma – Auditorium Parco della Musica, 10-11 marzo Milano – Blue Note, 18 Palermo – Teatro Santa Cecilia).
Ben ritrovata Chiara, stavolta c’è da raccontare una tua nuova esperienza live. Che tipo di concerti proponi?
Un concerto diverso ogni sera. Si spazia da Michel Legrand a Ennio Morricone, dalle mie canzoni con Dimartino e Francesco Bianconi al ricordo di Burt Bacharach e a “Pour Toi”. E non mancheranno anche omaggi ad alcuni autori della musica italiana.
È il secondo anno consecutivo che sei all’Auditorium l’8 marzo: coincidenza?
Solo in parte, perché mi piace comunque vivere questa occasione della Festa della donna ricordando la delicatezza e la particolarità della realtà femminile, spesso penalizzata nel mondo del lavoro. Insomma, è una piccola occasione per celebrare anche l’essere donna nella musica.
Ho voluto riprendere una canzone brasiliana sul meticciato. Nella musica italiana se ne era parlato poco, forse con la tammurriata nera. Noi abbiamo voluto allargare il discorso oltre il razzismo, verso altre forme di discriminazione
È un significato politico inequivocabile, invece, quello del tuo nuovo singolo “Sono come sono (Sararà Crioulo)”, che hai scritto assieme al cantautore Kaballà adattando in italiano il testo di “Olhos Coloridos”, la hit di Sandra de Sásu che in Brasile è diventata ormai un inno della lotta al razzismo.
La canzone fu scritta da Macau, un compositore che viveva nelle favelas e che venne anche ingiustamente incarcerato. “Sararà”, nella lingua tupi delle tribù indigene dell’Amazzonia, vuol dire “misto”, nero con occhi chiari, una ibridazione che in fondo è anche alla base della musica che mi ha sempre mosso nel mondo, il jazz. E così il ritornello “Sararà Crioulo”, per assonanza, è diventato “Sono come sono”. A questo proposito mi ha molto emozionato una intervista recente di Keith Jarrett, dopo la paralisi, in cui sosteneva come nella musica ognuno abbia l’obbligo di essere se stesso e che nel suo caso la strada maestra è sempre stata accogliere la pluralità, le sensibilità di tutti i musicisti che ha incontrato nel mondo.
Credi nella musica come portatrice di messaggi politici o sociali?
Per me lo è sempre, anche senza dover lanciare slogan o fare propaganda. Già solo il suonare insieme davanti al pubblico è un gesto di aggregazione. La musica è fatta per abbattere tutti gli steccati che nascono dalle differenze culturali e dalle diverse provenienze. Quattro persone che trovano un dialogo sul palco rappresentano un gesto di civiltà, un segno di convivenza e superamento delle differenze.
Il brano originale, “Olhos Coloridos”, porta anche alla luce un paradosso brasiliano, ovvero il fatto che la stessa persona che è razzista spesso ha sangue creolo, quindi ibrido.
È un inno al meticciato, all’idea di accettazione e integrazione dell’altro. Nella musica italiana, il tema del meticciato era stato in parte toccato con la tamurriata nera, ma non è molto sentito, anche perché siamo un paese piccolo, con una situazione diversa rispetto al Brasile. Così con Kaballà ci siamo posti il problema di come adattare questo pezzo. E abbiamo deciso di allargarne la portata trattando, oltre al razzismo, altre piaghe della nostra quotidianità, come bullismo, bodyshaming e omotransfobia, dichiarando il nostro chiaro no a ogni forma di discriminazione, che non è altro che un attacco alle nostre libertà.
Bolsonaro ha fatto delle cose orribili. Ora in Brasile si respira un senso di rinascita, lo leggi negli occhi delle persone. Con Lula hanno ritrovato ascolto voci che erano state dimenticate. Come quelle dell’Amazzonia. E come anche quelle degli artisti
A proposito di Brasile, sei stata in tour lì di recente: come l’hai trovato dopo il traumatico – ma salvifico – passaggio da Bolsonaro a Lula e dopo le devastazioni del Covid?
Un paese certamente indebolito, che ha vissuto anni difficili ma che ora sembra aver ritrovato la speranza. Il Covid è stato una catastrofe e Bolsonaro ha fatto cose orribili. Ma ora nel paese si respira un clima di rinascita. Lo vedi negli occhi della gente, che si sente più ascoltata e capita. Lula è entrato in carica consapevole di alcuni errori che ha compiuto e che ha anche ammesso, ma ora ha una grande chance per riportare in avanti il paese. Sicuramente ora hanno ritrovato ascolto alcune voci che in Brasile erano state dimenticate, come quelle dell’Amazzonia, e anche quelle degli artisti.
Ti senti sempre a casa da quelle parti?
Eh sì… Ho appena fatto quattro date: Rio de Janeiro, San Paolo, Porto Alegre e Florianopolis. Ed è stato entusiasmante. Mi sento sempre ben accolta lì, il pubblico capisce e apprezza. Spesso canta con me anche in italiano, conosce i versi delle mie canzoni…
Del resto, musicalmente c’è sempre stato un feeling tra Italia e Brasile…
Certo, c’è sempre stata una grande reciprocità tra i due paesi. Penso a Mina con la Banda, a Ornella Vanoni con Erasmo Carlos in “L’appuntamento” o con Vinicius de Moraes e Toquinho in “La voglia la pazzia l’incoscienza l’allegria”, a Lucio Dalla e Chico Buarque de Hollanda che si sono scambiati “4 marzo 1943”, a Sergio Endrigo assieme a Roberto Carlos. Ma non solo: in Brasile “E poi che fa” di Pino Daniele è diventata una grande hit di Marisa Monte, mentre Ana Carolina ha ottenuto un grande successo con la sua versione in portoghese di “La mia storia tra le dita” di Grignani e Marina Lima ha avuto un successo planetario con una canzone di Polacci del 1947 che si chiama “Veleno”. E si potrebbe andare avanti ancora…
A proposito di Dalla, e di Battisti, siamo reduci da tanti ricordi e commemorazioni per gli 80 anni dalla loro nascita. Cosa hanno rappresentato per te nella musica italiana?
Due grandissimi idoli. Straordinari cantautori e musicisti, ma anche anime inquiete, sempre alla ricerca di nuove contaminazioni nella loro musica. Penso a tutti i viaggi sonori di Battisti, dalla psichedelia a Pasquale Panella per il tramite di Enzo Carella, ma anche a Dalla e alle sue incursioni jazzistiche. Due artisti che non si sono mai accontentati, che hanno sempre cercato nuovi stimoli. Modernissimi oggi come lo erano allora.
Tempo fa mi avevi parlato di un progetto con Yuka Honda delle Cibo Matto. Che fine ha fatto?
Sta ancora nel cassetto, ma è praticamente pronto. Devo capire se sarà il prossimo a uscire o se devo aspettare ancora, perché nel frattempo sono arrivate anche altre collaborazioni e possibili progetti.
Ci puoi anticipare qualcosa?
Dovrei fare delle collaborazioni in Brasile e qualcosa che ha a che fare con l’Inghilterra. Sto raccogliendo materiale. Ma è ancora presto per dare altri dettagli.
Dopo l’esperienza del 2012 non sei più tornata a Sanremo. Ti attirerebbe? E ti pare cambiato da allora?
Non ho visto l’ultima edizione, comunque ho sempre rispettato Sanremo per la sua tradizione e mi piace anche l’idea che ultimamente si sia un po’ più aperto ad altre forme musicali, oltre al fatto di ricordare grandi voci del passato. Ma non sarò mai una che aspetta Sanremo per fare qualcosa. Se però si dovesse presentare l’opportunità, con una canzone giusta, per esempio, perché no?
Bacharach è stato uno dei più grandi compositori di sempre. Ha portato la sofisticatezza nel pop, ne ha spostato il baricentro. Scrivere una canzone con lui è stato il mio battesimo: mi sono sentita portata per mano da un luminare
Sappiamo del legame speciale che ti univa a Burt Bacharach, il tuo mentore americano. Che ricordo puoi darci di lui?
È stato uno dei più grandi compositori di sempre. Aveva elementi di modernità e contemporaneità musicale unici, ha portato la sofisticatezza nel pop, ne ha spostato il baricentro, facendo una strofa di una canzone in sette battute, accordi sorprendenti. Riusciva a comporre scomponendo i canoni della popular music. Un po’ come è stato Jobim, ad esempio, che è riuscito a unire la gestualità del samba con la classicità europea di Villalobos.
Per quanto riguarda la persona, mi ricordo la sua grande eleganza, ma anche la sua immediatezza e semplicità. Lui andava direttamente in musica, senza sovrastrutture. Scrivere un brano con lui (“Trouble”, ndr) è stato il mio battesimo. Non avevo mai scritto una canzone con qualcuno, e farlo con lui è stata un’esperienza eccezionale: quella di essere portata mano nella mano da un luminare nella stesura di un brano originale. Io avevo solo una piccola idea melodica e l’abbiamo sviluppata insieme. Una cosa che mi porterò dentro in ogni canzone che scrivo.
C’è stata una scintilla o un momento particolare che ti ha fatto capire che saresti diventata una musicista?
Non c’è stata un’epifania, è successo tutto gradualmente. Ho cominciato a prendere lezioni, poi la cosa ha preso sempre più spazio e mi emozionava sempre più, anche se non pensavo che sarebbe diventata il mio lavoro. Forse l’incoscienza dell’adolescenza mi ha aiutato a fare qualche passo, ad esempio andare in America con quella borsa di studio. E da lì è stata una successione di eventi, un progetto, una collaborazione… Non ho mai pensato di essere una enfant prodige, ma solo di aver avuto la sensibilità giusta nel momento giusto per voler provare a creare una vita nella musica. E anche oggi è una scelta che continuo a fare giorno dopo giorno.
Allora aspettiamo i tuoi prossimi dischi. Il primo quando arriverà?
Spero entro l’anno, ma non ne sono sicura.
Mi incuriosisce la collaborazione inglese… ci puoi dire qualcosa di più?
Posso solo dire per ora che ha a che vedere con l’idea di portare avanti una missione spirituale attraverso la musica. Mi piacerebbe approfondire qualcosa di meditativo, in cui la musica e la voce si mettono al servizio di questa ricerca. Per calmare le nostre menti! Del resto, c’è anche nel jazz una tradizione in questo senso, penso a John Coltrane, Sun Ra… E comunque mi piace sempre l’idea di disattendere le attese del pubblico.
Carmen Consoli mi ha raccontato che era proprio questo l’unico insegnamento che le aveva dato Battiato…
Visto? E se lo diceva un maestro come lui… Bisogna sempre spostare il proprio baricentro più in là, non restare mai fermi. Ogni respiro è diverso, il punto poetico si sposta: non è come il punto di cottura della pasta: per fortuna siamo vivi!
(08/03/2023)
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| Chansons e altre storie
Abbiamo lasciato Chiara Civello prigioniera nella sua casa/studio di Rio de Janeiro in piena pandemia, alle prese con qualche esibizione domestica in streaming per esorcizzare l’angoscia del lockdown. Proprio in quell’occasione, la più cosmopolita delle cantautrici italiane ci parlò del suo progetto di “Chansons”, una raccolta di classici francesi divenuti ormai standard internazionali e cantati in tante lingue del mondo. Ora che il disco è finalmente uscito, ne approfittiamo per una nuova chiacchierata con lei, che spazia dal rafforzato sodalizio con il produttore Marc Collin (Nouvelle Vague) al gusto vintage per le sonorità cinematiche degli anni 60 e 70, dal cameo nella fiction Rai “Imma Tataranni” alla collaborazione con lo scrittore Emanuele Trevi (fresco di Premio Strega) per l’inedita “Perdiamoci”, dalla musica nell’era post-pandemia all’attuale scena italiana. Ben ritrovata Chiara, siamo felici che finalmente sia uscito “Chansons”, il disco di cui ci avevi parlato nella nostra precedente intervista. Ci puoi dire con quale criterio hai scelto i brani? Immagino sia sta dura selezionarli all’interno dello sterminato patrimonio della canzone francese. Il caso più eloquente è quello di “My Way”…
Ti abbiamo anche vista in tv, in un cameo nella fiction Rai “Imma Tataranni”. Com’è nata l’idea? Quasi meglio di andare a Sanremo… A proposito, sei tentata di riprovarci? Ecco, parliamo del tour di “Chansons”… Mi è piaciuta molto la tua versione di “Hier Encore” di Charles Aznavour, tradotta nella funkeggiante “Yesterday When I Was Young”. A sentirti parlare si percepisce come tu abbia ormai un controllo completo della tua musica, hai maturato quasi un’esperienza da produttrice? Una delle “Chansons” è “I Will Wait For You (Les parapluies de Cherbourg)” di Michel Legrand, il compositore che ti ha cambiato la vita. La vuoi raccontare la storia? Ti avevamo lasciata in Brasile, alle prese con concerti domestici in streaming. All’epoca ci raccontavi che non c’era ancora un vero lockdown, poi sappiamo com’è andata a finire, il Brasile è stato uno dei paesi più flagellati dalla pandemia. Al di là delle restrizioni, secondo te la pandemia ha cambiato anche la musica? In quell’occasione mi avevi parlato anche di un altro tuo progetto in cantiere, il disco con Yuka Honda delle Cibo Matto e Jim Campilongo. A che punto è?
Viene da pensare che forse se fossi nata in quell’epoca saresti stata più compresa. Oggi, specie in Italia, viviamo tempi di sovranismo, di autarchia musicale, con classifiche dominate da dischi italiani (e brutti, il più delle volte). È più dura per chi, come te, si propone di essere internazional-popolare, secondo la definizione che abbiamo coniato insieme qualche intervista fa? Non a caso, imbattendosi nei tuoi video su YouTube, capita di verificare che buona parte dei commenti vengono dal Brasile … Oggi che cosa ascolti? E ti credo, sono occupati tutti dai Maneskin… Ormai sei quasi una mediatrice culturale internazionale. (05/12/2021) |
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Dal Brasile con passione Avevi in programma dei concerti in Cina. Hai rischiato di trovarti lì proprio in piena epidemia…
Il pubblico cinese come ha accolto lo show? Ripeterai l’esperimento? Com’è la situazione lì in Brasile? In tempi di isolamento, la musica pare l’unica forma di aggregazione sociale: ti piace l’idea dei flash-mob con le canzoni sul balcone?
Cosa cambierà nel mondo musicale, secondo te, dopo la fine di questo ciclone? Stai anche lavorando a nuovi progetti discografici? Un amore, quello per il Brasile, che anche le cantanti italiane hanno manifestato spesso. Basti pensare anche solo a Ornella Vanoni… E senza tralasciare neanche te, che hai collaborato con Chico Buarque in “Io che amo solo te”…
Sarà un disco di inediti? Insomma, farai quasi il giro del mondo in tre dischi… Possiamo quindi mantenere la definizione “internazional-popolare”? Attualmente ti senti più interprete o autrice? Burt Bacharach scrisse per te “Trouble”. Lo senti ancora? Allora buon soggiorno in Brasile, sperando che quello forzato finisca presto e che tu possa tornare a esibirti in Italia. (17/03/2020) |
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| Eclipse retrofuturista “La mia missione è allargare i confini della canzone italiana. Voglio essere internazional-popolare”. Chiara di nome e di fatto, l’ambizione della ragazza per la quale si scomodò Burt Bacharach (scrivendo per lei “Trouble”) e che Tony Bennett definì “la miglior cantante jazz della sua generazione”. Dopo tanto girovagare tra Stati Uniti e Brasile, miss Civello ha rimesso radici in Italia. E le vuole consolidare con il nuovo album “Eclipse“, in cui le sue tipiche inflessioni jazzy, pop e bossa nova si incontrano felicemente con l’elettronica retrofuturista del produttore Marc Collin (Nouvelle Vague). Di questo e altro parliamo in una piacevole chiacchierata, in cui si riaffacciano, inevitabilmente, i temi più cari alla cantante romana di origini sicule (Modica): dal Brasile al jazz, dal rapporto con Bacharach al cinema e alla stagione dei grandi compositori italiani di colonne sonore. Chiara, che disco è “Eclipse“? Si può definire una sintesi di tutte le tue esperienze precedenti? In un certo sì, è un disco che riassume tutte le mie passioni e la mia vita di girovaga: l’America, il jazz, la bossa nova, il pop, le colonne sonore degli anni 60-70. Il precedente “Canzoni” era nato dall’esigenza di omaggiare i classici italiani dopo tanto peregrinare in giro per il mondo. Qui ho cercato di avvicinarmi ancora di più al mio paese, cercando le voci più originali della scena di oggi: Francesco Bianconi (Baustelle), Cristina Donà, Dimartino, Diego Mancino, Diana Tejera… Con loro ho cercato una sintesi tra tutte le anime della mia musica.
Nel disco si respira in effetti un clima molto vintage. O meglio “retrofuturista”. Il risultato è molto raffinato. Forse anche troppo per le classifiche italiane? Senti di aver superato il paradosso di essere una delle poche nostre cantanti di livello internazionale conosciuta però più all’estero che in patria?
Manca oggi, al cinema italiano, il contributo di quei compositori? A proposito di retrofuturismo, mi viene in mente anche solo il nome di Piero Umiliani. E il risultato spesso era… pop!
Porterai il disco in tour? Senti ancora Burt Bacharach? Che cosa ti ha lasciato l’incontro con lui? Tornerai a Sanremo o ritieni quell’esperienza una pagina chiusa nella tua carriera? Hai duettato con tanti interpreti meravigliosi, da Al Jarreau a Gilberto Gil e Chico Buarque. Con chi ti piacerebbe cantare in futuro? In effetti, un duetto con Conte sarebbe il massimo. Glielo proporrai? (14/04/2017 – Versione estesa di un’intervista pubblicata su “Leggo”) |
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| Te lo do io il Brasile
C’è una cantante italiana che ha già scritto canzoni con Burt Bacharach e duettato con giganti come Chico Buarque, Gilberto Gil e Al Jarreau. Ha la metà degli anni di Ornella Vanoni e non è Fiorella Mannoia… Si chiama Chiara Civello, romana di nascita ma cosmopolita di fatto, con un filo rosso di 7.752 chilometri a separare le sue città del cuore: New York, dove ha vissuto a lungo, e Rio de Janeiro, ormai sua patria d’adozione. Ora, però, ha voglia di mettere alla prova la sua voce di velluto con le “Canzoni” italiane. Chiara, come mai un album di cover italiane? Un disco pieno di collaborazioni, che vede la partecipazione di ospiti internazionali come Gilberto Gil, Chico Buarque, Esperanza Spalding e Ana Carolina, mentre le architetture sonore sono state arrangiate da Eumir Deodato e suonate dall’Orchestra Sinfonica di Praga… In effetti c’era il rischio di produrre un calderone un po’ confuso. Invece tutto è tenuto insieme da questo denominatore comune dello stile… Come nasce, invece, la tua grande passione per il Brasile? Al di là della disfatta sportiva, il Mondiale in Brasile, tutto sommato, è stato ben gestito. Come vedi questo paese, dove hai anche lavorato a lungo? New York, invece, cosa ti ha lasciato? Oltre ai 7.752 chilometri che la separano da Rio de Janeiro (ridiamo)
Sempre a proposito di canzone italiana, nel 2012 sei stata a Sanremo nella categoria Big con il brano “Al posto del mondo”. Com’è stata quell’esperienza? Ti piacerebbe ripeterla? Hai in programma un tour? Pochi sanno anche che hai scritto una canzone con una leggenda come Burt Bacharach. Com’è nato quell’incontro, che poi ha fruttato un brano per il tuo disco d’esordio? E chi meglio di Bacharach… Hai mai pensato di fare un disco interpretando proprio le canzoni di Bacharach? La tua voce sembrerebbe piuttosto adatta…
Quale modo di cantare non ti piace, invece? In Italia se ne abusa parecchio, in effetti. A proposito, che ne pensi dei talent musicali? Pensi quindi che per una cantante italiana emergente sia opportuno tentare l’esperienza che hai fatto tu: andare via, all’estero, in paesi musicalmente più ricettivi, e mettersi alla prova? Ora ti sei trasferita stabilmente in Italia o ti dividi ancora con gli Usa e il Brasile? (27/07/2014 – Versione estesa di un’intervista pubblicata su “Leggo”) |