Emma Tricca

Viaggio attraverso gli occhi della folksinger esploratrice

intervista di Martina Vetrugno

In previsione dell’uscita del suo quarto album solista, abbiamo contattato Emma Tricca, folksinger italiana di stanza a Londra, per parlare della sua realizzazione, delle influenze in esso contenute e anche di come stia cambiando il modo di vivere la musica tra Italia e Regno Unito. Il disco porta avanti il sodalizio iniziato in “St. Peter” con il chitarrista Jason Victor (Dream Syndicate, Steve Wynn & The Miracle 3), il bassista Pete Galub e il batterista Steve Shelley (ex-Sonic Youth), band con cui l’artista tornerà in tour a breve, passando anche dall’Italia una settimana dopo la pubblicazione dell’opera.

 

Ciao Emma, con OndaRock ti avevamo lasciata appena dopo la pubblicazione di “St. Peter” nel 2018 e ti ritroviamo con il tuo quarto lavoro “Aspirin Sun”, che è anche il primo pubblicato per Bella Union. Un bel salto. È stata una cosa improvvisa o c’erano già delle trattative in corso?
È stata una cosa molto improvvisa. Stavamo già lavorando al disco, era praticamente pronto, e circa un anno e mezzo fa mi scrisse Simon Raymonde. Chiaramente, ricevo questa email, puoi immaginare... Ci sono un sacco di persone che fanno finta di essere qualcun altro, ed è stato il mio primo pensiero, perché non avrei mai pensato che Bella Union mi venisse a cercare. Veramente, non lo sto dicendo per falsa modestia, è un miracolo, come lo è stato tutto questo album. In tutte le interviste che ho fatto l’ho definito un “disco miracolo”. Simon mi scrisse una sera di gennaio, credo nella prima settimana del mese, e mi disse che era dispiaciuto di non avermi mai sentita prima. Mi chiese se avrei voluto collaborare con la sua band, i Lost Horizons, e in quel weekend, tra una chiacchierata e l'altra, gli ho anche detto che stavo facendo questo disco. Tra le righe mi fece capire che lo avrebbe fatto uscire anche senza averlo ascoltato. Una roba di quelle che succedevano forse negli anni Sessanta, ma tutta la mia carriera è stata un po’ così. Non sono mai andata a cercare di proposito le persone, ma sono capitate delle situazioni in cui io e loro eravamo nella stessa stanza, una questione di sinergie.

 

A volte le coincidenze contano molto, al giorno d'oggi forse ancora di più. Non so come sia il tuo rapporto con i social, ma anche attraverso quel mondo può capitare che un'artista come Simon...
Esatto, e questo è il caso di Simon, sicuramente, perché abbiamo molte persone in comune. Io sono tremenda con i social perché non li so usare. Al di là di postare cavolate, ogni tanto sparisco, ogni tanto ci rimetto due cose, ma più che altro è che mi sento una cretina a usarli. Non sono il mio mezzo di comunicazione. A volte mi divertono, scopro anch'io delle cose fantastiche in relazione a ciò che mi interessa. Però sono io che ci azzecco poco.

 

Per quanto riguarda la lavorazione dell’album, è cominciata molto presto, intorno al 2019, giusto?
Si, ad agosto del 2019 più o meno.

 

Sarà stata anche un po’ travagliata, di mezzo c'è stato un po’ di tutto, i lockdown a causa della pandemia. Come si è svolta?
Travagliata direi no, perché come ti dicevo prima, “disco miracolo”: nella prima settimana di dicembre del 2019 ero a casa di un mio amico in Francia, ero tornata da qualche mese da New York con un'idea di album. Lui mi suggerì, avendo tanto tempo prima di andare in tour con Robyn Hitchcock, di tornare a New York per lavorare su questa cosa per almeno un mese a gennaio. E così ho fatto, ho preso il biglietto lì per lì. Sono arrivata a New York la sera dell’ultimo dell’anno, e già dalla settimana successiva avevamo iniziato le registrazioni; sono tornata in Italia a fine gennaio con quelle 10/12 canzoni registrate.

 

C'era già un buon abbozzo, in definitiva c'era un album.
Album che doveva essere chiaramente definito, cantato, ma c'era un album, cioè la band era lì. E dopo sono arrivata, sono andata in tour con Robyn Hitchcock, sono ritornata in Inghilterra intorno al 10, gradualmente le notizie sono cominciate ad arrivare dall'Italia e si è bloccato tutto. Il travaglio è stato corale, perché ci sono stati i vari delays per quanto riguarda i vinili, il mondo si è fermato, e questo è stato il travaglio maggiore. Però se ti devo parlare di travaglio per far funzionare questa cosa, no. Avevamo già un corpo di lavoro presente, non ho dovuto fare altro che andare in studio qui a Londra, nel momento in cui si poteva, cantare e arrangiare i cori. Quindi c’è stato uno sviluppo ulteriore dovuto alla pandemia: probabilmente il suono sarebbe stato un po’ più snello, o diverso. Non lo so. Ma l'essenza di questo disco è anche quella, l'essenza della ritmica, lo stile di Pete.

A proposito del fatto che si è fermato tutto, lì in Inghilterra c’è stato anche il tassello della Brexit. Cosa è cambiato a livello di vivere e di fare musica? Immagino lo scenario si sia “evoluto” ulteriormente...
O involuto, semmai. Ci sono delle grosse difficoltà, ma al di là dei musicisti inglesi, per i quali è difficile andare in Europa. L'Inghilterra è sempre stata un punto di passaggio importante, per quello che riguarda i grandi nomi dei giornali e della stampa. Si passa da qui per la promozione “mondiale”, poi in America ci sono altre cose come Pitchfork, Rolling Stone, The L.A. Times, però i vari Mojo, Uncut, lo zoccolo duro della stampa musicale è britannico. Si fa la promozione qui e poi in Europa si lavora molto di più, anche per questione di vastità del territorio. Questa cosa è venuta meno, è stata tagliata in parte. Col Covid di mezzo molti locali hanno chiuso e quindi si fa una fatica enorme, e questa cosa l'ho riscontrata anche in Italia. Non è stato facile per noi mettere insieme delle date per una questione di mancanza di spazi. Magari potesse esser definita una giungla, non lo è più, è una lotta. E quindi è difficile per i musicisti britannici venire in Italia. Ci sono stati anche dei miei amici che avevano dei tour di promozione qui in Inghilterra all'inizio della pandemia, quando la situazione Brexit non era ancora stata chiusa totalmente. Non sono più potuti tornare. I costi sono diventati proibitivi e c'è probabilmente anche un po’ di “occhio furbo” da parte dei locali, per cui si tende sempre ad avere paura, a far scendere i cachet, forse anche per non dover alzare i prezzi dei biglietti. Insomma, è un gran casino, ma penso che questa cosa tu la sappia benissimo.

Sì, purtroppo, l'ho riscontrato anche con altri artisti: qualcuno non è proprio potuto venire anche a causa dei costi, perché ciò che dovevano investire per le date italiane era maggiore del guadagno effettivo, e ha salvato date altrove, piuttosto che da noi. Probabilmente i costi sono diversi, e questi paesi investono diversamente. Ci sarebbero molte cose da cambiare da quel punto di vista.
Te lo confermo, assolutamente.

Tornando sul disco, “Aspirin Sun” porta avanti le influenze psichedeliche che avevi già introdotto con “St. Peter”, e questo è palpabile fin dalla sua copertina, molto diversa dalle precedenti, così come dai videoclip di “King Blixa” e “Christadora House”. All'interno di un'opera quanto è importante per te l'aspetto visuale, sia dal punto di vista della “confezione” in sé, sia per quello che vuoi comunicare all'ascoltatore?
È tutto molto importante, fa tutto parte del lavoro. Nel video dell'ultimo singolo che è uscito un po’ di giorni fa (“Autumn’s Fiery Tongue”) abbiamo ripreso delle cose di “St. Peter”, come se fosse stato un fiocco sul pacchetto. Però è cambiato notevolmente tutto, è un lavoro che va di pari passo. Si spingono le sonorità, si spinge la parte visuale, perché tutto deve rappresentare quello che contiene il disco. Non è uno specchietto per le allodole, deve essere coerente con la musica che si propone.

C'è stato perciò uno sviluppo corale, lo chiedevo anche perché ho notato che oltre a influenze musicali di questo tipo, c’è anche molto cinema. Si è citato Wim Wenders che incontra “” di Fellini, oltre a personalità come Jodorowsky e Buñuel. Il tema del viaggio si ritrova in quel frangente, come in quello dei poeti beat. Spicca perciò anche il tuo rapporto con il cinema e con la poesia.
Sì, indubbiamente, va tutto nello stesso calderone, una cosa non potrebbe prescindere dall'altra. D'altronde vengo anche da una forte tradizione che è quella italiana: il cinema degli anni Cinquanta e Sessanta, possiamo citare i soliti Pasolini e Gregoretti, per passare a De Sica, Fellini, e per spostarci d'oltralpe Godard. Per quanto riguarda la poesia, i crepuscolari, e c'è un'influenza massima che per me è stata Ungaretti. Tutto questo ha sempre fatto parte della mia storia, della mia sensibilità, ma d'altronde, anche quando si parla dei “soliti ignoti” degli anni Sessanta del Greenwich Village, che cosa abbiamo da lì? Oltre ad avere la sostanza, la musica, le canzoni, abbiamo anche delle immagini fortissime. La famosa copertina di Bob Dylan con Suze Rotolo in “The Freewheelin' Bob Dylan”, per non parlare dei Ramones di fronte allo storico Cbgb. Immagini di Newport, non credo che ci sia uno più psichedelico di Bob Dylan quando è entrato nel periodo elettrico. Le immagini comunque fanno parte di tutta questa storia, come influenza.

A tal proposito, un album, un libro e un film che ritieni importanti per te personalmente.
Sicuramente c'è “The Hissing Of Summer Lawns” di Joni Mitchell, perché contiene moltitudini, in questo disco c’è di tutto, dal folk, al jazz, al progressive, tutto un mondo. Per quanto riguarda il libro, in realtà ce ne sono due: “Il compagno” di Cesare Pavese e “Se questo è un uomo” di Primo Levi, perché anche lì si parla di condizioni umane complesse che vengono riportate in tutto. E poi abbiamo detto un film, oggi ti direi “Dont Look Back”. Parliamo di un documentario (su Dylan) e si riferisce proprio a quello di cui parlavamo poco fa.

Parliamo della genesi di un brano che ha attirato la mia attenzione: "Rubens’ House". C’è qualcosa di labirintico e, a proposito di influenze, ci ho ritrovato molto i Dream Syndicate, immagino ci sia stato un maggiore apporto da parte di Jason in coda alla traccia. Come è nato questo pezzo?
Questo brano è un'impressione che mi sono portata dietro dopo aver visitato la casa di Rubens. Quando vagavo per queste stanze, ho avuto questa immagine del labirinto, della ricchezza, delle donne vestite in seta che giocavano con animali, bellissimi pavoni, falchi, eccetera. La canzone nasce da una visita alla casa di Rubens mentre ero in tour con Nick Mason, e queste impressioni furono talmente forti che me le portai dietro per un sacco di tempo. E Jason, è Jason. È quello che fa lui, quindi sicuramente porta le sue influenze dai Dream Syndicate, ciò che sente, che è, lo porta con me, ma è Jason. La stessa cosa l'ha fatta sull'ultimo brano di “St. Peter”. Per quanto riguarda la mia collaborazione con lui, Steve e Pete, loro hanno mano libera, carta bianca.

Sono diventati di fatto la tua famiglia, si è stretto molto questo rapporto nel tempo.
Sì, c'è un rapporto di amicizia forte.

Nel disco spicca poi il tema della perdita, ma c’è anche molta speranza.
Infatti, ci pensavo proprio questa mattina, perché tutti tendono a focalizzarsi e a ripetere: “Ma sei molto incentrata sulla perdita, la perdita…”, e invece è un disco di rinascita!

Si sente, si percepisce molto. C’è anche un richiamo a una stagione come l'autunno, dove cadono le foglie e il paesaggio “muore” per poi rinnovarsi, quindi c'è una rinascita e ci sono anche dei colori forti.
L’autunno è la mia stagione preferita, quella in cui mi sento più a mio agio. Amo l'autunno. “Le quattro stagioni” di Vivaldi hanno un senso forte e c'è il risveglio dell'autunno dopo l'ubriacatura. C'è anche questa condizione, in cui tu ti svegli dopo essere cambiato e avere avuto questo shock, perché poi di fatto le perdite sono shock fisici. Traumi che a volte non sappiamo come si sviluppano, quindi ci si risveglia e si cerca di capire, mentre si è ancora in questo stato un po’ di confusione, che è uno stato psichedelico in realtà.

È una cosa che riesco a comprendere, essendoci passata.
D'altronde questa è una di quelle cose che, si dice, non saprai mai come sarà fin quando non ti capiterà effettivamente.

Quindi il fatto di collegare il viaggio al tema del ricordo e del fantastico si sviluppa anche da lì, in qualche modo, un tentativo per uscire da questo stato. Nello scenario del video di “Cristadora House” ci sono terre lontane, si tratta di un viaggio nell'immaginifico, ma anche nel reale.
Sì, e il regista Francesco Cabras, che è straordinario, ha concepito questo video proprio come un viaggio dell'anima. È stato filmato in tre continenti, e tutte queste cose sono state messe insieme con estrema sensibilità all'argomento, che poi ci tocca tutti quanti, come dicevamo prima. È un viaggio dell'anima, di quello che accade fino alla rinascita, quando ti togli il velo.

E infatti mi ha colpita molto la chiusura su quest'immagine. Interessante anche l'idea della band mariachi in “Space And Time”.
Sì, non è proprio una mariachi band, è qualcosa di simile. Lì e in “King Blixa” troviamo due momenti di luce e di rinascita all’interno del disco, volevo indicare la risalita in superficie. Volevo questo punto di luce, anche se poi ci si risommerge di nuovo.

In “King Blixa” ho notato queste immagini intermittenti, specchi d’acqua, scenari naturali alternati a movimenti come se stessi cercando di uscire dall'acqua. E alcune scene simili sono anche in “Cristadora House”, lì a risaltare è il deserto.
Sì, in “Christadora House” sono mostrati i deserti più importanti del mondo, la cosa incredibile è anche l'animazione di un quadro, se lo hai notato, che fu dipinto da un mio prozio. Questo quadro è stato un altro piccolo miracolo: sapevo che lo zio di mio padre aveva avuto un discreto successo come pittore a New York, ma non mi ero resa conto fino a che punto fosse quotato come artista indipendente. Tanto è vero che un art dealer di New York mi disse che aveva un quadro allo Smithsonian di Washington. La punta di diamante dei musei d'arte moderna. Ho ricercato questo quadro e quando l'ho visto sono rimasta folgorata, perché era il dipinto di un palazzo nell’East Village, sotto il quale praticamente passavo tutti i giorni. Questo è successo proprio nell’estate in cui ero a NY nel 2019, sono tornata a casa dove ero ospite di amici a Brooklyn, mi sono seduta e questa canzone è venuta di getto. Quindi è stato un po’ un ripercorrere. Mostrai poi questo quadro a una mia amica fotografa, che realizzò lo scatto per il retro di “St. Peter”, e mi fece notare che fossi più o meno nella stessa posizione, cioè che il dipinto fosse stato realizzato dalla stessa angolazione da cui era stata scattata la foto.

È una coincidenza molto particolare.
Sì, poi se ne faccia quel che si vuole di coincidenze del genere, ma si tratta di una coincidenza importante. Poter citare il quadro in qualche modo nel video mi sarebbe piaciuto, bisognava però chiedere il permesso a chi apparteneva, specialmente se si aggiunge la musica. Quindi ho scritto allo Smithsonian e mi hanno risposto in due ore, sono stati carinissimi e mi hanno dato il consenso per usarlo.

C’è qualche artista emergente nel panorama londinese che stai seguendo e vorresti segnalare ai nostri lettori?
Non direi che sia un emergente, perché è già da un bel po’ che va in giro, però sicuramente chi ha fatto un disco straordinario di recente è Duke Garwood (“Rogues Gospel”, uscito nel novembre del 2022), e lo consiglio assolutamente a tutti.

All'interno del disco sono state inserite molte influenze, dream-pop in genere, alternative, oltre alla matrice folk classica. “Autumn’s Fiery Tongue” è quasi un alt-country abbastanza incalzante. Lì c'è uno scenario molto americano.
Non saprei se sia esattamente un alt-country: uno fa le cose, poi ai posteri la cosa intendo, no? Mi sembra qualcosa di quasi tribale, dove c'è la ritmica incalzante incredibilmente forte. Però sì, può essere che si trasli in una direzione simile. Dietro a questo disco, come dietro a tutto quello che faccio, non c'è mai un pensiero ben preciso. Ci sono dei riferimenti, perché magari sto ascoltando più un disco che un altro, può essere anche jazz e musica classica, non necessariamente cantautorato, poi viene tutto fuori e si mette nel calderone, nel momento in cui tu cominci a parlare di suoni e di dischi con i produttori. Penso che quando si parla di suoni, più che altro si rientri nella fase di post-produzione e di missaggio.

 

A metà aprile, oltre alla data al The Grace a Londra, tornerai in Italia e farai tappa a Bologna, Udine e Roma. Quando sei lontana cosa ti manca, e quindi ritrovi più volentieri al tuo ritorno in Italia?
La pizza.

 

Avevo pochi dubbi sul fatto che si potesse parlare di cibo effettivamente.
Anzi, annulla tutto, sono i supplì romani, c'è un posto dove porto sempre i miei amici dall'estero a Trastevere per mangiare questi supplì che sono la fine del mondo. Altra cosa, ogni volta che torno, vado vicino casa dei miei bisnonni in Abruzzo per il baccalà di Catignano (vicino Pescara). C'è un ristorante dove fanno il baccalà in tutte le salse, mio zio mi ci porta sempre. Ti ho aperto una porta della mia famiglia per un secondo. Ti devo dire anche un'altra cosa, non tanto il cibo di casa, anche se questa parentesi di Catignano è verissima, ma in realtà ciò che faccio sistematicamente quando vado a Roma è lasciarmi avvolgere dall'arte di questa città. Vado sempre a vedere le opere di Caravaggio a San Luigi dei Francesi, mi faccio una passeggiata attorno a Monti, al Colosseo. Nonostante conosca ogni sampietrino di Roma, ogni volta che torno la scopro nuova. Roma è una cosa folle, e non si offendano i cugini fiorentini, con tutto l'amore che ho per Firenze, ma un'altra città che amo tantissimo è Bologna. Amo la sua internazionalità, i portici, i posti dove ti porti il pane, la mortadella e il vino e tutte queste cose. Lo so che ritorno a questo, però ha una sua internazionalità, anzi quei posti mi ricordano molto la Roma degli anni Cinquanta, quando queste cose succedevano. Lucio Dalla che si incontrava con gli altri artisti, uscivano a cena nelle trattorie, queste scene che riportano a Fellini. Bologna rappresenta l'Italia che è rimasta culturalmente con un'identità fortissima, con questo tipo di spirito e di goliardia intellettuale, cosa che nelle altre città mi sembra si sia persa un po’.

 

Grazie mille per il tempo che ci hai dedicato Emma, e in bocca al lupo per il disco e per tutto quanto!
Grazie mille a voi!

 

(02/04/2023)

 

***

 

Winter, My Dear

 

di Claudio Lancia

 

Terracina Alta, borghetto medievale con vista sul mare, fronte Isole Pontine, panorama mozzafiato, di quelli che tutto il mondo invidia alla nostra penisola, che gli stranieri ammirano stropicciandosi gli occhi per l’incredulità. Emma Tricca e la sua band hanno appena terminato il sound-check, si voltano e alle spalle del palco guardano il lungomare dall’alto, delimitato a destra dal promontorio del Circeo e a sinistra dalla spiaggia che corre verso Sperlonga, Gaeta e Formia.
Sono le 20 di una calda giornata di metà giugno, le più lunghe dell’anno, il sole sta per tuffarsi nel mare, ma è ancora distante dalla linea dell’orizzonte. Tutto perfetto. Emma è sorridente: ha dimostrato di saper scrivere delle canzoni così belle da arrivare a sedurre musicisti straordinari. Sia nel recentissimo “St. Peter”, sia qui questa sera, la chitarra è salda nelle mani di Jason Victor, il guitar hero protagonista della seconda giovinezza dei Dream Syndicate, già con i Miracle 3, sempre con Steve Wynn, mentre dietro la batteria siede Steve Shelley, una vita con i Sonic Youth, ma anche tantissime altre collaborazioni artistiche. Ci sediamo per organizzare la cena e per scambiare quattro chiacchiere con la piacevolissima compagnia. Non soltanto Emma, ma anche Jason sarà invitato a intervenire su alcune tematiche.

Buonasera Emma, anzi tutto complimenti per “St. Peter”, davvero un gran bel disco. Il sound-check direi sia andato benissimo, il suono è decisamente compatto…
Emma: Grazie! Sì, sono soddisfatta. Sia del disco che del check.

Come stanno andando le date del tour?
E: Bene, è un mini-tour che prevede cinque date in Italia e tre in Inghilterra.
In quelle inglesi però ci sarà un altro batterista, perché Steve dovrà andare in tour in Brasile, dove sarà impegnato con un’altra band.

Il tuo sound è indubbiamente internazionale, ma tu sei italianissima…
E: Io sono nata a Chieti, poi ho vissuto a Roma e a Como.
Mio padre è romano, e io mi considero romana, completamente: è la mia città del cuore.

A un certo punto hai deciso di trasferirti all’estero. Per motivi personali o artistici?
E: Artistici.

Fai parte quindi di quella cerchia di musicisti secondo i quali per raggiungere una certa visibilità internazionale occorre andare all’estero?
E: In realtà il discorso non è esattamente questo. Non è questione di avere successo. Per quanto mi riguarda la questione era di imparare quello che mi interessava. Tutto quello che a Roma non trovavo più, nella Capitale tutto quello che avrei potuto prendere lo avevo assorbito. Sai, se voglio imparare a cantare il fado devo andare in Portogallo, non trovi? Quindi se voglio imparare a suonare e a concepire il folk in un certo modo, devo andare in Inghilterra. Questo era tutto ciò che mi interessava. Non è una questione di avere più o meno successo, più o meno visibilità: io volevo imparare.

E il risultato com’è stato? All’altezza delle tue aspettative?
E: Il risultato è stato ottimo.

Sulla base della tua esperienza, cosa ti sentiresti di consigliare oggi a una band che sta iniziando il proprio percorso?
La situazione è cambiata tantissimo da quando io sono partita. E poi io suono musica con una forte radice folk, qualcosa di molto specifico. Mi spiego: se suoni alternative rock, magari puoi andare a Londra a vedere come si fanno certe cose, così come a Berlino, ma magari anche in Italia, dove in certi generi musicali si è andati avanti. Per il folk è diverso, per il folk hai bisogno di andare a ricercare le radici.

Sbarcare il lunario è comunque difficilissimo, anche oltrefrontiera, anzi magari là fuori rischi di incontrare una concorrenza ancor più forte e spietata…
E: Pensa che tre o quattro anni fa mi è capitato di incontrare James Taylor che mi disse “ragazzina, ma come hai fatto a entrare nel music business?”. Oggi è difficilissimo riuscire a trovare uno spazio.

Com’è nata e come si è sviluppata la collaborazione con Jason Victor, attualmente chitarrista dei Dream Syndicate? Ho letto che vi siete incrociati al South By Southwest…
E: Lo lascerei raccontare a Jason stesso, che oltre a suonare la chitarra in “St. Peter” ne ha curato la produzione.
Jason: Sì, io andavo spesso al South By Southwest. Un anno ci siamo conosciuti, proprio durante il Festival, e siamo rimasti in contatto. Quando Emma capitava a New York, io andavo a sentirla suonare, e un paio di volte è accaduto che abbiamo suonato assieme come duo. Una cosa che Emma mi ha sempre detto è che avremmo dovuto lavorare assieme prima o poi, e alla fine è accaduto davvero. Io conoscevo Steve (Shelley, ndr), avevamo fatto già un paio di cose assieme, avevamo suonato in un paio di occasioni. Io avevo del materiale di Emma e glielo feci ascoltare, chiedendogli se fosse interessato a lavorare su quelle tracce. Mi rispose di sì. Oggi eccoci qui tutti insieme.

Emma, i tuoi dischi precedenti erano decisamente minimali. Le 10 tracce di “St. Peter” si presentano invece molto più piene, con influenze che si moltiplicano. Ad esempio, ho trovato una certa prossimità con certe cose degli Yo La Tengo, in particolare fra le pieghe di canzoni come “Julian’s Wings” e “Mars Is Asleep”. Guarda caso il disco è stato registrato a Hoboken. Soltanto una coincidenza?
E: Non credo ci sia questo tipo di influenza, ma anche questi aspetti li lascerei approfondire a Jason.
J: In realtà il punto è che entrambi proveniamo da un contesto stilistico e territoriale simile, di conseguenza potemmo avere metabolizzato le medesime influenze. Non credo che siamo stati influenzati dagli Yo La Tengo: quando iniziammo a pensare a questo disco avevamo in mente un ipotetico incrocio fra i Velvet Underground e i Fairport Convention, dunque parliamo di band precedenti agli Yo La Tengo. Quindi magari sia noi che loro ci ritroviamo ad avere le medesime radici, questo sì, ma non sono certo loro a influenzarci. Yo La Tengo sono nostri amici, ma non sono mai stati una fonte di ispirazione per queste canzoni. Si tratta più di mettere insieme il mio stile e quello di Steve, il modo in cui noi suoniamo, e fondere il tutto con il modo di suonare di Emma. Una combinazione che ci piaceva molto. Una combinazione che funziona. Poi, sai, anche Frank Sinatra è originario di quelle parti…

“Green Box” sono praticamente due canzoni in una: parte col fingerpicking, richiamando atmosfere à-la Byrds, per poi passare attraverso Morricone e arrivare sino a Neil Young, con quel solo di chitarra lacerante nel finale. Queste influenze fanno parte dei vostri ascolti formativi?
J: La canzone che citi si avvicina sicuramente al tipico mood di Neil Young, anche per la modalità con la quale è stata registrata, con il solo di chitarra ripreso dal vivo.
Il fischio è stato aggiunto successivamente, un po’ figlio di Morricone, certo, ma anche un po’ figlio del background di Emma.

Emma, da sempre hai dato grande spazio e importanza alle collaborazioni con altri musicisti. Con chi ti piacerebbe suonare in futuro?
E: Cambio idea ogni giorno, ma so che le persone giuste arriveranno al momento giusto, com’è sempre stato per me. Sono aperta, lavoro sodo e seguo il mio dharma, questo è tutto quello che mi interessa.

E tu Jason, cosa pensi in proposito?
J: Trovo che le collaborazioni arricchiscano sempre molto il risultato finale di un progetto. Quando Emma mi chiese di lavorare insieme, io ascoltai il materiale con grande attenzione, e in tutta sincerità non sapevo cos’altro aggiungere alle sue canzoni, perché Emma già da sola aveva svolto un ottimo lavoro. Poi ho avuto l’occasione di lavorare con Steve, sono sempre stato un fan del suo stile, del suo modo di suonare la batteria. Questa collaborazione alla fine ha dato frutti interessanti, è figlia di un percorso di tre musicisti per molti aspetti simile, ma per altri molto diverso.

Emma, non era poi così scontato che questi musicisti avrebbero accettato di lavorare sulle tue nuove canzoni, ma oggi sono ancora qui, accanto a te, per portarle anche in tour: significa che hanno sposato seriamente il tuo progetto…
E: Ovviamente non potevo certo aspettarmi che mi avrebbero seguita in questo modo. Ma le cose nella vita possono accadere, poi le accetti e vai avanti.

Le tracce di “St. Peter” sono state scritte insieme in studio oppure le hai portate tu già quasi ultimate?
E: Volevo lavorare con Jason da anni, poi è arrivato il momento propizio e gli ho fatto ascoltare qualche nuova canzone, proponendogli di svilupparle assieme. Lui ha accettato. Ma i brani erano già praticamente pronti. Soltanto una canzone è nata mentre eravamo tutti assieme, scritta una mattina prima di andare in studio. Che poi è l’ultima dell’album. Le altre le avevo portate io.

Jason, tu sarai di nuovo a Roma fra pochi giorni con Steve Wynn, in veste di chitarrista dei Dream Syndicate…
J: Sì, suoneremo anche a Roma, al Monk. Ritorniamo in Italia dopo alcune date che lo scorso anno sono andate molto bene. Siamo molto felici di portare le nostre canzoni in tour. L’Italia è un paese meraviglioso, che ho avuto la fortuna di conoscere sin da bambino, quando venni in vacanza per una settimana, e ora ho l’opportunità di continuare a scoprirla grazie alla musica. Anche Steve è molto attaccato all’Italia.

Jason, qual è il posto più singolare nel quale ti è capitato di suonare?
J: Di posti singolari ne capitano, soprattutto se non fai parte di una produzione grandissima, e quindi cerchi di adeguarti a suonare un po’ dove capita. Beh, una volta mi è capitato di suonare all’interno del Circolo Polare Artico, un’esperienza senz’altro atipica.

Immagino che freddo! Tornando a Emma, volevo chiederti: la gestazione di “St. Peter” non è stata brevissima, ma ancor più lunga fu quella che condusse al tuo secondo album, che arrivò a ben cinque anni di distanza dall’esordio. Come mai un lasso temporale così lungo?
E: Intendi fra “Minor White” e “Relic”? In realtà “Relic” era pronto già da un bel po’, ma i “London Riots” del 2011 ne ritardarono l’uscita: la mia etichetta di allora dovette rimettersi in piedi dopo le perdite subite a causa degli incendi. Sono stata molto fortunata: molte label hanno dovuto chiudere i battenti dopo quegli episodi.

L’eterno dilemma fra cantare in italiano o in inglese, nel tuo caso è stato risolto sul nascere. Non temi però che questo possa precluderti un successo ancor più grande in Italia? Penso a band come Afterhours o Zen Circus, che incrementarono la propria notorietà quando scelsero di passare all’italiano per far arrivare meglio il proprio messaggio in patria. Diventando icone nel nostro paese, ma castrando qualsiasi velleità internazionale. Qual è il tuo punto di vista sull’argomento?
E: Non so se la loro sia stata una scelta mirata, oppure dettata dal dharma: io non riesco a fare distinzioni fra le due lingue, per cui seguo l’intuizione, cerco di essere spontanea. Intuizione e spontaneità mi portano dove mi portano, io non escludo mai niente: tempo fa ho lavorato insieme a Bruno Dorella a una colonna sonora per un film con Patrick Stewart, e il testo l’ho scritto in italiano. Però credo che il mio dharma sia anglofono…

Vieni spesso accostata a folksinger storiche come Joni Mitchell, in tanti vedono in te persino una versione al femminile del primo Dylan. Oltre a questi, io trovo anche altri riferimenti meno “scontati” che arricchiscono il tuo songwriting. Riferimenti sia più recenti (le visioni dreamy e desertiche dei Mazzy Star) sia più distanti dal folk (il versante psichedelico dei Velvet Underground). Tutto questo lo trovo ad esempio ascoltando “Salt”, uno dei pezzi più visionari di “St. Peter”. Ti trovi d’accordo con questa riflessione? Ti senti più alternative folk oppure più classic?
E: Se proprio dobbiamo usare per forza questa parola, direi che mi sento più “alternative”. Come tutti sono influenzata da tutto ciò che ascolto. Le cose passano fra le dita e poi vanno da tutt’altra parte, cadono dal cielo. Per citare Townes Van Zandt, è impossibile definire la forma dell’acqua.

I nomi che ho citato fanno parte dei tuoi ascolti formativi?
E: Sì. Senz’altro.

Quali altri dischi ritieni siano stati fondamentali nella tua formazione e crescita artistica?
E: Ho ascoltato da piccola “I soliti sospetti”, sono ferratissima sul British & American Folk, sono stati il mio pane quotidiano per anni. Poi dischi di rock progressive più o meno oscuri, ma anche dream-pop, veramente troppi da poter citare. Ma se parliamo di super-classici, non strettamente folk, allora devo per forza menzionare “The Hissing Of The Summer Lawns” di Joni Mitchell e “Flying Teapot” dei Gong. Ho anche un amore quasi adolescenziale per “The Lamb Lies Down On Broadway” dei Genesisguilty pleasure.

“St. Peter” appare come l’importante evoluzione di un percorso che probabilmente hai già ben delineato in testa. Cosa potremmo attenderci in futuro?
E: Ho una visione, ho delle idee in testa. Al momento la priorità è anzitutto continuare a lavorare con loro, con Jason e Steve, ma tutto sarà molto più chiaro quando torneremo in studio per registrare nuove canzoni e tentare nuovi esperimenti. Questo progetto crescerà, ma ora non è facile immaginare esattamente verso quali direzioni.

Terminato questo mini-tour, quali progetti hai nel cassetto?
E: Diversi, di cui parleremo alla fine dell’estate. Per ora voglio lavorare con il disco appena uscito, e pensare a suoni nuovi.

Discografia

Minor White(Bird, 2009)7
Relic(Finders Keepers, 2014)8
Southern Star(with Jason McNiff, Dell'Orso, 2016)6,5
St. Peter(Dell'Orso, 2018)8
Aspirin Sun (Bella Union, 2023)7,5
Pietra miliare
Consigliato da OR

Streaming

Solomon Said
(
da St. Peter, 2018)
Salt
(da St. Peter, 2018)
King Blixa
(da Aspirin Sun, 2023)
Christadora House
(da Aspirin Sun, 2023)

Emma Tricca su Ondarock

Vai alla scheda artista

Emma Tricca sul web

Sito ufficiale
Facebook
Instagram