Bright Eyes

Down In The Weeds, Where The World Once Was

2020 (Dead Oceans) | indie-rock

Life's a solitary song
No one to clap or sing along
It sounds so sweet and then it's gone
Riavvolgiamo il nastro. Nel 2011, i Bright Eyes pubblicavano quello che per molti degli anni a venire, praticamente fino ad oggi, è sembrato essere il loro album di congedo. “The People’s Key” era un disco strambo e misticheggiante, che nonostante una manciata di pezzi da ricordare - su tutti la struggente “Ladder Song”, una mosca bianca all’interno di quel gruppo di canzoni - suonava appesantito da una pomposa produzione che ne attenuò non poco l’impatto sul pubblico. Pochi ascoltatori si ricorderanno ora di quell’album, considerato che aveva poco da spartire, in termini di sonorità e scrittura, con dischi indimenticabili com “Lifted Or…” e “I’m Wide Awake, It’s Morning”.
Nell’ultimo decennio, poi, Conor Oberst si è dedicato a tutto meno che ai Bright Eyes: due ispirati dischi da solista (anzi tre, se si considera la rilettura “elettrica” dell’acustico “Ruminations”), la rinascita dei Desaparecidos con un onesto disco punk ricco di rumore, invettive sconclusionate e belle melodie, e infine l’esperienza di "Better Oblivion Community Center", scritto in coppia con Phoebe Bridgers, perfetta controparte per dieci ispirate canzoni folk.
 
Tutto questo fino a quando, durante un party di Natale di due anni fa, non è tornata la voglia di rimettersi assieme. Quindi, lo scorso marzo, l’annuncio a sorpresa: entro la fine del 2020, sarebbe uscito un nuovo disco della band. “Band”, perché è questo che oggi sono i Bright Eyes: un nucleo solido di tre musicisti - Conor, Mike Mogis, Nate Walcott - che compongono musica in piena sinergia. Considerando che finora la scrittura era sempre stata esclusiva del solo Oberst, non è un dettaglio da poco. E il loro primo album dopo anni di pausa, possiamo dirlo, suona come una rinascita. 
Piuttosto che puntare su una svolta radicale, i Bright Eyes hanno optato per una summa degli stili adoperati nella lunga carriera. L'intenzione è sembrata chiara fin dai quattro singoli che nei mesi scorsi hanno preceduto questo “Down In The Weeds, Where The World Once Was”, quattro ballate morbide e dolenti in cui saltava all'orecchio la forza del nuovo lavoro corale, evidenziato da partiture strumentali e ritmiche molto più ricche che in precedenza. Inconfondibile, poi, l'impronta autoriale di Oberst, orientata al solito su melodie circolari e su una perenne angoscia pre-apocalittica, che in controluce rivela molta più vitalità di quanto mostri di primo acchito. Svettano qua e là dei cori soul che rafforzano l’impatto della voce del cantautore, oltre ai frequenti interventi orchestrali che ricamano le armonie delle canzoni. 
 
Nonostante il disco goda di una coesione di fondo, numerosi brani affermano la loro identità grazie ai dettagli. Alcuni hanno un gusto sinfonico (“Mariana Trench”, “Dance And Sing”, “Comet Song”, addobbata di fiati decadenti), mentre altri, come “To Death's Heart” e “Pan And Broom” (che usa lo stesso sample da cui Drake tirò fuori “Hotline Bling"), si rivestono di una patina brizzolata di vecchia elettronica e beat analogici, come se i Grandaddy avessero preso temporaneamente possesso della console.
Sembra di tornare in aria di “Cassadaga" con “Calais To Dover”, che accoppia melodie country con un ruvido solo di chitarra, mentre si raggiungono inediti livelli di appeal radiofonico (in senso positivo) con “Just Once In The World”, quasi un aggiornamento di certe intuizioni pop già presenti nel sottovalutato “Digital Ash In A Digital Urn”. 
 
La qualità delle canzoni è mediamente alta, il suono è denso e corposo; i sentimenti, come al solito, sono palpabili. Palpitanti in maniera diversa sono “Mariana Trench”, arricchita da orchestrina e ottoni, e “Forced Convalescence”, prima ciondolante poi ariosa e sinfonica, due canzoni indie-rock rotonde ed efficaci in cui risaltano la tensione e gli slanci peculiari del songwriting di Oberst. I colpi di scena si trovano poi in un’autunnale “One And Done”, con i suoi intermezzi strumentali conditi da un'uggia mitteleuropea (che ritorna, sotto forma di glockenspiel, anche nella dolcissima e struggente “Tilt-A-Whirl”, dedicata al fratello deceduto), e in “Persona Non Grata”, con i suoi colpi al cuore di cornamusa che irradiano un calore abbagliante, mentre il brano si arricchisce gradualmente di accordi e di sfumature emotive. 

I traumi, le insicurezze, la ricerca di conforto di Conor Oberst si tingono quindi di nuovi e romantici colori. È impossibile, tra le mille parole rovesciate in ciascuno dei brani, non scovare un'immagine che non sia passata per la testa in una giornata particolarmente emozionante, o non ritrovare qualche sentimento che portiamo dentro di noi, aggrappato al cuore o alla gola. I Bright Eyes sono tornati con quello che probabilmente era il miglior album che potessero scrivere: quattordici canzoni pop disilluse e sincere, perfette per questi tempi incerti, pronte ad accompagnarci chissà dove.

(26/08/2020)

  • Tracklist
  1. Pageturner’s Rag
  2. Dance and Sing 
  3. Just Once in the World 
  4. Mariana Trench 
  5. One and Done 
  6. Pan and Broom
  7. Stairwell Song
  8. Persona Non Grata
  9. Tilt-A-Whirl
  10. Hot Car in the Sun
  11. Forced Convalescence
  12. To Death’s Heart (In Three Parts) 
  13. Calais to Dover
  14. Comet Song


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