Philip Parfitt

Mental Home Recordings

2020 (A Turntable Friend) | alt-folk-psych

Solo cinque anni è durata la favola dei Perfect Disaster, tra turbolenti flussi creativi e cambi di formazione, con l’unica costante della leadership di Philip Parfitt, autentico eroe di una band che tentò di far evolvere le attitudini psichedeliche che contaminavano gli ultimi vagiti della new wave.
Mentre i Dream Syndicate mettevano a ferro e fuoco le radici rock della psichedelia e i Jesus And Mary Chain vestivano di feedback e shoegaze la lectio magistralis dei Velvet Underground, Philip Parfitt catturava quella poesia recondita che si annidava tra i riverberi chitarristici, tra le ombre di quella psichedelia minimalista che fece le fortune degli Spacemen 3 e tra le ipnotiche e fosche sonorità che nutrivano un sottobosco creativo che negli ultimi anni è stato finalmente riportato alla luce.
Strano immaginare tra gli ex membri dei Perfect Disaster la presenza di Malcom Catto (fondatore dell’eccellente band psych/jazz Heliocentrics) e di Josephine Wiggs (che lasciò la band per unirsi alle Breeders), ancor più bizzarro il destino di Parfitt, autore di un piccolo gioiellino nascosto sotto il nome di Oedipussy intitolato “Divan” (1994), ospite l’amico Jason Pierce, e quindi scomparso dai radar della critica e del pubblico fino al timido ritorno in scena nel 2014 con “I’m Not The Man I Used To Be”.

In verità Parfitt non è stato lontano dalle scene dopo la fine dei Perfect Disaster, ha infatti condiviso il palco con artisti del calibro di Nico, Spiritualized, Spacemen 3, My Bloody Valentine, Pixies, Chills, Jesus And Mary Chain, e ha suonato nel primo album di Sonic Boom “Spectrum”, restando fedele a una visione più spirituale che materiale dell’essere musicista.
Il nuovo album “Mental Home Recordings” non prescinde da quanto finora raccontato. Gli abbondanti cinquanta minuti, suddivisi in dieci ipnotiche ed estatiche ballate, sono un colpo al cuore, un'esortazione artistica così intensa che toglie il respiro, un outing creativo che adopera un linguaggio viscerale e poetico, trascendente, mistico e dolorosamente brutale.

Quella peculiarità vocale che in passato ha sempre rievocato, senza alcun tedio, il tono più introspettivo, ruvido e cupo di Lou Reed è indiscussa protagonista di un album ispirato e coeso come pochi altri, caratterizato da più elementi, come l’essere fuori dalle mode e rifuggire la modernità; l’attitudine a un suono epico quasi orchestrale che ha impedito alla band dei Perfect Disaster di cogliere fino in fondo il successo che meritava; il suono organico che includeva anche violoncello e contrabbasso; la voglia di esplorare ambiti musicali più colti (folk, musica medievale), e ancora l’attitudine psichedelica indolente, noir, introversa. Caratteristiche vitali di un piccolo miracolo discografico.

Incorniciato dall’affascinante copertina disegnata da Fernando Ruibal, “Mental Home Recording” è un disco dal fascino solenne. Un folk psichedelico che sviluppa le pagine più malinconiche di Lou Reed, di Robyn Hitchcock, degli Slowdive, dei Red House Painters, con l’unica differenza che Parfitt non resta mai vittima o complice delle storie che si avvicendano.
L’album dispiega le vele con toni inizialmente più cristallini, che ricordano ora i Church (“All Fucked Up”), ora perfino Bill Pritchard (“Somebody Called Me In ”), approdando in ambiti sonori più ameni, dove non è difficile incontrare il fantasma di Lou Reed (“If I Wake Up”) o le avventurose escursioni poetiche di David Sylvian (“Don‘t Wait (Until I Am Dead Before You Tell Me That You Love Me)”).
E’ un viaggio nella nostalgia, quello di Philip Parfitt, una fuga dalla realtà urbana verso un luogo dove raccogliere le idee con un briciolo di quella poesia e di quella malinconia che hanno ispirato grandi autori come Bob Dylan (la colta “John Clare ”) e Leonard Cohen (la struggente “I Saw There Beside Me”), senza paura di sporcarsi le mani con un romanticismo d’antan, unica concessione a un fluire melodico più seducente (“Bones Cold”) e schietto (“My Love”).

“Mental Home Recording” è il disco di un artista che percepisce il dramma dell’isolamento e dell’angoscia che ha inghiottito la società moderna, è altresì il racconto di un uomo che alla disperazione e alla rabbia ha infine preferito il potere taumaturgico della consapevolezza, interrogandosi sulla realtà quotidiana (la splendida ballata alla Morricone “Are We Really Still The Same”) senza darsi una risposta, ma solo un briciolo di dolcezza e di speranza, quella che scorre nelle dolci e schiette riflessioni finali di “Of Nothing In Particular”, ennesimo tassello di un affresco folk/psichedelico tra i più toccanti e intensi degli ultimi anni.
“Mental Home Recording” è un disco senza tempo e per tutti i cuori, quelli impavidi, quelli sofferenti e quelli ormai preda del cinismo, irrinunciabile come la calma dopo la tempesta, come il silenzio dopo la battaglia, come la luce dopo l’oscurità.

(23/10/2020)



  • Tracklist
  1. Somebody Called Me In
  2. All Fucked Up
  3. If I Wake Up 
  4. Don‘t Wait (Until I Am Dead Before You Tell Me That You Love Me)
  5. John Clare
  6. I Saw There Beside Me 
  7. Bones Cold
  8. My Love 
  9. Are We Really Still The Same 
  10. Of Nothing In Particular




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