Libri

Bob Dylan

Filosofia della canzone moderna

di Gabriele Benzing

Autore: Bob Dylan
Titolo: Filosofia della canzone moderna
Editore: Feltrinelli
Traduzione: Alessandro Carrera
Pagine: 339
Prezzo: Euro 39,00

 

Bob DylanForse qualcuno, leggendo il titolo, ci è cascato davvero. Ha pensato che Bob Dylan avesse deciso di scrivere un trattatello di musicologia. Ovviamente, non ne aveva la minima intenzione: è da quando aveva vent’anni che si diverte a trollarci.
E allora, che cos’è la sua “Filosofia della canzone moderna”? Non è “Tarantula”, non è “Chronicles”, non è il libro di uno che vuole esibire il suo Nobel per la letteratura. È semplicemente una playlist. Come quelle che faceva alla radio, quando conduceva il suo programma su Sirius XM nella seconda metà degli anni Zero. O come quella che ha sciorinato nella parte finale di “Murder Most Foul”, nell’ultimo “Rough And Rowdy Ways”.
Lo sintetizza perfettamente Alessandro Carrera, responsabile come al solito dell'ardua traduzione italiana del verbo dylaniano: “Questo è il libro di un disc jockey, la settimana di un affabulatore notturno che mette su una quindicina di pezzi, ci fa sopra un bel rap dissennato come può venire fuori soltanto alle tre di notte dopo aver bevuto qualcosa di forte e fumato qualcosa di più forte ancora e se ne va a casa barcollando alle prime luci dell’alba. Un dj che ha deciso di non darsi nessun tema se non quello dell’impulso del momento”.

Sessantasei canzoni che spaziano tra rock, blues, folk, soul, pescando soprattutto dal repertorio degli anni Cinquanta (ma senza disdegnare qualche occasionale incursione anche nel passato meno remoto). Una collezione illustrata di modernariato, visto che gran parte delle oltre 300 pagine del libro sono occupate da un abbondante apparato iconografico di vecchie foto, pubblicità, locandine, quadri, fotogrammi cinematografici. Una collezione totalmente arbitraria, senza nessun filo conduttore oltre alla libera associazione di idee dylaniana: inutile arrovellarsi sul perché non ci siano canzoni dei Beatles o sul perché manchi il rispetto delle quote rosa.

Nella maggior parte dei casi, la struttura funziona così: prima Dylan si lascia possedere dallo spirito delle canzoni, abbandonandosi a visionarie parafrasi poetiche da novello Greil Marcus. “Ball Of Confusion” dei Temptations diventa un’improbabile distopia apocalittica, tra navi spaziali in decollo e invocazioni a una sorta di divinità lovecraftiana chiamata Googa Mooga; l’innocua “Whiffenpoof Song” di Bing Crosby viene trasfigurata in una “canzone cabalistica”, custode di oscuri segreti alchemici; “Blue Suede Shoes” di Carl Perkins si trasforma iperbolicamente in un inno sacro alla magia delle scarpe, che “possono prevedere il futuro, ritrovare oggetti perduti, curare malattie, identificare perpetratori di crimini, tutto questo e anche di più”.

Il rischio, qui, è di prendere Dylan troppo sul serio. Quando trae spunto da “Witchy Woman” degli Eagles per lanciarsi in un vero e proprio delirio a proposito della donna-strega, o quando tesse l’elogio della poligamia intorno a “Cheaper To Keep Her” di Johnnie Taylor, ci sta semplicemente trollando di nuovo. Se cadiamo nella trappola di accusarlo di anti-femminismo o di difesa del patriarcato, stiamo solo facendo il suo gioco. Lui potrà alzare gli occhi al cielo con un ghigno e proclamare ancora a gran voce, citando Nina Simone: “Oh Signore, fa’ che io non sia frainteso”! Non dimentichiamoci che questo è un libro dedicato tanto a Doc Pomus quanto a “tutto il personale del Dunkin’ Donuts”… non ci sarebbe da stupirsi nemmeno se venisse fuori che è tutto un falso d’autore, come gli autografi sulle copie del libro.

Nella seconda parte delle sue glosse sui brani, Dylan racconta invece delle storie. Storie legate alle canzoni, storie affidate a una prosa più piana (e a un animo più sincero). L’epopea di Nudie, il sarto del country per antonomasia, dalla Russia zarista fino ai palchi del Grand Ole Opry; la vita drammatica di John Trudell, cresciuto in una riserva indiana e perseguitato a causa del suo impegno per i diritti civili dei nativi americani; l’ascesa e la caduta di Johnny Paycheck, fuorilegge vero e proprio tra tanti finti outlaw del country.

 

Qui si percepisce davvero l’amore, la passione, la devozione di Dylan per la musica: nel modo in cui parla di Townes Van Zandt, dei Grateful Dead, di Jimmy Reed. In mezzo ci mette un sacco di chincaglierie, di digressioni, di uscite bizzarre. Immagina una realtà alternativa in cui Jimmy Wages scambia il destino con Elvis, si diverte a stilare elenchi delle canzoni in cui i cantanti si mettono a piangere, delle canzoni che citano temi di musica classica, delle canzoni basate su melodie straniere. Ma si capisce dove sta davvero il suo cuore.

Qualche anno fa, intervistato da Robert Love, Dylan si lamentava del fatto che i giornalisti non volessero mai parlare di musica con lui. “Con me fanno così fin dagli anni Sessanta: mi fanno domande come se fossi un medico, uno psichiatra, un professore o un politico. Perché? Perché le chiedete a me queste cose?”.
Forse perché Dylan, quando parla di musica, in realtà parla sempre di molto altro. E anche “Filosofia della canzone moderna” non fa eccezione. Con Dylan si parte da Pete Seeger e si finisce a discutere dell’era dei social (“Il modo migliore per zittire la gente non è quello di toglierle il pulpito, bensì quello di dare a ciascuno il proprio pulpito separato. Alla fine, la maggior parte delle persone ascolterà ciò che già sa e leggerà solo ciò con cui è già d’accordo”). Oppure si mette sul piatto del giradischi “War” di Edwin Starr e si va a ruota libera tra banalità (“la storia è scritta dai vincitori”), provocazioni (“per vedere un criminale di guerra dobbiamo solo guardarci allo specchio”) e verità più o meno universali (“nella guerra è sempre incluso un certo sentore di futilità machista”).

 

Uno dei suoi migliori saggi di tuttologia è quello sul rapporto tra generazioni: “Tutti accusiamo la generazione precedente”, riflette commentando “My Generation” degli Who, “ma in qualche modo sappiamo che è solo questione di tempo prima che noi stessi diventiamo loro”. “Ogni generazione sembra avere l’arroganza dell’ignoranza, quella che ti fa scegliere di gettar via ciò che è venuto prima invece di costruire sul passato”. Non male, per il tizio che ha scritto “The Times They Are A-Changin’” (che infatti non parlava di matusa contro capelloni, ma di un ribaltamento biblico della logica del mondo). “Alcuni dicono che sono essenzialmente i figli disobbedienti a fare il mondo moderno. Non sembrano capire che anche loro un giorno saranno vecchi e tra i piedi”, conclude Dylan citando Charlie Poole e la sua “Old And Only In The Way”.

 

Alla fine, però, tra una “Tutti Frutti” che risuona come il campanello d’allarme di un mondo che sta per andare in pezzi e una “Volare” (ebbene sì, c’è anche “Volare”…) presentata nientemeno che come una delle prime canzoni allucinogene di sempre, Dylan la sua personalissima filosofia della canzone la tratteggia davvero. Bisogna solo scavare tra le pagine.
Si potrebbe provare a riassumerla così, in tre postulati, forzando giusto un po’ la mano:

 

1) La canzone vive nel regno dell’oralità
L’aveva già detto nella sua lecture di accettazione del Nobel, adesso lo ribadisce (più prosaicamente) paragonando il gesto del cantante a quello del comico: allo stesso modo in cui “una frase apparentemente semplice si trasforma in una battuta grazie alla magia della performance, quando le parole vengono messe in musica accade una magia inesplicabile. Il miracolo è la loro unione”. Per questo la canzone, come insegna il Never Ending Tour, è un’entità sempre in divenire: “La gente confonde la tradizione con la calcificazione. Ascoltiamo un vecchio disco e lo immaginiamo sigillato nell’ambra”. Al contrario, una registrazione non è altro che “un singolo istante, pescato dal flusso dei momenti”. Solo su un palco la canzone può tornare a vivere.

 

2) La canzone è un’esperienza mistica
“Come ogni altra opera d’arte, le canzoni non cercano di essere comprese. L’arte può essere apprezzata o interpretata, ma raramente c’è qualcosa da capire”. Nel suo libro, Dylan non cerca mai di capire le canzoni: si cala nei panni dei protagonisti, racconta le vicende degli autori. Ma si guarda bene dall’analizzarle. “Più si studia musica meno la si capisce. Prendete due persone, una che studia contrappunto, l’altra che piange quando ascolta una canzone triste. Sul serio, chi delle due capisce meglio la musica?”.

 

3) La canzone appartiene al territorio del mistero
La musica tradizionale non morirà mai, diceva Dylan nella sua celebre intervista a Playboy del 1966, perché quelle canzoni ci mostrano che il mistero è un fatto. Forse è per questo che oggi la sua filosofia riguarda la canzone moderna, non quella contemporanea. “È il problema di molte cose al giorno d’oggi. Tutto è così saturo; tutto ci viene imboccato. Tutte le canzoni parlano di una cosa sola e di una cosa in particolare, non ci sono chiaroscuri né sfumature, non c’è mistero”. Un tempo, invece, il mistero era dappertutto. “Era nell’acqua che bevevamo, nell’aria che respiravamo”. E per questo la canzone poteva trascendere il tempo, pur vivendoci dentro.

 

Ovviamente, Dylan non sottoscriverebbe niente di tutto questo. Che sciocchezza, cercare di trarre una teoria della canzone dalle parole di un dj. “Oh Lord, please don’t let me be misunderstood”.
O forse siamo noi ad avere sbagliato tutto, e quello che abbiamo letto non è altro che il copione del remake di “Pontypool”, quel film di zombie in cui il protagonista continuava a parlare alla radio mentre un virus letale aveva infettato il linguaggio. Solo che il contagio, adesso, ha colpito la canzone. E l’ultimo dj alle soglie dell'apocalisse si chiama Bob Dylan. Quanto agli zombie, beh… ovviamente siamo tutti noi.
Ditemi solo in che cinema lo danno, corro subito a vederlo.

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