This isn’t the melody that lingers on
It’s the malady that milingers on
There’s the devil to pay, he can keep the change
I can’t stand the thought of another cold day
(“Cold Day In Hell”, J.G. Thirlwell)
L’australiano James George Thirlwell, conosciuto ai più come Foetus, è un illustre anticipatore dello shock contemporaneo. Emigrato a Londra sin da giovanissimo, figlio della controcultura freak e assiduo protagonista dell’underground londinese assieme al goth-punk dei Birthday Party e al dark-industrial dei Coil, Thirlwell comprende sin da subito come le mode musicali del periodo possano essere inserite in un vasto calderone nel quale mescolare un genere dietro l’altro. Durante l’arco della sua carriera solista, l’artista australiano ha avuto modo di sfruttare diversi pseudonimi, tra i quali ricordiamo You’ve Got Foetus on Your Breath, Scraping Foetus Off the Wheel e Foetus Interruptus: se da una parte vi è la volontà di confondere goliardicamente gli ascoltatori, dall’altra è ovvia la presa di posizione secondo la quale il nome d’arte non avrebbe più un senso. Ciascuno di noi lo ha e per tale motivo si perde l’autenticità dello stesso.
Con il debutto autoprodotto “Deaf”, un’epopea costernata dalla banalizzazione degli stilemi del rock attraverso una cacofonia destrutturante, il polistrumentista prende in prestito la satira dei Devo e dei Residents dando luce così a una produzione casalinga ma per certi versi intuitiva. Con il secondo album “Ache” si mettono da parte le trame teoriche del precedente lavoro prendendo in esame, invece, l’eccentricità del post-punk, fagocitante in tutta la sua essenza spirituale con le sue mimiche dub.
Bisogna sottolineare l’importanza di questo breve periodo di transizione, poiché servirà a Thirlwell per costruire pezzo per pezzo la sua favola decadente. Registrato ai Wave Studios a Londra e rilasciato nel settembre 1984 per l’etichetta Self Immolation, in collaborazione con la Some Bizzare – comprendente tra i tanti nomi come The The, Soft Cell e Depeche Mode – il terzo disco in studio “Hole” evidenzia un’accurata maturazione dello stile orgogliosamente naif dei primi lavori. Dirompente e accattivante, il concept sdogana una serie di tabù a tutt’oggi molto discussi come la guerra, lo stupro, rituali orgiastici, lo shock, la mattanza giovanilistica, il disgusto antipatriottico, l’anarchia. Ad abbellire ancor di più le idee sulla carta sono una folta componente della cultura parodistica zappiana, velati riferimenti alla musica concreta (Stockhausen) e uno schiaffo in faccia al rock’n’roll classico, involgarito sapientemente.
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L’introduzione “Clothes Hoist” avverte lo spettatore del nichilismo imperante al quale dovrà sottostare durante l’ascolto. Tra una brevissima partenza spoken, liriche grondanti desideri sessuali nascosti – “I like the way you fill out your clothes/ I wanna stick my hand under your hose” – e un ritmo tanto improvviso quanto inquietantemente sfrenato, per metà debitore dei primi lavori degli statunitensi Big Black, specificatamente l’Ep “Bulldozer”, il brano dà voce alla natura selvaggia dei gesti, alla carnalità della violenza e a ogni battito che la contraddistingue: le chitarre sadiche, a tratti frammentate da una sinuosità tutta figlia della no wave più agghiacciante venuta fuori dalla compilation cult prodotta dal genio di Brian Eno (Contortions, Teenage Jesus and the Jerks, Mars, Dna), si sintetizza in brevi riff che contrastano sapientemente l’aggressività del post-hardcore con la smagliante fusione del rock industriale, del quale Foetus si può tranquillamente ritenere un Padrino con la p maiuscola, al pari di James Brown con il soul. E dopo una serie di sequenze tribali, il pezzo accoglie la freddezza della composizione, abbracciando sempre più l’alone di decadentismo sonoro apparentemente sinistro.
L’industrial vero e proprio prende forma nei primi ventiquattro secondi catartici di “Lust For Death”, parodia dichiarata della hit garage rock “Lust For Life” di Iggy Pop rilasciata per il suo secondo album da solista. La voce di Thirlwell, sciolta in una folgorante passione rockabilly, mette in chiara mostra un’inedita abilità canora, a sua volta contrastata da un’irresistibile attitudine punk che potrebbe ricordare la creatività energica del primo Lp dei Gun Club, “Fire Of Love”, seppur rafforzata da synth glaciali, a loro modo concettualmente ravvicinabili alle colonne sonore dei film horror degli anni Ottanta stile Goblin. Ed è proprio nel refrain che si nota un’equilibrata evoluzione dello stile: il piano martellante dalla verve vaudeville/cabaret, la drum machine assorta in un crescendo senza pari e l’uso della svolazzante effettistica si fondono in un’atmosfera circense, cartoonesca e gloriosamente innovativa sotto l’aspetto produttivo, un caos dal senso compiuto.
Dalle dilatazioni canore in pieno stile Suicide e dalla crudezza tipica del dark-punk, la traccia “I’ll Meet You In Poland Baby" si pone come una delle vette più alte e ambiziose dell’intera composizione. Affiorando da quello che sembra più un dialogo fumettistico e volutamente grottesco che il normale testo di un brano, ci si trova di fronte a una divisione tra fazioni: i presunti bene e male – o nessuno dei due - provano a stipulare un accordo per porre una conclusione alle proprie divergenze ma, come accade per tutte le guerre più infamanti e ingiustificate, sfociano nel diverbio più incontrollato. Non a caso Thirlwell ripesca un discorso propagandistico del generale nazista Rudolf W. R. Hess per evidenziare la drammaticità dello scontro. La registrazione recita “grazie al suo Führer, la Germania raggiungerà il suo scopo, per essere una grande patria per tutti i tedeschi del mondo. Trionfo e Vittoria!”. Nota bene: la versione del brano presente su Spotify è inspiegabilmente tagliata a dispetto di quelle rilasciate in Lp e cd. Stesso discorso per la traccia di chiusura del disco, “Cold Day In Hell”. Cosa succede? Sembrerebbe quasi di rientrare nei ritmi cadenzati di una fabbrica metallurgica ed invece arriva il momento della cavernosa “Hot Horse”. In un barbaro proto-hip-hop dall’aura postmoderna, che neanche il miglior David Byrne è riuscito ad evidenziare sul finale del pezzo dance-punk “Crosseyed And Painless” (Talking Heads) – si percepiscono gli aggressivi rumorismi dei Death Grips in anticipo di oltre trent’anni - il brano rende chiaro lo spettro alterato del suo artista, camaleontico nella costruzione dei muri sonori nonché maniacale nei suoi arrangiamenti sprezzanti e nel clamore generale. Ancora una volta le chitarre sostanziose sono le protagoniste assolute: esse aprono le porte per la lunga scalinata verso l’inferno dantesco, dalla quale si scivola fino a crollare rapidamente in un vortice infinito dove vi è impossibile venir fuori.
La cadenza industrial-blues-cabaret progressiva di “Sick Man” va ascoltata per quella che è, ossia una totale follia paragonabile agli studi di Francis Bacon e al grottesco lynchiano: ispirandosi vagamente alla figura dell’amico e conterraneo Nick Cave – he lives a life of luxury, he lives a life of misery/ the entries in his diary are the entries of sick man – e adottando uno stile vocale a metà tra un cavernicolo Don Van Vliet e un fangoso Tom Waits, Thirlwell illustra le miserie di un uomo contorto, abbandonato a sé stesso e alle annotazioni presenti nel suo diario, ma al contempo squisitamente edonista nelle sue improvvise sfuriate – gets in fights, stays up nights/ rends and mends companion’s tights – un po’ come se non riuscisse a fare a meno delle scazzottate che la vita propone di fare.
Nel momento in cui la prassi new wave (tastiere, drum machine) impera sopra ogni elemento del brano, Thirlwell decide di “staccare la presa” per inondare l’ascoltatore di un fiume di agghiaccianti horror synth, la cui melodia riprende a piene mani dalla sigla del “Batman” con Adam West: ciò che però contraddistingue l’una e l’altra è un affannoso crescendo alimentato da un lontano ricordo del rock’n’roll, resosi protagonista del lato psicotico del compositore in quello che si può considerare come uno dei finali più travolgenti, anacronistici e passionali della storia del rock. E il brano si dissolve sulla voce greve e tormentata di Thirlwell.
Con “Satan Place” si raggiunge paradossalmente il Nirvana. Il protagonista del brano, illuso e totalmente demotivato dall’eccessiva normalità quotidiana, preferirebbe fare un viaggio di sola andata negli inferi poiché lo farebbe sentire più a suo agio. Satana diventa più un pretesto, un macguffin, per evidenziare l’esistenza di una gigantesca montagna russa, ossia la tentazione umana. Basterebbero i versi “If I had a soul I’d go to heaven/ because I’ve been through living hell” per comprendere uno stato d’animo mostruosamente attuale nella sua estrema sintesi, il sentirsi imprigionato in un vero e proprio inferno terrestre, materiale e quindi per questo fragile. Il dichiarato omaggio al surf anni Sessanta si intuisce nell’eccentrico e svalvolato refrain, avvolto in un atteggiamento lievemente nostalgico e al contempo eighties nella resa sonora: la ripresa di “Surfin Bird” dei Trashmen altro non fa che avvalorare l’enorme eredità musicale di “(Scraping) Foetus (Off The Wheel)”, forse il primo vero grande progetto a unire saldamente l’industrial dei Throbbing Gristle, l’intellighenzia zappiana, il sound collage di Edgard Varèse e l’avanguardia fricchettona di Captain Beefheart.
Nel pezzo antimilitarista “White Knuckles”, la cui introduzione è fortemente influenzata dall’industrial-noise dei berlinesi Einstürzende Neubauten, si muovono forti critiche alla guerra e alla sua insensatezza. Non si tratta soltanto di un fatto umano che, come tutti i fatti umani, ha un inizio e avrà anche una fine, bensì di una frattura psicologica che interviene nei momenti più bui di ogni individuo, sfociando in una viscerale violenza. I versi “I've gotten to the point where I believe everything I say/ I got a birthmark deathmask shaped like the Usa/ See me squirm with the sins of a nation/ See me run 'round in circles of bitter frustration” delucidano sullo scenario di un paese sempre più avido e insensibile, inadatto al progresso umano e a tutte le problematiche che lo circondano.
Con la traccia di chiusura “Cold Day In Hell”, Thirlwell presenta una delle sue composizioni più ambiziose. Immaginiamo “Atmosphere” dei Joy Division ma con un’attitudine cruenta e alternata al miglior industrial rock degli Swans del raccapricciante “Filth”. Nella sua integrità il pezzo assume una totale dissacrazione, riducendosi in una cannonata dalla durata di sette minuti circa. La drum machine eccelle, i synth girano furiosamente in un’ipotetica fine del mondo declamata da Thirlwell con un disinvolto andamento da post-punker e – in generale – il concetto di conclusione viene a capo con la freddissima dissolvenza strumentistica slegata, successivamente, da un’irruenza chitarristica tipicamente no wave. Persino sui tre quarti di finale l’invettiva freak assume un suo significato.
Con “Hole” Foetus mette fine a un mondo fatto di certezze e falsità. L’improbabile unione delle due terminologie porta a una satira sanguinolenta, mai affrontata prima con tale approccio e un coraggio da vendere.