China Crisis

Flaunt The Imperfection

1985 (Virgin) | pop

È tutto un gioco di paradossi e contraddizioni, quello dei China Crisis. Non così synth-pop da poter salpare inosservati con la ciurma del movimento new romantic, non abbastanza impegnati politicamente da poter sfruttare l'onda lunga generata dal soul bianco degli Scritti Politti; d'altro canto, troppo pop per fare breccia nei cuori adombrati dei new waver, troppo intimisti e "americani" per conquistare del tutto gli amanti britannici dell'easy listening. Ma il contrasto si estende perfino ai titoli dei dischi. Prendiamo proprio "Flaunt The Imperfection", letteralmente: "Sfoggia l'imperfezione". Operazione praticamente impossibile, quando c'è di mezzo il marchio perfezionista per antonomasia, quello degli Steely Dan, presente sia nel background della band inglese, sia in carne e ossa, nella persona del chitarrista Walter Becker, qui reclutato in veste di produttore e polistrumentista (aggiunto addirittura come "quinto membro" del gruppo nei credits). E infatti "Flaunt The Imperfection" è un disco perfetto. Dalla prima all'ultima nota. Sia nel sound, sia nei contenuti. Quasi un greatest hits dei China Crisis per i gioielli che racchiude all'interno della sua lussuosa confezione sophisti-pop. Ma riavvolgiamo per un attimo il nastro, ripartendo da una città inglese che con il pop ha una certa qual dimestichezza. Sì, proprio Liverpool.

Indie-pop ante-litteram

A quasi dieci anni dalla fine dei Fab Four, però, la città dei docks, ha cambiato volto. Liverpool nel 1979 è il pop psichedelico degli Echo & The Bunnymen, il lisergico e tormentato esistenzialismo di Julian Cope e l'elettronica tedesca messa in forma canzone degli Orchestral Manoeuvres In The Dark. È questo l'ambito entro cui si incontrano Gary Daly (tastiere) e Eddie Lundon (chitarre), provenienti dal sobborgo di Kirkby, raccontato dai Teardrop Explodes in "Kirkby Workers Dream Fades". Rispetto ai gruppi del Merseyside, tuttavia, i China Crisis esibiscono un mood trasognato e nostalgico, unito a inusuali aneliti funky-pop. La città dei Beatles, in quegli anni, non rappresentava certo l'humus ideale per sviluppare siffatte pulsioni, e non deve quindi destare stupore il fatto che il primo contratto lo ottengono solo tempo dopo, sul finire del 1981, grazie all'etichetta indipendente Inevitable, che pubblica il singolo "African And White". I China Crisis sono indie-pop ante-litteram. E nello spirito lo resteranno sempre, anche quando saranno assoldati da label più ambiziose e munifiche.

Reclutato il bassista Gary "Gazza" Johnson e il batterista Kevin Wilkinson (poi nei Waterboys e morto suicida nel 1999 all'età di 41 anni), vengono ingaggiati dalla Virgin, per la quale pubblicano un primo capitolo un po' acerbo ("Difficult Shapes & Passive Rhythms, Some People Think It's Fun To Entertain") e un più convincente sophomore ("Working With Fire And Steel", 1983), trascinato dalla meravigliosa melodia di oboe (!) di "Wishful Thinking" oltre che da un pugno di delicate ballad impregnate di un umore primaveril-crepuscolare.
E gli Steely Dan? Nemmeno Eddie Lundon avrebbe immaginato di avervi mai a che fare, quando, alla domanda che gli rivolgono durante il tour americano del 1984 su chi avrebbe voluto come produttore, risponde scherzando: "Beh, qualcuno degli Steely Dan!". Ma gli americani, si sa, quando vogliono fare gli splendidi vi riescono benissimo. Preso atto dei desiderata, i tizi della Warner che promuovono i Crisis negli States alzano il telefono e contattano Walter Becker il quale, dopo aver sentito il materiale, accetta con entusiasmo di produrre il terzo album ("I testi dei China Crisis - dirà in seguito - hanno un senso talmente obliquo da apparirmi geniali: è soprattutto questo che li accomuna agli Steely Dan").

Do it again

Le registrazioni si svolgono nel 1984 in terra inglese, al Parkagate Studio di Battle nell'East Sussex: ciò che fino ad allora era emerso più come intenzione, e nella naturale propensione a scrivere buone canzoni, con Becker alla console diviene come d'incanto realtà. In "Flaunt The Imperfection" la scrittura è ancora più ispirata e la produzione rasenta la perfezione formale, facendo del disco non solo il capolavoro dei China Crisis, ma una classica perla nascosta nel pop inglese degli anni 80. Anche se raggiungerà la nona posizione della Uk chart soggiornandovi per ben 22 settimane e divenendo il bestseller (l'unico) del gruppo.
Abbandonati i ritmi dub e gli arrangiamenti sghembi degli esordi in favore di un sound più morbido e vellutato, i China Crisis portano a termine una missione insidiosa, riuscita solo ad altri pochi eletti del periodo (Style Council, Talk Talk e Tears For Fears in primis): mescolare sintetizzatori e strumenti acustici tradizionali senza far mai prevalere gli uni sugli altri. Un equilibrio costruito sulla sottile linea dell'eleganza e reso magico da un songwriting in stato di grazia, capace di sfornare melodie sofisticate e liriche acute a ciclo continuo. In una parola: sophistipop.

Quando gli ipnotici fraseggi di tastiera di "Black Man Ray" irrompono nelle radio Fm di mezza Europa, sembra davvero che per quei due giovanotti dal viso acqua e sapone sia giunta l'agognata ora della svolta. Un singolo magistrale, dal retrogusto alla Eno, con quella melodia appiccicosa declamata con tono garbato e confidenziale, mentre chitarra e tastiere si accarezzano ricamando un tessuto preziosissimo. Raffinato e piacione quanto basta - con quella doppia allusione a Ray Charles e all'arte surrealista di Man Ray - scalderà i cuori più teneri di metà decennio 80 ritagliandosi spazi mainstream impensati fino ad allora per la band di Liverpool.
Ma se "Black Man Ray" è il 45 giri rompighiaccio per il grande pubblico, l'intero disco gira sempre armonioso e compatto senza soluzione di continuità.
L'iniziale ode a Kirkby di "The Highest High" - introdotta dalle grida catturate in strada di un ragazzino che si proclama "glad to be as happy as a king in the street" - parte come una fischiettante nursery rhyme finché la frustata del basso non scatena una progressione di accordi che riprende il discorso laddove lo lasciarono gli Xtc con "General And Majors" (e non a caso Andy Partridge diverrà un accanito fan del gruppo); mentre il white reggae di "Strength Of Character" strizza l'occhio agli Scritti Politti prima di salpare con il suo sax per i mari aperti alla volta delle americhe. Fiati che riaffiorano sornioni in "You Did Cut Me", love-song che è quasi un racconto di formazione a due ("Live and discover/ Take from each other/ A love believing/ And never decieving") impreziosito dal sax sinuoso di Steve Gregory (vi dice qualcosa "Careless Whisper"?) e dal languido riff di chitarra di Tim Renwick (già alla corte di Al Stewart per "Year Of The Cat").

Se l'incalzante "Wall Of God", ispirata dall'"Exodus" di Bob Marley e tutta giocata sul dialogo tra la linea di chitarra alla Burchill di Lundon e il solo di synth di Nick Magnus, suona come un presagio di quanto di lì a poco gli stessi Xtc esibiranno dopo la svolta rundgreniana di "Skylarking", "Gift Of Freedom", con la sua toccante esortazione all'umanità ("And will the whole damned world fall down/ Before we've learned to share what we've found/ Freedom from apathy/ A god-given choice"), sfodera invece il vecchio sound dei Crisis rimesso a modello dalla sapienza di Becker, e segue lo stesso felice destino del vaporoso secondo singolo, tutto da fischiettare, "King In A Catholic Style", il più uptempo del lotto, con il suo basso tumultuoso e la sua combinazione di linee di synth fluide e frizzanti. Ma non meno stupefacente è "Bigger The Punch I'm Feeling", con quel feeling notturno che riporta dritto dalle parti del Donald Fagen di "The Nightfly", con l'ennesima linea di basso sublime e con una melodia talmente aggraziata da non sembrare reale. Rigorosamente in abito da sera anche "Blue Sea", per rievocare le atmosfere della vecchia "The Soul Awakening" in versione deluxe.

Quarantatré minuti di musica incantevole che lascia però un retrogusto dolceamaro: l'angoscia della new wave - ormai al tramonto alla metà del decennio 80 - non si è completamente dissolta, si è semmai stemperata nel disincanto e nella malinconia, in una inquietudine più matura e consapevole di un destino collettivo ineludibile, come pare suggerire il titolo della penultima traccia: "The World Spins, I'm Part Of It".

Best kept secret

Vocalizzi soffici e cristallini, spesso supportati in regia da Becker con un tocco di delay, esecuzioni strumentali impeccabili, una pulizia del suono degna dei migliori lavori degli Steely Dan e, soprattutto, canzoni meravigliosamente scritte e arrangiate: tutto contribuisce alla magia di un disco che si lascerebbe ascoltare in eterno.
Grazie alle dieci meraviglie di "Flaunt The Imperfection", la sorte dei due placidi compari di Liverpool sembra destinata a cambiare per sempre. L'automobile dei China Crisis è ormai attrezzata per sfrecciare spedita nelle trafficate strade del pop, ma forse viaggia sin troppo spedita se a inizio 1985, in piena fase di promozione dell'album, un incidente stradale lascia Daly con un braccio rotto e Johnson con una mandibola fratturata, stoppando la band ai box per alcuni mesi proprio in un momento cruciale per la loro carriera. È questo uno dei motivi per cui "Flaunt The Imperfection" fa solo una fugace comparsa nella classifica americana e, pur diventando il loro primo e unico top ten album in madrepatria (i due singoli, come da tradizione consolidata, si collocano nella top 20), non fa quel botto che pure era nelle loro corde e che molti auspicavano. Se a questo si aggiunge un basso profilo, forse in contrasto con lo spirito degli anni 80, si può arrivare a comprendere le motivazioni del mancato exploit del gruppo e la frustrazione che ne è seguita.

A poco sono valsi ulteriori lavori di qualità, dai successivi "What Price Paradise" (sul quale in realtà è in corso una storica diatriba tra i due autori di questa recensione) e "Diary Of A Hollow Horse", fino alla sorprendente reunion di quasi trent'anni dopo, con il commovente "Autumn In The Neighbourhood". Ai China Crisis non è bastato nemmeno aver influenzato intere legioni di band indie-pop del nuovo millennio, devote al loro verbo aggraziato e intimista. Forse era il loro destino, quello di restare uno dei "best kept secret" degli scintillanti Eighties. Perché la loro è davvero una musica per anime delicate che rifuggono la banalità, l'espressione di una raffinata malinconia che porta dentro di sé il sorriso, l'insperato raggio di sole di un tiepido autunno.

(20/10/2019)

  • Tracklist
  1. The Highest High
  2. Strength Of Character
  3. You Did Cut Me
  4. Black Man Ray
  5. Wall Of God
  6. Gift Of Freedom
  7. King In A Catholic Style
  8. Bigger The Punch I'm Feeling
  9. The World Spins, I'm Part Of It
  10. Blue Sea




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