Modest Mouse

The Lonesome Crowded West

1997 (Up) | indie-rock

Go to the grocery store, buy some new friends
(da “Teeth Like God’s Shoeshine”)

Quando i Modest Mouse apparirono in “The Family Ties”, settimo episodio della seconda stagione di “The O.C.”, era il 2004 e la cricca di ex-sfigati capitanata da Isaac Brock si era già trasformata in un manipolo di superstar. Per l’indie-rock quel periodo era una specie di golden age, band come i Modest Mouse da una parte dell’oceano e i Franz Ferdinand dall’altra (con le dovute differenze stilistiche) dominavano le classifiche al suono di riff aguzzi e sfrontati, non era dunque una stonatura o una forzatura associare nomi e suoni del genere a un teen drama seriale dal successo planetario come “The O.C.”, il cui protagonista (il dolce, autoironico, iconico Seth Cohen di Adam Brody) ha come band preferita i Death Cab For Cutie. C’è però una gran differenza tra i Modest Mouse o i Death Cab For Cutie e tutte le altre band che si sono esibite al Bait Shop – la venue frequentata dai protagonisti della serie – come i Killers, i Walkmen o i Thrills.
Le due band dello stato di Washington stavano sì affrontando un momento di grande fama, rispettivamente con “Good News For People Who Loves Bad News” (Epic, 2004)  e “Transatlanticism” (Barsuk, 2003) a cavalcare questa grande onda indie ma, a differenza di tutte le altre band di allora, erano in circolazione da circa una decina d’anni e quell’estetica avevano contribuito a fondarla, con le chitarre così come con le camicie button down a quadri. A quel punto i Modest Mouse (e come loro i DCFC) stavano soltanto raccogliendo i frutti della loro semina inconsapevole. Il successo era arrivato senza tradire le proprie radici, invero senza neanche cercarlo troppo. Ne sono la riprova tutti i dischi successivi dei Modest Mouse, mai troppo accondiscendenti con i gusti più miti del loro nuovo, ampissimo seguito.
“Good News For People Who Love Bad News” ha suoni più caldi e meno scheletrici ed è in generale meno stizzoso di quanto prodotto dai Modest Mouse in precedenza, ma così come i dischi che lo avrebbero seguito segna una variazione su tema del guitar rock della band piuttosto che una rivoluzione volta a racimolare seguito e soldi.

La ruvidezza e il graffio del suono dei Modest Mouse, soprattutto delle loro chitarre, viene, più che dalla Seattle post-grunge di metà anni 90, dalla scena di Olympia (Washington) e da band che intorno a questa vertevano, come Lync, Unwound, Built To Spill e Heavens To Betsy. E’ anche opera del produttore del disco e di alcune precedenti produzioni del trio, Calvin Johnson (Beat Happening/Dub Narcotic System/Halo Benders), deus ex-machina della scena indie di Olympia e artefice del sound indie lo-fi di molte band del Pacific North-West, tutte prodotte attraverso la sua K Records (per citare solo alcuni nomi, oltre alle band di Johnson: Built to Spill, Microphones, Girl Trouble e Some Velvet Sidewalk).
I due dischi cruciali, le radici necessarie all’evoluzione della carriera dei Nostri, e dunque della scena indie americana degli anni Zero di cui i Modest Mouse sono stati una stella polare, sono “The Lonesome Crowded West” (Up, 1997) e “The Moon & Anctartica” (Epic, 2000), con quest’ultimo a segnare il debutto per una major e l’ampliamento delle possibilità, grazie a soluzioni più varie e orpelli orchestrali, del sound della band.

E’ dunque “The Lonesome Crowded West”, seconda fatica della band (o terza, se si considera “Sad Sappy Sucker”, pubblicato nel 2001 ma in realtà precedente a “This Is A Long Drive For Someone With Nothing To Think About”), il disco perfetto per approcciarsi al suono dei Modest Mouse nella sua purezza, quello che di questa versione serba i frutti migliori, data l’eccessiva acerbità di alcuni momenti del suo predecessore. Prodotto da Johnson, Brock e Scott Swayze principalmente ai Moon Studio di Olympia, con una tappa all'Avast Studios di Seattle, il disco è composto da quindici tracce.
Arrivato sugli scaffali dei negozi di dischi il 18 novembre 1997, un anno in cui l’interesse della stampa musicale guardava da tutt’altra parte (“Ok Computer” e tutto quello che comportò, per darvi una chiara coordinata), “The Lonesome Crowded West” sfoggia sulla sua copertina le due torri del Westin Seattle, che bucano il cielo nebbioso che si prepara alla sera e insieme al titolo dell’opera preparano l’ascoltatore al suo contenuto. Tonnellate di solitudine, di quella che si prova al centro di una moltitudine, sia essa una folla che avanza pigra e apatica sulle scale mobili di una stazione metro o quella racchiusa in un hotel di Seattle. Cinquecento, mille anime nella stessa scatola, ma impossibilitate a comunicare, separate chirurgicamente come da fini muri di cartongesso. Una solitudine cui Isaac Brock, Jeremiah Green e Eric Judy reagiscono scompostamente, a scatti, e che si traduce musicalmente in guizzi, convulsioni, esplosioni attraverso la dinamica che si crea tra i tre musicisti e tra le varie sezioni con cui è costruito il brano. Le chitarre di “The Lonesome Crowded West” hanno i nervi a fiori di pelle, sembrano accordate così tese che sono sul punto di spezzarsi, sono però anche dannatamente elastiche, duttili e flessuose come una molla, capaci di passare dalla melodia sommessa di un arpeggio cascante (“Out Of Gas”) all’ironico spirito post-punk di de-erotizzazione degli stilemi rock e funky (“Lounge, Closing Time”), al più nervoso e furibondo dei riff (provate a stare dietro a quello che succede nei cinque minuti di “Trailer Trash”, ad esempio, o al collasso sistemico di “Shit Luck”).

L’influenza di Pavement e Pixies si sente forte e chiara nei riff aciduli ed esagitati, così come quella di altre band indie come Meat Puppets (“Jesus Christ Was A Only Child”) e anche le coetanee Sleater-Kinney (“Convenient Parking”), mentre certi arpeggi più placidi e sottotono appaiono influenzati dal coevo midwest-emo. Nonostante questi echi, i brani risultanti sono così personali che i Modest Mouse si possono riconoscere dopo tre note in fila. E’ manifesto di questo sound e stile di songwriting proprio la canzone che apre il disco, “Teeth Like God’s Shoeshine”, capolavoro assoluto dell’indie-rock americano e dichiarazione d’intenti per un’estetica musicale: riff storti, strofe blaterate, pause nevrotiche, bending sguaiati, cambi di tempo e sussurri, urla e accelerazioni, vuoti e pieni, e uno dei più bei finali della storia dell’indie:

Take 'em all for the long ride
And you'll go around town no one wants to be uptight anymore
You could be ashamed or be so proud of what you've done
But not no one, not now, not ever or anyone

Nonostante un approccio così viscerale ed emotivo alla musica, la sezione ritmica e le chitarre sono sempre molto precise (in “Truckers Atlas” la batteria è una micidiale macchina del groove), talvolta disegnano addirittura geometrie e angoli aguzzi, quasi provassero a contenere, a canalizzare tutti quell’instabilità interiore. Strutture e incastri millimetrici, cambi repentini di ritmo e metrica, rovesciamenti d’umore improvvisi (un’altra discografia che i Modest Mouse devono aver consumato è quella dei Talking Heads): un caos organizzato e turbinante, possibile grazie al talento incommensurabile dei tre musicisti, all’epoca poco più che ventenni, e alla sintonia sviluppata suonando insieme sin dal 1993.
Non è meno instabile il canto di Isaac Brock, che interpreta le sue liriche poetiche e sfacciatamente sincere come se fosse sull’orlo di una crisi di nervi. Incapace di contenere la sofferenza, si lascia andare all’isteria, ripete alcuni versi ossessivamente (“Out Of Gas”), alcuni li cantilena (“Long Distance Drunk”), ne rovescia altri fuori dalla bocca come fossero un vomito velenoso che non può trattenere in gola (“Cowboy Dan”, “Teeth Like God’s Shoeshine”, “Shit Luck”).

Nel corso delle quindici tracce, alle torri del Westin Hotel si aggiungono parcheggi (“Convenient Parking”), autostrade, mappe scritte dai camionisti (“Truckers Atlas”, dieci minuti in cui la chitarra e il basso si inseguono singhiozzando a velocità variabili) e aste fallimentari (“Bankrupt On Selling”), a simboleggiare ulteriormente l’effetto mortifero e annichilente delle strutture sociali sugli individui.
L’unico rimedio a questa società alienante e solitaria sono i rapporti interpersonali. Flirt, amicizie, che nonostante la natura sporadica riscaldano il cuore in momenti musicali indimenticabili. Non è un caso se la canzone più briosa e allegra del lotto sia proprio “Lounge (Closing Time)” (popolata dagli stessi protagonisti di “Lounge” da “This Is A Long Ride For Someone With Nothing To Think About”, ma raccontata da un’altra prospettiva) nella quale she si gode una serata in compagnia in cui tutti sono brilli e ballano. Le chitarre e la ritmica sono febbrili, ma quando è tempo di chiusura si abbacchiano spennellando malinconia in un magnifico breakdown.

Il secondo disco dei Modest Mouse è un lavoro attraversato da un’incessante carica elettrica ad alto voltaggio, i cavi dell’alta tensione vengono staccati soltanto in furtivi momenti di pace e tradizione. Il primo è “Jesus Christ Was Only A Child”, un folk barcollante, con una cantilena da strada e un violino dal sapore artigiano. “Bankrupt On Selling” è invece un folk con la chitarra acustica spazzolata con delicatezza e sparute lacrime elettriche; Brock è quasi sul punto di piangere mentre mescola tra le parole smozzicate figure bibliche, spietati azionisti e amori perduti.
Inizia all’insegna della tradizione anche la conclusiva “Styrofoam Boots/It’s All Nice On Ice, Allright", che prende avvio come un brano country dagli accordi appena abbozzati e termina in un vortice ritmico math che aumenta progressivamente di velocità – ennesima riprova di quanto i ragazzi traboccassero talento.

“The Lonesome Crowded West” immortala il suono personale di una band, che nel corso del tempo compirà diverse mutazioni, e lo stile di songwriting di uno dei più importanti compositori della scena indie. Il disco cattura anche il mood intimo e allo stesso tempo comunitario di una scena musicale periferica rispetto ai clamori di Seattle, che non è fatta solo di icone grunge come i Mudhoney e neanche di posizioni politiche più estreme, come per il movimento riot grrrl o il credo DIY di Johnson.
Il disco esprime anche il disagio di vivere in un contesto urbano che si sta de-personalizzando e in un panorama, così selvatico nel Nord-Ovest, che si sta popolando di non-luoghi. In fondo, si urla contro i centri commerciali, le dinamiche relazionali che stanno cambiando e le comunità che si stanno sgretolando. Tirando fuori tutto questo, si matura e si diventa “Modest Mouse”: da questo momento in avanti, si compie un cammino artistico di album spettacolari dal quale non si accetterà più di avere momenti di poca originalità.

Everytime you think you're walking, you're just moving the ground
Everytime you think you're talking, you're just moving your mouth
Everytime you think you're looking, you're just looking down
(da "Cowboy Dan")

(01/12/2019)

  • Tracklist
  1. Teeth Like God's Shoeshine
  2. Heart Cooks Brain
  3. Convenient Parking
  4. Lounge (Closing Time)
  5. Jesus Christ Was an Only Child
  6. Doin' the Cockroach
  7. Cowboy Dan
  8. Trailer Trash
  9. Out of Gas
  10. Long Distance Drunk
  11. Shit Luck
  12. Truckers Atlas
  13. Polar Opposites
  14. Bankrupt on Selling
  15. Styrofoam Boots/It's All Nice on Ice, Alright
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