Richard Ashcroft

These People

2016 (Righteous Phonographic Association) | britpop, alternative

These are songs of experience, baby.
Lo chiamavano "Mad Richard". Un inglese del Lancashire esuberante, imprevedibile, sempre con un'impellente necessità di essere al centro dell'attenzione, l'ex-frontman dei Verve per molti è ancora oggi quel ragazzo dal volto scavato e dalla pelle bianchissima che su Mtv cantava "è la vita, sei schiavo dei soldi e poi muori", in quel fortunato video in cui tirava dritto su un marciapiede di Londra urtando contro chiunque incontrasse lungo la strada. Un Noel Gallagher solitamente avaro di complimenti nei confronti dei colleghi, e che di recente ha espresso il desiderio di collaborare con lui, gli dedicò uno dei suoi brani più intensi ("Cast No Shadow"), ma prima di quella boccata d'ossigeno qualcuno di noi già conosceva la band di Richard Ashcroft, grazie al sofisticato shoegaze e al rock psichedelico di "A Storm in Heaven" ma soprattutto al successivo "A Northern Soul" - dischi che la Universal, che ha acquisito la Virgin Records e diverse sue sussidiarie, ha già annunciato di voler intelligentemente riproporre in edizioni deluxe ricche di materiale extra - ma è indubbio che il vero salto a piedi uniti nella stardom sia arrivato con "Urban Hymns" e i singoli estratti, uno più bello dell'altro. Poi sono arrivate le rese dei conti, una carriera solista che è riuscita a regalare qualche sprazzo di autentica ispirazione insieme a intenzioni rimaste buone solo sulla carta, una reunion di tutto rispetto con "Forth" e il mezzo disastro dell'operazione RPA & The United Nation of Sounds.

È tornato tra noi il diamante pazzo del britpop, a sei anni da una débacle tanto artistica quanto commerciale. "Mi sono fissato con questa espressione, these people, che è quella che usano i media quando non è chiaro a chi si stiano riferendo. Davvero, se ti capita di vedere un programma di news americano, sentirai dire these people almeno una ventina di volta, senza che venga mai specificato chi siano queste persone, che ruolo abbiano, che potere, se sono i cattivi. Può sembrare divertente, ma è anche inquietante": così l'artista ha giustificato la scelta del titolo del nuovo lavoro a Veronica Raimo di Rolling Stone. Il disco di un uomo che può permettersi di guardare al proprio passato rintanandosi di nuovo in studio (il proprio, stavolta) con collaboratori storici quali Will Malone e Chris Potter e al tempo stesso di rinfrescare la formula, sorprendendo i fan ortodossi con qualche effetto speciale.

Funziona? La pietra dello scandalo è stata "Hold On", che dovrebbe essere ispirata dalla primavera araba ma che fa solo qualche riferimento blando al tema in un innocuo testo passepartout ("sai che non c'è molto tempo/ ma so che potremo farcela"); c'è giusto una vaga reminiscenza dei primi Tears For Fears ("Pale Shelter") ma ciò che ha fatto storcere il naso ai fan è il vocoder che apre la strada a un beat preso di peso da un brano di Madonna dei primi Duemila - e un motivo c'è, visto che Richard Ashcroft si è messo nelle mani di quel Mirwais che un ruolo chiave ebbe nella realizzazione di "Music" e "American Life", sul cui valore il dibattito è ancora aperto. Non è certo una novità che l'elettronica funga da trucco per sentirsi più moderni - lo hanno dimostrato "Head Music" dei Suede, "Your Town" dei Deacon Blue e "Called Out In The Dark" degli Snow Patrol - ma in casi come il già citato singolo o "Everybody Needs Somebody To Hurt" (che vorrebbe essere la nuova "Bitter Sweet Symphony" ma ha assai più in comune con "Breathe" di Kylie Minogue) è facile domandarsi se Ashcroft, oltre a non aver avuto uno smartphone per quattro anni come afferma nelle interviste, abbia girato in macchina con un'autoradio a cassette con la stessa compilation di diciotto anni fa incastrata dentro. La faccenda si fa semmai più intrigante e riuscita in "Out Of My Body", con un'intro alla Johnny Cash che in pochi secondi sfocia in un'atmosfera tutta synth, batteria elettronica, un organo che tante volte abbiamo ascoltato nella dance anni Novanta e archi che prima si insinuano nel tessuto sonoro e poi svolazzano in vivide policromie. Manca una drum machine lo-fi a "Picture Of You" (e un ritornello meno turgido) e torniamo al David Gray di "White Ladder", anno 1998.

Eppure l'ex-Verve non è mica uno sprovveduto, e riesce con successo a tirarsi fuori dai guai da solo e a dare al suo pubblico quello che vuole e che si aspetta da lui. Così, la countryeggiante "They Don't Own Me" trasuda certamente mestiere ma riporta senza neppure troppi sforzi ai fasti di "Lucky Man", e ancora meglio va a "Black Lines", una malinconica "Sonnet 2.0" presumibilmente rivolta al manager deceduto durante il lungo silenzio discografico del nostro. "This Is How It Feels" riutilizza qualche cliché un po' stanco (i Verve sono ancora una volta rivisitati, ma gli accordi del ritornello sono quelli di "Again" di Lenny Kravitz), tuttavia se la cava più che dignitosamente nel suo compito di singolo di lancio; "Ain't The Future So Bright" tenta una contaminazione con il nuovo soul, ma anche qui siamo più dalle parti di certo mainstream dei primi 2000. "Songs Of Experience" ha un arrangiamento indaffarato, tutto a strati, con una batteria alla "Billie Jean" a sorreggere il tutto.

Richard Ashcroft, oggi (quasi) quarantacinquenne, è ancora un fiume in piena e non ha perso la voglia di dire la propria su qualsiasi tema gli stia a cuore, sprezzante del pericolo di farci alzare il sopracciglio con qualche considerazione dal sapore "gentista" ("Non mi sento di destra o di sinistra", con riflessioni su Barack Obama e Tony Blair a corredo) e incaute uscite su "Big Pharma" e sui notiziari che "nascondono la verità". Niente paura, perché ancora una volta qui prevalgono i sentimenti e le melodie alle invettive. Sarebbe stato lecito, dopo una pausa tanto lunga, attendersi da "Dad Richard" più carne al fuoco in un album che è un ircocervo, interessante ma frustrante, che per ogni passo avanti ne fa due indietro, che tenta direzioni insolite per sedurre un nuovo pubblico, magari quello dei coetanei dei suoi figli, ma poi inevitabilmente commuove proponendo la "classica" prevedibile canzone britpop giusto con un nuovo taglio di capelli per l'occasione.
Resta da capire, poi, che ruolo abbia la maschera antigas in copertina...

(10/06/2016)

  • Tracklist
  1. Out of My Body
  2. This Is How It Feels
  3. They Don't Own Me
  4. Hold On
  5. These People
  6. Everybody Needs Somebody to Hurt
  7. Picture of You
  8. Black Lines
  9. Ain't the Future So Bright
  10. Songs of Experience




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