Green Like July

Green Like July

Tutti i colori di un nuovo giorno

intervista di Gabriele Benzing

Un caleidoscopio di colori. Proprio come quelli immaginati dall’illustratrice Olimpia Zagnoli per lo sgargiante video di “Moving To The City”. Si presenta così il terzo album dei Green Like July, “Build A Fire”, a due anni di distanza dall’uscita di “Four-Legged Fortune”: un disco che aspira a un’inedita varietà di panorami, complice anche l’apporto di un ospite del calibro di Enrico Gabrielli. Andrea Poggio, da sempre anima cantautorale dei Green Like July, ci guida attraverso la nuova tavolozza di “Build A Fire”, alla scoperta di un desiderio di cambiamento fatto di addii travagliati, ma soprattutto di solide conquiste.

 

Dall'uscita di "Four-Legged Fortune” a oggi, i Green Like July hanno cambiato volto: come siete arrivati alla formazione attuale del gruppo?

I Green Like July nel corso degli anni hanno cambiato numerose formazioni, molte delle quali non hanno mai trovato consacrazione “ufficiale” su disco. La separazione da Nicola Crivelli [il precedente bassista e chitarrista del gruppo, n.d.r.], avvenuta a distanza di un anno dall’uscita di “Four-Legged Fortune”, è stata dolorosa quanto necessaria: da un punto di vista artistico le nostre strade avevano preso direzioni divergenti. Siamo stati molto fortunati a trovare prima Marco Verna e poi Roberto Paravia. Marco, oltre ad essere un ottimo chitarrista, è molto bravo a suonare il piano. Per i Green Like July questa è stata una novità assoluta: abbiamo iniziato a lavorare all’arrangiamento dei brani spesso partendo proprio dal piano e dalle tastiere. Roberto invece è un bassista con un gusto sconfinato e con un tocco molto morbido e delicato: a livello ritmico ha portato linfa nuova all’interno del gruppo.

 

Per la registrazione del nuovo album siete tornati in Nebraska, ma l'approccio con cui avete affrontato il lavoro sembra essere stato molto diverso. Da che cosa è nato questo cambiamento di prospettiva?

“Four-Legged Fortune” è stato registrato e mixato in due settimane appena. È un disco quasi interamente registrato in presa diretta e per il quale avevamo in mente un suono preciso: volevamo suonare americani. È un disco molto spontaneo e che quindi ha i pregi, ma anche i difetti, della spontaneità.

“Build a Fire” è stato concepito in un arco temporale di quasi tre anni ed è stato registrato e mixato in due mesi. È un disco caratterizzato da un’architettura molto più complessa rispetto a “Four-Legged Fortune” e per i cui arrangiamenti non ci siamo posti limite alcuno.

 

C'è qualche aneddoto in particolare sulla vostra permanenza americana che ci vorresti raccontare?

Durante il mese ad Omaha abbiamo lavorato tanto. Non ho particolari ricordi al di fuori dello studio di registrazione: entravamo in studio la mattina presto e ne uscivamo che era già notte. Un aneddoto… Una sera, mentre eravamo in giardino, vediamo arrivare in lontananza un pick-up Datsun. Dall’auto esce Jake Bellows. Non sentivo Jake da molto tempo, sapevo soltanto che si era trasferito a vivere a Los Angeles. Jake ci abbraccia e ci dice che è di fretta, che deve andare ad Atlanta per le registrazioni del disco di Alessi’s Ark e che è passato da Omaha perché voleva lasciarci la sua chitarra affinché la usassimo sul nostro disco. Ci lascia una Teisco di non ricordo quale anno, risale in macchina promettendoci che sarebbe ritornato presto, ma non specificando la data. Jake è una persona molto imprevedibile.

 

Green Like JulyCome si è sviluppata la collaborazione con Enrico Gabrielli? Come avete conciliato i suoi spunti con il suono dei Green Like July?

Ho conosciuto Enrico due anni fa. È un musicista raro e prezioso, dotato di grande intelligenza, saggezza e sensibilità. Vedo Enrico come il Caronte di “Build a Fire”, colui che ci ha definitivamente traghettati verso il nuovo, chiudendo un processo di cambiamento iniziato anni prima, sin dai mesi successivi alle registrazioni di “Four-Legged Fortune”.

Tra di noi si è subito instaurata un’ottima complicità: sapevamo entrambi dove volevamo andare, pur non avendone quasi mai parlato in modo esplicito. Nei mesi precedenti alle registrazioni, più che suonare insieme o provare soluzioni da cristallizzare in un provino, abbiamo pazientemente lavorato ad una sorta di moodboard di idee, di immagini e di colori che avremmo voluto dare al disco. Questa cosa si è concretizzata un uno scambio costante di e-mail nelle quali ci mandavamo le rispettive suggestioni del momento.

Nell’istante in cui ci siamo trovati a dover dare una forma precisa agli arrangiamenti del disco, il tutto ha preso forma in modo molto naturale. Non ci siamo mai trovati in disaccordo, non abbiamo mai dovuto discutere e ancora adesso me ne sorprendo, considerando quanto è difficile andare d’accordo in un momento così delicato come quello della registrazione di un disco.

 

Che cosa rappresenta per te, in questo momento della tua vita, l'idea di cambiamento e di nuovo inizio che attraversa le canzoni del disco?

Come ti dicevo, per scrivere “Build a Fire” ci sono voluti tre anni. Nel corso di questo ampio lasso di tempo nella mia vita si sono susseguiti una serie di cambiamenti, alcuni positivi, altri negativi. Per questo motivo “Build a Fire” è un disco a diverse velocità, all’interno del quale si alternano stati d’animo differenti e talvolta in aperto contrasto tra di loro. È nella serena accettazione della necessità di cambiare e di evolversi che deve essere cercato il punto di composizione e sintesi delle diverse anime del disco.

 

Cambiamento significa anche lasciarsi alle spalle qualcosa. Nonostante le atmosfere brillanti del disco, è comunque presente una vena di amarezza…

Le canzoni più solari del disco sono state scritte in un periodo più recente, mentre quelle meno solari sono figlie di un momento più sofferto e più risalente nel tempo. La policromia del disco è a volte quasi spiazzante. Prima registrare “Build A Fire” avevo in un certo senso il timore che parlasse di un periodo di tempo troppo ampio e che, dunque, sarebbe risultato difficile trovarne la chiave di lettura. A lavoro terminato mi è sembrato che le due, o più, anime del disco convivessero in modo molto armonico. Anzi, credo la forza di “Build A Fire” risieda proprio nella sua policromia. Comunque sono d’accordo con te: i toni di “Build a Fire” a volte diventano particolarmente amari. “Johnny Thunders”, “Good Luck Bridge”, ma anche la stessa “Moving To The City” sono dei veri e propri “j’accuse”.

 

Le canzoni di “Build A Fire” suonano più corali che in passato. Avete puntato a una maggiore condivisione nella costruzione dei brani?

“Build A Fire” a livello compositivo è nato come tutti i dischi dei Green Like July. Arrivo in sala prove con testo e musica già scritti. Su questo telaio lavoriamo insieme sia a livello ritmico che di arrangiamento. Tra me e Paolo il rapporto è ormai consolidato: ci conosciamo bene e abbiamo un nostro ritmo di lavoro collaudato. La vera novità sono stati Marco e Roberto. Marco e Roberto sono musicalmente cresciuti insieme, e questa cosa si è sentita molto in fase di scrittura: sono stati molto bravi ad abitare le canzoni e a farle proprie.

 

L'America resta sempre un punto di riferimento fondamentale della musica dei Green Like July, ma nel nuovo disco il panorama si allarga anche ad altre influenze. Com’è in particolare il tuo rapporto con la tradizione musicale italiana?

Ascolto molta musica italiana. In particolare, nei mesi che hanno preceduto le registrazioni di “Build A Fire” ho ascoltato tanto Tenco, “Una donna per amico” di Lucio Battisti ed “Io e te abbiamo perso la bussola” di Piero Ciampi. Credo che, in una qualche misura, questi ascolti si riverberino su tutto “Build A FIre”. Se in “Four-Legged Fortune” l‘obiettivo dichiarato era suonare americani e discostarsi il meno possibile dalla tradizione americana, con “Build A Fire” non ci siamo posti limiti. È certamente rimasta l’impostazione folk nella forma canzone, ma su questo telaio si sono innestate le più disparate influenze.

 

La copertina dell’album, curata anche in questa occasione da Olimpia Zagnoli, fa pensare all'idea che nella vita ci siano cose che sembrano montagne insormontabili e che invece si rivelano solo ostacoli di carta. Ti è mai capitato di essere intimorito da scelte artistiche o musicali che poi si sono rivelate più naturali del previsto?

Non saprei... L’unica cosa che non smette mai di intimorirmi del processo creativo che porta alla registrazione di un disco è lo studio di registrazione. Sono sempre molto terrorizzato dagli studi di registrazione. Per me lo studio di registrazione è un momento dove si deve cercare di ricreare al meglio e in modo spontaneo qualcosa che di fatto non ha alcuna spontaneità. È un processo molto difficile, doloroso e artefatto.

 

“Build A Fire” sta ricevendo un'accoglienza molto positiva. C'è qualche aspetto del disco di cui non ti eri reso conto e che hai potuto scoprire grazie al riscontro degli altri?

Sono contento che il disco abbia ricevuto un responso positivo, ma soprattutto che sia stato capito e compreso. L’accoglienza positiva mi ha ulteriormente fatto rendere conto che siamo sulla giusta strada.

 

Andrea PoggioScrivere in inglese richiede una mediazione linguistica che potrebbe sembrare in contrasto con la spontaneità dell’espressione. Come si sviluppa di solito il tuo processo di scrittura?

Si inizia a scrivere e a comporre in inglese per motivi fondamentalmente stilistici, legati al genere di musica che si vuole suonare. Ad esempio, se si vuole scrivere canzoni che affondano le proprie radici nella musica nera, nel blues, inevitabilmente, si è portati, almeno istintivamente e di primo acchito, ad utilizzare l’inglese. È un’osservazione banale, ma l’inglese ha una musicalità molto differente rispetto all’italiano. Potremmo dire addirittura che spesso la ragione che ti spinge a cantare in inglese è una ragione squisitamente fonetica se non addirittura ritmica.

Io non faccio eccezione: il primo ed il secondo disco dei Green Like July sono sicuramente figli di questo modo di ragionare, sono dischi che vedono nell’esigenza di trovare una fonetica confacente all’armonia dei brani la ragione prima per cui ho scelto di cantare in inglese.

Questa scelta, per così dire, “estetica” ha un grande risvolto negativo. Prima o poi ti accorgi che, per quanto tu possa padroneggiare la lingua, non riuscirai mai ad avere una piena e totale corrispondenza tra testo e significato.

Ecco, forse “Build A Fire” è il disco dei Green Like July in cui, a livello testuale, sono più riuscito ad avvicinare il testo al significato. Dico avvicinare perché è inevitabile che, quando canti in una lingua che non è la tua, anche arrivando a coprire una percentuale di significato molto alta, resta sempre un qualcosa di imponderabile. L’inglese peraltro è una lingua sconfinata, che ha usi differenti già all’interno dei soli Stati Uniti e che inevitabilmente cambia a seconda della zona geografica. Cercare di pilotare il coefficiente di imponderabilità, cercare di dare un senso più compiuto possibile ai testi è stata un’impresa molto difficile. Non ti nego che molto del tempo che ho impiegato a pubblicare questo disco è stato dovuto al fatto che non ero soddisfatto dei testi, che avevo bisogno di migliorarli o semplicemente di lasciarli un po’ decantare.

Essendo un perfezionista nel senso più patologico del termine, il fatto di non avere il completo controllo su quello che dico lo trovo come un grande limite espressivo. Detto questo, so che cantare in italiano non mi permetterebbe di utilizzare quella musicalità che è il fulcro attorno al quale ruotano le canzoni dei Green Like July. Quello che da un lato è un limite, dall’altro è l’unica forma di espressione possibile per i Green Like July: ho imparato a convivere con questa situazione e ad accettarla serenamente.

 

Come pensate di portare dal vivo il suono più elaborato del nuovo album?

Suoneremo i brani di “Build A Fire” in cinque. Siccome non sarà materialmente possibile portarci dietro tutti gli strumenti presenti sul disco, in queste ultime settimane abbiamo lavorato nel senso di riprodurre i suoni facendo riferimento a due sintetizzatori e ad un Rhodes. Inevitabilmente le canzoni avranno una timbrica lievemente differente, ma saranno sempre suonate con gli arrangiamenti del disco.

 

In “Build A Fire” ci sono molte collaborazioni significative, come quelle con Enrico Gabrielli e Jake Bellows di cui ci hai parlato. Se potessi collaborare con un qualunque artista a tua scelta, del presente o del passato, con chi ti piacerebbe lavorare?

Senza dubbio con Jeff Lynne. Amo particolarmente gli Electric Light Orchestra, ma anche – e forse soprattutto – il lavoro che ha fatto negli anni Ottanta con artisti come Roy Orbison e con il George Harrison di “Cloud Nine”. Secondo me il periodo di George Harrison da “Thirty-Three & 1/3” a “Cloud Nine” è da sempre molto sottovalutato. Anche quella critica che oggi si ravvede e rivaluta il George Harrison solista cade sui nomi più facili e ovvi: “All Things Must Pass” è certamente un disco magnificente ed epocale, però credo che ancora non si sia arrivati alla riscoperta del periodo successivo. “Somewhere In England”, ad esempio, è un disco meraviglioso.

 

Per finire, che progetti hai per il futuro?

L’idea è quella di suonare il più possibile, almeno per il prossimo anno. Magari portare il disco fuori dall’Italia, questo mi piacerebbe moltissimo. Dopodiché credo che avrò bisogno di una pausa. Sicuramente di una pausa dai Green Like July. Credo che sia quasi fisiologico, dopo dieci anni in cui ho avuto testa e cuore solo per questo progetto. Come diceva Dylan, "sometimes you get too close to something and you got to get away from it to be able to see it": certe volte arrivi a vedere le cose così da vicino che hai bisogno di distaccartene per poter dar loro la giusta importanza. Sento di avere bisogno di un periodo di pausa. Chissà che non mi porti a qualcos’altro.

* * *

Sul ciglio di una strada a contemplare l'America

Le facce fameliche di uno sciame di professionisti seri si schiacciano sul vetro che separa l'uomo dal sandwich. Gli occhi si scrutano. Le bocche lanciano morsi all'aria. Le mani sono levate al cielo in un giubilo disperato. Metà di esse stringe un blackberry". Le pause pranzo, a Milano, hanno qualcosa di belluino nelle parole di Federico "Duchesne" Baccomo, autore dell'ormai celebre"Studio illegale" (prima blog, poi libro e a breve anche film).
Incontrare i Green Like July nel bel mezzo di una pausa pranzo milanese significa ritrovarsi all'improvviso catapultati lontano dalla calura appiccicosa, dai blackberry e dall'ansia da
closing. Viaggiare verso l'orizzonte di un'America immaginata e reale al tempo stesso: l'America mitica di Jimmie Rodgers e l'America contemporanea di Conor Oberst, unite come d'incanto in un tutt'uno.
Una chiacchierata in compagnia di Andrea Poggio (voce e chitarra), Nicola Crivelli (basso e cori) e Paolo Merlini (batteria), che diventa l'occasione per condividere il percorso di una band decisa a puntare allo spessore del classico, pur senza rinunciare all'urgenza e alla spontaneità degli esordi.

Facciamo anzitutto un passo indietro, per presentarvi anche a chi ancora non vi conosce: come sono nati i Green Like July?
Andrea: I Green Like July sono nati più o meno nel 2003 ed eravamo solo io e Nicola. Inizialmente era una cosa nata senza un particolare fine, se non quello di trovarci a suonare e magari cercare di arrangiare dei pezzi più o meno noti, Dylan o cose del genere. Poi è arrivata una proposta da parte di una piccola etichetta di Alessandria, la Candy Apple Records, e la fiducia che ci hanno dato ci ha spinto a registrare il nostro primo disco, "May This Winter Freeze My Heart", che è stato anche il nostro primo approccio con una sala di registrazione. È stato un disco che abbiamo registrato in un anno, tirandolo veramente per le lunghe e registrandolo inevitabilmente anche con tanta ingenuità, partendo prima dalla chitarra e dalla voce per poi arrivare al basso e alla batteria, secondo un percorso poco logico ma dettato soprattutto dalla necessità e dal fatto che banalmente il gruppo era formato solo da me e da Nicola.
La promozione del disco, poi, è stata una non-promozione, nel senso che io e Nicola siamo andati all'estero, Nicola a Southampton e io a Glasgow. Se vogliamo, per noi quel momento è stato un po' una scuola, perché ci è capitato di confrontarci con realtà dove la musica folk è ben più vissuta, ogni sera e ogni giorno, rispetto a quanto non accade qua. Come dico spesso, per me andare a Glasgow è stata l'università: poter entrare in contatto con una certa scena, rendermi conto di quanto le mie canzoni fossero forti o deboli, capire come scrivevano altre persone, confrontarmi con loro...
Una volta tornati, abbiamo provato con diverse formazioni, finché abbiamo trovato Paolo: il gruppo vero e proprio è nato da quel momento, perché è stato grazie all'incontro con Paolo e al trasferimento di Nicola dalla chitarra al basso che abbiamo trovato il nostro modus operandi, il nostro metodo di lavoro, che è sempre basato su uno studio attento della sezione ritmica, da cui nasce lo sviluppo della canzone.

I Green Like July non sono semplicemente un gruppo italiano che canta in inglese, sono un gruppo dall'essenza profondamente americana. Che cosa rappresenta per voi l'America come immaginario musicale?
Andrea: L'America credo sia un po' il punto di partenza di tutti i nostri ascolti. Io sono nato davvero a pane e Bob Dylan e non ne faccio alcun mistero: applico in ogni momento la teoria "what would Dylan do?". Paolo è nato a suon di jazz e Creedence Clearwater Revival, per cui credo che anche lì l'America si senta fortemente...

Nicola: Divoriamo America per ogni decade, dagli anni Trenta, agli anni Sessanta, agli anni Settanta. Forse siamo un po' di parte...

Andrea: Lo dico sempre - ma penso di avere almeno anche Nicola dalla mia parte: il nostro beatle preferito è George Harrison.

Il termine "Americana" viene spesso utilizzato come contenitore dell'insieme di queste suggestioni legate all'America. Qual è la vostra personale definizione di Americana?
Andrea: Se penso all'Americana, penso subito alla Band. Non ho una definizione migliore. Quando ci accostano all'Americana penso che la nostra influenza quasi unica sia proprio la Band. È un melting pot di tante influenze, come in "The Last Waltz": tutte queste cose riunite accendono la miccia del rock 'n' roll.

Nicola: La Band ricopriva tutti quei generi che rappresentano l'Americana, dall'hillbilly al soul, e teneva dentro tutta la tradizione, pur spostandosi in vari ambiti. È questo che identifico con Americana. Un altro artista che riunisce molti ambiti dell'Americana è T Bone Burnett: il suo suono secondo me è quello dell'Americana in questo momento.

Che influenza ha avuto nella vostra formazione la rinascita di gruppi folk che ha attraversato l'America tra la fine degli Anni Novanta e l'inizio degli anni Zero, dai Bright Eyes agli Okkervil River?

Andrea: Non ti nego che è stata un'influenza enorme. Mi ha come svegliato da un letargo, è come se mi avesse detto: "c'è ancora musica che può essere interessante suonare". Siamo sempre stati molto onnivori dal punto di vista musicale, però quella che ci piace suonare è una musica legata alla tradizione. Mi ricordo la prima volta che ho ascoltato i Bright Eyes: ero a Londra, penso nel 2001, e sono andato quasi per caso a un concerto di Conor Oberst allo Shepherd's Bush Empire, solo perché tutti parlavano di lui come del classico "nuovo Bob Dylan". Sono uscito da quel concerto allibito: non credevo che fosse possibile trovare una cosa del genere, fresca ma nello stesso tempo tradizionale. All'epoca sia io che Nicola eravamo invasati di anni Ottanta (Cure, Smiths) e abbiamo ritrovato nei Bright Eyes tutte quelle piccole venature wave... Da lì siamo stati tirati per i capelli ad ascoltare tutta la scena della Saddle Creek, passando anche per cose meno tradizionali. Anche gli Okkervil River sono stati sicuramente un punto di riferimento, più nel passato però che non adesso.

Nicola: Il primo artista che mi ha aperto un po' la testa a livello di musica folk è stato Elliott Smith...

Andrea: Che poi Elliott Smith è quel solito ponte tra Beatles e America che a noi piace tanto...

Green Like JulyIl vostro secondo disco, "Four-Legged Fortune", è stato registrato in Nebraska, con l'ausilio di alcuni artisti d'eccezione legati alla scena Saddle Creek, da Jake Bellows dei Neva Dinova ai fratelli A.J. e Mike Mogis. Che cosa vi ha lasciato quell'esperienza? Come vi ha cambiati?
Nicola: Abbiamo sicuramente cambiato il nostro modo di suonare, di intendere la musica.

Andrea: Credo che questo cambiamento sia partito anche dalla maggiore fiducia in noi stessi che abbiamo acquisito, che non è assolutamente da confondere con l'essere diventati arroganti... Anzi, secondo me ha aumentato il nostro senso critico su certe cose, ma parallelamente ci ha fatto pensare che è possibile fare un genere di musica di questo tipo pur banalmente non essendo di Lincoln, Nebraska.
Nicola: Paradossalmente ci siamo ritrovati a parlare di musica roots con persone che cercavano al contrario di tirarci verso qualcosa di più indie...
Andrea: Sì, questo è un altro aspetto ancora: siamo arrivati in Nebraska con in mente una cosa molto americana, ma quando loro sentivano certe cose ci dicevano: "Ehi man, non sono sicuro che questa cosa possa funzionare...". In un certo senso ci riportavano loro con i piedi per terra, ci invitavano a non fare il passo più lungo della gamba.
E poi, ultimo ma forse primo, quello che ci ha colpito è stato proprio il fatto di essere andati là con una proposta che a tratti poteva anche lasciarci mille dubbi, dicendo dentro di noi: "Ok, siamo nati nello Stato sbagliato e stiamo andando a casa loro a fare il blues, a fare quello che loro masticano in ogni cantina, in ogni singolo appartamento e in ogni singola sera". E invece ci siamo resi conto che tutti i nostri dubbi, tutte le nostre insicurezze sono state dissipate con uno sguardo: "Dov'è il problema?".
Nicola: Perché alla base c'è un rispetto incredibile...
Andrea: E anche una passione per la musica. Lo ripetiamo spesso, la cosa più entusiasmante era vedere la loro sincerità, la capacità di dirci quando una cosa non funzionava oppure di apprezzarla indipendentemente dalla sua provenienza. Vediamo molto più scetticismo qui in Italia, quando diciamo che facciamo folk-rock...

Che accoglienza trovate in Italia rispetto a una musica come la vostra?
Andrea: Credo che l'etichetta spaventi.
Paolo: I problemi principali penso che siano l'approccio con lo strumento, i suoni. In America arrivi con un'idea abbastanza chiara del suono che vuoi ottenere, in Italia è diverso l'approccio.

Andrea: In Italia siamo bravi a fare altre cose, abbiamo la nostra tradizione musicale.

Nicola: L'altro giorno un nostro amico che ha aperto uno studio di registrazione ci diceva che si rende conto di volere un suono italiano, ed è giusto così: cercare di ottenere un prodotto che è un compromesso sarebbe controproducente per tutti, per uno studio, per un fonico e per un gruppo che vuole suonare musica americana.
Andrea: Tornando alla tua domanda, credo che negli ambiti più adulti e tra persone che ascoltano la musica veramente le etichette non spaventino, ma in ambiti se vogliamo più indipendenti, in Italia, c'è un po' di timore nel dire: "ah, fai folk-rock", "ah, fai country". Pensavo che "Four-Legged Fortune" sarebbe stato accolto molto male, non credevo che avremmo avuto delle recensioni positive. Quello che posso dire, però, è che questa diffidenza non si riverbera a livello di concerti, nel senso che quando suoniamo dal vivo c'è tanta gente che dopo viene a dirci: "non pensavo che quello che fate potesse essere così divertente".

Nicola: La nostra attitudine, poi, non è propriamente quella di un gruppo country. Però effettivamente c'è molta più diffidenza tra certi addetti ai lavori che non tra il pubblico, diffidenza a priori, magari, più che a posteriori. In realtà, adesso le cose stanno un po' cambiando, c'è tutta una nuova scena folk che addirittura è più tradizionale ancora di quella degli anni Novanta: parlo di Mumford & Sons, Avett Brothers... Non riesco a collegarla tanto al nostro disco, ma mi sento forse un po' parte di questa cosa anche come modo di suonare: il nostro disco non è così indie, si rivolge maggiormente verso la tradizione.

Spesso nell'ambito del cosiddetto indie-folk si cade nell'equivoco che la sincerità coincida automaticamente con la bassa fedeltà, con la registrazione fatta in una cameretta o in uno scantinato. Qual è secondo voi la chiave per coniugare questa aspirazione al classicismo con l'autenticità?
Andrea: La bassa fedeltà credo che in realtà non sia mai piaciuta a nessuno di noi tre...
Nicola: Come diceva qualcuno, la bassa fedeltà è musica suonata benissimo con una strumentazione pessima.
Andrea: Non nego il fascino di certi dischi, come ad esempio alcuni album degli Arab Strap, però li vedo sopravvivere meno rispetto a dischi che invece sono registrati "bene". A mio parere, i dischi registrati con studio e cura del particolare inevitabilmente hanno l'impronta del periodo in cui sono stati realizzati, ma hanno anche un fascino meno circoscritto, di più ampio respiro. Certo, la spontaneità è più difficile da mantenere con l'alta fedeltà: ma è proprio questa la grande sfida. In questo il nostro percorso è appena iniziato. Credo comunque che abbiamo un approccio molto diverso rispetto all'urgenza "da cameretta": le nostre giornate in sala prove sono giornate di persone che si scervellano su un colpo di rullante o su una svisata di basso di troppo.
Nicola: Mi piacciono molto le possibilità che ti dà uno studio di registrazione. Mi sento più un musicista da scrittura e registrazione piuttosto che da musica dal vivo.

Paolo: Anche il disco che abbiamo realizzato, a mio avviso, è comunque una cosa spontanea: in fondo abbiamo avuto solo quindici giorni di tempo per fare tutto.

Anche la voce di Andrea è cambiata molto rispetto al vostro disco d'esordio...
Andrea: Sì, sto faticando a trovare le mie corde. Nel primo album la mia voce era molto ingenua, anche se è difficile trovare un cantante che ami la sua voce - a parte Bono degli U2...

Paolo: O Lemmy dei Motorhead...

Andrea: Lui non credo che si faccia problemi! (risate) Comunque per me è un tasto un po' dolente, nel senso che sono molto in movimento, cambio di sei mesi in sei mesi... Ho delle forti perplessità sulla voce che avevo nel nostro primo disco, con tutto il bene che gli posso volere.

"Four-Legged Fortune" è un disco nato da una trama di incontri e di imprevisti: siete partiti con una vostra idea (e anche con molti timori), ma nell'incontro con le persone che avete trovato lungo la strada la prospettiva è cambiata. E alla fine, in maniera inaspettata, il risultato è stato qualcosa di diverso rispetto a quello che potevate immaginare all'inizio...
Andrea: Credo che sia dovuto proprio a un'alchimia che si è creata, nel senso che non ci aspettavamo di trovare un'intesa di questo tipo. Quando è finita la registrazione del disco, c'è stato un momento tra noi tre, A.J. Mogis e Jake Bellows in cui si è sentita un po' la tristezza e la malinconia di non poter portare in tour insieme un disco che abbiamo tutti contribuito a creare con passione e cuore.
Credo che anche da parte loro ci sia stato molto divertimento. Jake è principalmente un cantante. Mi sono sempre piaciuti i suoi assoli, ma non si è mai cimentato nella veste di chitarrista solista: siamo stati noi a spingerlo un po' ad assumere questo ruolo. Lo stesso vale per A.J.: è una persona tendenzialmente molto modesta, che rimane molto al suo posto. Veniva fuori il suo genio se gli dicevi: "A.J., prenditi queste due ore e facci una linea di piano". Lui si metteva lì e rispondeva: "Man, io non so suonare il piano...". Noi andavamo a mangiare e quando tornavamo aveva scritto una linea di piano che era una cosa incredibile. E in effetti lo vedevi aggiustarsi la barba e dire: "Sì, sono soddisfatto... mi piace".
Questo spirito di gruppo che si è creato in poco tempo è una cosa che ha sorpreso anche noi. In un certo senso ci ha fatto anche superare gli inevitabili attriti interni che ci possono essere quando arrivi a registrare un disco dopo esserti preparato per un anno , con degli equilibri ovviamente molto delicati, delle idee che devono convergere. Insieme a loro abbiamo risolto i nostri dubbi, abbiamo trovato una soluzione stilistica.
Nicola: Da parte nostra c'era un po' di timore reverenziale, non pensavamo che persone del genere si potessero mettere al nostro livello. È stata una sorpresa vedere come le cose cambiassero di giorno in giorno. Siamo arrivati con un'idea molto chiara su come dovevano essere le strutture dei pezzi e con alcune idee sugli arrangiamenti, ma in generale abbiamo dato loro come riferimento principale "Music From Big Pink" della Band.

Andrea: Tra l'altro vedendola stravolta, questa nostra idea iniziale...

Nicola: Esattamente. Ci siamo ritrovati a distanza di qualche giorno a fare delle discussioni di mezz'ora con A.J., in cui ci spiegava le idee che aveva sul disco, su come avrebbe dovuto suonare...

Andrea: Per questo, secondo me, in questo disco non manca la spontaneità. È un disco che ci ha sorpreso, alcune parti che ancora adesso riascoltiamo sono state buttate giù nel giro di dieci minuti. La parte di pedal steel di Mike Mogis l'abbiamo vista materializzarsi in mezz'ora e ha dato l'impronta a "Jackson". Più spontaneo di così... Mike Mogis l'ha sentita un'ora prima, ed ecco il pezzo. Tra l'altro adesso non la suoniamo neanche più così. Pur nell'alta fedeltà del prodotto, ad essere spontaneo è proprio l'approccio al pezzo. Con le dovute proporzioni, credo che fosse un po' l'approccio che aveva Dylan quando entrava in studio di registrazione...

Andrea PoggioIl brano con cui si chiude "Four-Legged Fortune", "St. John Of The Cross", suona un po' come un manifesto di alcune vostre idee sulla vita e sul mondo che vi circonda...
Andrea: Sicuramente è così, è uno dei brani del disco che sono stati completati per ultimi a livello di testo e da lì si sono sviluppati anche i testi su cui stiamo lavorando adesso. Rispecchia molto il mio pensiero sulla vita. È un pezzo molto nostalgico, c'è dentro tanto di me.
Nicola: Mi riconosco molto nelle storie raccontate nel testo. Ci abbiamo lavorato per un paio d'anni e ci vedo molte cose di quel periodo, che era quello prima di incontrare Paolo. È stato anche un po' un punto di svolta nel modo di scrivere i testi di Andrea, con più immagini, più sviluppo. Siamo molto affezionati a questa canzone, anche per il modo in cui è stato arrangiata. Quasi mi dispiace che sia in chiusura del disco.
Andrea: In realtà ha un senso che sia messa proprio in chiusura, ha un suono molto epico. È un pezzo che è nato completamente in studio: lo avevamo sempre suonato con chitarra, basso e batteria, mentre in studio abbiamo deciso di dargli un'impronta pianistica, con un incedere di piano molto pieno e i bassi in evidenza.
Nicola: La cosa divertente è che l'abbiamo sentita per la prima volta quasi un mese dopo il nostro ritorno in Italia. Non sapevamo bene come fosse riuscita. Forse è per questo che alla fine l'ho ascoltata più degli altri brani del disco.

Ci raccontate qualcosa della collaborazione con Olimpia Zagnoli, che ha curato l'artwork di "Four-Legged Fortune" e ha diretto il video di "A Better Man", presentato nelle scorse settimane in anteprima sul "New Yorker"?
Andrea: In realtà, all'inizio della copertina doveva occuparsi la cantautrice inglese Alessi's Ark, che fa dei disegni in uno stile davvero carino...
Nicola: Olimpia ha dovuto adattarsi molto per riuscire a fare questo lavoro, ma anche se l'immaginario del disco non le apparteneva ha saputo davvero farlo suo.

Andrea: Ero sicuro che avrebbe trovato qualcosa molto "dentro" il genere. E anche del video mi è piaciuta molto la finezza e la compostezza: oggi è sempre più difficile riuscire a fare dei video che siano per così dire "contenuti".

Avete preso parte al nuovo volume del nostro progetto OndaDrops (dedicato alla scena "outlaw country") con una cover della classica "In The Jailhouse Now" di Jimmie Rodgers ed è da poco disponibile in download gratuito il vostro Ep "Two Cover Songs By Green Like July", in cui rileggete John Lennon e i Big Star. Secondo voi che cosa occorre per fare proprio un brano altrui?
Andrea: Serve suonarlo per dei mesi, farlo proprio a livello di corde liriche, ancor prima che strumentali. Parte della difficoltà nella scelta del brano da interpretare per OndaDrops è stata proprio da questo punto di vista: in una canzone come "In The Jailhouse Now" non è facile riuscire a ritrovarsi, occorre dare un senso proprio alle parole che si stanno cantando.
Paolo: Secondo me non devi suonare il brano di un altro come se fosse una cover, deve venirti naturale. Altrimenti è solo un tentativo di imitazione.
Nicola: A volte aiuta non amare un brano alla follia... Altrimenti si fa fatica a prendere le distanze. Occorre conoscerlo e poi entrarci.
Andrea: Si deve "sudare" il pezzo in sale prove e a livello di ascolti. Secondo me il brano che abbiamo scelto ci ha molto facilitato, perché è stato rifatto in mille modi. Ti offre tanti spunti e nello stesso tempo ti permette di non avere il timore reverenziale di doverti approcciare a un artista enorme e quindi di dare la tua versione.
Nicola: I pezzi che appartengono alla tradizione ti legittimano un po' a stravolgerli...

Andrea si è da poco trasferito a Milano: come è stato per te l'approccio con la città?
Andrea: Un paio di sere fa abbiamo suonato a Pavia (dove ho vissuto per molti anni) e ho sentito un'ansia emotiva a ritornare lì... Avevo necessità di cambiare. Milano è una città nel vero senso della parola: è un approccio che mi riporta più al periodo in cui ho vissuto a Glasgow. Mi piace il taglio spersonalizzante che ha Milano, essere uno tra i tanti: mi dava fastidio l'idea di uscire e dover salutare il panettiere, il giornalaio, quella persona che ti guarda male perché magari hai i capelli fuori posto... Prendere il tram alla mattina per me è una boccata d'aria fresca.


Per concludere, una domanda secca: un disco che vi ha cambiato la vita.
Nicola: "All Things Must Pass" di George Harrison. Per tre anni credo di averlo ascoltato continuamente, lo sentivo andando a dormire e poi lo rimettevo alla mattina.
Andrea: Non voglio dare delle risposte banali, ma credo "Blonde On Blonde" di Dylan. Mi ha letteralmente stravolto l'esistenza e continua a farlo ascolto dopo ascolto. Mi capita ancora adesso di scoprire la sera delle pieghe di "Visions Of Johanna" che non avevo mai colto, di avere i brividi lungo la schiena e di mettermi a piangere. Credo che questa sia l'importanza di un disco e Dylan in effetti ha un po' questa caratteristica. Ciò detto, ci sono dischi che mi sconvolgono la vita continuamente, ad esempio "Electric Warrior" dei T. Rex...
Paolo: Devo essere sincero, sono un amante dei Rolling Stones. Il disco che mi ha ammazzato è da sempre "Sticky Fingers".
Andrea: Parlando di Stones, negli ultimi mesi c'è "Child Of The Moon" che tutti i giorni mi spiazza la mattinata, ho questa fissa di svegliarmi ascoltandola.
Certo che tutti e tre abbiamo fatto delle scelte un po' da "Buscadero"... (risate) Comunque, se dovessi dirti delle cose che nel passato hanno cambiato la mia concezione della musica, direi gli Elected: "Sun Sun Sun" è un disco che non riesco a togliere dalla macchina, trovo abbia una sensibilità e un'ironia infinita. Blake Sennett ha veramente una penna stupenda. E poi "The Greatest" di Cat Power, anche se è il suo unico disco che mi piace...

La pausa pranzo è finita. Milano chiama. Ma prima di immergersi di nuovo nell'afa della città, i Green Like July hanno ancora in serbo un regalo: un brano inedito in esclusiva, una registrazione casalinga in download gratuito per i lettori di OndaRock.
Si tratta di una cover di "Wire" della cantautrice inglese Alessi's Ark (Alessi Laurent-Marke all'anagrafe), che i Green Like July hanno accettato di realizzare appositamente a corredo di questa intervista.
Andrea Poggio spiega così la scelta del brano: "la prima volta che ho incontrato Alessi è stato a Londra qualche anno fa. Alessi è una cara amica, oltre ad essere un'artista di rara profondità e sensibilità. Adoro il modo in cui usa le parole e la musicalità che riesce a dare alle sue liriche. E poi la sua voce... sentirla cantare è pura gioia e meraviglia per le orecchie! "Wire" è un brano tratto dal suo ultimo album "Time Travel" da poco uscito per Bella Union: è un disco davvero stupendo e spero che presto venga scoperto e trovi i riscontri positivi che merita anche qui in Italia".
Non potrebbe esserci congedo migliore di queste note rarefatte per voce e chitarra, che ci riportano allo spirito più ruvido e schietto dei Green Like July.


Wire

Green Like July - Wire  [download]
(Alessi's Ark)
Discografia
 May This Winter Freeze My Heart (Candy Apple, 2005)

6,5

 Four-Legged Fortune (Ghost, 2011)

6,5

 Two Cover Songs By Green Like July (Ghost / Bad Panda, 2011)  

6,5

Build A Fire (Tempesta, 2013)

7

pietra miliare di OndaRock
disco consigliato da OndaRock

Video

A Better Man
(da "Four-Legged Fortune", 2011)

Moving To The City
(da "Build A Fire", 2013)

Green Like July su OndaRock
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