Animals -

Animals - La via bianca al rhythm’n’blues

Band simbolo della British Invasion, gli Animals emersero a Newcastle nei primi anni Sessanta con un approccio grezzo e profondamente influenzato dal rhythm'n'blues americano. Guidati dalla voce intensa di Eric Burdon, si distinsero rapidamente per un sound più oscuro e viscerale rispetto alla media, esplodendo, a livello internazionale, con il singolo "The House Of The Rising Sun", una reinterpretazione destinata a diventare iconica. Pur con una carriera relativamente breve nella sua formazione originale, la band inglese ha lasciato un segno indelebile nella storia del rock

Siamo stati la prima band a portare nella musica pop la ruvida carica primitiva del rhythm'n'blues
(Eric Burdon)

Molte delle band britanniche emerse nei primi anni 60 costruirono la propria identità musicale partendo dal blues e dal rhythm'n'blues, generi “a stelle e strisce” che giungevano nella Terra d’Albione attraverso dischi importati e trasmissioni radiofoniche. Quei linguaggi, nati in contesti afroamericani ben precisi, vennero assorbiti dai giovani musicisti inglesi, che li studiarono con grande attenzione e li rielaborarono secondo sensibilità culturali diverse, più urbane e in alcuni casi più aggressive.
Nel giro di pochi anni, questa assimilazione diede vita a un processo di “ritorno” verso gli Stati Uniti: non si trattava più del blues originale, ma di una sua reinterpretazione filtrata dall’esperienza britannica, arricchita dall’energia del rock’n’roll e da una crescente attenzione alla struttura delle canzoni pop. Il risultato fu un suono nuovo, più diretto e potente, che finì per influenzare a sua volta il mercato musicale americano.

A guidare questo fenomeno furono ovviamente i Beatles, i quali, partiti da radici rock e rhythm'n'blues, si erano rapidamente spostati verso forme sempre più pop e relativamente sperimentali. Attorno a loro si sviluppò la cosiddetta "British Invasion", un’ondata che simbolicamente prese inizio nel febbraio del 1964, quando i Fab Four parteciparono all’Ed Sullivan Show, e che finì per conquistare le classifiche statunitensi, fino a cambiare gli equilibri dell’industria musicale internazionale. Tra i protagonisti di quella stagione ci furono anche Rolling Stones, Yardbirds, Dave Clark Five, Herman's Hermits, Kinks, Who e, last but not least, gli Animals.

eric_burdon_specchio_ondarock_nunziataLa saga degli Animals, formazione che più di chiunque altra contribuì, in terra inglese, a indicare la strada maestra verso un rhythm'n'blues dall’animo “bianco”, è strettamente legata alla figura del cantante Eric Burdon, che fin da ragazzo aveva mostrato un’insana passione per la musica blues. Nato in una famiglia operaia il primo giorno di maggio del 1941 a Walker, sobborgo sud-orientale di Newcastle upon Tyne, Burdon ebbe un’infanzia difficile e sofferta. In quella cittadina situata nel Nord dell’Inghilterra, all’epoca “sporca, sudicia” e in cui pioveva continuamente, il Nostro fece i conti anche con frequenti crisi d’asma, mentre l’esperienza scolastica contribuì ad alimentare una sensazione costante di oppressione, quasi fosse dentro, dirà, “un incubo dickensiano”. La sua scuola elementare era situata in una zona poco salubre, tra un macello e un cantiere navale, e lì fu vittima di abusi sia da parte dei compagni, che degli insegnanti. Nonostante un ambiente fatto di disciplina rigida e continui ostacoli, durante le scuole superiori ebbe la fortuna di conoscere Bertie Brown, un insegnante che lo spinse a iscriversi al Newcastle College of Art and Industrial Design, dove si dedicò alla grafica e alla fotografia, senza mai però perdere d’occhio la musica. I dischi delle cose più eccitanti che si sentivano in giro riusciva a procurarseli con qualche viaggio in quel di Parigi, oppure grazie a un marinaio suo vicino che tornava sempre dagli Stati Uniti con un bel malloppo di singoli e Lp.

L’ambiente stimolante del College mise Burdon a contatto con diversi giovani anticonformisti (tra cui il batterista John Steel), che condividevano la sua passione per il jazz, il folk e il cinema. Proprio con Steel formerà la sua prima band (i Pagan Jazzmen, poi Pagans), facendosi dunque notare nel 1958 come cantante di gran valore in alcune esibizioni dal vivo. Entrato in contatto con altri esponenti del blues inglese, tra il 1962 e il 1963 Burdon divenne membro stabile, insieme a Steel, dell’Alan Price Rhythm and Blues Combo, quintetto completato, oltre che dal leader Alan Price (organo e tastiere), dal chitarrista Hilton Valentine e dal bassista Bryan “Chas” Chandler. 
Alan Price racconta di aver iniziato a suonare a undici anni durante una lunga convalescenza per ittero, imparando a orecchio brani di Ludwig van Beethoven. In seguito si avvicinò al jazz di New Orleans e, dopo iniziali riserve verso il rock’n’roll, cambiò prospettiva grazie a Lonnie Donegan e Chuck Berry. Invaghitosi del blues grazie a Burdon, Price adattò il proprio stile al piano stride e, forte della sua attitudine al lavoro di gruppo, divenne una sorta di “traduttore” musicale per l'allora già carismatico cantante. 

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Assunto il più efficace nome di The Animals (che meglio rispecchiava i loro selvaggi assalti sonori on stage), i Nostri si ritagliarono un ruolo da protagonisti assoluti nella scena locale. I loro live erano pura scarica elettrica: un impasto ruvido e viscerale di blues amplificato e attitudine rock’n’roll che, concerto dopo concerto, finiva per ipnotizzare il pubblico, grazie soprattutto a riletture incandescenti di alcuni classici di maestri del blues quali Muddy Waters, Howlin’ Wolf, John Lee Hooker e Jimmy Reed. Eppure, nonostante il successo locale, la dimensione cittadina non poteva loro bastare.
Nel frattempo, avevano registrato un Ep contenente quattro cover (“I Wanna Make Love To You” e “Big Boss Man” di Willie Dixon, “Boom Boom Boom” di John Lee Hooker e “Pretty Thing” di Bo Diddley), che fu distribuito in cinquecento copie e solo a breve gittata. Fortuna volle che su quei solchi posasse le orecchie anche il promoter e produttore Giorgio Gomelsky, il quale, alla fine del 1963, si spinse fino a Newcastle per registrare un paio di loro concerti, in seguito raccolti su The Animals Live At The Club A Go Go e The Animals With Sonny Boy Williamson. Se il primo, più ruvido e viscerale, fotografò la band alle prese con un rhythm'n'blues vibrante e guidato dalla voce intensa di Eric Burdon e dall’organo distintivo di Alan Price, il secondo è invece un perfetto esempio di dialogo spontaneo tra devozione inglese e radice americana.

Stimolata da Gomelsky, la band finì per trasferirsi a Londra, iniziando a respirarne l’atmosfera eccitante e già “swinging”. Supportati dal manager Michael Jeffery, nella capitale inglese Burdon e soci riuscirono a strappare un contratto con la Emi Columbia, che nel gennaio del 1964 li volle subito in studio con il produttore Mickie Most. Esperto di produzioni pop-oriented, quest’ultimo consigliò alla band di ammorbidire leggermente il proprio sound. “Anche se Mickie aveva certamente orecchio per scegliere canzoni di successo, non ho mai pensato che meritasse davvero la reputazione che aveva come produttore”, ricorda Burdon. “Naturalmente, non gli rendemmo la vita facile. L’Inghilterra stava attraversando una rivoluzione sociale e improvvisamente era di moda essere del nord e di classe operaia. Per quanti non sono cresciuti in Inghilterra negli anni 50 e 60, ci tengo a precisare che esisteva una chiara distinzione sociale tra quelli che provenivano dal nord e quelli che erano londinesi - e chiunque venisse dal nord era davvero guardato dall’alto in basso. Gli Animals erano la cosa più grezza che Mickie si fosse mai trovato tra le mani, e imparò presto che non si controllavano gli Animals: certo, poteva guidarci, darci dei suggerimenti, ma la nostra natura di base era quella di essere fuori controllo”. 

the_house_of_the_rising_sun_ondarock_nunziataIl primo 45 giri degli Animals (“Baby Let Me Take You Home”/“Gonna Send You Back To Walker”, entrambe cover) si fece apprezzare (ventunesimo posto nelle classifiche) grazie a una deliziosa variante beat del r'n'b.
Per il secondo singolo, la band optò ancora per la rilettura di brani altrui, questa volta prendendo in prestito la canzone tradizionale “The House Of The Rising Sun” (la cui origine sembra addirittura risalire al XVII secolo), già esplorata, tra gli altri, da Woody Guthrie, Dave Van Ronk e Bob Dylan. Tuttavia, la versione più conosciuta è proprio quella che gli Animals fecero uscire nel giugno del 1964, schizzando immediatamente al vertice delle classifiche inglesi e americane, cosa che fece sobbalzare dalla sedia Most e Jeffery, che avevano fatto il diavolo a quattro affinché Burdon e compari registrassero un brano meno lungo (“The House Of The Rising Sun” ferma il cronometro a quattro minuti e trenta secondi) e, insomma, più adatto al formato delle trasmissioni radiofoniche.
Rispetto alla versione originale, in cui si racconta di una “casa del sole nascente”, fuor di metafora un bordello di Storyville, il quartiere a luci rosse di New Orleans tra il 1897 e il 1917, quella degli Animals trasforma la prostituta protagonista del brano in un ragazzo figlio di una sarta e cresciuto all’ombra di un padre divorato dal vizio del gioco e dagli anni consumati dentro quella “casa” responsabile della rovina di tanti disperati prima di lui. Dopo aver trascinato l’esistenza tra colpa, degrado e amarezza, il nostro eroe si prepara a fare ritorno in quella grande città della Louisiana da uomo sconfitto, quasi come un condannato trascinato verso la propria pena, con catene ai piedi e nessuna via di fuga. Da questa disfatta nasce l’avvertimento accorato, rivolto alla madre, di dire ai suoi figli di non ripetere i suoi stessi errori. 

There is a house in New Orleans
They call the Rising Sun
And it's been the ruin of many a poor boy
Dear God, I know I was one

My mother was a tailor
She sewed my new blue jeans
And my father was a gamblin' man
Way down in New Orleans

Con il loro arrangiamento elettrico, cupo e solenne, gli Animals trasformarono un brano tradizionale in qualcosa di nuovo, contribuendo, di fatto, a mostrare che il rock poteva essere anche narrativo, drammatico e, insomma, “adulto”. Ma questo racconto universale fatto di caduta, povertà morale e dannazione personale è anche uno dei brani manifesto dello stile vocale di Burdon, uno stile che si distingue per un timbro ruvido e intenso, in cui la voce è più orientata all’impatto emotivo che alla pulizia tecnica. Alternando controllo e improvvise esplosioni vocali, Burdon trasforma il canto in una sorta di narrazione drammatica, che per certi versi anticipa alcune delle sonorità più dure e aggressive del rock a venire.
Come B-side di “House Of The Rising Sun” fu scelta “Talkin’ ‘bout You”, che si lascia apprezzare, nel nome di Ray Charles, per la sua sana energia soul.
Quando ormai tutti consideravano gli Animals soltanto un’eccellente band folk-rock, arrivò il terzo singolo, “I’m Crying”/“Take It Easy”, a rimettere le cose in chiaro con un sound più ruvido e graffiante. 

animals_first_album_ondarock_nunziata_03Nell’ottobre del 1964, la band inglese pubblicò anche il suo primo, omonimo Lp The Animals, che nella versione americana era aperto proprio da “The House Of The Rising Sun” (anche se nella sua variante radio edit), brano che fu espunto da quella inglese, la cui tracklist era invece inaugurata dal diddley beat di “The Story Of Bo Diddley”.
Per quanto non fosse in grado di restituire intatta la forza d’urto che la band possedeva dal vivo, il disco (dominato dal rifacimento di brani altrui: John Lee Hooker, Fats Domino e Chuck Berry, tra gli altri), soprattutto nella sua versione inglese, è tutt’altro che disprezzabile nel suo declinare blues e rhythm'n'blues (“Dimples”, “I’m Mad Again”), non di rado contraddistinto da un piglio pop (“I’ve Been Around”) o virato rock’n’roll (“The Girl Can’t Help It”, “She Said Yeah”, “Memphis Tennessee”).

All’inizio del 1965, gli Animals tornarono in pista con The Animals On Tour, album che, a dispetto del titolo, contiene solo registrazioni in studio, tra cui nuove versioni di brani provenienti dall’edizione inglese del loro primo album e i singoli “I'm Crying" e "Boom Boom".
Battendo il ferro caldissimo della loro fama, nel settembre di quello stesso anno la band farà uscire Animal Tracks, disco lontano dal restituire una fotografia veritiera del suo talento, ma comunque capace di mettere sul piatto, soprattutto nella sua versione Uk, brani mediamente più creativi, dai numeri rock’n’roll di “Mess Around”, “Roberta” e “I Ain’t Got You”, alle dinamiche cangianti di “Bright Lights, Big City”, passando per il Chuck Berry romanticizzato di “How You’ve Changed”, il Ray Charles gigione di “Hallelujah, I Love Her So” e gli echi vaudeville di “Let The Good Times Roll”.
Sull’edizione americana del disco, tra i brani più interessanti vanno annoverati “We Gotta Get Out Of This Place”, dal groove contagioso e dal ritornello luminoso, l’omaggio a Nina Simone di “Don’t Let Me Be Misunderstood” e la scoppiettante “Club A Go-Go”, scritta a quattro mani da Burdon e Price.

A suggellare la grande popolarità raggiunta dalla band giunsero anche le partecipazioni ai film “Get Yourself A College” (1964) di Sidney Miller e “Pop Gear” (1965) di Frederic Goode, in cui Burdon e soci eseguono, rispettivamente, “Around And Around” e l’immancabile “The House Of The Rising Sun”. 

Baby, do you understand me now?
Sometimes I feel a little mad
But don't you know, no one alive can always be an angel
When things go wrong, I seem to be bad
I'm just a soul whose intentions are good
Oh Lord, please don't let me be misunderstood

alan_price_animals_ondarock_nunziataSubito dopo la registrazione del singolo “Bring It On Home to Me”/ “For Miss Caulker” (aprile 1965), Alan Price lasciò la band, accampando come scusa la sua paura di viaggiare in aereo. In realtà, a fargli prendere quella decisione furono soprattutto le tensioni che, negli ultimi mesi, si erano innescate tra lui (che, al pari di Most, voleva continuare lungo il solco di sonorità più marcatamente pop) e la coppia Burdon-Valentine, desiderosa di far emergere, invece, l’anima più ruvida e blueseggiante della band. Ma c’era anche dell’altro, come lo stesso Price ricorderà: "Ero stanco e confuso. Sono stato il primo ad arrendermi al conflitto tra le richieste che ci venivano fatte e ciò che cercavamo di vivere. All’inizio ci divertivamo davvero con quello che facevamo. Poi, quando siamo diventati professionisti e abbiamo avuto un grande successo, le richieste hanno iniziato a pesare e non tenevano mai conto di ciò che provavamo, di cosa volevamo suonare o delle nostre idee. Le decisioni venivano prese al posto nostro senza che lo sapessimo. Aveva un effetto castrante".

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Ingaggiato Dave Rowberry come sostituto di Price (dopo un breve periodo con Mick Gallagher a bordo), gli Animals si liberarono, così, della Columbia e di Most e firmarono per la Decca, l’etichetta che aveva promesso loro un maggior controllo sulla propria musica. I primi due singoli pubblicati per la nuova etichetta (“Inside – Looking Out”/ “Outcast” e “Don’t Bring Me Down”/ “Cheating”), usciti tra il febbraio e il maggio del 1966, non solo fecero registrare ottimi risultati di vendita, ma presentarono, grazie anche al lavoro del produttore Tom Wilson, un sound tanto energico quanto ispido, capace di mettere gli Animals in diretta competizione con band quali Rolling Stones e Yardbirds.

animals_animalism_ondarock_nunziataAl pari dei suoi predecessori, anche l’album Animalism (novembre 1966) uscì in versioni differenti, al di qua e al di là dell’Atlantico. Facendo leva su di una vibrante sintesi di r'n'b, soul e rock’n’roll, gli Animals di questi solchi non sono sempre memorabili e, a conti fatti, i brani da ricordare sono soprattutto una “One Monkey Don’t Stop No Show” dall’animo soul, l’incedere spaccone di “Maudie”, la ripresa del singolo “Outcast” (con chitarra in bilico tra fuzz e tinte surf), i battimani di “Clapping”, il rock’n’roll pulsante di “Squeeze Her-Tease Her” e la rutilante “That’s All I Am to You”.
Sulla versione americana (uscita tre mesi prima), la band si ritrovò a collaborare addirittura con Frank Zappa, che scrisse, produsse e probabilmente suonò anche sul brano che apre la scaletta, “All Night Long”, e sulla rilettura di “The Other Side Of This Life” di Fred Neil. Da segnalare anche “See See Rider”, rilettura di un traditional probabilmente legato al circuito del vaudeville afroamericano, che gli Animals, guardando alla versione di Ma Rainey del 1924, trasformarono in una scoppiettante marcetta blues-psichedelica guidata dall'organo di Rowberry.

Nel frattempo, la formazione aveva subito un nuovo scossone con l’abbandono del batterista John Steel, il cui posto venne preso da Barry Jenkins, subito pronto a sposare l’idea del lider maximo Burdon di portare gli Animals su posizioni psichedeliche, secondo la moda che, proprio in quel periodo, stava prendendo piede in ambito pop e rock. Ma non tutti erano d’accordo. Le frizioni interne alla band divennero così insostenibili che i suoi membri decisero di porre fine alla sua avventura. Burdon, però, non aveva alcuna intenzione di starsene con le mani in mano. Così, dopo aver cercato di trovare nuovi membri in terra inglese, fece armi e bagagli e, una volta convinto Jenkins a seguirlo, se ne volò in California, lì dove il suono psichedelico era in piena fioritura.
“Già nel ’64, durante i primi tour degli Animals, John Steel e io fummo fortunati a vedere San Francisco poco prima dell’esplosione psichedelica. Erano i giorni in cui Lenny Bruce faceva i suoi spettacoli di stand-up all’Hungry I, ma anche della scena jazz e poetica della West Coast. Tornare nel 1967 e vedere il nuovo volto della città fu davvero sconvolgente. Il conflitto in Vietnam era iniziato nei primi anni 60, ma nel 1967 la tensione era ormai alle stelle negli Stati Uniti. Non c’erano vie di mezzo: bisognava schierarsi da una parte o dall’altra. In California percepivo qualcosa che mancava in Inghilterra, qualcosa che i miei amici lì faticavano a comprendere. Era una sensazione, una convinzione di fondo che incoraggiava una nuova visione, un umorismo psichedelico, nuovi modi di vivere e di vestire. Non volevo diventare americano, ma volevo diventare californiano”.

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Firmato un contratto con la MGM, Burdon registrò nuovo materiale insieme a Jenkins e alle orchestre di Benny Golson e Horace Ott (quest’ultimo, coautore, insieme a Bennie Benjamin e Sol Marcus, di "Don't Let Me Be Misunderstood", la cui rilettura degli Animals aveva avuto un discreto successo su singolo nel 1965). Il risultato delle nuove session fu Eric Is Here (marzo 1967), zeppo di cover. Uscito a nome di Eric Burdon & The Animals, è un lavoro tutt’altro che memorabile, indeciso tra il pop psichedelico (“In The Night”), il soul (“Mama Told Me Not to Come”, “I Think It’s Gonna Rain Today”), il rhythm'n'blues (“That Ain’t Where It’s At”) e versioni edulcorate dei Rolling Stones (“Losin’ Control”, “It’s Not Easy”, “The Biggest Bundle Of Them All”).
Completata la nuova line-up con l’arrivo del bassista John Weider e dei chitarristi Danny McCulloch e Vic Briggs, Burdon riuscì a registrare un primo, convincente esempio del nuovo sound in bilico tra radici blues e nuove tendenze psichedeliche grazie al singolo “When I Was Young”/ “A Girl Named Sandoz”, il cui lato B vantava anche una chitarra così distorta che poteva già dirsi proto-hard. Seguirono altri due singoli di successo, “San Franciscan Nights”/ “Good Times” e “Monterey”/ “Ain’t That So”, con cui il cantante inglese omaggiava, tra le altre cose, le notti acide della culla della cultura psichedelica (San Francisco) e il primo grande festival dell’epopea rock (Monterey Pop Festival), svoltosi tra il 16 e il 18 giugno di quell’indimenticabile 1967 (per la cronaca, Eric Burdon & The Animals vi suonarono durante la giornata inaugurale).

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“Per me fu quasi un festival religioso", ricorda Burdon. "Un momento altissimo della visione anni 60 di unire musica e spiritualità. Ravi Shankar disse al pubblico di spegnere le canne e fu accontentato. Non vidi molto perché ero occupato in hotel, ma uscii per Otis Redding e fu molto emozionante, perché lui era nel pieno del Black Power e aveva davanti un pubblico bianco. Pioveva a dirotto, ma non avevo freddo. Stavo accanto a una ragazza sconosciuta - poi scoprii che era un’attrice inglese - e ci tenemmo per mano. Tutto sembrava irreale. E Hendrix fu incredibile”.

animals_winds_of_change_ondarock_nunziataI “venti del cambiamento” che soffiavano sulla cultura giovanile furono definitivamente intercettati dalla band con l’album Winds Of Change (novembre 1967), diviso tra un lato A in cui la psichedelia la fa da padrone, e un lato B in cui i brani sono strutturati in maniera più convenzionale. Burdon ci tenne a precisare che non aveva abbandonato il blues, ma che adesso proponeva il blues della sua mente. Sulla copertina, sotto la dicitura The New Animals, fece poi inserire un suo messaggio di condivisione, vulnerabilità e speranza, il cui senso ultimo è che bisogna accettare le proprie emozioni e trasformarle in qualcosa che possa connettere e dare senso agli altri.
Winds Of Change apre con l’ipnotica litania, con violino indianeggiante, della title track, che potrebbe essere scambiata per una versione pesantemente rallentata di “Tomorrow Never Knows” dei Beatles. A seguire, la ballata dolente di “Poem By The Sea”, che scivola progressivamente in un frastuono di echi e tonfi, da cui emerge, solitario, ancora il suono straziato del violino di Weider.
Dopo la cover “raga-rock” di “Paint It Black” (Rolling Stones), si scivola nelle trame sinistre di “The Black Plague”, con Burdon a recitare versi surreali, mentre tutt’intorno risuonano campane e si materializzano frammenti di canti gregoriani. E se “Yes I Am Experienced” omaggia, fin dal titolo, il Jimi Hendrix del suo memorabile esordio, al ripescaggio del singolo “San Franciscan Nights” è affidato il compito di chiudere la prima facciata. La seconda, nel complesso meno interessante, apre con ritmiche tribali e recitativo incantatorio (“Man–Woman”), dividendosi, quindi, tra le trame folk e gli umori morriconiani di “Hotel Hell”, il beat di “Good Times”, la love-song un po’ barocca e tutto sommato prescindibile di “Anything” e, per finire, il soul-rock di “It’s All Meat”.

animals_the_twain_shall_meet_ondarock_nunziataQuanto proposto da Winds Of Change trovò piena realizzazione sul successivo The Twain Shall Meet (maggio 1968), disco ancora più ambizioso. Il titolo dell’album deriva da un verso di Rudyard Kipling ("Oh, East is East, and West is West, and never the twain shall meet"), tratto da una sua celebre poesia ("The Ballad Of East And West") del 1889. Nell'ottica del grande poeta indiano, due realtà molto diverse, ovvero Oriente e Occidente, erano destinate a non incontrarsi mai. Il titolo voluto da Burdon, invece, indica proprio il contrario. Si trattò di una scelta significativa, perché rifletteva lo spirito degli anni Sessanta, un periodo in cui si cercava di superare le divisioni culturali e di mettere in contatto esperienze diverse. Non è un caso, quindi, che l'album si apra con quella “Monterey” già apparsa su singolo alla fine del 1967. 

Young Gods smiled upon the crowd
Their music being born of love
Children danced night and day
Religion was being born
Down in Monterey

The birds and the airplane did fly
Oh, Ravi Shankars music made me cry
The Who exploded into fire and light
Hugh Masakela's music was black as night
The Grateful Dead blew everybodies mind
Jimi Hendrix baby, believe me, set the world on fire, yeah

His Majesty, Prince Jones, smiled as he moved among the crowd
Ten thousand electric guitars were grooving real loud, yeah

Facendo leva anche sul lato più introspettivo della sua creatività, Burdon pennella una ballata suadente e oscura come “Just The Thought” (affidata alla voce di Danny McCulloch), lasciando campo libero al blues-rock con una “Closer To The Truth”, che di sicuro deve qualcosa anche ai Doors. Sia “No Self Pity” che “We Love You Lil” si concentrano, invece, sulla descrizione di una psiche alterata dalle droghe psichedeliche, laddove “Orange And Red Beams” (cantata ancora da McCulloch) si affida a orchestrazioni soul-pop e “All Is One”, ancora in modalità raga-rock, ma con un effetto trance più marcato, eleva un’ode all’unità del Tutto.
I momenti più epici, però, si annidano negli oltre sette minuti di “Sky Pilot” che, servendosi di cornamuse, rumori di guerra, ascensioni supersoniche e barocchismi pop, scaglia l’ennesimo atto d’accusa contro tutte le guerre, spesso e volentieri appoggiate dalla Chiesa, qui simboleggiata dalla figura del cappellano (lo “sky pilot” del titolo), il cui compito principale è quello di assicurarsi che i soldati siano anche “soldati di Dio”.

He mumbles a prayer and it ends with a smile
The order is given, they move down the line
But he’ll stay behind, and he’ll meditate
But it won’t stop the bleeding, or ease the hate

As the young men move out into the battle zone
He feels good, with God you’re never alone
He feels so tired as he lays on his bed
Hopes the men will find courage in the words that he said

Sky Pilot
Sky Pilot
How high can you fly?
You’ll never, never, never, reach the sky

Meno incisivo, ma comunque ancora fascinoso, fu il successivo Every One Of Us (luglio 1968), che si avvale della partecipazione, alle tastiere e alla voce, di Zoot Money, costretto, per ragioni contrattuali, a essere accreditato con il nome di George Bruno. Facendo satira sulla scottante situazione che gli Stati Uniti stavano vivendo in quel torrido 1968, “White Houses” tira su il sipario con fragranze latin-folk, lasciando, quindi, il posto al brevissimo interludio di “Uppers And Downers”, cui segue il pensoso strumentale in chiave bossanova di “Serenade To A Sweet Lady”, che però fa molto poco per giustificare i suoi sei minuti e rotti di durata. Ancora più lunga è “The Immigrant Lad”, che si affida a un folk acustico intervallato dal rumore delle onde del mare e dal verso dei gabbiani, prima che una coda dialogata ne abbassi clamorosamente la qualità complessiva. Dopo l’hard-blues, con groove vibrante, di “Year Of The Guru” e la ripresa del classico delle dodici battute “St. James Infirmary”, ecco arrivare il momento più interessante del disco, la lunga jam (circa diciannove minuti di durata) di “New York 1963-America 1968”, che si tira dietro altri riferimenti alle disparità e alle ingiustizie sociali dell’America del tempo.

animals_love_is_ondarock_nunziataDopo aver sostituito Briggs con Andy Summers (sì, proprio quel chitarrista che, anni dopo, avrebbe incrociato il successo con i Police!), Eric Burdon and The Animals tornarono in pista con il doppio Love Is (dicembre 1968), con cui il cantante diede libero sfogo alla sua passione per il rhythm'n'blues, genere di cui offrì un esuberante saggio nella rilettura di “River Deep, Mountain High”, tratta dal repertorio di Ike & Tina Turner.
Quasi interamente composto di sole lunghe cover - fatta eccezione per l'autografa “I’m Dying (Or Am I?)”, che gioca la carta di un bel folk-rock ricco di armonie sfuggenti - il disco vale complessivamente più del suo predecessore, grazie a robuste versioni di “I’m An Animal” (la quale, risalendo alla sorgente di Sly Stone, miscela il blues-rock con il funk e la psichedelia), “Ring Of Fire” (brano che Johnny Cash aveva, a sua volta, preso in prestito dalla Carter Family e che gli Animals trasformarono in un epico e commovente mix di innodia corale e tensioni laceranti), una versione dilatata di “Coloured Rain” dei Traffic (con assolo chilometrico di chitarra, contrappunto di fiati e cori di Robert Wyatt dei Soft Machine), “To Love Somebody” (scritta dai Bee Gees quando erano ancora una band di psych-pop barocco), “Madman” (una rilettura quasi pedissequa di “The Madman Running Through The Fields”, scritta da Summers durante la sua precedente esperienza con i Dantalian's Chariot) e una “As The Years Go Passing By” carica di tormento.
Per chiudere il disco, Burdon chiese al chitarrista Steve Hammond, amico di Zoot Money, di scrivere un lungo brano psichedelico che evocasse sia gli esperimenti più acidi di Jimi Hendrix (avete presente “Third Stone From The Sun”?), che le perlustrazioni astrali dei Pink Floyd. Il risultato, “Gemini”, è uno dei brani più creativi della discografia degli Animals, con il suo connubio di progressioni hard-psichedeliche, digressioni progressive e smarrimenti siderali in cui Summers si mette sulle tracce dell'“Interstellar Overdrive” di Syd Barrett.

La band aveva toccato un altro suo picco creativo, ma intorno il vento stava cambiando per l’ennesima volta. “Eravamo diventati una delle band della controcultura della fine degli anni 60, e ovunque sventolasse la bandiera dei freak, noi eravamo lì per dire la nostra”, ricorderà Burdon. "Sul fronte interno infuriava una guerra di ribellione giovanile, ed era un periodo entusiasmante e straordinario in cui vivere. La nascita delle Pantere Nere, del movimento dei nativi americani, l’inizio del movimento femminista, i be-in, i love-in, i drive-in: tutto questo penetrava nella nostra pelle e poi riemergeva attraverso i nostri vestiti, il nostro linguaggio, la musica, le droghe - tutto. La ‘morte dell’hippie’ era stata prevista a Haight-Ashbury, San Francisco, un paio di anni prima, ma fu solo nel ’69 che le cose cominciarono davvero a spegnersi". E ancora: “Nel rock and roll, l’innocenza è la prima vittima. È stato così anche con Jimi. Quando arrivò a Woodstock, non c’erano più chitarre incendiate. A quel punto, l’arcobaleno si era già sbiadito. Ecco perché il film di Woodstock è così ingannevole: Jimi non suonò davanti a una folla di quattrocentomila persone nel momento clou. Suonò la mattina presto, davanti ai freak e alle colline ricoperte di rifiuti. La sua ‘Star Spangled Banner’ non era un grido di battaglia — era un lamento funebre che annunciava la morte del sogno. Prese l’illusione del patriottismo americano e la usò per evocare villaggi bombardati e bambini bruciati dal napalm”.

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Tramontato il sogno del flower-power, all’inizio del 1969 Eric Burdon and The Animals decisero di porre fine alla loro avventura. Le ragioni della separazione non dipesero, comunque, solo da fattori storici. Di mezzo ci fu anche un tour in Giappone finito male. Doveva partire nel settembre del 1968, ma slittò a novembre per problemi con i visti. Dopo poche date, i promoter, che in realtà erano membri della yakuza (!), la temibile mafia giapponese, rapirono il manager, costringendolo a firmare, alla presenza di una pistola puntata alla testa, una cambiale da 25.000 dollari per coprire le perdite. Capendo che quei malviventi non sapevano leggere l’inglese, il manager aggiunse una nota per indicare che stava firmando sotto costrizione. Fu poi rilasciato, ma con un ultimatum: lasciare il Giappone entro il giorno successivo o affrontarne le conseguenze. La band partì subito, abbandonando tutta l’attrezzatura.
Dopo quell’episodio, i membri presero strade diverse: Money e Summers continuarono da solisti, Weider si unì ai Family, mentre Burdon, spinto dalla sua passione per la black-music, entrò nei War, un gruppo di Long Beach, California, artefice di un ibrido di funk e rhythm'n'blues. La sua formazione era così composta: Howard Scott (chitarra), Lee Oskar (armonica), Charles Miller (sax tenore, flauto), Lonnie Jordan (organo, pianoforte), Bee Bee Dickerson (basso), Harold Brown (batteria) e Dee Allen (conga, percussioni).

war__the_blackmans_burdon_ondarock_nunziataAccreditato a Eric Burdon and War, nel maggio del 1970 venne pubblicato Eric Burdon Declares “War”, caratterizzato da dosi di soul e psichedelia e dall'assenza di particolari vette di creatività.
Farà meglio il successivo e doppio The Black-Man’s Burden (dicembre 1970), in cui i brani danno vita a un continuum “progressivo” di groove jazz-funk e latineggianti, fughe tribali, dilatazioni bluesy e recitativi tra il surreale e il satirico, come ben esemplificato dagli oltre tredici minuti del capolavoro del disco, quel “Paint It Black Medley” in cui la rilettura del classico dei Rolling Stones è solo una scusa per gettare il cuore oltre l’ostacolo.
Accanto ad altre lunghe meditazioni in cui si rincorrono miraggi doorsiani (“Spirit”, con un riuscito assolo di sax), sensualità blues (“Sun/Moon”) e vampate soul (“Pretty Colors”), trovano spazio canzoni in cui si passa da incontri di poesia “acida” e jazz (“Out Of Nowhere”) ad atmosfere romantiche (la stucchevole ripresa, in due parti, di “Nights In White Satin” dei Moody Blues e la conclusiva “They Can’t Take Away Our Music”), quando non chiassosamente ubriache (“Beautiful New Born Child”). Soprattutto per l’uso del flauto, “The Bird And The Squirrel” fa pensare, invece, ai Jethro Tull, mentre, se “Bare Back Ride” schiamazza e saltella in modalità boogie, “Home Cookin’” ha in mente ancora i Rolling Stones.

Nel 1971, per ragioni mai chiarite, Burdon lasciò i War al loro destino, stabilendo, di lì a poco, un contatto con il cantante Jimmy Witherspoon, col quale registrerà un prescindibile album di blues elettrico, Guilty!, uscito nel dicembre dello stesso anno.

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Assoldati, quindi, Aalon Butler (chitarra), Randy Rice (basso) e Alvin Taylor (batteria) per la Eric Burdon Band e registrati un paio di album in bilico tra hard e psych-rock (Sun Secrets del 1974, con una versione marziale di “Ring Of Fire” e la lunghissima meditazione blues di “Letter From The County Farm”; Stop del 1975, con le tracce jazz di “Gotta Get It On”), alla fine del 1975 Burdon tornò alle origini della sua avventura musicale, chiamando a raccolta i vecchi membri degli Animals. Ne scaturì Before We Were So Rudely Interrupted, pubblicato, però, soltanto nell’agosto 1977, in piena epoca punk, e a nome The Original Animals. “Fu una cosa fatta senza troppo impegno, una tantum”, ricorderà John Steel. “Io lavoravo con Chas, Eric era tornato in Europa, Alan era libero. Credo che l’idea venne al capo della Polydor e prese piede. Facemmo venire Hilton dalla California e usammo lo studio mobile dei Rolling Stones. Ma nessuno voleva davvero promuoverlo, così lo registrammo e lo pubblicammo per vedere se qualcuno lo avrebbe comprato, poi tornammo alle nostre cose.”

animals_before_we_were_ondarock_nunziataComposto di sole cover, Before We Were So Rudely Interrupted spazia dal country-rock di “Brother Bill (The Last Clean Shirt)” al rock’n’roll di “Fire On The Sun” (Shaky Jake), dal blues di “As The Crow Flies” (Jimmy Reed) alla ballata languida di “Please Send Me Someone To Love” (Percy Mayfield). C’è spazio anche per il folk-rock, come accade nella bella versione di “It’s All Over Now, Baby Blue” di Bob Dylan. Il disco si fermò al settantesimo posto della classifica americana, ma ebbe comunque il merito di generare nuovo interesse intorno alla band, che addirittura nel 1982 si ritrovò a ridosso della Top Ten inglese con il suo vecchio cavallo di battaglia, “The House Of The Rising Sun”.

Nel frattempo, il solo Burdon, aiutato dal vecchio amico Zoot Money, scrisse nuovo materiale da destinare al suo primo disco solista, previsto per il marzo del 1978. Survivor, questo il titolo del 33 giri, è un disco che ammorbidisce il blues-rock con massicce dosi di sonorità pop, arrotondando il tutto con una produzione radio-friendly. Insomma, tra i suoi solchi ci sono brani ben suonati (in “The Kid”, dentro la voce di Burdon aleggia il fantasma di Lou Reed), ma destinati a un pubblico di bocca fin troppo buona.

darkness_darkness_eric_burdon_ondarock_nunziataLeggermente più riuscito fu, invece, Darkness – Darkness, inciso un paio di mesi dopo l’uscita di Survivor, ma messo in commercio solo nel 1980. Era composto di sole cover, a cominciare dal brano di Jesse Colin Young che dà il titolo al disco.
Nel 1981 prese forma, invece, il progetto cinematografico Comeback, diretto da Christel Buschmann e incentrato su Eric Burdon, che ne fu il protagonista. In parallelo, venne assemblata una nuova formazione della sua band (Louisiana Red, Tony Braunagle, John Sterling e Snuffy Walden), che registrò materiale dal vivo tra Los Angeles e Berlino. Nella tappa tedesca, tuttavia, la line-up cambiò sensibilmente, lasciando come unico membro stabile John Sterling.
La colonna sonora del film uscì nel 1982.

Un anno dopo, firmato un contratto con la Irs (per intenderci, l’etichetta che aveva da poco messo sotto contratto i Rem), Burdon, nuovamente spalleggiato da Zoot Money e dai compagni di una vita, rispolverò la sigla Animals, tentando addirittura la carta delle sonorità new wave con l’altalenante Ark (agosto 1983), su cui si incrocia anche il reggae (“Love Is For All Time”), oltre a un delizioso brano di power-pop come “Being There”.

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Nel 1984, dopo un fortunato tour mondiale, Burdon entrò in una fase critica per problemi legati alla droga. Dovettero passare ben quattro anni prima di poter tornare in pista con il prescindibilissimo I Used To Be An Animal, sul quale fu spalleggiato da una quindicina di musicisti che lo aiutarono a barcamenarsi tra pop, rock, new wave, glam, disco-music, elettronica e quant’altro.

Nel 1991, insieme al tastierista Brian Auger formò la Eric Burdon – Brian Auger Band, artefice del disco dal vivo Access All Areas – Live (1993), spinto dal discreto successo del brano eponimo. 

Tutti gli anni Novanta proseguirono, dunque, tra il varo di nuove band (la Eric Burdon I Band), collaborazioni varie e qualche nuovo disco indeciso tra la nostalgia del passato e il desiderio di guardare ancora avanti.
Il suo ultimo lavoro in ordine di tempo, ‘Til Your River Runs Dry, risale al 2013. Blues e rock i suoi assi portanti, quasi a voler rimarcare l’imprescindibilità di un passato, il suo, che è anche il passato della musica che più ci piace.

Trasferitosi in Grecia, nel 2021 Eric Burdon collaborò con gli artisti locali Alex Sid e Quasamodo al brano “Don’t Ever Leave”, che trovò posto nel 2024 nella serie-tv “I Paralia”. Durante la registrazione di quel brano, Burdon affrontò seri problemi di salute e fu ricoverato per polmonite poco dopo aver inciso le parti vocali. “Don’t Ever Leave” segnò anche il suo ritorno discografico dopo oltre dieci anni da ‘Til Your River Runs Dry. Nonostante l’età, continuò comunque a dedicarsi alla musica: “Non ho mai smesso di scrivere ed esplorare nuove direzioni musicali, lasciando che l’ispirazione mi guidasse lungo il percorso,” raccontò ad “American Songwriter”. “La scrittura rimane una parte fondamentale della mia espressione creativa, fungendo da valvola catartica per i miei pensieri, emozioni ed esperienze”.

maxresdefault_01Nell’agosto del 2024, suonò con una nuova incarnazione degli Animals al Fool in Love Fest di Inglewood, in California, condividendo il palco con, tra gli altri, Diana Ross, Santana, Smokey Robinson, Lionel Richie e Al Green. Fu un set veloce, dove non mancarono classici immortali quali “Spill The Wine”, “Don’t Let Me Be Misunderstood” e, ovviamente, “The House Of The Rising Sun”.
Nel 2025 si parlò con un certo entusiasmo di un possibile ritorno discografico di Eric Burdon, con l’annuncio di un nuovo album, il primo dopo oltre un decennio, e di un nuovo tour previsto per il 2026. Tuttavia, al momento quelle prospettive restano più delle intenzioni che iniziative effettivamente realizzate.
Burdon, intanto, ha compiuto 85 anni e la leggenda degli Animals resta viva tra quanti hanno vissuto direttamente o, comunque, conservano viva la memoria di una delle stagioni più indimenticabili del rock. 

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Discografia

 ANIMALS  
   
 The Animals (MGM, 1964) 
 The Animals On Tour (MGM, 1965) 
 Animal Tracks (MGM, 1964) 
 The Best of The Animals (MGM, 1966) 
 Animalization (MGM, 1966) 
 Animalisms (MGM, 1966) 
 Before We Were So Rudely Interrupted (Barn, 1977) 
 Ark (I.R.S., 1983) 
   
 ERIC BURDON & THE ANIMALS 
   
 Eric Is Here (MGM, 1967) 
 Winds Of Change (MGM, 1970) 
 The Twain Shall Meet (MGM, 1968) 
 Every One Of Us (MGM, 1968) 
 Love Is (MGM, 1968) 
   
 ERIC BURDON AND WAR 
   
 Eric Burdon Declares "War" (MGM, 1970)  
 The Black-Man's Burdon (MGM, 1970) 
 Love Is All Around (ABC, 1976) 
   
 ERIC BURDON AND JIMMY WITHERSPOON  
   
 Guilty! (MGM-United Artists, 1971) 
   
 ERIC BURDON (solista) 
   
 Survivor (Polydor, Eric Burdon Grow Craft Music Ltd., 1978) 
 Darkness Darkness (Polydor, 1980) 
 Comeback (Line, 1982) 
 I Used To Be An Animal (Metronome, 1988) 
 My Secret Life (SPV, 2004) 
 Soul Of A Man (SPV, 2006) 
 'Til Your River Runs Dry (ABKCO, 2013) 
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