YUNGBLUD - Idols

2025 (Locomotion/capital)
big music, britpop, glam-rock, rock

Prima di “Idols”: chi è e cosa ha fatto finora Yungblud, in poche parole

L’inglese Yungblud, pseudonimo del classe 1997 Dominic Richard Harrison, si è fatto strada dal 2017 grazie a uno stile che unisce rock, pop, punk e hip-hop, con un’estetica emo e goth a contorno e una chiara propensione per la nicchia degli alternativi nel mainstream. La sua musica è legata a tematiche di forte impatto sociale e generazionale, al centro del dibattito pubblico tra fine anni Dieci e inizio anni Venti: salute mentale, identità, disagio giovanile, abuso di sostanze, autolesionismo e autodistruzione. Il primo album in studio, “21st Century Liability” (2018), è un mix ingenuo e confuso di brani sul malessere giovanile, come l’appiccicosa canzone sul suicidio “Die For The Hype”.

I just wanna die for the hype, for the hype

Crucified like Jesus Christ

Ripetitivo nei testi, peraltro debolucci per profondità e originalità, questo Yungblud propone una sintesi poco creativa di idee risentite, dall’emo di inizio millennio al pop-punk più mainstream, semplicemente portata a una generazione di giovanissimi aggiungendo quel tanto che basta di trap ed elettronica.

Per esempio, una “Psychotic Kids” potrebbe arrivare da un album degli Imagine Dragons (con cui collabora in “Original Me”). La sua musica sembra partire da alcuni improvvisi twist verso il rock di rapper come Lil’ Wayne e Machine Gun Kelly: per questi è una parentesi, per lui è un’intera carriera.

yungbludcorpo1Il secondo album, “Weird!” (2020), smussa quel poco che c’era da smussare. Si amplia un po’ il ventaglio di stili, per esempio ora si attinge anche dai Muse (“Strawberry Lipstick”). A volte, però, a forza di mischiare, si giunge a un caotico e assordante guazzabuglio, come in “Superdeadfriends”. “It’s Quiet In Beverly Hills” è la ballata, pur malinconica come vuole il cliché, che redime un po’ l’album.

Nel 2022 è stato pubblicato il terzo album in studio, “Yungblud” (2022), che ha puntato verso un vivace mix pop-rock di ritmi anni Ottanta, testi emotivi e ritornelli melodici, tanto che è facile pensare a Harry Styles e al suo “Harry’s House” (pubblicato qualche mese prima). Chiaramente non poteva invecchiare rimanendo il personaggio da cartone animato dei primi tempi ma l’impressione è che abbia anche perduto un po’ dei suoi tratti distintivi, nonostante “The Funeral”, in apertura, sia uno dei brani da ricordare della discografia. Una forte prima sezione della scaletta, poi, lascia spazio a una più confusa e meno ispirata parte conclusiva.

“Idols” è l’album ambizioso della maturità, tra Oasis, My Chemical Romance e Bowie

And since I was a little boy, I always held a tear upon my face

They’d hit me in the mouth and they told me, “It’s time to act your age”

So tell me, are you gonna die in the pain that they all inflict on you

Or are you gonna swim through the storm of what you have to do?

Questo “Idols” (2025) è un album molto ambizioso, costruito con i mezzi che una superstar della musica inglese può permettersi. Il classico lavoro della maturità, che lo potrebbe riposizionare come autore adulto. Farlo senza perdere la propria identità, però, può essere difficile.

La voce sopra le righe di un tempo, spesso usata con teatralità ai limiti del birignao, diventa finalmente uno strumento espressivo più controllato, portando avanti quanto già intravisto nei momenti migliori dell’album precedente. Gli arrangiamenti sono orientati ad ambiziose esplorazioni che puntano verso certo rock travolgente e stratificato degli anni Ottanta e Novanta inglesi, costruendo un ponte tra Oasis e Bowie, passando per certo emo-pop-punk modello My Chemical Romance di inizio millennio.

Che si punti in alto lo chiarisce da subito “Hello Heaven, Hello”, di oltre 9 minuti. Aperta da un muro di suono degno del britpop più orientato agli stadi, intorno al terzo minuto scopre una grandeur degna dei Queen che mette al servizio di un hard-rock che unisce Aerosmith, Led Zeppelin e Who, chiuso da una lunga coda psichedelica. Basterebbe questo brano, degno di un’opera rock, a fare di “Idols” il miglior album della carriera, anche soppesando i numerosi rimandi ad artisti celebri. Le citazioni più o meno esplicite, d’altronde, abbondando lungo tutto il corso dell’album ed erano frequenti già in “Yungblud” (2022). Facile ripensare, oltre ai già citati, anche a U2, Cure, Verve, Stone Roses e Blur durante l’ascolto.

La dolente “Zombie” soffre della stessa malattia dell’esordio solista di Damiano David, cioè si fatica a rintracciare l’identità del titolare in un sound così vicino a modelli conosciuti.

Se si è distratti, “The Greatest Parade” sembrerà un brano dei Placebo, mentre è facile individuare un’influenza del succitato Bowie in “Change”; “Ghosts” è una fantasia rock che unisce britpop e Who.

“Idols” suona come una rock opera d’altri tempi che dichiara un amore sconfinato per musicisti (soprattutto) inglesi, meglio se considerabili dei classici. Sicuramente è l’album con cui Yungblud abbandona l’estetica che lo ha contraddistinto nella prima parte della sua carriera, emancipandosi da un approccio inadatto a un quasi trentenne. È un album che piacerà di più a chi cerca un’esperienza di ascolto immersiva, lontana dal consumo frettoloso delle hit, e a chi adora risvegliare nel proprio cuore la passione per la musica rock.

Quando si chiude con “Supermoon”, una ballata pianistica che rimanda a Elton John, è facile trovarsi a vagare nei propri pensieri, tra ascolti più o meno vecchi che riemergono come splendidi ricordi.

Dove sia finito, in tutto questo, Yungblud, è difficile dirlo: l’impressione è che rimanga all’ombra del monumento che ha eretto per celebrare la sua musica preferita. Pur registrando un notevole progresso, quindi, per inserire il suo nome nella storia del rock c’è ancora da aspettare.

08/11/2025

Tracklist

  1. Hello Heaven, Hello
  2. Idols Pt. 1
  3. Lovesick Lullaby
  4. Zombie
  5. The Greatest Parade
  6. Change
  7. Monday Murder
  8. Ghosts
  9. Fire
  10. War
  11. Idols Pt. II
  12. Supermoon

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