24-26/11/2022

Transmissions Festival

Teatro Rasi, Ravenna


di Francesco Pandini
Transmissions Festival
Bigger than the sum of its parts

Sorride di un sorriso aperto, Marta Salogni, quando trova le parole - prese a prestito da Valentina Magaletti, appena lì a fianco - per raccontare quale fosse l'obiettivo dei suoi desiderata per la line-up della quattordicesima edizione del Transmissions, traslocato quest'anno dalla sede storica dell'Almagià di Ravenna al Teatro Rasi, nel cuore della città. È il pomeriggio di venerdì 25 novembre e siamo nel foyer di una location che si è già rivelata azzeccatissima; davanti a noi, la chiacchierata tra Salogni, la producer e sound engineer del momento, e Magaletti, batterista dal tocco inconfondibile che dissemina il proprio talento in un'infinità di progetti, sta prendendo la forma di un manifesto per una visione condivisa del fare musica: chiarissima, dallo spiccato senso sociale e proprio per questo ammirevole. Al centro, la comunità, sul modello di hub come il Cafe Oto di Londra, attorno al cui spazio si aggregano spiriti affini dediti all'improvvisazione e alla sperimentazione - tra cui, ovviamente, le due ospiti del panel, che nella capitale britannica vivono da tempo.

 

"Più grande della somma delle parti" è proprio quello che viene in mente, a posteriori, guardando il rimarchevole elenco di nomi messo in fila da Salogni e riflettendo su quanto la creatura del direttore artistico Chris Angiolini abbia proposto non una semplice sequenza di concerti oscillanti fra il buono e l'indimenticabile - troppo facile riempire gli scaffali, nell'era dell'immediata disponibilità di ogni cosa - quanto piuttosto un'idea forte di cosa possa essere un festival oggi. Aperto al mondo, al nuovo e all'avventuroso, in larga parte femminile, capace di configurarsi come esperienza di senso e di radunare attorno a sé un pubblico attento, curioso e partecipe: come già il Jazz Is Dead di quest'estate - che con la programmazione ravennate condivideva curiosamente sia i drone di Kali Malone che i groove di Magaletti - Transmissions ha cercato di ampliare gli orizzonti del pensabile per chi volesse sintonizzarsi con le sue frequenze.
Si sarebbe meritato il più sincero degli applausi anche se l'ambizione non avesse trovato pieno riscontro nel risultato finale: il resoconto dettagliato che segue, scritto con gli occhi ancora pieni di meraviglia, cercherà di avvicinarvi per quanto possibile al piccolo miracolo che si è avuta la fortuna di testimoniare.

Giovedì

 

Appropriato, per una sequenza pensata da una produttrice, che tutto parta da un registratore posto al centro del palco e da un nastro da ¼ di pollici pre-master in cui Erland Cooper ha raccolto il suono delle isole Orcadi. Quello di un’infanzia e una giovinezza spese lì, in attesa di potersene andare: e ora tutto ciò che vuole è farvi ritorno, portarci con sé, condividerne la magia. "Landform", companion piece ambientale di uno dei suoi album tematici realizzato con Salogni, è un crescendo di field recordings grondanti trilli di speranza, ricordo e malinconia, potenti come una luce di Turner. Un frusciare di tempo e spazio in sette movimenti, che stasera però si interrompe dopo quattro minuti: un problema tecnico, apprendiamo solo in seguito, rattoppato elegantemente da un registratore a batteria che diffonde cinguettii di uccelli per un tempo infinito mentre noi, il pubblico, siamo lasciati a domandarci cosa stia succedendo; una situazione che spezzerebbe i nervi, altrove, ma non qui. Qui il pubblico è partecipe di un approccio trial and error che trasforma il problema in opportunità, la limitazione in creatività. E quando il suono riprende è glorioso, pieno di vita, tutto bassi oceanici e squarci d’immenso fra le nubi; una sinfonia di disintegration loops consolatori, somma di strati di tempo impressi su nastro e sovrapposti in piccole magie psicoacustiche. Ampie ondate di suono si arrampicano sulle pareti della sala, tra le poltrone degli astanti, su per le loro gambe e fino alle orecchie stupite: un rumore spesso soave e a volte ineducato, che non teme di risultare invadente per via di una consapevole grazia intrinseca. E, come sperato e accuratamente progettato da curatrice e artista, ora il teatro è pronto.

 

Di Silvia Tarozzi e del suo formidabile quintetto avevo già avuto modo di raccontare in occasione dell’esibizione al festival Angelica dello scorso anno. Sul palco, anche stavolta, Valeria Sturba, Stefano Pilia, Cecilia Stacchiotti ed Edoardo Marraffa portano le gemme di quel "Mi specchio e rifletto" che due anni fa aveva lasciato esterrefatti diversi di noi, in redazione: da lì, il violino e la voce di Tarozzi si sono manifestati ancora nel terzo capitolo della serie "Occam Océan" di Eliane Radigue e nell’ottimo "Canzoni di guerra, di lavoro e d’amore", diviso a metà con Deborah Walker e dedicato alla rivisitazione del patrimonio musicale della tradizione sociale, sindacale e resistenziale dell’Emilia.
Ma stasera, al Rasi, è ancora la poesia di Alda Merini a far da guida a un suono corale limpidissimo - fino a tre voci, due violini, chitarra elettrica, sassofoni, elettronica, theremin, oggettistica varia. Tarozzi dirige i musicisti con piglio dolce ma deciso: Stacchiotti sbuffa folate da club destrutturata sorprendentemente ben inserite; Marraffa lancia strali di sax emergendo dalle nebbie rosse dell’abside; Pilia fa germogliare melodie rotonde anche dalla terra più arida e il suo sogno campestre nell’introduzione a "Parlavi di un bambino" è un’illuminazione; Sturba, tra gli infiniti talenti, sgattaiola su per le ottave in bellissima agilità ne “La sostanza dell’affetto”, brano che potrebbe star comodo nella scaletta di "Happy Sad". Forse lievemente meno compatta di quell’incanto di performance bolognese, la musica proposta da Tarozzi sul palco ravennate schiude uno scrigno di preziosi che sfuggirebbe a ogni definizione, non ce ne fosse una perfetta racchiusa proprio nelle liriche dell’album: "Lo stupore di chi si dona al mondo".

 

Poi, dei tacchi iniziano a battere insistenti sulle assi: è la silhouette di Lucrecia Dalt a svelare per prima le possibilità offerte dalla profondità dello stage, avvicinandosi nell’oscurità al desk mentre Alex Làzaro prende posto a un drumkit posizionato come un’estensione del suo corpo - non sono arti e movimenti a doversi adattare alla disposizione dei tamburi, ma il contrario: si spiega solo così lo sviluppo verticale di un accrocchio da cui non si riesce a distogliere lo sguardo.
L’attesa, palpabile in sala, è più che giustificata: "¡Ay!", prodotto magistralmente da Salogni, è uno dei dischi più belli di questo 2022, sci-fi che re-immagina bolero e dintorni sudamericani abbandonando la radicalità conceptronica del passato in favore di una fisicità sensuale e materica, frullato inaudito di Julia Holter, Holly Herndon, Tom Waits e un crinale sogno/incubo cinematico che potrei definire solo Lynch-iano. Come nelle opere dell’indagatore dell’inconscio di Missoula, nel Club Silencio di queste torch song c’è sempre qualcosa che non torna: la trasposizione live ne accentua la dissociazione onirica, con vuoti di frequenza tra battiti secchi e synth avvolgenti che levano la pelle a canzoni nate tonde e compiute per farne scheletri inquietanti. Canzoni letterarie ed elevated, certo: le citazioni di Clarice Lispector nel saggio breve che accompagna l’album sono più che esplicite in questo senso; ma le contorsioni di Làzaro, uno spettacolo nello spettacolo, e il magnetismo inevitabile di Dalt sono la componente corporea essenziale per un set che muove tra l’esoterico, il fantascientifico e il giocoso. Indimenticabile, perfino: rimarrà il vertice del festival.

Lucrecia Dalt

Venerdì

 

Tylor Deyn sbuca dalla sinistra del palco mentre dalle casse erompono ultrabassi da far tremare i polsi. Trucco marcato, completo elegante e fiori che spuntano dalla camicia, impiega quindici passi - chitarra alla mano - per arrivare al microfono: ancora una volta lo spazio scelto è un valore aggiunto, complementare al senso d’attesa e rivelazione che l’entrata in scena di un artista misterioso porta con sé. I bassi si fermano e resta una canzone acustica nuda, la voce che la colloca da qualche parte tra Frank Ocean e Bon Iver - altre due collaborazioni significative nel curriculum già imponente di Salogni. Ma è questione di pochi minuti perché il corpo inizi a essere scosso da fremiti elettrici, il vestito venga fatto a brandelli e i petali sparsi per tutto il palco: nel progetto Bullyache - scritto, diretto, coreografato con l’amico Jacob Samuel ma performato in solitaria - Deyn balla, urla, collassa al suolo in una vera e propria trasfigurazione verso un altro sé. Un clamoroso genre-fuck che è anche assalto ai sensi dello spettatore, tra cumuli di voci pre-registrate che mimano il caos del mondo fuori e dentro, quando si è impegnati a trovarsi, e beat incalzanti che inducono a danze nevrotiche.
Favoloso, come sempre in questi tre giorni, l’utilizzo delle luci: rimane impresso uno step-printing da Wong Kar-wai che accompagna il momento più liberatorio dello spettacolo. Nel prefinale, il corpo sfinito, quasi completata la muta, si accascia dopo un amplesso estremamente grafico: pantaloni alle caviglie, Deyn trova requie in un’ultima elegia acustica che, riportando al principio dell’esibizione, regala una circolarità in qualche modo consolatoria.

 

Di tutt’altro tenore - ma di qualità non inferiore - il concerto di Maria Valentina Chirico, cantante e compositrice piemontese di musica da camera che nell’armonium ha trovato un controcanto per la propria corposa vocalità barocca. Ad accompagnarla in trio sul palco del Rasi, una tavolozza in cui si contano una seconda voce di ragazzina, un’arpa, il cui corpo spesso viene utilizzato per intero e found sounds di soffi di vento, rannuvolamenti, maree, tempeste. I due timbri vocali, adulto e bambino, si sommano e rincorrono - e talvolta addirittura garriscono, pigolano, grugano, mentre il primo sembra istruire il secondo su cosa fare in ogni momento, con sguardo benevolo - in una sorta di sognante folk da favola gotica che non si fatica a immaginare come sonorizzazione alternativa per un horror rurale di Robert Eggers.
Poi, imbracciata la chitarra acustica, Chirico si abbandona a sussurri che paiono svanire nel vento: la chiusura - inattesa, commovente, che rimarrà ben impressa nella mente dei presenti - è per una versione lievissima di "The Orchids" degli Psychic TV di Genesis P-Orridge, degna di quella che i Califone, ormai un quindicennio fa, inserirono in "Roots & Crowns". Un sortilegio che, innamorato della luce, annulla la notte; una purezza che lascia perfino sgomenti di fronte alla fragilità di chi la esegue.

 

E di nuovo cambia tutto, nel giro di pochissimo: ora la figura austera di Kali Malone si staglia nel buio contro l’abside chiarissima, finendo per somigliare alla Giovanna d’Arco che Dreyer schiantava su fondi di un bianco accecante. Viole e violoncelli trattati e poi accumulati, mentre tutto intorno si accatastano droni a basse frequenze: un suono da camera delle torture, un effetto magmatico e stordente - da Sunn O))) per modulazioni elettroniche - che sostituisce l’afflato liturgico testimoniato qualche mese fa al Jazz Is Dead, quando l’artista si esibì con Stephen O’Malley e Lucy Railton. Le variazioni di tonalità dell’illuminazione accompagnano i movimenti della suite: quando il fondale si fa rosso sangue, ecco che dissonanze radicali sfregiano un tappeto liquido di feedback e le vibrazioni fanno tremare stomaci e minacciano di sbriciolare ossa, in un senso di oppressione che molto deve ai cieli plumbei ed enormi del Nord Europa e a certo immaginario metal.
A volte Malone alza lo sguardo, quasi volesse verificare il proprio potere di suggestione: sul finale, le onde sono così possenti da potersi quasi vedere - ci s’immagina l’intera platea, inerme e urlante, sollevata in aria e scagliata lontano. Al termine dell’esecuzione, la sensazione è quella di aver assistito a una prova titanica, esperienza immersiva totale che, per quel che mi riguarda, può competere con quelle di Jacopo Incani al Todays 2021 o degli Autechre al C2C di qualche settimana fa: in sere come questa, Malone sembra un nome in grado di reggere qualsiasi confronto.

Kali Malone

Sabato

 

L’ultimo giorno del Transmissions è, insieme, chiusura di un cerchio ed elaborazione di possibili scenari per il futuro prossimo. È pure quello dai risultati meno prevedibili, costruito com’è su due primevolte: un duetto batteria/declamato a cura di Valentina Magaletti e Fanny Chiarello e un’improvvisazione collettiva con la stessa Magaletti, Salogni, l’arpa di Miriam Adefris e l’elettronica di Sam Shepherd - Floating Points in persona. Ad aprire, però, tocca alle interferenze dallo spazio profondo e al modernariato elettronico per nastro magnetico, cavi, mantici e manopole di Francesco Fonassi, manipolatore di suoni che, agendo in piena luce, sembra voler svelare i meccanismi di un macchinario misterioso che abitualmente resterebbero nascosti. Sintonizzato su frequenze lunari da Bbc Radiophonic Workshop, Fonassi sembra pescare a piene mani da un immaginario sci-fi - dagli anni Cinquanta di "Ultimatum alla Terra" ai campioni di voci affogati nel mix che rievocano gli ultimi istanti di vita di HAL 9000. A volte è come se le macchine prendessero vita autonoma e l’artista dovesse solo incanalarne l’esuberanza in una forma compiuta; altrove, invece, s’insiste lungamente su battiti da club cubista che riescono a far ondeggiare più di una testa fra il pubblico - l’ultimo, curiosamente, suona come una rivisitazione dell’ipnosi ritmica di "Yoo Doo Right" dei Can. Iper-tecnologia affrontata a mani nude, di gran qualità, che trasforma momenti di apparente stasi come la sostituzione dei nastri in rituali che tengono il pubblico con il fiato sospeso. Notevole, e da affiancare nella memoria a certi live di Nils Frahm.

 

Più disorientante, invece, il nuovo progetto di Valentina Magaletti. La drummer di stanza a Londra armeggia con batteria e vibrafono, riuscendo come sempre a far parlare il kit in maniera immediatamente riconoscibile. Ad accompagnarla nella performance, però, stavolta c’è una voce, quella di Fanny Chiarello, che declama - in un inglese non sempre decifrabile, anche per via della sovrapposizione con cassa, piatti e tamburi - versi compiuti, domande destinate a rimanere prive di risposta, sospensioni e antitesi, con il numero tredici a far da comune denominatore alle sezioni. Le parole descrivono esplicitamente - e con fastidio, se non con rabbia - le trappole di una società che respinge e chiude invece di accogliere e aprire; allo stesso modo, la batteria alterna colpi violenti a improvvise fragilità, tra dub e free jazz. La sinusoide di sottofondo, come un disturbo uditivo permanente, contribuisce alla suggestione di fatica e pericolo che chiunque non possa o voglia uniformarsi alla norma è costretto a patire.
Diretto e quasi mai metaforico, "Permanent Draft" merita di essere approfondito come tutti i fuochi di dialogo e dibattito accesi da una comunicatrice instancabile come Magaletti. Con la speranza di poterne godere nuovamente in una location più consona al raccoglimento richiesto dalla proiezione delle immagini associate ai testi, che inevitabilmente va un poco perduto nella grande metratura del palco del Rasi.

 

Tolto lo schermo, l’allestimento si fa ricchissimo per il gran finale: al centro, due registratori a bobine; sulla sinistra, pianoforti e sintetizzatori di Shepherd; poi, procedendo, l’arpa dell’etiope-austriaca - ma pure lei di base a Londra - Miriam Adefris, la batteria di Magaletti e il desk di Salogni, cuore pulsante dell’intero spettacolo. Somiglia da subito a un respiro circolare collettivo, l’improvvisazione, con i bordoni di Adefris e l’ambience liquida di Shepherd, chiaramente debitrice dei Seventies di Tangerine Dream e Popol Vuh; sulla destra, intanto, Salogni carezza il nastro, lo studia, registra e lo rimanda in diretta, con movenze eleganti verso il centro della scena che contribuiscono al fascino dell’esibizione.
Anche stasera, intanto, le luci lasciano sbalorditi: come quando, virando l’abside al rosso, l’illuminazione accompagna gli strappi di Adefris, apparentemente più intenta a lacerare carni che a suonare un’arpa. Chiaro che in una cinquantina di minuti di questo tipo non tutto possa riuscire allo stesso livello - Shepherd, in particolare, si lascia andare a certi tic da dancefloor non proprio amalgamati - ed è evidente come ognuno guardi l’altro in cerca di un segnale, di un’ispirazione. Quando tutto funziona, però, è magia estatica: l’arpa si fa suadente, il vibrafono sussurra, Salogni taglia-e-cuce in presa diretta, e d’improvviso tutto è commozione, tutto si eleva. Le luci si avventurano sulle pareti della sala, il suono è ovunque, il tempo per sempre.

 

Il finale vira al blu di un mare agitato - o di un temporale estivo - ma l’ultima parola è ancora di Salogni: con la consueta andatura placida, si avvia al centro del palco, armata di sole forbici. S’inginocchia, alza una mano, pronta a dare un segnale: le lame si chiudono sul nastro, ogni strumento s’azzittisce. E noi, dopo un applauso lungo e meritato, ci avviamo verso l’uscita, consapevoli che, per quanto vari e discordanti possano essere i pareri sulle singole performance, porteremo a casa il ricordo di un festival memorabile, la cui visione complessiva è risultata chiara in ogni momento. Giusto quello che serve in un tempo che sembra aver dimenticato che il valore e la legacy di un progetto risiedono nella sua capacità di costruire senso e accendere l’immaginazione, piuttosto che fornire un prodotto confezionato su misura per il facile consenso e le comfort zone alimentate dal mercato. Transmissions lo ha fatto come forse nessun altro oggi, in Italia.

Marta Salogni


(Fotografie di Andrea Fiumana)