7-29/5/2022

Jazz Is Dead 2022

Bunker e altre location, Torino


di Maria Teresa Soldani, Ossydiana Speri, Francesco Pandini
Jazz Is Dead 2022

Quinta edizione per il festival diretto da Alessandro Gambo e organizzato da Arci con TUM, interamente gratuito e perfettamente collocato nei luoghi della socialità torinese, dove operano da anni creando eventi culturali per la cittadinanza accessibili a tutti. L’edizione del 2022, oltre a offrire un calendario originale e ricco tra anteprime, festival ed epilogo, porta negli spazi del Bunker, del Cinema Massimo e del Planetario migliaia di persone tra appassionati e curiosi di ogni età: oltre 7.000 ingressi per un’organizzazione con 41 volontari, 12 baristi e 6 tecnici. Un festival effettivamente e felicemente transgenerazionale che offre una proposta culturale di ricerca, che non riceve soldi pubblici ma che, con le proprie forze, costruisce una programmazione solida e intrigante nel panorama dei festival italiani ed europei, insieme a realtà radicate nel territorio come Transmissions Festival a Ravenna e Le Guess Who? a Utrecht.

“Il jazz è morto” dichiara Gambo e, sollevati dal sapere che si può buttare all’aria la valigia di stilemi e generi del canone e della tradizione, si può guardare in ogni direzione, ascoltare mood e divagazioni, riflettere sui processi e sul significato stesso di performance, oltre la canzone certo ma anche oltre il disco, l’album, l’opera più compiutamente “discorsiva”. “Mutazione” è il tema dell'edizione, da leggere come trasformazione – di genere, di tratti, di sonorità, di attitudini, di geografie, di traiettorie – e ibridazione. Il jazz diventa un fantasma, un fuoco consumato di cui restano le ceneri, e da queste prende vita la musica degli artisti coinvolti: dalla stasi, dall’oscillazione, dagli armonici, dalla scelta di una nota (la prima come l’ultima), dalla musica prima di tutto come esperienza in compresenza di corpi che consumano insieme un atto che si rifiuta di diventare “prodotto”. Dalla drone music all’abstract hip-hop.

Ripercorriamo una serie di performance che hanno caratterizzato il cartellone del festival.


Moor Mother feat. Dudu Kouate
Camae Ayewa si presenta sul palco con un laptop e un microfono con cui declama, sovrappone e distorce la propria voce confondendola con quelle di tante anime sospese. Ci propone un rito di iniziazione alla ripetizione, alla parola, alla poesia, al trauma dell’oppresso in particolare nella sua cultura di provenienza, quella degli afro-discendenti negli Stati Uniti. Propizia il cerimoniale di raccoglimento e liberazione dagli spiriti del dolore – gli stessi che abitavano le stanze dei romanzi “Amatissima” (1987) e “Jazz” (1992) di Toni Morrison – insieme al percussionista Dudu Kouate, parte della macchina performativa dell’Art Ensemble of Chicago. Per tre quarti della esibizione Moor Mother destruttura, scardina e reitera cellule di composizioni, dilatando il tempo e allo stesso modo rendendo ogni parola un sasso da lanciare in faccia allo spettatore. Solo nella parte finale alza ritmo e volume inondando la sala coi beat che animano l’ultimo album solista, “Black Encyclopedia Of The Air” (ANTI-, 2021). Iconoclasta e ieratica tra performance art e spoken-poetry, black ambient music for the masses. (Maria Teresa Soldani)

Kali Malone, Stephen O’Malley e Lucy Rialton
Un’ora di statica rincorsa al raga definitivo, introdotta dal mormorante drone Tony Conrad-iano del violoncello della Railton. Il prologo indugia in un afoso monocromatismo da didjeridoo sfondato, tirando poi l’amo verso stelle lontane grazie al phasing multistrato tra i tre strumenti, manco a dirigere il tutto ci fosse Alvin Lucier. Mano a mano la chiazza si allarga, pulsando e friggendo sulla scia di un feedback perenne, senza comunque alterare il non-colore dominante. Una collisione planetaria segnala la raggiunta ascesi, dissolta tra ombre sfocate, razzi di segnalazione e la nebbia radioattiva captata da un contatore Geiger. Abiti militari e sguardo assorto, l’armonium sintetico della Malone domina la scena al vertice del triangolo, ma la sensazione è che la visione doom-fallocentrica del pur liofilizzato O’Malley abbia nettamente prevalso sulla sacra austerità dell’organista (il finale, con il capellone a sventolare la sua EGC SG come un trofeo da Super Bowl, conferma la consumazione della violenza). (Ossydiana Speri)

Charlemagne Palestine & Grumbling Fur Time Machine Orchestra
Se il set precedente si riallacciava all’India reimmaginata da La Monte Young, qua siamo sintonizzati tra la Mongolia e le Ande, senza trascurare affondi di monofonia gregoriana, con tutti e tre gli orchestrali a devolvere le loro ugole alla gorgogliante causa. L’asso nella manica di Palestine consiste nel perturbare questa melismatica orbita stazionaria con il suo imprevedibile pianoforte, che a diversi gradi di martellamento dissonante può tirare in ballo Ligeti, Steve Reich o Cecil Taylor. Si suona e si campiona in diretta di tutto: flauto, violino elettrico, campanelli, anche un paio di sonori schiaffoni sulle guance (forse motivati dalla necessità di respingere il torpore indotto dalla trance) e un auto-applauso che innesca la risposta a catena di un pubblico abbastanza disorientato. Grasso come un tumore maturo, il blob si squaglia a sorpresa in un etereo aerosol di voci bianche. Il tuttofare newyorkese si conferma campione di genio e sregolatezza anche nel tenere il palco, tra peluche horrorifici, cappellaccio da pescatore della domenica e l’immancabile pinta di whisky sempre a portata di mano. (Ossydiana Speri)

 
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Not Waving
Alessio Natalizia ci conquista con un set pieno di classe in cui emerge una peculiare e raffinata ricerca dei suoni che copre tutte le sfaccettature più eclettiche di un artista elettronico che si è destreggiato in collaborazioni intime come l’electro-songwriting dell’album “Downwelling” con Dark Mark/Mark Lanegan (Ecstatic, 2019) e stravaganti come l’art-pop del progetto “What Is Normal Today?” feat. Silvia Fendi (Ecstatic, 2021), realizzato per le sfilate della maison romana. Sostanzialmente con una drum machine e una pedaliera ricca di effetti, il producer italiano di base a Londra costruisce un set di Ebm edonista tra il nostalgico e il futuribile, che fa eco all’ultimo album “How To Leave Your Body” (Ecastatic, 2021), dove drone ambient si infrangono in beat di area synthwave, per poi condurre a una densa sezione finale in area big-beat/techno, nel segno dei Chemical Brothers. Curatissimi i visual, fondamentale complemento di un set suonato concepito come esperienza mentale e plurisensoriale. (Maria Teresa Soldani)

Babe Roots + Holy Tongue
Se il tema della prima giornata era quello dell’esperienza di flusso tramite drone - poi declinato secondo le traiettorie personali di Kali Malone e Charlemagne Palestine - è chiaro fin da subito che quello di questa seconda saranno le frequenze basse e ultrabasse del dub. E in effetti l’apertura, appannaggio degli eroi locali Babe Roots, accompagnati dagli incitamenti di MC Lion Warriah, fa presagire immediatamente cosa ci aspetterà nelle ore a venire, anche se poi le loro tracce dopate - che, come da copione, girano quasi sempre a poche decine di Bpm - mancano un poco di inquietudine, oscurità e pesantezza per farsi davvero rimarchevoli; c’è molto margine, insomma, prima che questo pigro ondeggiare collettivo si trasformi in un portale verso nuove dimensioni percettive. Valentina Magaletti, favolosa batterista e instancabile sperimentatrice di suoni e incontri, alza il tiro con il trio Holy Tongue: all’elettronica il producer Al Wootton, al basso Susumu Mukai, già con Magaletti nei preziosi Vanishing Twin. Rispetto a quanto ascoltato nei primi Ep pubblicati dal gruppo tra il 2020 e il 2021, il godibile suono live degli Holy Tongue non si limita al delay sulla ritmica tipico del dub, ma prevede escursioni dalle parti di un funk alla candeggina in cui la batteria della Magaletti - virtuosa, potente, funzionale - occupa il centro della scena con gioia, come testimonia un sorriso aperto che si nota pure da una certa distanza. Il resto della strumentazione rimane laterale nella pasta sonora, come a osservare rapito quell’ammirevole tour de force ritmico: con “III”, nuovo extended play in uscita il 10 giugno, vedremo se l’amalgama Magaletti/Wootton si sarà ulteriormente affinato. (Francesco Pandini)

The Bug feat. Flowdan
La pausa tra un live e l’altro, con il pubblico invitato a uscire dalla sala prima di rientrarvi nuovamente, ha certo a che fare con le ragioni tecniche del cambio palco; eppure, tornando al coperto per uno degli eventi più attesi dell’intero festival - l’esibizione di Kevin Martin (aka The Bug) con Flowdan - non si può che rimanere colpiti dall’effetto scenico di un locale ora avvolto in una densa coltre di fumo illuminata da luci rosse, qualcosa a metà strada tra un’acciaieria e la bocca dell’inferno. C’è, nell’aria, una tensione inconsueta per questi tempi normalizzati, una sensazione di minaccia incombente - e non parlo solo di volumi annichilenti e subwoofer - che rende il pubblico eccitato e famelico, quasi avesse dimenticato di stare a Torino in uno spazio perfettamente sicuro e s’immaginasse invece catapultato in un capannone per un rave ai margini della legalità al principio degli anni Novanta. Ragga, dancehall, grime: tutto, nelle mani di Martin, diventa furente riddim industriale, aggressione che toglie il fiato mantenendo però una tale solidità che, lì sopra, è poi possibile immaginare qualunque altro suono, purché violento: per esempio, le chitarre atonali dei Godflesh dell’assiduo partner in crime Justin K. Broadrick al posto del patois gutturale di Flowdan. Certo, l’impatto del set - che pesca da un quindicennio di formidabili collaborazioni, da “London Zoo” a “Fire!” -  è totalmente fisico, privo di spazio per quelle pur minime sottigliezze che potrebbero forse guadagnare ascoltatori al producer britannico: ma questi sono ragionamenti di marketing che non appartengono al percorso di un artista, Martin, che afferra l’ascoltatore alla gola per costringerlo a guardare l’abisso, senza consentirgli distrazioni. Nel buio, la sagoma possente di Flowdan e il suo timbro di brace gli danno sembianze da Caronte, incarnazione stessa di un suono punitivo, demoniaco, essenziale. (Francesco Pandini)

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Mc Yallah feat. Debmaster
Chiaro che dopo un simile carnaio tutto possa sembrare annacquato, ma la carica di MC Yallah - rapper nata in Kenya e cresciuta in Uganda, ormai veterana della scena locale - è realmente contagiosa. Alle sue spalle si agita quasi altrettanto il producer Debmaster, per il quale la vocalist invoca quasi a ogni pezzo l’acclamazione del pubblico: è sua la mano esperta dietro il successo di “Kubali” e dell’album che la conteneva, uscito per Hakuna Kulala appena prima della pandemia - un nuovo full length, “LIONESS”, è in arrivo a ottobre. Bisogna dirlo: le composizioni di studio sono curatissime e quel disco resta esplosivo, ma nel contesto live le basi, oltre a concludersi a volte in fade out non completamente convincenti, sembrano non reggere sempre il passo di una Mc dalla tecnica impressionante, che rappa in quattro lingue (swahili, luganda, luo, solo raramente inglese) a una velocità tale da far percepire il flow come una specie di anti-flow destabilizzante, mitragliate di parole che somigliano più a dissing di strada che a sequenze di rime e strofe. Probabile che questo sia dovuto alle modalità di lavoro dei due, che operano forzatamente a distanza: se questi minimi difetti nella resa on stage saranno superati grazie a una maggiore abitudine alla collaborazione de visu, allora, sono sicuro, avremo delle esibizioni capaci di essere memorabili per un’intera ora. Nel frattempo, ci godiamo un pugno di canzoni epidermiche e sperimentali insieme, una presenza scenica colorata e di sicuro effetto, un talento vocale con pochi paragoni: una volta di più, bisogna ringraziare Nyege Nyege. (Francesco Pandini)

Pietra Tonale
Mani capaci, menti illuminate: sono del direttore Simone Farò - aspetto da punk, gestualità nervosa e umorale come la musica che, più che condurre, sembra disegnare nell’aria - le parole migliori per raccontare l’esibizione che apre l’ultimo giorno del Jazz Is Dead 2022. Alle sei del pomeriggio, mentre il cielo promette altra pioggia che poi non arriverà, l’orchestra Pietra Tonale attacca a suonare, i suoi (quasi) venti membri sistemati alla bell’e meglio sull’asfalto esterno al Bunker. Ma il contesto così informale si rivela addirittura un valore aggiunto per un collettivo d’improvvisazione tanto radicale quanto accessibile, come un inside joke subito comprensibile a tutti, che, tra batterie, chitarre, contrabbassi, violini, trombe, sassofoni ed elettronica, regala una performance magistrale: qualcosa di talmente sfrenato, colto e giocoso da far pensare a un Frank Zappa impossibile tra “Hot Rats” (Bizarre, 1969) e “The Yellow Shark” (Rykodisc, 1993), con l’aggiunta di vortici klezmer e post-rock e perfino una punta di lirismo nella rilettura di “Memories” di Hugh Hopper. Splendido, e forse anche di più. (Francesco Pandini)

Anteloper
Il live di Pietra Tonale avvia la terza giornata di festival, quella legata al jazz come esperienza e territorio di contaminazione tra generi translocale. Anteloper, duo composto dalla trombettista jaimie branch e dal batterista Jason Nazary di base a Brooklyn, ci immerge in un flusso ininterrotto e magmatico di loop elettronici, field recordings e campionamenti guidato dal groove potente e posseduto di Nazary, sopra cui branch campiona e fraseggia attraverso il canto e la tromba. Due strumenti e intorno due tavoli di synth, tastiere, loop stations ed effetti che costituiscono il magma elettronico e visionario sul quale si innervano le figure di Nazary e le continue rotture di loop e frasi di branch, che collidendo generano in maniera inaspettata ulteriori traiettorie in direzioni inedite e inusuali. Nel set di improvvisazione, caratteristico del duo, prendono forma anche alcune atmosfere del nuovo album “Pink Dolphins” prodotto da Jeff Parker – in uscita il 19 giugno per International Anthem – tra cui il singolo “Earthlings”, caratterizzato da quella songtudine di cui ci aveva parlato recentemente branch. Una performance anche artistica, dove la musicista ci fa ascoltare pure l’atto di selezione e il gesto di scelta dei suoni campionati, esponendo così il processo piuttosto che la scrittura. Un’ora densa di musica senza regole dallo spirito free-jazz, dal corpo hip-hop, dall’anima funk e dall’attitudine psichedelica da godere live, dimensione nativa di Anteloper. (Maria Teresa Soldani)

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Fire!
Basso, batteria e sassofono per un set di free jazz-rock dai tratti essenziali espresso da uno dei più importanti ensemble avant-jazz europei. Johan Berthling e Andreas Werlin formano la sezione ritmica, mentre sua maestà Mats Gustafsson – presente anche nella scena di Chicago – domina in primo piano con sax baritono e flauto traverso, quest’ultimo suonato anche con l’ensemble Underflow. Un trio che suona doppio per intensità e volume: una solidità strutturale in cui la batteria granitica, tra kraut e jazz, si fa punto di congiunzione tra le armonie del basso in area Joe Lally, capace di disegnare anche riff rock, e i fraseggi dei fiati gravi e viscerali tra Sonny Rollins, Ornette Coleman e Albert Ayler. In questo meccanismo perfetto si aprono aree di sperimentazione con l’elettronica di Gustafsson che disintegra le cellule ritmico-armoniche di Berthling e Andreas Werlin, per poi iniettare groove elettrificati e controtempi free senza posa, su cui si espande tutta l’espressività dei fiati, costantemente in solo. I Fire!, nel formato minimo della loro formazione senza la Orchestra, dal vivo si confermarmo epigoni di un jazz-rock che affonda le radici nel free di Peter Brötzmann e Ken Vandermark, quanto nell’hardcore, una cultura DIY dalla quale vengono anche Sonic Youth, Gastr Del Sol, Fugazi/Messthetics, Karate e Zu. (Maria Teresa Soldani)

Dälek
La sala del Bunker è nuovamente ricolma per l’ultimo live di domenica, il ritorno di una delle formazioni più amate dell'hip-hop sperimentale: a cinque anni da “Endangered Philosophies”, i Dälek tornano con “Precipice”, sempre pubblicato per la Ipecac di Mike Patton, ennesima bomba alt-rap lanciata dalla East Coast con cui infiammano il Bunker. Nel buio della sala, il duo di Newark propone una miscela di suoni ipercompressi, distorti e rarefatti generati dalle macchine di Mike Manteca aka Mike Mare sulla quale si esprime il flow fermo ma esasperato di Will Brooks aka Mc Dälek. Non manca anche il singolo-anthem dell’album, “A Heretic’s Inheritance”, le cui chitarre sono suonate da Adam Jones dei Tool. Per tutto il set la musica detona dal palco verso il pubblico intrisa di inquietudine e accompagnata dallo scorrimento verticale dei visuals, che ricordano colori, temi e tratti dell’opera di Jean-Michel Basquiat. Groove industrial, drone, campionamenti noise e atmosfere dark deflagrano insieme alle parole di Mc Dälek. Musica hip-hop cerebrale, astratta, non conciliante che suona come l’attualità socio-politica statunitense (e globale) e che chiude così il cerchio concettuale aperto al Bunker poche settimane prima da Moor Mother: sicuri dell’instabilità quanto della necessità di muoversi insieme ed esprimere con l’arte il rimosso, il perturbante, il marginale e la vita degli invisibili. (Maria Teresa Soldani)


(Foto di Amalia Fucarino)