Karate

Unsolved

2000 (Southern) | slowcore, jazz, post-rock

Fin dal primo verso di “Gasoline” nel 1995 abbiamo capito che i Karate non sarebbero stata una band come le altre. Seppure quel brano ricordasse i Codeine, trattenendo l’espressività e l’intelligenza di Slint e Fugazi, la voce, i testi e lo stile chitarristico di Geoff Farina, così come la sezione ritmica della band, hanno sempre costituito lo scarto essenziale con tutto il resto. Così quel grido aurorale e il successivo brano-manifesto “If You Can Hold Your Breath” ci raccontano (già) in potenza, dall’omonimo esordio, quella che diventerà la musica dei Karate come atto.
Da quel momento infatti la band di Boston realizza una tripletta di dischi stupendi, come il successivo “In Place Of Real Insight” (Southern, 1997), picco emozionale della band, e “The Bed Is In The Ocean” (Southern, 1998) – con la formazione stabile in trio con Farina (chitarra e voce), Jeff Goddard (basso) e Gavin McCarthy (batteria) – dischi per cui, allora, vengono accostati a band esordienti come Van Pelt e American Football.
Nel 2000 arriva lo splendidamente imperfetto “Unsolved”, fin dal titolo consapevole di mancanze formali ed emotive che non sarebbero state soddisfatte e di aspettative che forse sarebbero state disattese. Se “The Bed Is In The Ocean” rappresenta la sintesi più equilibrata di tutte le anime dei Karate (slowcore, post-rock, jazz, blues, prog), la bellezza di una serie di canzoni presenti in “Unsolved” è così abbagliante da illuminare tutto l’album, facendo a tratti sottostimare il significato di alcuni passaggi meno potenti. 

S’inizia con un topos dei Karate, quelle fiamme che incendiavano la copertina dell’album di esordio sopra cui volava un aereo, che sembra portarci in volo a satelliti spenti con William Hurt e Solveig Dommartin in “Fino alla fine del mondo” (1991) di Wim Wenders. Là, qua, il mondo in maniera implacabile è in fiamme, e fa i conti con la possibilità di una fine:

Within the influence of innocence
You were dressed to kill
Pulling styles from the atmosphere
You could have dressed us all
As we surrendered to the worn jets
"Impossible to crash, Impossible to fail"
Like the dim lights on the dash
As we were pulling out of anywhere on any other road
Now I can tell by the way the rain hits the glass
That it wants to be cold
It wants to be snow
Is it falling there
Obscuring small fires
That deign another shining front-page spread
Where old worn men conspire?

So much for Saturdays
And other days when lives are at stake
God forgive us for the hatred
For the risks that we take
Boys forget promises from both coasts
Well, what would it take to get out now?

Is this what they call the end?
Are we sleeping on a dark star?
Is this some saint we all forgot?
Is she burning in a parked car?
Because violence is so, so slow
And the patience will do us in
So mothers stop looking for your sons in the woods
Because you will find them on CNN
That's when you will try, try
But you can't evict the sun
It lights up one hour every morning every day
When you know you are the one

Il pathos di questo proemio è stemperato dal jazz di “The Lived-But-Yet-Named”, introdotto da un funambolico fraseggio prog costruito su un groove sfrangiato, che crea un ponte tra i due brani. Si tratta di uno di quegli episodi che sembrerebbero rompere l’incantesimo dell’intimità di brani come “Small Fires”, ma in realtà la costruzione stessa della scaletta è fatta di emozioni diverse che descrivono il vivere un senso di precarietà, dove il dialogo resta all’interno di una dimensione a due, che si misura tra le pareti di un appartamento:

Hold out, hold out
Because this moon is twice as good
When you see through a year of nights
What you thought you understood
Set out, set out
Because this haze is bound to wane
It can no longer pretend to hide
The will of third-class seats on tomorrow's trains

Scorrono le progressioni della chitarra sospese sulle parole, lasciando spazio a un assolo cantabile che ci solleva dal peso del non detto. Segue una doppietta di canzoni in qualche modo speculare a quella iniziale, con un brano più solido e uno (apparentemente) più leggero. “Sever” è infatti un’altra perla del disco, un incontro tra rock e jazz tradotto in perfetto stile Karate – che si distingue nel riff elettrico iniziale, nell’andamento di basso e batteria, nel refrain e nel bridge – cui segue l’intermezzo jazzy, apparentemente spensierato, di “The Roots And The Ruins”, con i morbidissimi accordi di Farina che si muovono sulla struttura dinamica costruita dalla sezione ritmica. Farina, insieme ad altri chitarristi della sua generazione della scena underground americana, come Lee Ranaldo (Sonic Youth) e Alan Sparhawk (Low), vive dentro l’esperienza DIY del post-hardcore influenzato da musicisti di altri generi, come Skip James, Norman Blake e Jimi Hendrix, accostandosi più allo stile di Bill Frisell che a quello di Ian McKaye. Ne sono una perfetta sintesi “Number Six” e “One Less Blues”. Quest’ultimo brano rappresenta un’ulteriore versione “Karate” di un post-rock contaminato da blues e jazz, su cui aleggia lo spirito dei June of 44, dove le parole aprono ancora una a volta a un assolo, stavolta composto principalmente da feedback e note senza attacco:

Confidence, it drops like filth in bathroom stalls
Privacy, it leaks through un-completed walls
Forced by public failures, now you must recall
You have to recall

The times when we became hemmed in by leaden skies
The times when all the back rent closed our zealous eyes
Maybe this is how all young ideas die
But they didn't have to die

Evidence yields this case a wash
Just give me something that I can touch

A decomprimere la tensione arriva il songwriting di “The Halo Of The Strange”, dove le trame di chitarra intessono un dialogo ininterrotto con e sotto le parole, per portarci verso la chiusura del disco, con due splendidi brani che ritornano su coordinate slowcore/post-rock, senza tralasciare la consolidata vena jazz del disco: "The Angels Just Have To Show” e “This Day Next Year”.

Il primo e l’ultimo episodio di ciascun disco sono stati sempre i pezzi forti delle uscite discografiche dei Karate, una ricerca costante sul senso del cominciare e del concludere. Con “Unsolved” questo culto filosofico della circolarità, dell’inizio che è una fine e della fine che è un inizio, raggiunge la perfezione estetica con “Small Fires” e “This Day Next Year”, brano dal titolo più che emblematico. All’interno invece si sviluppa nella più nuda intimità la ricerca di una perfezione che non può che fallire sotto il peso di una bellezza disarmante e di una caducità umana illusa dal credo del progresso, che si rivela in un passaggio di chitarra, in una figura danzante di batteria e basso, in un verso cantato da Farina: “Beat Down/ the Floor with My Feet 'till You and I Have Time to Be Still”.

“This Day Next Year” chiude l’album con una perfetta sintesi del cantautorato jazz-folk-postrock dei Karate, in una spirale conclusiva estatica come un brano dei Mogwai e fragile come un brano degli American Football:

Words are the worst way to say what I have to say
But sometimes you can't play how you want to play to show it well
And this is one splinter, splinter of a sentence
Both a pain and a pleasure to try to expel, but I have to tell
About the years of influence and artless advice
That can still only escape in a struggling, stilted excuse for a smile
And when you're parked over on the wrong side of nowhere
No amount off nothing is going to make it worthwhile

A touch, subdivided, rinsed, and sold
Before the hands have a chance to get cold as an eyelash pries an hour from the schedules of the uninvolved
And your sills so-called insulation
Can only sigh at December Sundays, unsolved
So like the transportation of the suns
You must hold steady to the ones who light your mornings, nights, and afternoons
And if you should grow angry with the pace of chance
Don't be afraid to make some plans for December Sundays soon

Today you missed her getting up, once again
Well boy, you've got to listen to me
Promise her you'll rise this day next year, from this very bed
From this very bed
From this very bed

Today you missed her getting up, once again
Well boy, you've got to listen to me
Promise her you'll rise this day next year, from this very bed
From this very bed
From this very bed

A lungo tacciato di freddezza e intellettualismo, di essere troppo (cool)jazz e poco (emo)core, di aver lasciato per strada l’attitudine slow e aver incontrato lo swing, “Unsolved” si lascia andare all’angoscia, alla gioia, all’ansia senza remore, senza quei freni tirati anche in registrazione e nelle distorsioni, che aveva invece il suo predecessore. I Karate di “Unsolved” erano poi allora una band che dal vivo poteva tutto. Opportunità rara e speciale è stata quella di poterli vedere live in quegli anni, in performance emo nei sentimenti, post-rock nei sensi, progressive nei movimenti e jazz nei pensieri. Tutto questo nella cornice del post-hardcore, che da “Zen Arcade” (SST, 1984) degli Hüsker Dü, “Double Nickels On A Dime” (SST, 1984) dei Minutemen e “Daydream Nation” (Blast First, 1988) dei Sonic Youth, aveva già detto molto sugli sviluppi e sulle implicazioni del genere. Non è un caso, infatti, che i Karate abbiano omaggiato – e siano stati in grado di farlo – i Minutemen nel loro capitolo della serie “In The Fishtank 12” (Konkurrent, 2005), insieme a Billie Holiday, Bob Dylan e Mark Hollis. 

Nel 2000 l’assestamento stilistico della rotta – confermato nei successivi, e sottovalutati, “Some Boots” (Southern, 2002) e “Pockets” (Southern, 2004) – lasciò spiazzati i fan, maggiormente compiaciuti dai primi tre album. Cosa non è però la vera lezione della cultura underground DIY e del post-punk se non l’amore per la musica a 360 gradi? Guy Picciotto produce Vic Chesnutt e Xylouris White, gli Ex suonano con Getatchew Mekurya e Brass Unbound, i Messthetics (trio con Joe Lally e Brendan Canty) omaggiano Miles Davis e Ornette Coleman.
Fin dal titolo, “Unsolved” autodenuncia la propria fragilità e chiede all’ascoltatore fiducia: dichiara in partenza l’impossibilità di compiutezza e conferma infine la verità di un paradosso di perfezione (imperfetta). È una lotta per la forma che si compie senza completarsi, una dichiarazione di multiformità in cui essenza e forma – come mai prima nella discografia della band – si sovrappongono. In “Unsolved”, infatti, i Karate non suonano come un genere o un altro, come una band o un’altra, come quello che si vuole dalla band o come quello che non è più come prima. “Unsolved” è anche un’introspezione condivisa, un tentativo di restare comunque insieme, almeno in due, in uno scenario che potrebbe prefigurarsi non così lontano da “La strada” di Cormac McCarthy. I Karate si mostrano così più vulnerabili e “irrisolti”, ma fedeli alla loro ricerca.

(19/04/2020)

  • Tracklist
  1. Small Fires
  2. The Lived-But-Yet-Named
  3. Sever
  4. The Roots And The Ruins
  5. Number Six
  6. One Less Blues
  7. The Halo Of The Strange
  8. The Angels Just Have To Show
  9. This Day Next Year
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