Una sottocultura incarnata in un solo uomo, capace di ispirare devozione totale(Rhodri Marsden, The Guardian, 2020)
In trent’anni e passa di attività, Smith e il suo gruppo hanno inciso cinque album propriamente detti e una miriade di altro materiale, si sono costruiti una fama underground grazie a performance live irriverenti e impeccabili, e con innumerevoli cambi di formazione hanno dato vita e assieme attinto a un ricco sottobosco di formazioni correlate. Senza peraltro volerlo, sono perfino riusciti a realizzare una improbabile semi-hit, con “Is This The Life” che nell’88 fece capolino nella classifica britannica. L’ultimo album in studio pubblicato dal gruppo, “Guns”, risaliva al 1999. Il millennio scorso. Dalla cometa Hale-Bopp erano trascorsi giusto due anni. Chi ci sperava più?
In realtà, che ci fosse in ballo qualcosa lo si sapeva da tempo. Dal 2007, per la precisione. Quell’anno era uscito l’Ep “Ditzy Scene”, c’era stato un tour e la band si era messa al lavoro sulle canzoni per un nuovo album, sotto la guida dell’architetto Tim Smith. Tempo il 2008, il grosso delle composizioni c’era, di alcuni pezzi erano state completate le tracce vocali, e tutto sembrava allinearsi per un’uscita in autunno. Ma il 25 giugno Tim Smith ha un infarto, rincasando da un concerto dei My Bloody Valentine. Sopravvive, ma è paralizzato e non più in grado di parlare. Il progetto del disco viene sospeso.
Negli anni successivi, voci di corridoio sul destino dell’album circolano fra gli appassionati, fino a diventare un mezzo mito identitario per i fan più irriducibili. Ogni tanto qualche componente della band accenna a qualcosa, ma le prospettive non si concretizzano. Le condizioni di Tim Smith non migliorano, i soldi per le cure sono un problema. Figurarsi portare avanti il lavoro sul disco.
Fast-forward al 2025: “LSD” è completo. Diciassette tracce, un’ora e venti di musica. Per ultimarlo sono stati fondamentali l’apporto come supervisore di Jim Smith, fratello di Tim e da sempre bassista della band, il contributo attivo di altri membri pre-2008 come il chitarrista Kavus Torabi e la cantante Sharron Fortnam (della band North Sea Radio Orchestra). Il compagno – di musica e di vita – Craig Fortnam ha curato gli arrangiamenti per archi e ottoni, mentre per incidere le parti vocali mancanti sono stati chiamati il frontman degli Oceansize Mike Vennart e Rose-Ellen Kemp, già collaboratrice di artisti diversi come Jim Moray e Ufomammut – nonché figlia di Maddy Prior e Nick Kemp degli Steeleye Span (com’è piccolo il mondo!).
Nel processo di completamento del disco, di fatto la band si è ricostituita. E ha annunciato date dal vivo, con l’attuale line-up composta da Jim Smith, Torabi, Vennart, i coniugi Fortnam, lo storico batterista Bob Leith, più la sassofonista Chloe Herington, la co-cantante Jane Kaye e il tastierista nonché giornalista musicale Rhodri Marsden, che nel 2020 per il Guardian aveva scritto il necrologio proprio di Tim Smith.
Ho ascoltato band come i Gentle Giant e gli Yes tanto quanto ho ascoltato la musica di chiunque altro. Se questa intervista fosse per una rivista di country e western, mi starebbero chiedendo se sono stato influenzato da Johnny Cash o chi per lui. […] Forse il sapore progressive alza la sua strana testa nei momenti in cui usiamo organoni da chiesa enormi, o un occasionale pezzo di Mellotron o qualcosa del genere. Usiamo questi strumenti perché hanno un suono magnifico, non perché le band progressive li abbiano usati in passato. E per quanto riguarda l’essere punk, a volte suoniamo veloce come dei pazzi, se i pezzi rendono di più così. […] Dio non voglia che qualcuno pensi che siamo una folle fusione di punk e prog…(Tim Smith a Harmonie Magazine, 2005)
Anzi, no: il brano da cui iniziare è senz’altro “By Numbers”, almeno se siete amanti degli Xtc (e forse anche se non lo siete). Breve resoconto matematizzante (il titolo lo consente) di questa guizzante girandola power-pop che sembra voler portare all’estremo la caleidoscopicità metrica di “English Roundabout”: 4/4, 7/8, 10/8 alternato a 7/8, breve stacco in 17/8 – forse interpretabile come ritornello – ripetere con opportune variazioni che se no uno ci fa troppo l’abitudine.
Troppo frastornante come primo impatto, dite? Perché allora non qualcosa di più accogliente e gioviale, perfino un po’ folk. “The Blue And Buff” che ha il tono di una filastrocca e il brio zompettante da gioiellino sunshine pop (avete presente “Happy Together” dei Turtles?). Ah, e due assoli chitarristici opportunamente fuori di testa, più una cadenza piccarda in chiusura, tanto per gradire (un altro elemento in comune con “Happy Together”, peraltro).
Quindi non se ne scappa, “LSD” è un manuale per nerd musicali lungo ottanta minuti e spicci? Piano con le deduzioni: il punto di vista regge, ma è solo uno dei molti possibili. Il più prog, forse (a proposito: “Skating” è una suite da quasi otto minuti con sprazzi surf-rock e zigzag alla Devo, e pare sia ispirata a “California” dei Mr. Bungle). Conta almeno altrettanto anche il versante punk dell’impresa. L’energia grezza, il lato più selvaggio del suono, l’insolenza di chi se ne strafrega di apparire inquadrato e beneducato – e anzi, a risultare urtante un po’ ci gode. Come esempi, si potrebbero citare esattamente gli stessi brani di cui sopra, ma giusto per seguire lo spirito dell’album – insomma, per variare un po’ – buttiamoci invece su “Lovely Eyes”. Batteria dritta e martellante, dinamica sparata al massimo, assolaccio rock’n’roll che ripete allo sfinimento due note (non fate caso all’onnipresenza degli archi, son lì per distrarre dal punto!). E poi il cantato, sguaiato, urticante: la combinazione delle ugole di Vennart, Kemp e Torabi dà vita a una singola chimera vocale, capace sia di avvicinarsi notevolmente all’inconfondibile petulanza di Tim Smith sia di infonderci una propria, anfibia personalità.
Anche “A Roll From A Dirty Place” attacca parecchio sgraziata e stradaiola, mentre “Downup” sfodera le possibilità più melodiose della voce di Vennart, controbilanciandole con uno strumming chitarristico ispido, tutto scentrato sugli acuti – a modo suo ancora riequilibrato dall’eleganza del contrappunto di ottoni. Lo si è chiarito, no? Di stare in una scatola sola, Tim Smith e i suoi Cardiacs non ne hanno mai voluto sapere.
Lo stacco con i brani in cui è proprio la voce del defunto leader a riaffiorare – “The May”, “Spelled All Wrong”, “Ditzy Scene”, “Made All Up”, la già citata “Gen” – non è marcato: un segno di come la genesi travagliata dell’album non ne abbia compromesso la coerenza e la riuscita. E un merito indubbio per il responsabile del missaggio, Adam Noble, veterano già fattosi valere con Biffy Clyro, dEUS, Leprous, Pineapple Thief e qui dimostratosi all’altezza della sfida senz’altro non banale di integrare materiali registrati ad anni di distanza gli uni dagli altri.
Eppure, fedeltà artistica non significa immobilità. Il desiderio di spiazzare emerge in brani come “Volob”, il pezzo più inatteso del lotto. Non tanto per la pulizia della voce o il rimando ai Gentle Giant – ai quali Tim Smith è sempre stato devoto – quanto per il beat pulsante, quasi dance-punk, e per una luminosità senza ombre che slancia l’atmosfera su verticali ineditamente yessiane.
L’attesa è stata lunga – non quanto i millenni che separano i passaggi della cometa Hale-Bopp, ma abbastanza per far perdere fiducia in un possibile ritorno. E invece, la traiettoria anomala dei Cardiacs ha riservato un ultimo, grandioso sberleffo alle leggi del rock: un disco postumo che suona più sincero e vitale di gran parte delle reunion. Per chi era già devoto al culto di Tim Smith, “LSD” è l’eredità che chiude l’orbita. Per tutti gli altri, è l’ultima chiamata a guardare in alto, e lasciarsi folgorare dallo spettacolo.
11/11/2025