Zu

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Trasmutazioni jazz-core

intervista di Claudio Lancia

Emblema del jazz-core made in Italy, il trio sax-basso-batteria ha negli anni compiuto una traiettoria incentrata sull'evoluzione continua, che lo ha portato ora ai confini col metal, ora verso lidi più ambient. Abbiamo incontrato Luca Mai e Massimo Pupillo per ripercorrere le principali tappe della loro avventura e fare il punto della situazione.

Ragazzi, benvenuti a Latina, da dove state arrivando?

Luca Mai:
Ieri sera abbiamo suonato a Montepulciano, provincia di Siena, il giorno prima eravamo in provincia di Pordenone, domani saremo a Pescara, poi a Roma e a Bologna, stiamo facendo un tour di una decina di giorni, in Italia, che segue la tranche primaverile a supporto di “Jhator”, durante la quale siamo stati anche in giro per l’Europa.

Ad accogliermi nel camerino del Sottoscala Nove di Latina è il sassofonista degli Zu, Luca Mai (già incontrato qualche anno fa con i Mombu in un altro locale del capoluogo laziale), membro fondatore della band romana assieme al bassista Massimo Pupillo (che nel frattempo ci raggiunge) e al batterista Jacopo Battaglia, che abbandonò la partita qualche anno fa, sostituito prima da Gabe Serbian e più di recente da Tomas Jarmyr, attualmente anche batterista nei Motorpsycho.

Massimo Pupillo: E no! Non siamo noi ad avere il batterista dei Motorpsycho, sono i Motorpsycho che hanno arruolato il nostro…

Scherza Massimo Pupillo, ma in effetti Tomas è entrato solo da pochi mesi nella line-up della formazione norvegese, per registrare “The Tower” dopo la dipartita di Kenneth Kapstad. Il sound-check è andato molto bene, il suono è devastante, si prospetta un set di quelli che fanno male. Il gruppo ha concesso di far trasmettere la diretta streaming a Radio Interno 5, web radio presente con una propria postazione all’interno del locale.
Mentre Tomas gironzola, Luca e Massimo si alterneranno alle risposte con grande democraticità, seriosi quando serve, pur mantenendo sempre una grande (auto)ironia di fondo…


Le origini

Iniziamo la nostra chiacchierata dalle origini: gli Zu si formano alla fine degli anni 90 da una costola dei Gronge. Raccontateci la genesi del progetto…
Luca:
Diamine! Proprio biblico come inizio! Con i Gronge facciamo un salto indietro negli anni 80…
Massimo: i futuri Zu, quindi noi due e Jacopo (Battaglia, il batterista storico, ndr) eravamo amici sin da prima dei Gronge.
Luca: Addirittura io e Massimo all’inizio degli anni 90 suonammo assieme in un progetto chiamato Sinatra, poi Massimo venne chiamato dai Gronge perché gli venne a mancare il bassista, e da lì restò nella formazione in pianta stabile. Massimo poi coinvolse Jacopo per il ruolo di batterista: non ricordo se ai Gronge venne a mancare il batterista, oppure se decisero di non utilizzare più la batteria elettronica, insomma, dinamiche interne alla band. Poi coinvolsero anche me. In quella formazione eravamo noi tre più Tiziana Lo Conte alla voce e Alberto Mattaroccia, il quale si occupava dei sample e faceva il fonico.
Andando avanti nel tempo, Tiziana decise di distaccarsi dal progetto perché noi cominciavamo a fare musica un po’ più articolata, trascorrendo la maggior parte delle nostre giornate all’interno della sala prove. Quello che usciva fuori iniziava a prendere una piega un po’ “stramba”, con maggiori difficoltà a cantarci sopra in una maniera riconducibile al formato-canzone, Tiziana quindi si tirò fuori e restammo noi tre. Da lì abbiamo trascorso due anni sempre in saletta, tutti i giorni otto ore in sala a suonare, e soltanto dopo due anni venne fuori il nome Zu. Un giorno Massimo propose il nome, che significa “chiuso”, proprio perché stavamo sempre chiusi in saletta.

Tutto questo accadeva a Ostia?
Luca:
No, a Roma, in via degli Zingari, una sala dei Gronge condivisa anche con altre band dell’epoca, una sala storica nell’ambiente underground romano.

Che poi i Gronge esistono ancora…
Luca:
Sì, credo di sì, ma non abbiamo più alcun tipo di rapporto.

A un certo punto, compare la figura di Roy Paci…
Luca:
Diciamo che gli Zu sono sempre stati un trampolino di lancio (risate, ndr) per artisti che poi son diventati in alcuni casi molto più famosi degli Zu stessi!

E si sono arricchiti di più…
Luca:
Esatto!
Massimo: E non solo, ci sono alcuni che sono arrivati al punto di sostenere che gli Zu li avevano fondati loro. Roy lo conoscemmo poco prima di entrare in studio, in uno degli incontri che organizzava Radio 3, incontri fra improvvisatori, molto legati al jazz. Ci avevano chiamato, ci conoscevano, ci avevano definiti “i terroristi”. In quell’incontro ci divisero in mini-gruppi, e noi finimmo in un gruppo con Roy, e ci trovammo bene. Era il periodo pre – “Bromio” (l’album d’esordio degli Zu, ndr) e lo invitammo in studio a registrare con noi. “Bromio”, poi, uscì dopo quasi un anno, e iniziammo a fare le prime date dal vivo, nelle quali c’era anche lui. Poi fu abbastanza chiaro, e dopo tutti questi anni si può dire, che…
Luca: …che c’era un’evidente incompatibilità…
Massimo: …diciamo che aveva ambizioni musicali di altro genere rispetto alle nostre, altri modi, un’altra etica. Noi eravamo molto sul “duro e puro”, e non siamo cambiati tanto nel tempo.
Luca: I nostri modelli erano i Fugazi, gli Ex, questi erano i principali pilastri del nostro inizio, e in effetti non a caso il nostro primo tour come Zu fu proprio con gli Ex.

Come veniste a contatto con quelle band?
Massimo:
Erano tutti gruppi con i quali avevamo a che fare perché erano passati per Forte Prenestino, dove io ho abitato. Andavamo ai concerti, e quei concerti rispecchiavano la nostra attitudine umana e politica, rispetto a quello che intendevamo fare con la musica. Abbiamo trascorso oltre dieci anni, quasi quindici di do it yourself, durante i quali abbiamo curato tutto in proprio. Adesso abbiamo un amico che ci aiuta a cercare le date, perché non riusciamo più a seguire davvero tutto, vista l’enorme quantità di cose da fare. Ma a quel tempo quelle band ci trasmisero un’attitudine su come fare le cose.

A proposito di attitudine, Massimo, inutile dire che il tuo modo di suonare il basso è a dir poco personale. Mi incuriosisce sapere a quali bassisti ti sei ispirato all’inizio della tua carriera, quali hanno contribuito a forgiare il tuo suono. In parte avete già risposto citando Fugazi ed Ex…
Massimo:
Beh, il mio suono si è creato in anni di ascolti molto diversi fra loro, che vanno da Arvo Part agli Einsturzende Neubauten. Non ho mai cercato o provato a emulare nessuno in particolare.
Più o meno potrei dirti Charles Mingus per aver cambiato totalmente la prospettiva e la funzione dello strumento, Arvo Part per il rapporto tra melodia e armonia. Time Machines dei Coil per la tessitura e la stratificazione del suono, Tracy Pew dei Birthday Party per la narrativa, Rob Wright dei NoMeansNo per l’energia.

La vocazione internazionale

Gli Zu hanno sempre avuto una forte vocazione internazionale, siete riusciti da subito a trovare estimatori fuori dai nostri confini e a tessere nel tempo un buon numero di collaborazioni con artisti esteri. Si è trattato di eventi fortuiti oppure è il risultato di un percorso ricercato?
Massimo:
Come hai detto tu, è una vocazione. Molta musica alla quale noi abbiamo fatto riferimento crescendo proviene da altri paesi. Ovviamente ci sono anche delle cose italiane notevoli, che apprezziamo. Poi non abbiamo avuto il problema legato alla lingua, essendo strumentali. Ma per gran parte il nostro percorso rappresenta il risultato dalla nostra innata curiosità, il nostro non sentire il confine.

Quindi sarebbe questa la ricetta che inconsapevolmente avete applicato? Tante band italiane molto importanti del circuito indie/alternativo hanno avuto l’ambizione di entrare nel circuito internazionale senza mai riuscirci. Nonostante i grossi riscontri registrati in patria…
Massimo:
Quando siamo usciti fuori con la nostra musica eravamo abbastanza unici. Sul primo disco puoi anche riuscire a sentire che ci piacciono alcune cose, si scorgono delle influenze, sono chiare, anche perché da qualcosa si deve pur partire.
Però queste influenze le abbiamo processate attraverso tanto studio, tanto lavoro, le abbiamo metabolizzate, le abbiamo fatte nostre, le abbiamo tirate fuori in un modo personale. Uno dei limiti di tante formazioni italiane, soprattutto nella scena degli anni 90, era che restavano troppo derivative: non dico che copiavano, però avevano sempre dei forti modelli di riferimento molto evidenti.

Intendete dire – ad esempio - che i Marlene Kuntz, almeno in una prima fase, erano troppo Sonic Youth? Perdonate la citazione, ma è il classico esempio-scuola. E’ comunque una realtà che alcune nostre band molto apprezzate entro i confini, come Afterhours o Verdena, all’estero non esistono. Altre realtà di nicchia, come Zu o Uzeda, riescono invece ad avere un seguito che arriva a essere persino superiore a quello riscontrato fra le mura amiche…
Luca:
Io credo che nel nostro caso si sia trattato anche di una questione di suono, la conseguenza di aver così tanto “mangiato” un certo tipo di musica che arrivava dagli Stati Uniti. Il Forte Prenestino era un ricettacolo di tutti i prodotti delle migliori etichette indipendenti, tutti passavano da lì, e noi li andavamo a vedere tutti, e ci chiedevamo sempre come riuscissero ad avere quel suono così monumentale, mentre le band italiane continuavano ad avere un “suonetto”.
E’ un aspetto sul quale molte band di casa nostra non hanno lavorato. Sentivi i Sonic Youth, coi quali abbiamo anche condiviso il palco, e avevano una pasta sonora che in Italia qualcuno voleva ricreare, ma non era facile. E’ proprio questo uno degli aspetti che ci ha spinti ad andare all’estero, a lavorare sul suono per allargarlo e farlo diventare quello che puoi sentire oggi. Crearci l’opportunità di lavorare da subito con band che sono rimaste colpite da quello che stavamo proponendo, sin dai primissimi concerti che facemmo. Ad esempio, in una delle nostre prime uscite live aprimmo per gli Half Japanese, e subito ci proposero di far parte di una compilation. Quando ce lo dissero, eravamo al settimo cielo, ci abbracciammo, come se avessimo raggiunto l’obiettivo della vita, e in quel momento era un obiettivo importante, molto importante per noi.
Massimo: Anche perché noi non abbiamo mai avuto “obiettivi”. In realtà, all’inizio noi volevamo fare un disco, infatti investimmo due anni a comporre, sembrava dovessimo metterci dentro tutta la nostra vita in quel disco. Non abbiamo mai avuto le ambizioni presenti in tante altre formazioni.
Sai cosa succede di solito? Il gruppo che diventa “grosso” - per esempio - a Roma, e poi va a suonare a Padova e trova un pubblico di appena quaranta persone, poi non ci va più, rimane a Roma, dove il proprio ego viene alimentato. Gruppi italiani che in Italia giravano con cachet notevoli e con le crew al seguito, quando provavano a organizzare un tour europeo, si ritrovavano a suonare a Parigi davanti a 25 persone, e non avevano l’umiltà di dire “Dobbiamo buttarci di più nella mischia, andare di più fuori, cominciare a far girare il nome”. E così preferivano rinunciare, scegliendo una situazione più confortevole e numericamente appagante, entro le mura amiche. Per noi, invece, il successo non ha mai rappresentato un’ambizione.

E questo lo si capisce anche ascoltando i vostri dischi: mai furbi, nulla di radiofonico, senza alcun tipo di compromesso…
Massimo:
Purtroppo no…

Si registra invece un percorso coerente…
Massimo:
E’ che abbiamo concepito sempre tutto in un altro modo…

Nel primo demo degli Zu c’erano ancora delle parti cantate. Ci sono motivi particolari che vi hanno poi spinto a scegliere la strada dello strumentale come unica via espressiva?
Massimo:
Abbiamo scelto questa strada perché abbiamo scoperto che potevamo dire tutto con il suono. Perché il suono oltrepassa le parole. Mentre la parola viene codificata da un’area del cervello, legata comunque alla sfera intellettiva, il suono la oltrepassa. Quando il suono ti “penetra”, va a toccare le zone più profonde. Oltre a questo, c’era anche il fatto che volevamo evitare di creare gerarchie fra gli strumenti.
Luca: Tutti gli strumenti per noi sono pariteticamente importanti. A volte ci sono dei passaggi solisti: in primo piano può esserci il sax, ma altre volte troverai la batteria, a volte il sax diventa portante e la batteria assume una presenza “lirica”…
Massimo: …la batteria ha sempre “cantato” tanto nella nostra musica, è sempre stato uno strumento anche molto melodico.
Luca: Sì, non c’è mai stato negli Zu quell’approccio secondo il quale la batteria deve stare dietro e tenere il tempo.
Massimo: Anche il fatto di suonare in linea…

…immagino si tratti di una scelta sia estetica che di praticità, per facilitare l’interscambio fra i musicisti  sul palco. A volte basta un’occhiata, no?
Massimo:
Tutto quello che fai contiene delle informazioni: quando tu vedi tre strumenti disposti in linea sul palco, percepisci subito che sono paritetici: ognuno ha il medesimo livello di importanza.
Luca: In più la scelta è stata dovuta per facilitare l’impatto del suono, che doveva arrivare tutto insieme.

Fra i momenti di svolta della vostra carriera c’è la pubblicazione di “Igneo”, uno dei dischi ai quali i vostri fan sono più affezionati. Per “Igneo” vi avvaleste della produzione di Steve Albini. Lavorare con lui è davvero un’esperienza così particolare, come molti sostengono?
Massimo:
Con Albini abbiamo trascorso cinque giorni in studio circa quindici anni fa. Credo che se non siamo più tornati da lui ci sarà un motivo...

Ma lavorare con lui potrebbe aver costituito in qualche modo un piccolo aiuto in quelle fasi della vostra carriera, anche per via della sua credibilità internazionale?
Massimo:
Di sicuro noi non cercavamo la sua fama, né il riflesso di essa. Cercavamo di arrivare a un suono, che probabilmente ancora non avevamo. E che purtroppo, in tutta onestà, in “Igneo” non siamo riusciti a cogliere. Né noi, né lui.

Al banchetto del merchandising ho visto dischi di alcuni vostri side project e di band “amiche”, ma degli Zu soltanto il cd di “Jhator” e i vinili di “Jhator” e “Carboniferous”…
Massimo:
Tutti i dischi fino a “Carboniferous” sono esauriti da tempo…

Un vero peccato, perché sono certo che ne vendereste di cd “vecchi”. Almeno “Bromio” e “Igneo” meriterebbero il giusto spazio. E’ previsto un programma di ristampe?
Massimo:
Non è così semplice. Potenzialmente si potrebbe fare, ma è sempre rischioso. Metti che decidessimo di produrre la ristampa di uno dei nostri primi album per, metti, un migliaio di copie. Ne venderemmo, ma lentamente nel tempo, quei dischi potrebbero restare al banchetto per anni…

Quante copie ha venduto sinora “Carboniferous”?
Massimo:
Circa diecimila copie, un buon risultato, visti i tempi.

Riuscite a vivere di musica, magari anche grazie al contributo dei numerosi progetti paralleli?
Massimo:
Sì, grazie anche a uno stile di vita molto frugale. Da sempre siamo cresciuti vivendo in questo modo, e oggi non è cambiato molto.

Prefigurare l’opportunità di poter vivere della propria arte è un buon messaggio di incoraggiamento per i tanti giovani musicisti che stanno intraprendendo il proprio percorso…
Massimo:
Se gli esempi che ti portano a iniziare a suonare sono cose tipo Lo Stato Sociale, è un conto, ma gli esempi che abbiamo avuto noi sono diversi. E comunque, per me, non è che vivere della mia arte mi renda più figo o una persona migliore. Il punto è che fare le cose per bene richiede tempo. Lo puoi fare a livello hobbystico, magari mentre stai facendo l’Università, però da un certo punto in poi non c’è verso di portare avanti un progetto come il nostro, deve necessariamente diventare un’occupazione a tempo pieno.
L’inizio ok, ma a regime non è più possibile fare le prove dopo una giornata di lavoro, tutto richiede tempo. Prendi, ad esempio, la composizione del nostro ultimo disco: è durata sei mesi. Non che siamo stati sei mesi in studio, non avevamo certo il budget di “The Wall”, però anche se stavamo due giorni in studio e dopo tre settimane altri due giorni, in quelle tre settimane non pensavamo ad altro. Stavamo lì a riascoltare, a prendere appunti, a capire cosa migliorare, come integrare delle parti. E poi c’è sempre da seguire tutto quello che ruota intorno.

Tutto è reso ancora più complicato dal fatto che i tre Zu non vivono nello stesso continente…
Massimo:
Io vivo da qualche anno in un piccolo villaggio in Perù, dopo una parentesi trascorsa sull’Himalaya assieme a Luca. Tomas, il batterista, è svedese, e come dicevamo prima da poco è entrato anche nella line-up dei Motorpsycho, con i quali ha inciso l’ultimo “The Tower”. Dobbiamo trovare dei punti strategici dove poterci incontrare. Abbiamo fatto prove a Berlino, abbiamo fatto prove in Italia, in Galles, oggi la tecnologia ti può aiutare, ma non è così semplice.

Vi siete creati col tempo una rete internazionale di persone che vi stimano, vi ospitano e vi aiutano mettendovi a disposizione strutture.
Massimo:
Amici, una specie di famiglia allargata.

Percorsi paralleli

La vostra propensione per la ricerca vi ha sempre portato a sperimentare, vena ancor più accentuata nei vostri progetti paralleli, vedi i Mombu, più incentrati su ritmiche afro, e Ardecore, con i quali riportate a nuova vita la tradizione della canzone romana. E’ una continua ricerca dell’evoluzione.
Massimo:
Cercare continuamente nuove vie espressive mantiene vivo l’entusiasmo, che per noi oggi continua a essere lo stesso degli inizi. Per noi non esiste il discorso del palco piccolo e del palco grande: è bello suonare con musicisti che ti piacciono, che contribuiscono a farti rimettere in gioco, che ti fanno scoprire nuovi percorsi musicali. Per noi sederci sugli allori è un’opzione che non esiste.

Certo che il ripescaggio del folklore romano, il recupero della tradizione popolare, sembrerebbe una via molto distante da quella degli Zu…
Massimo:
In realtà è iniziato tutto per gioco. Giampaolo, il cantante, guidava il pullmino con noi durante un tour europeo, e portò con sé una chitarra. In camerino cantava sempre queste canzoni, che noi non conoscevamo.
Luca: Mettevamo un disco di Alvaro Amici prima dei concerti, e da qui nacque l’idea di rifare quelle canzoni.
Massimo: Giampaolo ha una bellissima voce, ha quel tipo di mood, e decidemmo di registrare delle tracce.

Da quell’esperienza avete spianato la strada per altre situazioni che si sono messe in scia, vedi Mannarino, vedi il Muro del Canto
Luca:
Mannarino ha copiato a piene mani dagli Ardecore, ma non ci interessa stare a battere su questo argomento, però notiamo quello che ci accade intorno...

Voi che avete osservato la situazione dal di dentro, perché il folk romano, ma direi la musica tradizionale italiana in generale, non riesce ad avere a livello internazionale la stessa dignità di quella – ad esempio - irlandese o balcanica?
Luca:
Secondo me, è un discorso che parte dal sociale. La musica italiana che riesce ad essere molto considerata all’estero è quella mainstream, vedi Laura Pausini. Al contrario la tradizione popolare, quella più legata ad ambienti popolari o contadini, è rimasta in un angolino, se viene ripescata è solo per finalità comunque commerciali, vedi ad esempio quello che è diventato la “Notte della Taranta” in Puglia. Però ci sono delle situazioni interessanti e degne di nota. Ad esempio, i canti corali sardi: considera che noi ci siamo ritrovati formazioni di Tenores in alcuni festival in Russia, vanno regolarmente in molti festival internazionali di musica etnica, come quelli che si tengono in Marocco.

Ci sono dunque delle sacche che resistono…
Massimo:
La tradizione dei Tenores si è mantenuta la stessa nel corso dei secoli, è rimasta pura. Se ascolti della musica irlandese dello scorso secolo e poi ascolti musica irlandese tradizionale fatta nei giorni nostri, troverai che non è la stessa cosa.
Luca: Noi abbiamo utilizzato alcune registrazioni eseguite da antropologi nell’Ep “Goodnight Civilization”...
Massimo: …antropologi che hanno ripreso delle donne intente a fare le così dette lamentazioni, in Puglia, all’inizio del secolo scorso. Poi ascolti la taranta, e provi una sensazione di traslazione verso una forma di pop. Così la tradizione folkloristica si perde, diventa tutto come un grande Sanremo.
Luca: Viene tutto un po’ banalizzato, e volutamente. Sanremo è stato uno spartiacque rispetto a quella che era la tradizione canora italiana e quello che è stato importato dagli Stati Uniti. Ma esistono registrazioni di canti siciliani o calabresi veramente belli, dei grandi esempi di folklore italiano.
Uno che lavora su questo tipo di approccio, ma resta poco conosciuto, è Alfio Antico, bravo a miscelare tradizione e contemporaneità: alcune cose molto ben riuscite, altre ore un po’ meno, almeno secondo il mio gusto. E’ comunque considerabile un continuatore della tradizione legato alla contemporaneità. Ma ciò che riesce a restare davvero molto attaccato alla tradizione accade in Sardegna, forse perché essendo un’isola riesce a mantenersi più pura. In Sardegna resiste certa poesia improvvisata su terzine e quartine, tengono persino dei festival. Altrove lo stornello improvvisativo tende a scomparire, non esiste più.

Anche in campo jazz-core avete fatto proseliti, basti citare i Fuzz Orchestra. Band che si sono messe in scia ma che hanno contribuito attivamente ad allargare il giro. Magari anche grazie ad alcune di loro gli Zu oggi possono beneficiare di uno scenario più “allargato”, che attira magari anche maggiori attenzioni. Vi sentite per certi aspetti i padri di questo movimento?
Luca:
Questa cosa che dici io l’ho sentita verso il 2004-2005, un momento nel quale si verificò particolare fermento, i concerti erano sempre pieni, c’era la voglia di ricercare qualcosa nella musica, di renderla qualcosa di diverso rispetto alla normale fruizione. C’è stato un momento d’apertura. Abbiamo visto delle formazioni derivative, dei gruppi che si rifacevano apertamente al nostro percorso. In certi passaggi magari ne abbiamo anche sorriso. Però non è che poi uno si sente il capostipite di un non so quale movimento. Qualche giorno fa un promoter mi ha detto che dovremmo sentirci importanti. Ma il punto non è questo. Noi facciamo delle cose, e quello che facciamo lo lasciamo andare, senza far ruotare la coda del pavone. In altri mondi queste situazioni di sentirsi il padre di non so che, sono sensazioni che magari si sentono di più.

Avete collaborato con musicisti che riescono a convivere sia col mondo dell’underground che con quello che aspira al mainstream, Massimo sta portando a termine un progetto con Stefano Pilia, uno che riesce a coniugare gli Afterhours, i Massimo Volume e gli In Zaire con una selva di progetti anche molto sperimentali...
Massimo:
Quando mi trovo in Italia sono di base a Bologna, dove Stefano vive, in una casa con pochi amici musicisti che possiedono un’ex-stalla trasformata in studio di registrazione. Lì abbiamo registrato “Cortar Todo” degli Zu e abbiamo fatto le prime take di “Jhator”. Con Stefano ci siamo ritrovati a suonare, abbiamo ascoltato tanta musica insieme, abbiamo registrato con due chitarre le canzoni del nostro progetto, che si chiamerà con i nostri due nomi, uscirà a breve, stiamo definendo i dettagli della copertina.

E’ vero che il progetto con Eugene Robinson nacque per una colonna sonora per un film horror, che la produzione bocciò perché troppo sinistra?
Luca:
Poteva far paura alle famiglie (risate, ndr), però da lì tre anni fa uscì un disco con Eugene.

Robinson poi fece un progetto con Pierpaolo Capovilla, voi faceste uno split col Teatro degli Orrori qualche anno prima, c’è qualcosa di ciclico che ritorna…
Massimo:
Sono traiettorie. Giulio Favero, il bassista del Teatro degli Orrori, è stato il nostro fonico per quattro anni, quindi abbiamo sentito i loro primi demo, che Giulio ci portava in tour…

Jhator

Veniamo al nuovo album, che segna una forte discontinuità rispetto al passato, anche se i germi del cambiamento erano presenti già in lavori precedenti. Un album per molti versi ascetico. Può essere stato influenzato dal vostro recente vissuto, dalle vostre esperienze di vita in Himalaya e Perù? Come siete arrivati a un lavoro così tanto distante dai primi Zu?
Massimo:
Non accade così di rado che alcuni nostri dischi suonino in maniera completamente diversa da qualunque altra cosa fatta sino a quel momento. In alcuni casi ci siamo ritrovati troppo avanti persino per noi. Se prendi il nostro disco del 2007, troverai che in quel caso ci siamo ritrovati a maneggiare del materiale che non siamo riusciti a mettere a fuoco, perché non sapevamo ancora come padroneggiarlo, c’erano elementi che non avevamo mai gestito, delle parti - chiamiamole - di drone-metal, che erano precedenti alla nostra conoscenza dei Sunn O))) , quindi non avevamo neanche dei riferimenti.
Tu parli di discontinuità, ma io ho un’altra visione, forse perché osservata dall’interno: secondo me la maggior parte dei gruppi a un certo punto sa, e capisce bene, che il marketing si fa con l’omogeneità: hai un suono, hai un’identità ben precisa, e allora decidi di spingere su quella, ripetendo la stessa matrice all’infinito, differenziandola nel tempo in pochi dettagli.

Il caso degli Zu è diametralmente opposto…
Massimo:
Esatto, perché non ci interessa quel tipo di discorso: noi avremmo potuto fare “Carboniferous 2”, ma è esattamente quello che non ci interessa fare. Perché quel disco lo abbiamo fatto, dice quello che doveva dire in quel momento, quello che sentivamo in quel momento. Quindi le alternative sono due. La prima è diventare un marchio, tipo Ac/Dc, una corporation completamente avulsa da altri discorsi, ma questo non puoi deciderlo tu, lo stabilisce il mercato, e il mercato vuole che dietro quel marchio ci sia un certo tipo di musica che ti senti quasi obbligato a fare.
Invece, se sei una band che dura non due o tre anni ma un pezzo di vita, o una vita intera, come nel nostro caso, con le persone che cambiano grazie alle esperienze sommate, vivendo personalmente e collettivamente tante situazioni, è normale trovare altre cose da dire. Per dire: a vent’anni leggevamo Bakunin, ma a trenta leggevamo Yogananda. E’ normale che da questo percorso escano fuori elementi sempre nuovi e sempre diversi quando poi ti ritrovi a comporre.
Luca: Però nel nostro caso esiste un filo conduttore presente dall’inizio a oggi: il suono. E la capacità di non vedere soltanto una parte del prisma, bensì cercare di comprenderne tutte la facce, per quanto sia possibile.

Questa volta però abbiamo riscontrato una modifica sostanziale nel set-up di strumenti utilizzati: In “Jhator” Luca non imbraccia mai il sassofono e anche Massimo il basso lo utilizza pochissimo.
Massimo:
Sì, e anche la batteria quasi non c’è. In questo senso è un disco ascetico, come dicevi tu prima, nel senso che noi praticamente non ci siamo.

Ma cresce il numero degli strumenti musicali utilizzati, a sostegno di strutture che divengono ancor più complesse del solito. Come verrà trasposta tutta questa complessità dal vivo?
Massimo:
Per ora non facciamo le tracce di “Jhator” dal vivo: sarebbe impossibile.
Luca: Significherebbe dover avere a disposizione sul palco almeno altre cinque o sei musicisti, ma ci stiamo pensando, magari potremmo fare qualche data dedicata.

Quindi gli Zu in questo tour restano quelli che i fan storici desiderano vedere…
Massimo:
Anche durante la scrittura di “Jhador”, non ci siamo mai posti il problema di come lo avremmo trasposto dal vivo. Uno dei punti di riferimento che ho sempre avuto in testa è “Atom Heart Mother” dei Pink Floyd, un disco discutibile per molti aspetti, e dal vivo mi pare siano riusciti a suonarlo soltanto una volta.
Luca: Una volta senza orchestra, e ha un aspetto quasi doom, e una seconda volta mi pare con un’orchestra tedesca, in Germania.
Massimo: Forse prima o poi “Jhator” lo renderemo dal vivo, o forse mai, ma è un disco, non è un concerto.

Come sono nate le due tracce che lo compongono? Lo avete programmato a tavolino dall’inizio, oppure è uscito fuori così in maniera spontanea?
Luca:
Diciamo che in parte sono accadute entrambe le cose. Però, come diceva Massimo prima, ci sono stati sei mesi di lavoro che sono confluiti in una serie di strati sui quali poi abbiamo ragionato assieme.

Ma, tanto per capire, nelle prime session tu sei andato senza sax?
Luca:
Mi diletto a comporre delle cose sul mio computer, utilizzando vari software, avevo delle tracce che ho portato con me...
Massimo: Pensa che inizialmente avevamo deciso che avremmo composto un lato a testa.

Una strategia sempre un po’ pinkfloydiana…
Massimo:
Io avevo un riff che in realtà portavo dietro da tempo, che era già finito in “Cortar Todo” e sul disco con Eugene Robinson, e che tornerà anche sul prossimo disco. Un riff che ritorna, e che voleva essere sviscerato.

Quello presente in “A Sky Burial”?
Massimo:
Sì, era l’inizio di “A Sky Burial”, e questa volta avevo pensato di affidare questo riff a un ghirondista, quindi ne abbiamo cercato uno, fra amici musicisti, e ne abbiamo trovato uno, fra l’altro fan degli Zu, che ha fatto tutte le parti di ghironda, un universo sonoro completamente diverso dal nostro abituale. Abbiamo registrato delle tracce, poi le abbiamo fatte riposare, le abbiamo riaperte dopo un po’ di tempo, e le abbiamo riascoltate e modificate. E’ stato un progetto ambizioso, con undici musicisti coinvolti, decine e decine di tracce di pro-tools create. Del resto, in tutti questi anni abbiamo imparato a scrivere, siamo migliorati, e oggi riusciamo a pensare in funzione di altri strumenti che non siano i nostri, a considerare i timbri: ad esempio, ci sono delle parti di fiati che abbiamo deciso di far eseguire a una tuba.

C’è un approccio meno “punk” e più pensato…
Massimo:
Del resto noi non ci siamo mai sentiti punk, e non siamo mai stati nemmeno dei grandi ascoltatori di musica punk. Il punk per noi ha sempre rappresentato l’attitudine del “facciamo come ci pare”. Non è mai stato un genere musicale o una sequenza di accordi, semplicemente un’attitudine.

Il futuro

Il futuro?
Massimo:
Siamo in dirittura d’arrivo con il nuovo album degli Zu, che in realtà è pronto per andare in stampa, le tracce sono già tutte registrate.

Possiamo anticipare qualcosa riguardo eventuali nuove svolte stilistiche?
Massimo:
Per il momento posso dirti soltanto che sarà completamente diverso da qualsiasi altra cosa tu abbia mai sentito dagli Zu finora.

Pubblicazione prevista per?
Massimo:
Questo dipende dall’etichetta, sicuramente entro il 2018, sempre con House Of Mythology.

Quindi non più Mike Patton, ma Ulver.
Massimo:
Esatto.

Il futuro è anche un nuovo batterista, il terzo della vostra storia. Come vi siete imbattuti in Tomas?
Luca: Si è trattato di una coincidenza. Ci rendemmo conto che la nostra collaborazione con Gabe (Serbian, il precedente batterista, ndr) non poteva funzionare a causa della distanza, visto che lui abita negli Stati Uniti. Gabe a un certo punto venne invitato dagli Yodok, il duo nel quale Tomas suona da tempo, per fare una registrazione. Dopo aver fatto le prime prove, Gabe mi chiamò per dirmi che Tomas era proprio forte.

E' vero che si allenava a casa suonando sui pezzi degli Zu?
Luca:
Sì, è vero, ne conosceva almeno una quindicina a menadito, quindi di fatto era già quasi pronto per suonare con noi.

Un bel riconoscimento sentirsi dire da un musicista scandinavo che adora i propri pezzi. Ci sono fior di vostri colleghi nel circuito “alternativo” italiano - o presunto tale - che pagherebbero per una cosa del genere. Non so, per citare un personaggio che sta andando molto in voga, Manuel Agnelli
Luca:
Con lui partecipammo al Tora! Tora! Festival, e fummo inseriti anche nella compilation “Il paese è reale”. Con noi si è sempre dimostrato una persona disponibile, aperta, senza mai mettersi sul piedistallo, con grande rispetto nei nostri confronti. Come Zu abbiamo fatto anche dei tour con Xabier Iriondo (il chitarrista storico degli Afterhours, ndr), quindi abbiamo contatti.

Diciamo che c’è un rapporto di stima reciproca, o almeno lui vi stima…
Luca:
Non è la nostra musica, insomma, diciamo così.
Massimo: Comunque oggi gli Afterhours hanno una formazione che comprende Xabier, Stefano Pilia, Fabio Rondanini, Rodrigo D’Erasmo, anche Dell’Era che sta facendo delle cose molto carine con i Winstons, tutti musicisti che hanno un rapporto viscerale con la musica.
Luca: Va dato atto che come band non si fermano su proposte commerciali, anche il loro recente “Folfiri o Folfox” avrebbe potuto essere molto più furbo nel momento in cui Agnelli stava concretizzando la propria presenza mediatica come giurato televisivo in X-Factor. Diciamo che riesce a tenere il piede in due staffe, e non è una brutta cosa, diciamo che in un certo qual senso sono apolidi.
Massimo: A lui piace quello, è la sua scrittura, ma c’è della verità nelle cose che fa, e si sente, passa, ti arriva, al contrario di quando c’è solo finzione o desiderio di arrivare. Ci sono davvero tanti dischi che noi non ascoltiamo ma che riconosciamo essere prodotti onesti. In altri casi invece è come se comparissero dei sottotitoli: voglio arrivare, voglio arrivare.

Avremmo potuto proseguire la piacevole conversazione per ore, e di elementi da mettere sul tavolo ce ne sarebbero stati ancora molti, ma il concerto di stasera è alle porte, e gli Zu devono andare. Il loro pubblico li aspetta e si dimostrerà numeroso, come nel resto del tour, la meritata ricompensa per i protagonisti di un percorso sincero, non facilmente catalogabile, da sempre dedito all’abbattimento di qualsiasi steccato stilistico.

Discografia
 Bromio (Wide, 1999)
 The Zu Side Of The Chadbourne (with Eugene Chadbourne, Felmay, 2000)
 Motorhellington (with Eugene Chadbourne, Newtone, 2001)
 Igneo (Wallace, 2002)
 Live In Helsinki (live, Tang Plastik, 2003)
 Radiale (with Spaceways Inc, Atavistic, 2004)
 Zu vs Dalek (split, 2005)
 The Way Of The Animal Powers (Xeng, 2005)
 Zu / Iceburn (split, Wallace/PhonoMetak, 2006)
 How To Raise An Ox (with Mats Gustafsson, Atavistic, 2006)
 Rai Sanawachi Koe Wo Hassu (2006)
 Identification With The Enemy - A Key To The Underworld (Atavistic, 2007)
 Il Teatro degli Orrori + Zu (split, La Tempesta, 2008)
 Zu / Xabier Iriondo / Damo Suzuki (Wallace/PhoneMetak, 2008)
 Carboniferous (Ipecac, 2009)
 Goodnight, Civilization (Ep, 2014)
 The Left Hand Path (with Eugene Robinson, 2014)
 Cortar Todo (Ipecac, 2015)
 Jhator (House Of Mythology, 2017)
pietra miliare di OndaRock
disco consigliato da OndaRock

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Recensioni

ZU

Jhator

(2017 - House Of Mythology)
Svolta radicale per i capitolini ex prodromi del jazz-core italico

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Cortar Todo

(2015 - Ipecac)
Primo lascito dell'era-Serbian per la mitica sigla del jazzcore romano

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(2009 - Ipecac)
Nuova incarnazione sonora per il trio romano, sotto l'egida della Ipecac

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