David Bowie

Reality

2003 (Sony / Columbia) | pop-rock

Presentato con gran fanfara come si confà alla tipica megalomania bowiana, in uno show interattivo di 90 minuti trasmesso per la prima volta nella storia del rock nei cinema di tutto il globo, "Reality" è, purtroppo, un altro buco nell'acqua dell'ex, glorioso Duca Bianco. Scorrendo la produzione di colui che resta uno dei più grandi cantautori/cantanti di tutti i tempi, ci si accorge, infatti, che negli ultimi vent'anni ci ha riempito di dischi inutili, salvo le miracolose parentesi di "Earthling", che lo ha visto cimentarsi in spericolate acrobazie ritmiche, e di "Outside", che lo ha riportato per un attimo ai fasti elettronici della trilogia berlinese. Tutto il resto, a parte qualche buon brano ad effetto, è sostanzialmente un fiacco tentativo d'imitazione dei dischi degli anni d'oro. Eppure il mito di David Bowie è rimasto sempre intatto, quasi fosse stato conservato negli anni da un'aura di sacralità. Al punto che ogni suo concerto resta tuttora un evento imperdibile.

A distanza di un anno dal mediocre "Heathen", che sanciva un ritorno poco convinto alle ballate che lo resero celebri negli anni 70, David Robert Jones ripropone dunque un disco nostalgico, che guarda al passato con la mente poco ispirata del presente. Nella presentazione via satellite, alla domanda di un fan che gli chiedeva a quale album avrebbe paragonato questo "Reality", lo stesso Bowie aveva risposto ironicamente "a David Bowie della Deram", ovvero a uno dei suoi primissimi lavori. Ma, nonostante la produzione del fidato compagno d'avventure Tony Visconti, le undici tracce non riescono a ritrovare la magia dei bei tempi andati. A cominciare dalle due cover: "Pablo Picasso" di Jonathan Richman (incisa originariamente con i Modern Lovers) e "Try Some, Buy Some", brano "minore" del compianto George Harrison. La prima sfodera un muro sonoro piuttosto monotono; la seconda, affogata da Visconti in un'orchestrazione fuori luogo, non trova nel canto di Bowie un motivo sufficiente per la sua esistenza.

Nemmeno il singolo "New Killer Star" riesce a spiccare il volo, lasciando le buone intenzioni impantanarsi in un ritornello pop che sfigurerebbe anche nei dischi più ruffiani dei Blur. La title track è un clone spudorato della fortunata "Hallo Spaceboy" (già remixata dai Pet Shop Boys). La chitarra affilata di "The Loneliest Guy" non riesce a graffiare più di tanto, ma almeno qui la voce di Bowie ruggisce da par suo, mentre il ritmo da ballabile atmosferico di "Looking For Water", supportato da un giro di chitarra decisamente già sentito, sembra soprattutto frutto del inesauribile "mestiere" del Nostro. Forse il pezzo migliore del disco è "Bring Me The Disco King", dall'incedere elegante e sinuoso, seppur alla lunga un po' autoindulgente.

A 56 anni, padre di famiglia felice con moglie e figli, Bowie sembra aver ormai smarrito lo spirito tenebrosamente inquieto che aveva marchiato a fuoco i suoi capolavori. L'ottimismo di maniera che trapela da questo "Reality" è forse l'ennesimo rifugio dal suo cronico mal di vivere. Ma è certo che stavolta la sensazione di un "crepuscolo degli dei" è più che mai realtà. Chi ha amato il "vero" Bowie non può che rammaricarsene.

(26/10/2006)



  • Tracklist
  1. New Killer Star
  2. Pablo Picasso
  3. Never Get Old
  4. The Loneliest Guy
  5. Looking For Water
  6. She'll Drive The Big Car
  7. Days
  8. Fall Dog Bombs The Moon
  9. Try Some, Buy Some
  10. Reality
  11. Bring Me The Disco King

 

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