Le copertine dei dischi rock hanno spesso trasformato un’immagine in un simbolo capace di attraversare le generazioni. Lo sapevano bene Storm Thorgerson e Aubrey Powell, fondatori del collettivo Hipgnosis, autori di alcune delle più memorabili copertine dell’epoca: da “The Dark Side Of The Moon” dei Pink Floyd a “Houses Of The Holy” e “Presence” dei Led Zeppelin, fino ai lavori per Genesis, Yes, Black Sabbath, Ac/Dc e molti altri.
Fra le loro invenzioni più celebri resta la copertina di “Wish You Were Here”, il nono album dei Pink Floyd, pubblicato il 12 settembre 1975 e che dunque quest’anno festeggia mezzo secolo di vita. Un disco segnato dall’assenza, dalla nostalgia e dal ricordo del primo leader della band, Syd Barrett, all’epoca ormai definitivamente lontano dal gruppo, ma anche dalla critica alle logiche economiche che dominano l’industria musicale, espresse in brani duri e graffianti come “Welcome To The Machine” e “Have A Cigar”.
L’idea dell’immagine
Thorgerson aveva seguito i Pink Floyd in tour nel 1974 e aveva discusso con loro a lungo il tema dell’assenza. Da qui venne anche l’idea di nascondere l’album in un involucro nero, quasi a rendere assente persino la copertina: una scelta ispirata, in parte, al packaging di “Country Life” dei Roxy Music, venduto in una busta di cellophane verde opaco. L’etichetta americana non ne fu entusiasta, ma quell’occultamento diventò parte integrante del progetto.
L’immagine centrale, invece, nacque dalla metafora della stretta di mano: un gesto apparentemente cordiale, ma spesso associato a rapporti d’affari falsi e interessati. Nell’etichetta interna del vinile le mani diventavano meccaniche; sulla copertina, Hipgnosis volle portare quel simbolismo nel mondo reale, mostrando due uomini d’affari che si stringono la mano mentre uno dei due prende fuoco. Un riferimento anche alla paura di “bruciarsi”, espressione allora comune tra i musicisti quando si parlava di diritti d’autore e affari.
La fotografia fu realizzata ai Warner Bros Studios di Burbank, in California, con due stuntmen in abito da businessman: Danny Rogers e Ronnie Rondell Jr. A bruciare era Rondell, protetto da una tuta ignifuga sotto il vestito, cosparso di gel infiammabile e benzina. Le fiamme erano dunque del tutto reali, così come il pericolo. Lo stunt venne ripetuto quindici volte: Rondell poteva restare avvolto dal fuoco solo per pochi secondi, prima dell’intervento della troupe con estintori e coperte.
Al quindicesimo tentativo il vento cambiò improvvisamente direzione e spinse le fiamme verso il volto dello stuntman, bruciandogli un sopracciglio e parte dei baffi. “Direi basta, per oggi ho finito!”, commentò Rondell. L’immagine scelta per la copertina venne poi capovolta, con l’uomo in fiamme a sinistra, e diventò una delle più potenti e riconoscibili nella storia del rock.

L’eredità di una cover
Ronnie Rondell Jr. è morto un anno fa, a 88 anni in una residenza per anziani di Osage Beach, nel Missouri. Nato a Hollywood nel 1937 in una famiglia legata al cinema, aveva iniziato giovanissimo a lavorare fra set e stunt, prima di costruire una lunga carriera come controfigura e coordinatore di scene d’azione. Aveva collaborato, fra gli altri, a “Arma Letale”, “Thelma & Louise”, “Predator 2”, “Essi Vivono”, “Twister”, “Batman & Robin” e “Matrix Reloaded”, oltre a numerose serie tv.
Ma lascia ai posteri soprattutto un’immagine entrata nel lessico visivo della musica popolare. Non a caso, ancora oggi quella stretta di mano fra due uomini d’affari continua a essere riutilizzata e reinterpretata, perfino nei meme politici: una conferma di quanto la copertina di “Wish You Were Here” conservi intatta la propria forza simbolica.