Dieci Piccoli Italiani

Dieci Piccoli Italiani

Dieci Piccoli Italiani - N. 102 - Febbraio 2020

di AA.VV.

01_opera23OPERA23 - INTERNAL WITH FIGURES, LIGHTS. AND SHADOWS (Wic Recordings, 2020)
progressive electronic

Vincenzo Germano, in arte Opera23, è un giovane produttore, compositore e polistrumentista operativo tra Barcellona e Bologna. La sua predisposizione per l’elettronica progressiva a cavallo tra i ’60 e i ’70, per intenderci quella che collega Suzanne Ciani e i Cluster con tutte le infinite variazioni nel mezzo, è il leitmotiv di “Internal With Figures, Lights. And Shadows”, opera sottrattiva, come ammette lo stesso musicista, all’occorrenza petulante, con il ritmo mandato in loop a ricamare una trama asciutta, senza annacquamenti di sorta o direzioni forzate. Ebbene, per avere un’idea della musica di Opera23 immaginate Jon Hopkins spedito indietro nel tempo a cercare gloria tra modulari artigianali, oppure il The Field più ostinato (“Contractions”), addirittura Deuter che gioca in studio con Moroder (“Lapse 94”) e così via, verso amplessi elettronici tanto metaforici quanto intuibili, vista l’apparente semplicità con la quale Germano modella il proprio sound. E anche i fantasmi di Space Art, storico duo composto dal tastierista Dominique Perrier e dal percussionista Roger Rizzitelli, appaiono e scompaiono (“Room 1 (Keyboard Study 1”)) in un album creato con “l'obiettivo di essere suonato dal vivo attraverso un sistema di spazializzazione del suono”. Avanti così (Giuliano Delli Paoli7/10)


02_piumolePIUMOLESTO - ESOISTERICO (Jestrai, 2020)
no wave

Nicola Zanardi, tastiere, e Massimo Tortella, batteria, di Squarzanella (Mantova), formano i Piumolesto: il fulmineo, contorto, esoso “Esoisterico” raccoglie e agghinda alcune delle loro prime sciamannate improvvisazioni a due. Clangori grotteschi e versetti alieni danno in “Pop Korn” una strana parodia dell’heavy metal (di certo non mancano tutti i virtuosismi del caso e il fragore spaccone); gli improponibili stridori della tastiera fungono da “letto” per una amena danza di guerra in “Machi Nine”; una stonatissima figura minimalista apre per una “sinfonia” da Wehrmacht nell’affine “Deep Re”. Lo stesso tono al contempo non-serioso e non-comico li pervade quando cercano la melodia, anche se una “Flobert” suona più innocua, basata sui suoni da videogame d’antan (ma forse più acida delle altre). “Terminiello”, il loro primo anti-classico, abbozza un tema appassito oltraggiando persino Bach, e poi lo varia in senso vagamente sudamericano: la risultante è un ameno zombie armonico. Al caos babelico tende così “Vigo”, motivetto da Looney Tunes pestato con isterica esasperazione, e alla dilatazione surreale e in qualche modo “gioviale” (semmai ve ne fu una in questo caso) tende la “Molestissimo me” che chiude il teatrino. Le influenze suonano vaghe e pure sbrindellate, ma ci sono: certo Canterbury, il boom-sound dei primi Swans, gli arrangiamenti elettronici dei Talking Heads di “Remain In Light”. Contano piuttosto il gusto per l’eresia iperbolica, lo strazio sadico con cui i ritmi convoluti esaltano il martirio elettrico della Farfisa, la tremula distorsione, perciò gli si perdonano tutti quei deliberati infantilismi cui i due attingono volentieri. Registrato in mezzo al nulla in un’osteria abbandonata (Michele Saran7/10)


03_tatumr.TATUM RUSH - DRINKS ALCHEMICI (Undamento, 2020)
pop, songwriter

Poeta esoterico attualmente alloggiato tra le vigne del Lavaux, in una villa Gallo-Romana sul lago di Ginevra, Tatum Rush è un artista a 360°: negli ultimi anni ha viaggiato da una città europea all’altra, dedicandosi alla scrittura, alla produzione di brani, alla videoarte, al Tao-Stretching e al Cosmopolitan. Dopo un passato discografico in lingua inglese si è finalmente lanciato nella sua prima prova in italiano: una beretta nel cruscotto che risponde al nome di “Drinks Alchemici”, EP composto da quattro brani mielosamente pop, ma che strizzano l’occhio al funky e all’R&B. Il risultato è un sound raffinato e a tratti retrò, il cui perfetto compendio è “Barbarella”, primo singolo estratto, che ha poi trovato forma in un video ispirato alle dorate atmosfere provenzali, che vede la partecipazione della straordinaria Aomi Muyock. Nancy Deleuze, una delle nipoti del famoso filosofo francese Gilles Deleuze e di cui Tatum scopre le doti canore in fondo a un karaoke cinese di Parigi, presta invece la sua voce nel brano “Omega”. “Spettri” e “Chimera” completano l’EP, fatto di contaminazioni che fanno venir voglia di raggiungere Tatum Rush nel suo “rifugio tipo Diabolik” e chiacchierarci di chitarroni jazz, status symbol borghesi e Chasselas (Isabella Benaglia7/10)


04_soulftaaraSOULFTAARA - DIVERSO (MaxSound, 2020)
neo soul, funk

I Soulftaara sono una band formata da Letizia Vitagliano (voce), Lorenzo Catocci (tastiere), Lorenzo Zollo (chitarra e tastiere), Pietro Scalera, (basso e synth) e Cristiano Caiazzo (batteria e drum pad). Vengono da Pozzuoli e propongono una fusione calibratissima di fascinazioni neo soul con inclinazioni jazzy, fuse qui e là attraverso delicati guizzi funky. Non solo: "Banalità" - il singolo di lancio dell’Ep di debutto, intitolato semplicemente “Diverso” - segnala per giunta atmosfere vaporwave. Incredibile ma vero, i Soulftaara tirano fuori dal cilindro alchimie che farebbero gola alla Stones Throw, ricollegandosi qui e là al synth funk losangelino dell’ultima decade, incrociando dunque Toro Y Moi e financo Thundercat (“Fermati”), il tutto mentre la lingua italiana crea quel climax di stupore e meraviglia. Tecnicamente ineccepibili, con il basso sempre in bella mostra, i Soulftaara (nome d’arte che deriva da un gioco di parole tra “Solfatara”, ossia uno dei quaranta vulcani che costituiscono i Campi Flegrei, e “Soul”) sono una vera e propria ventata di freschezza nel firmamento “pop” ad ampio raggio nostrano. Certo, in un mondo ideale sarebbero in cima alle classifiche e in rotazione pesante alle radio. Ma quest’ultima è un’altra storia, e viste le premesse non resta che segnarli sul taccuino in attesa del primo Lp (Giuliano Delli Paoli7/10)


05_degrezDEGRÉ ZÉRO - KOSMOS (Blue Bell, 2020)
ambient

Gerardo Attanasio, il cantautore lirico naturalista di Castellammare Di Stabia espressosi a meraviglia una volta di più nell’ultimo “Terraferma” (2019), genera un alter-ego, Degré Zéro, per compiere una trasformazione perfino sbalorditiva: il pittore sonoro astratto. Baricentro del suo primo “Kosmos” lo danno gli 11 minuti di “Okeanos”, mantra fantasmagorico di pure vibrazioni in perpetua disintegrazione, lanciato nella stratosfera e immerso in un clima d’apprensione apocalittica (poi materializzata in frastuoni di spettri). L’epos psichedelico degli 8 minuti di “Pontos” si esprime invece in un più convenzionale raga-rock modale, con un drone elettronico più Badalamenti che Riley che purtroppo termina appena accenna a drammatizzarsi in catastrofe. “Nyx” e “Chaos”, ancora 8 minuti ciascuna, sono sordine fatte di suoni disgiunti, la prima una fuga di droni a densità crescente che finge di raggiungere un gaudio da musica commerciale sci-fi solo per collassare al minimo grado d’entropia, la seconda invece ben più misteriosa: percussioni casuali, corde dissonanti, rombo di motore elettronico. I pezzi più brevi spaziano secondo circostanze stilistiche più definite, dalla melodia informe diffusa a mo’ di carillon di “Gaia”, trasfigurata da un organo lisergico e dai suoni di natura, al lapidario crepitio di “Erebos”, tocco di classe estetico (peraltro poi quasi remixato nella conclusiva “Eris”), un’implosione cosmica in remota lontananza (un po’come il vento per l’Eluvium di “Calm Of The Cast-Light Cloud”), fino al tributo al silenzio John Cage-iano di “Kronos”. Come “Terraferma” ispirato da un viaggio in Grecia, ne prosegue l’indagine in media res ma praticamente all’opposto della spiegata serenità di “Nonna nonnarella”. E’ un ponderoso e solenne ciclo di poemetti sulla creazione (del cosmo, ma non solo) e, sbordando con qualche didascalismo, un saggio coscienzioso sulle condizioni del pianeta. Pur tra momenti ridondanti, meno esaltanti, o più conformi alle tradizioni dei maestri del genere, Attanasio controlla il flusso sonico con la giusta sapienza, non risparmiando qualche tocco espressionista, un gusto per la varianza di toni e timbri, e persino per l’effetto sorpresa. Degré Zéro: il “grado zero” di Barthes. Scatto di copertina di Stefano Di Martino. Uscita digitale e in Cd in tiratura limitata (Michele Saran6,5/10)


06_traumTRAUMA – TRAUMA Ep (Seahorse, 2020)
post-hardcore

E’ una sana immersione nei primi anni 90 quella architettato dai Trauma, terzetto iper-classico composto da chitarra elettrica, basso in overdrive e batteria. I ragazzi arrivano da Vallefoglia, provincia pesarese, e scelgono di connettersi all’immaginario DIY del giro post-hardcore Dischord/Touch And Go. Con coraggio optano per il cantato in italiano: intendono farsi capire mentre esprimono la propria estetica nelle prime quattro canzoni sin qui pubblicate. Sembra un viaggio musicale a ritroso nel tempo, che parte da metà anni 80 e si chiude sull’esperienza dei primissimi Marlene Kuntz, ma è attraverso i testi si scopre tutta la contemporaneità del progetto. La traccia che desta maggiore impressione è quella conclusiva, “Birkenau”, vuoi per il titolo che richiama terribili ricordi incancellabili, vuoi per una frase sonora, ripetuta più volte, che switcha il brano in modalità Sonic Youth. “Tutti contro tutti”, “Krueger” e “Roipnol” i titoli delle altre tre composizioni, perfetti per lasciar trasparire la poetica del trio marchigiano. Tanta elettricità, messa su disco da ragazzi che non erano nati, o erano ancora in fasce, quando i propri eroi imperversavano sulle scene (Claudio Lancia6,5/10)


07_hiboumoHIBOU MOYEN - LUMEN (Private Stanze, 2020)
songwriter

La pacata personalità artistica di Hibou Moyen (al secolo Giacomo Radi, entroterra pisano) si realizza al terzo “Lumen”, grazie soprattutto a qualche affocata ballata, come una “Uragano” lietamente psichedelica alla “Strawberry Fields Forever”, qualche blues notturno, come “Gli scheletri delle comete”, e qualche tocco d’accorata levità, la pianistica-cameristica “L’eruzione” e gli stornelli acustici di “Ruggine dei campi” e il più sempliciotto “Martha”. Radi licenzia Umberto Maria Giardini e produce da sé (con Andrea Scardovi) togliendo di mezzo gli esperimenti del precedente “Fin Dove Non Si Tocca” (2016) e riscoprendo la semplicità. La mossa è di certo corretta, le canzoni godono di buon portamento, talvolta profondità e talaltra persino qualche spunto di componimento (la muta meditazione folk-blues che chiude “Avaria”), anche se prive di grande stile, l’armamentario vintage di Nico Pistolesi spesso in sovraccarico, come in “Serotonina”, e tremolanti nella scrittura, chi più chi meno. Il Radi paroliere, saltuariamente sbilanciato sul soffice erotismo di certo primo Alan Sorrenti, scoppia sempre di salute, il Radi cantante sta ancora ammalato di vibrato leggero vecchio stile. Nel coevo cantautorato pop italiano se la vede con Lucio Corsi (Michele Saran6/10)


09_alquadALQUADRO - MARZIANACCI (Beta Produzioni, 2019)
indie-pop

Quanti proseliti continua a fare il baustellismo? Da alcuni persino identificato come una corrente stilistica a sé stante. A distanza di vent’anni dal “Sussidiario” ancora molti giovani musicisti continuano ad ispirarsi a quell’indie-pop farcito di testi mai banali, incentrati quasi sempre su vicende più o meno (post) adolescenziali. In scia, ancora non fuori tempo massimo, si pone anche ALquadro, pianista e cantautore di origini pugliesi ma romano d’adozione. La conferma delle nostre sensazioni arriva in corrispondenza del ritornello della traccia n° 3, “Mele a metà”, uno dei due singoli anticipatori, quando il verso “Storpiavamo le canzoni / di Battisti e di Baglioni” è senz’altro chiarificatore, se mai ce ne fosse stato bisogno. Sonorità anni 80, a tratti volutamente plasticose, ritornelli appiccicosi, versi che indagano rapporti di coppia poco funzionali. Uno di quei dischi che ti ritrovi ad ascoltare, chiedendoti perché mai. Eppure alla fine sotto sotto piace anche a te. Perché parla anche un po’ di te, di come eri, di cosa ascoltavi. In più ALquadro ci infila un paio di tracce narrate, il drammatico racconto di… (no spoiler, please)… (Claudio Lancia6/10)


09_salvoasSALVO ASERO - SPIRITUAL PANELLE (Golden Catrame, 2020)
new age

Salvatore Asero, chitarrista catanese diplomato in jazz, debutta a nome proprio con una serie di “Spiritual Panelle”, a partire dal suadente contrappunto in arpeggio fingerpicking di “Ask The Ash”, ma anche una “Pills And Bubbles” appena più acustica e sfumata, quasi celata in mezzo a una foschia elettronica. Alcune si rifanno fedelmente a dei classici: “The Holy Owl”, valzer chitarristico che aggiungerebbe un altro strato chitarristico ai molti nell’apertura della seconda sezione del “Tubular Bells” di Oldfield, e “Flying Rhubarbs”, praticamente un intermezzo di uno dei primi dischi dei Lycia. Asero assesta il tiro delle sue sonate talvolta in corsa. Se “In A Damp Place” suona stentante dal punto di vista melodico pur permettendosi qualche dissonanza, e se “As It Goes”, al contrario, appare come un inno etereo ben oliato ma monco di sviluppo, allora “Green Ball Of Yarn” cava la via media dei due, con una punteggiatura solenne di simil-glockenspiel e una seconda sezione rielaborata al sintetizzatore. Risultato di una collaborazione con Giulio Penna cominciata agli esordi con la fondazione dei Faustroll e proseguita con l’Ep “Clip-o-matic Lips” (2015) a nome Pelios. Qui Penna produce (e scrive il tema finale “A Wall”) risaltando il feeling di colonna sonora folk per un cortometraggio immaginario. Asero da par suo sfrutta con diligenza il mezzo-chitarra, mai avventurandosi al di là del senso meditativo, ma comunque non accontentandosi di stereotipi impressionistici alla Durutti Column. Fosse omogeneo (vena del Fahey più sperimentale) ci sarebbe un disco nel disco nel sostrato di suoni che talvolta veglia, spalleggia o sussurra allo strumento, come provano le più brevi, ma in questo senso più dense, “Aspasia’s Dream” (svela un coro monastico) e “The Sad Seeker” (amene luminescenze). Superflua qualcheduna di queste “panelle spirituali”, mentre una delle migliori (“Let The Bell Wake Up Your Troubles”) è rimasta fuori. Passaggio radiofonico nella mitica Kexp (Michele Saran6/10)


10_bushBUSHI - THE FLAWLESS AVENGER (Infinity Enterntainment Group, 2020)
noise-rock

Batterista metal, non ultimo per Bologna Violenta (e ora per l’ultima incarnazione dei Ronin) il marchigiano Alessandro Vagnoni diventa anche chitarrista (accordato in sol) per un complesso di sua ideazione, i Bushi, ispirato all’immaginario del Giappone antico (usa solo tre versi per canzone, nello stile degli haiku), accompagnato da Davide Scode e Fabrizio Baioni. Il primo “Bushi” (2017) accorpa la musica stoner alle armonie corali – anche barbershop – preservando carica e complessità anche se mancando di pezzi allettanti: la ricetta non sembra diversa da quelle di Queens Of The Stone Age e Motorpsycho (se non degli Styx). Dopo un progetto solista a nome Drovag, una sua versione del synth-pop, Vagnoni allarga il complesso a comprendere il sax di Sergio Pomante per varare il più Steve Albini-iano “The Flawless Avenger”. Uptempo pop-core come “A Man From China” e la title track non suonano abbastanza brutali, liofilizzati in melodie pop piuttosto fragili; anche nel “power-vaudeville” di “To Sleep Is The Best Answer” e nell’imitazione del power-pop più classico di “On The Verge Of Happiness”, pur ben intenzionati, la melodia latita quasi del tutto. Qualche esplosione thrash-metal e qualche spunto funk emergono da “Master Of The Sword” e dalla più avvincente “Bravery”. Disco dopato da una produzione reboante, scintillante, perfettamente, chirurgicamente distillata, che spesso schiaccia gli spunti più ricercati (come gli intermezzi ad orologeria nella prepotenza glam di “Chiriku”), compreso un sax già timido. Non basta a riscattare i limiti di canzoni rimaste solo abbozzate, cui va espunto il quadretto senza armonie vocali in più saggia alternanza piano/forte di “To Defeat One’s Allies”, e che stridono con apertura e chiusura rivestite dagli archi di Manzan, in fin dei conti fuori contesto (troppo lungo il saltarello tribale “Late Night Idle Talk”). Titoli e liriche tratti dal mitico “Hagakure” di Tsunetomo. Distribuito in allegato all’omonima graphic novel in bianconero disegnata da Francesco Farneselli (Michele Saran5/10)

Playlist
OPERA23 - INTERNAL WITH FIGURES, LIGHTS. AND SHADOWS (Wic Recordings, 2020)
PIUMOLESTO - ESOISTERICO (Jestrai, 2020)
TATUM RUSH - DRINKS ALCHEMICI (Undamento, 2020)
SOULFTAARA - DIVERSO (MaxSound, 2020)
DEGRÉ ZÉRO - KOSMOS (Blue Bell, 2020)
TRAUMA – TRAUMA Ep (Seahorse, 2020)
HIBOU MOYEN - LUMEN (Private Stanze, 2020)
ALQUADRO - MARZIANACCI (Beta Produzioni, 2019)
SALVO ASERO - SPIRITUAL PANELLE (Golden Catrame, 2020)
BUSHI - THE FLAWLESS AVENGER (Infinity Enterntainment Group, 2020)
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