Libri

Federico Guglielmi

Roma brucia

di Claudio Lancia
Autore: Federico Guglielmi
Titolo: Roma brucia - Quarant'anni di musica capitale
Editore: Goodfellas
Pagine: 608
Prezzo: 22 euro

Federico Guglielmi in quarant’anni di attività ha consolidato sempre più il proprio ruolo di giornalista e critico musicale, protagonista assoluto durante l’epoca d’oro delle riviste cartacee specializzate, e da tempo presente anche sul web, grazie a un blog che si è aggiudicato anche diversi riconoscimenti. Oltre a questo, Guglielmi ha scritto numerosi libri, approdando nel 2019 alla pubblicazione di “Roma brucia”, una raccolta di tutti i suoi scritti dedicati ai protagonisti di tutte le scene musicali che si sono succedute nella capitale dal 1978 a oggi. Un volume che parte dal punk, attraversa la new wave, il rock degli anni 90, gli antagonisti, i cantautori, le nuove tendenze sviluppatesi nel corso degli anni Zero, l’indie, la nuova canzone d’autore e il folk romanesco, arrivando fino ai giorni nostri. Ne esce un racconto appassionato, costituito da testimonianze quasi interamente contemporanee agli eventi citati, un progetto che ha il pregio di contribuire a non far disperdere quanto Federico ha scritto in tanti anni di carriera.
Il volume è corredato da una serie di foto che ritraggono gran parte delle band citate.
Abbiamo incontrato Federico in occasione della presentazione del volume presso La Feltrinelli di Latina: ne è uscita fuori una chiacchierata incentrata prevalentemente su “Roma brucia”, ma che ha toccato anche molti altri temi, fra i quali il rapporto fra carta stampata e new media…

Parliamo anzitutto di “Roma brucia”, un volume che dimostra quanto tu sia uno dei pochi giornalisti musicali della vecchia guardia che non disperde quanto ha scritto nel corso degli anni. Gli articoli pubblicati nelle riviste cartacee, come invece non accade sul web, vanno quasi sempre perduti. Tu, attraverso il tuo blog e alcuni libri, concedi una seconda opportunità a un patrimonio che andrebbe altrimenti smarrito, rendendolo inoltre disponibile alle nuove generazioni…
Non potevo certo prevedere che un giorno avrei fatto queste cose. Sono stato lungimirante nel conservare tutto il materiale e fortunato di avere un’indole da archivista... una sorta di deformazione mentale che mi ha però consentito di avere sempre sotto mano il quadro completo di tutto quello che ho scritto. Ho quindi questo immenso archivio che per decenni mi sono limitato a consultare per uso personale.
A un certo punto, però, ho iniziato a pensare a come poterlo utilizzare in modo utile. Cominciai a dare qualche pezzo a Rockit e successivamente a OndaRock, e nel gennaio del 2013, ispirato da Eddy Cilia che aveva fatto la stessa cosa un anno prima, ho varato il mio blog “L’ultima Thule”. In verità ero un po’ scettico sul fatto che potesse esserci interesse per i ripescaggi di materiale “storico”, ma mi sono dovuto ricredere: questo pubblico esiste.

Immagino che, al contrario di te, molti tuoi colleghi coetanei abbiano perso tutto o parte del proprio materiale pubblicato negli anni…
Negli ultimi decenni si salva tutto su hard disk, cd, Dvd, chiavette, iCloud et similia, mentre prima degli anni 90 si scriveva a macchina e quindi, non conservando copia degli articoli e delle riviste nelle quali essi comparivano, tutto si perdeva. In realtà anche oggi non tutti fanno i back-up, non tutti sono metodici, e capita pure spesso che gli archivi si perdano in qualche irreparabile danneggiamento del computer o degli altri supporti dove i file erano salvati.
Io ho cercato di preservare tutto: in primis i miei pezzi, certo, ma ho tantissimo materiale di decine di persone che lavorano o hanno lavorato per i giornali dei quali sono stato caporedattore, coordinatore o direttore. Una volta ogni tot mesi succede che qualcuno mi cerchi per chiedermi “ti ricordi di quella mia intervista che uscì sul Mucchio nel 1998? Non è che per caso ce l’hai ancora?” E quasi sempre ce l’ho. E se non ho il file, posso sempre eseguire una scansione delle pagine, dato che ho almeno una copia di tutte le riviste alle quali ho collaborato: una accanto all’altra occupano vari metri di scaffali.

Quindi il materiale più vecchio, quello risalente agli anni 70 e 80, ce l’hai su carta?
Beh, dei 70 saranno dieci pezzi al massimo. Comunque, sì, ho le riviste ben conservate. Ho fatto via via le scansioni di quello che volevo utilizzare e con un programmino apposito ho convertito tutto in file Word, perdendo poi un po’ di tempo per verificare la correttezza della conversione, dato che questi programmi funzionano bene solo se i testi sono nitidissimi e abbastanza grandi. Il mio archivio in file parte invece nel 1996. Tutti i miei lavori di “riciclaggio creativo” sono figli del blog, che decisi di varare dopo essermi reso conto che in rete esisteva un vasto pubblico di appassionati che non aveva mai comprato riviste di musica perché giovane, né probabilmente l’avrebbe mai fatto crescendo, perché nella sua ottica le informazioni si acquisiscono su Internet. Un pubblico enorme che se non fossi stato presente sul web non avrebbe mai saputo chi ero né avrebbe scoperto le tante storie - credo interessanti - che ho vissuto nella mia lunga carriera di appassionato e addetto ai lavori.
Diciamo che il blog è nato per un verso come operazione “autopromozionale” e per un altro come mezzo per far contento un po’ di persone rendendo disponibile ciò che avevo scritto in tempo reale di tanti dischi e artisti sia stranieri, sia italiani; ovviamente, regalandolo, perché se avessi fatto un blog a pagamento, anche a cifre ridicole tipo cinque euro all’anno, il numero dei lettori sarebbe stato infinitamente più basso, perché in Internet funziona così. Di lì a capire che dei libri “mirati” contenenti solo materiale d’epoca potevano avere un pur piccolo mercato, perché per alcuni maneggiare un libro è più pratico e “bello” che seguire link e leggere sullo schermo, il passo è stato piuttosto breve.

Come te ne sei reso conto?
Alla fine del 2013, quando il blog esisteva da un anno, il mio amico Pierpaolo De Iulis stava varando una dependance editoriale della sua etichetta rave Up e mi chiese “perché non raccogli in un libro tutto quello che hai scritto negli anni 80 sulla new wave italiana?” Io lo guardai come se avessi incontrato una creatura aliena e gli risposi che non aveva senso perché l’avrebbero comprato forse in cinquanta, ma lui insistette e alla fine, benché sempre assai poco convinto, lo accontentai. Nacque così “Noi conquisteremo la luna”, con i miei scritti sulla new wave italiana dal 1980 al 1985, con allegato un cd di oscurissime band dell’epoca alle quali mi sembrava carino dare un minimo di visibilità postuma; le mille copie stampate si esaurirono rapidamente e questo mi fece riflettere.
In seguito ho pubblicato per la Vololibero una biografia autorizzata di Manuel Agnelli con articoli e interviste in parte vecchie e in parte nuove; la biografia dei Baustelle, uscita nel 2017 per Giunti, era invece quasi tutta nuova, ma conteneva anche qualche recupero d’archivio, mentre il libro su “Siberia” dei Diaframma edito da Hellnation/Red Star Press la scorsa primavera è una rielaborazione aggiornata e ampliata di un volumetto del 2010 che veniva regalato agli abbonati del fu Mucchio Selvaggio. Man mano che organizzavo questi progetti appariva sempre più evidente – a me, almeno – come le recensioni, gli articoli e le interviste in tempo reale avessero un fascino maggiore di quelli scritti con “il senno di poi”.

Nel quadro si inserisce anche “Roma brucia”, una maxi-antologia di 600 pagine con quasi tutto quello che hai pubblicato in quattro decenni a proposito delle varie scene romane succedutesi dalla fine dei 70 a oggi. Lo schema è assieme cronologico e tematico, ma al tempo stesso il libro rappresenta una specie di tua autobiografia artistica…
Sì, in un certo senso lo è: oltre a parlare esplicitamente di tantissimi artisti romani, implicitamente racconta il mio rapporto con la musica della mia città, oltre ai mutamenti del mio approccio giornalistico e le evoluzioni a livello sostanziale e formale del mio stile. E’ normale che sia così, dato che il pezzo più vecchio è del 1980 e il più recente del 2018. Il fatto che il libro sia dedicato alla città dove sono nato e cresciuto mi ha portato, volontariamente o meno, ad aggiungere qualcosa di più a livello di spinta emotiva… e poi finora nessuno aveva mai realizzato nulla di così ampio ed eclettico sulle scene musicali romane. Potendolo fare, e avendo trovato immediato appoggio da Goodfellas, non sono stato lì a cincischiare e in circa quattro mesi l’ho fatto.

Non è un testo enciclopedico, è importante sottolinearlo…
C’è chi non perde occasione di farmi notare le “assenze”, ma non ha senso. Quelli dei quali ho via via scritto ci sono tutti, quelli dei quali non ho scritto – non necessariamente per mia volontà – non possono esserci. Non ho dimenticato nulla: ho semplicemente inserito tutto ciò che avevo sull’argomento “rock (e dintorni) a Roma”. Se mi fossi messo in testa di nominare tutti sarei stato costretto a scrivere ora, con il famoso “senno di poi”, stravolgendo la linea che avevo stabilito. Inoltre, le pagine sarebbero aumentate a dismisura, così come il prezzo di vendita.

Il tuo legame con l’underground romano ebbe inizio una sera del 1978...
Eravamo ancora nel periodo in cui in Italia arrivavano ben pochi artisti stranieri, a seguito delle contestazioni e conseguenti gravi disordini di qualche anno prima, quindi gli appassionati andavano a vedere più o meno chiunque capitasse. Al Teatro Olimpico, in una situazione piuttosto formale, c’era un concerto della Average White Band, celebre formazione funk-rock-blues, e come apertura c’erano gli Elektroschock, che avevo giusto sentito nominare. Il loro era un tentativo di proporre qualcosa di diverso dal solito, anche dal punto di vista scenico. Magari per alcuni era una pagliacciata, ma suonavano già da qualche anno una sorta di mix fra hard-rock e Lou Reed, per poi assumere connotati più punk. Poco dopo uscì il loro unico album: il primo disco romano classificabile come “nuovo rock”, termine che nei primi anni 80 utilizzavo per contraddistinguere il rock nato dal punk in poi. Il libro inizia esattamente dal contesto che bene o male ha generato quell’album.

Ma i discografici di allora si rendevano conto che qualcosa di nuovo stava accadendo?
L’unica major che avesse sede centrale a Roma era la Rca e, sì, almeno un discografico con le orecchie aperte e per fortuna ricettive c’era: Carlo Basile. Fece moltissimo per l’affermazione in Italia del nuovo rock internazionale, e non a caso il disco degli Elektroschock uscì per la Numero Uno, che della Rca era un marchio satellite.

Perché un libro su Roma? Vuole essere un omaggio alla tua città, ritieni che le scene musicali che si sono sviluppate nella Capitale siano oggettivamente di grande rilevanza, oppure, molto più semplicemente, ti sei ritrovato così tanto materiale sull’argomento che la scelta è diventata ovvia?
Un po’ tutte e tre le cose. Nessuno aveva mai realizzato un libro riassuntivo sulle scene “nuovo rock” romane e l’idea di essere il primo mi piaceva. Avevo tantissimo materiale, e poi a Roma sono nato e ci ho sempre vissuto, dunque so che qui è successo molto.
Nel resto d’Italia si pensa che prima della canzone d’autore moderna dei vari Fabi, Silvestri e Gazzè non ci sia stato nulla o quasi. Invece il panorama è sempre stato vivace e interessante, con eccellenze assolute e ottime band di nicchia.

Secondo te, perché Roma è rimasta nell’ombra?
Le ragioni sono tante, ma ritengo che – con le dovute eccezioni, ovvio – per parecchio tempo i romani abbiano pagato quella strana forma di lassismo mista a boria che li caratterizza in molti settori, hai presente l’espressione “ma che ce frega”? Ecco, per decenni ho visto i musicisti accontentarsi di ciò che potevano raccogliere a casa perché non avevano voglia di sbattersi e provare sul serio a superare le oggettive difficoltà per raggiungere un palcoscenico più vasto. Da un pezzo però la situazione è cambiata, e al di là dei notevoli consensi raccolti a livello nazionale da tanti cantautori, abbiamo band come Zu e Giuda che si sono addirittura affermate all’estero. Una volta per una band italiana era dura pensare di poter competere all’estero, e chi tentava concerti fuori Italia si imbatteva in situazioni sfigatissime, come quelle del circuito hardcore. Oggi invece i Giuda hanno le recensioni su Mojo: ce l’hanno fatta.

E tu hai documentato tutto questo mentre accadeva…
Sì, anche se non proprio tutto: per esempio non c’è nulla di metal, perché giornalisticamente parlando non lo seguivo, o di jazz. Della scena hip-hop c’è tanto su Assalti Frontali e ben poco di altro, e mancano pressoché del tutto elettronica, neo-progressive, blues… Sono comunque trattati più di duecento fra band e solisti, alcuni solo con recensioni e articoli, altri anche con interviste… interviste che sono secondo me molto interessanti, perché colgono i musicisti mentre vivevano eventi importanti per le loro attività. E poi dalle pagine affiorano molti nomi “dimenticati”.

A proposito dei tanti artisti finiti nell’oblio: i lettori si incuriosiranno e cercheranno vecchi dischi misconosciuti. Qualcuno ti ringrazia mai per questo?
Il libro è uscito da nemmeno due mesi e da allora parecchi “desaparecidos” mi hanno contattato o sono venuti alle varie presentazioni solo per ringraziarmi di averli inseriti e, in generale, di avere puntato gli spot sulle storie di Roma. E di averlo fatto dando peso non solo alle star ma anche ai protagonisti meno noti, che magari non suonano più da anni, ma che in un certo momento ci sono stati e hanno portato il proprio contributo.

Hai inserito tutto quello che avevi, oppure qualcosa è rimasta fuori?
Avevo il limite di 600 pagine, perché se fossero state di più, sarebbero sorti problemi di formato e di costi. E’ andata però bene, nel senso che avrò eliminato circa il 5% di ciò che avevo: un po’ di recensioni di demo, alcuni pezzi che si sovrappongono ad altri che invece ho selezionato, perché è capitato che di qualche disco mi sono trovato a scrivere più volte nel tempo.

In una recente intervista agli Zen Circus ho chiesto loro per quale motivo hanno deciso di dedicare una canzone a Roma nell’ultimo album. Appino mi ha risposta che, musicalmente parlando, Roma è al momento la città italiana dove bisogna essere, quella dove le cose stanno succedendo. Ti trovi d’accordo con questa affermazione?
Sì, stanno succedendo tante cose, belle e diverse fra loro, nonché tante cose a mio avviso orride. Comunque è inutile cercare in “Roma brucia” miei articoli sulla trap, che non mi interessa, sul nuovo hip-hop o sull’it-pop. C’è una recensione dei Thegiornalisti, ma è del 2012 a loro al tempo erano ancora una band dai connotati indie.
Purtroppo, o per fortuna, negli ultimi due anni e mezzo non sono stato “costretto” a riempire uno spazio dedicato alle nuove tendenze della musica italiana, come era stato fino al 2013 al Mucchio o, subito dopo e fino al 2017, a Fanpage; mi sono naturalmente documentato, ma non avendo un posto dove scrivere di certe cose - a Blow Up ci sono altri a farlo, a Classic Rock il target è diverso, così come ad Audio Review – non avevo nemmeno materiale da recuperare.

Secondo alcuni, però, quanto si dice stia succedendo non sta succedendo per davvero…
Roma è enorme e dispersiva, ci sono “giri” diversi che non entrano in contatto fra loro: persino oggi che si dovrebbe sapere tutto in tempo reale tante situazioni sfuggono, persino a chi vive e lavora nell’ambiente. Tutte le sere ci sono decine di eventi, come si fa a stare dietro a tutto? Sulla qualità si può discutere, ma chi nega che in questo periodo Roma sia ricca e viva è in malafede, o semplicemente disinformato.

In parecchie interviste riportate in “Roma brucia” rivolgi domande sulle personali modalità di fruizione della musica. E’ una cosa inusuale e i risultati sono a volte sorprendenti…
Lo faccio nelle interviste realizzate per Audio Review, una rivista per appassionati di Hi-Fi, oltre che di musica. Curiosamente, trovare un musicista che ascolta musica in modo decente è difficilissimo: al di fuori dello studio di registrazione, dove logicamente ci sono apparecchi di alto livello, in larga parte usano smartphone e auricolari, il tablet o un computer malamente attrezzato. Le prime volte restavo basito, adesso mi sono abituato: è un segno dei tempi – brutti – che stiamo vivendo.

E tu invece come la ascolti?
Dipende. Se si tratta di farlo per piacere, o magari per qualche verifica sulla qualità del suono dei dischi, ho due impianti che ormai sono vintage: nulla di esoterico, non sono così fissato e nemmeno potrei permettermi di esserlo, ma roba buona che – a parte qualche componente acquistato negli ultimi anni – risale ai primi 90.
Se invece si parla di lavoro, il mio Mac è collegato a un impianto più piccolo di quello principale; adesso che la massima parte dei nuovi dischi da recensire arriva in streaming, non ci sono alternative. Lo so, fa schifo, ma tanto lamentarsi non serve a nulla: funziona così, le case discografiche – le major, almeno – non mandano più promo fisici, si lavora con i file, spesso neanche di qualità eccezionale, e a meno di non pubblicare le recensioni due o tre mesi dopo l’uscita dei dischi, ti devi adeguare.

Essere costretti a recensire dischi ascoltando un link. Il disco dovrebbe essere valutato avendo in mano tutti gli elementi che lo compongono, compreso il suono che realmente ha!
Fosse solo un problema di suono! Il guaio è che assieme al maledetto link di qualità penosa ti vengono quasi sempre inviate note deficitarie: non ti mandano i testi, non ti mandano i credit… nel disco che stai ascoltando potrebbe esserci una cover, e se non la riconosci non lo scrivi. Potrebbero esserci ospiti, ma se non ti viene comunicato come fai a saperlo quando devi scrivere la recensione, cioè magari un mese e mezzo prima dell’uscita dell’album?

Il discorso mi interessa. Scrivendo anche io molte recensioni mi imbatto sempre più spesso in situazioni di questo tipo. Di recente, ad esempio, mi è accaduto con il nuovo dei National
Mi trovo a discutere spesso con i discografici, ma non è certo colpa dei promoter italiani, semmai delle etichette, e in alcuni casi dell’artista. Vogliono che sia così e di fatto, per il triste gioco del moltiplicare la notizia “svelando” – termine che, per inciso, aborro – prima la scaletta, poi la copertina, poi una traccia, poi un’altra, poi un dettaglio, e soprattutto avendo il terrore che la musica venga diffusa sul web prima dell’uscita ufficiale, rendono quasi impossibile agli addetti ai lavori fare le cose per bene. E’ un paradosso. In teoria la stampa cartacea dovrebbe offrire un servizio più professionale, ma come si fa? In rete chiunque può pubblicare il giorno stesso dell’uscita del disco, e in quel momento ha tutto ciò che gli occorre, tutte le informazioni possibili e immaginabili e magari pure il disco finito. La stampa invece deve scrivere settimane prima con strumenti precari.

Sai che invece il punto di vista di chi scrive sul web è diametralmente opposto? Non si capisce bene per quale motivo debbano continuare ad avere un margine di privilegio testate che ormai hanno tirature di appena 4.000-5.000 copie…
Il vantaggio della carta stampata è solo teorico: non è che venderai più copie della rivista perché pubblichi quella certa recensione, e parliamo comunque di numeri ridicoli. Se le etichette e gli uffici stampa “privilegiassero” anche il web, dando prima file e notizie, inevitabilmente i file finirebbero in Rete in un nanosecondo, alla pari delle notizie che loro tengono a “svelare” con il contagocce. La Rete è incontrollabile, a differenza di un paio di decine di giornalisti accuratamente selezionati oltre che minacciati di pesanti sanzioni qualora divulghino le informazioni riservate che hanno ricevuto. Se invece si parla di interviste, beh, non mi risulta che al web non ne vengano concesse, ma certo non possono concederle a tutti. E in ogni caso non mi sembra poi così assurdo che le etichette e i management preferiscano che gli artisti siano intervistati da addetti ai lavori quantomeno esperti. Inoltre non va dimenticato che un’infinità di recensioni escono prima sul web, eccezion fatta per qualche uscita particolarmente importante, perché si sa che la poca stampa rimasta riesce così a veicolare un certo numero di copie in più, grazie magari ad alcune firme che si sono costruite una credibilità. Poi ogni lettore si crea il proprio critico musicale di riferimento, o più di uno, e si confronta con lui, o con loro. Ma se riviste cartacee come Classic Rock o Blow Up escono con qualche recensione dieci giorni prima, non trovo che i media presenti sul web debbano avere da ridire: mi sembra un po’ ridicolo. Mi pare ci sia spazio per tutti, ma se sul web si ribellano perché la stampa in alcuni casi esce prima, io che dovrei dire? Scrivete tutti quanti gratis e avete distrutto il mio lavoro, perché se tutti coloro che scrivono in Rete gratis decidessero di non farlo più a meno di non ricevere un’adeguata remunerazione, nessuno scriverebbe di musica su Internet, ci sarebbero al massimo un paio di siti, e a quel punto chi desidera informarsi dovrebbe acquistare le riviste cartacee, che venderebbero di più, chi ci scrive verrebbe pagato meglio, e avrebbe la possibilità di diventare un professionista migliore.

Come se ne può uscire?
Non credo sia più possibile uscirne. Era un discorso puramente accademico.

Mi pare di capire che tu che fai il giornalista musicale per professione da ormai quarant’anni non la vivi benissimo…
Sull’argomento potrei scrivere un libro, sul serio, ma posso sintetizzare dicendo “non c’è giorno che non mi incazzi per qualcosa”. Tutto quello di cui abbiamo parlato finora, la quantità folle di produzioni discografiche prive di senso e di mezze calzette che si ritengono all’altezza di avere una carriera artistica, la moltiplicazione esponenziale degli addetti ai lavori reali o presunti, i metodi promozionali, la dilagante idiozia dei social, le retribuzioni ridicole: nel 1980, con quello che guadagnavo con una recensione, potevo acquistare due Lp e mezzo; oggi invece non riesco a comprare nemmeno un cd.
Ok, però sapendo di essere in qualche misura un privilegiato potrei non lamentarmi, ma quando mi capita di leggere in Rete – sui social, sui blog, sui forum che ancora esistono – quelli che schifano apertamente le riviste e chi ci scrive sopra, manifestando soddisfazione per il fatto che Internet abbia rovesciato la nostra “dittatura”, beh, quella è la pagliuzza che spezza la schiena del somaro, che poi sarei io. Specie perché se fai due indagini scopri che sono ragazzetti pseudo-troll che si divertono così, oppure miei coetanei che illo tempore avrebbero voluto fare quello che ancora faccio io ma che per mille anche valide ragioni non ci sono riusciti, e ora pontificano. E’ frustrante. Com’è anche frustrante, per dirne un’altra, pubblicare un articolo sul blog, condividerlo su Facebook, prendere cento like e poi scoprire che l’articolo è stato letto da trenta. E’ un mondo impazzito.

Come ti vedi nel prossimo futuro?
Il prossimo aprile compirò sessant’anni e spero di poter andare avanti facendo quello che faccio fino a che non creperò, ma sono un po’ scettico. Rispetto ai giovani ho il vantaggio di avere alle spalle quarant’anni di storia e di aver vissuto una serie di eventi che non interessano solo ai vecchietti ma anche a parecchi di coloro che, essendo nati dopo, apprezzano i ricordi di un testimone oculare. Ho tante storie da raccontare, so come raccontarle, ho la credibilità di quello che le ha vissute in tempo reale, un po’ come i vecchi nonni che raccontavano della Resistenza.
Ho una visione “verticale” diretta della storia del rock dagli anni 70 a oggi, ho ascoltato decine di migliaia di dischi, assistito a duemila concerti, incontrato chissà quanti artisti famosi e non, vissuto esperienze di ogni genere. Gli argomenti non mi mancano, e tutti coloro che per ragioni anagrafiche hanno del passato una visione solo “orizzontale” dovrebbero essere inclini ad ascoltarmi e/o leggermi.

Tornando a “Roma brucia”, dalla lettura si evince che sei sempre stato un critico senza peli sulla lingua, che si è permesso stroncature importanti…
In realtà non ne ho fatte poi moltissime, ma quando è successo un minimo di “clamore” – con tutte le virgolette possibili – l’hanno suscitato. Sarà perché stronco solo gente famosa o attorno alla quale c’è hype: perché maltrattare un emergente che già non è filato da nessuno? Semmai lo ignoro e stop.

In alcuni casi ti sei parzialmente ricreduto (Tiromancino), in altri casi no (Thegiornalisti)…
Mi “ricredo” solo nel caso in cui ci sia un’evoluzione positiva: è difficile che riveda i miei giudizi più estremi. Nel caso dei Thegiornalisti, che dire? All’inizio erano un gruppo furbetto ma quasi carino, ho scritto che probabilmente sarebbero diventati famosi, ma certo non mi aspettavo una simile esplosione di successo. C’è però anche da dire che il successo l’hanno avuto facendo musica differente e musica della quale di norma non mi occupo, quindi non me li sono più filati.

Dei duemila concerti ai quali hai accennato prima, ce ne sono alcuni che ricordi in modo particolare?
Quello che mi porto nel cuore è senz’altro Jeff Buckley a Cesena, anno 1995. Per ragioni squisitamente affettive citerei poi un concerto dei Social Distortion a Milano nel 1996: trascorsi l’intro pomeriggio a chiacchierare con Mike Ness e la buonanima di Dennis Danell sul tetto del locale di Milano dove si esibirono, poi andammo a cena e feci scoprire loro la carbonara: non era una carbonara eccezionale, ma li fece impazzire lo stesso. Poi i Soundgarden al Uonna Club di Roma, era il tour di “Ultramega OK”, soffitto basso che si toccava con le mani, un concerto mostruoso. Iggy Pop a Parma nel 1979, i Devo a Perugia nel 1980 e, sempre nel 1980, gli Iron Maiden a Londra. Leonard Cohen all’Auditorium non molti anni fa… no, davvero, sono troppi.

E fra gli italiani?
Fra gli italiani sono felice di aver visto Fabrizio De André assieme alla Pfm al Palaeur. E cerco di non perdermi mai gli Afterhours, sempre affidabilissimi dal vivo.

E il disco della tua vita?
Se per tutta la vita che mi resta potessi ascoltarne soltanto uno, sarebbe “Goodbye And Hello” di Tim Buckley. Se fossero tre, aggiungerei il primo dei Velvet Underground e “Forever Changes” dei Love.

E fra i dischi più recenti? Diciamo degli anni post-2000?
Il primo che mi viene in mente è “Primrose Green” di Ryley Walker, un cantautore che mi piace molto. Il secondo è l’esordio degli Arctic Monkeys. Il terzo sarebbe “White Chalk” di PJ Harvey. Il problema della musica recente è che ce n’è talmente tanta, e che passa talmente in fretta, che è difficile che qualcosa ti si sedimenti dentro come i dischi ascoltati centinaia di volte in passato. E’ come una frenetica catena di montaggio, almeno per me.

“Roma brucia” è il tuo libro numero?
Contando quelli condivisi con un collega, e come due quelli dei quali ho realizzato versioni aggiornate, sono ventisette. Tutti pubblicati da case editrici vere, precisiamolo.

Qual è quello che ha venduto di più?
Le due edizioni della biografia di Carmen Consoli hanno venduto complessivamente ventiduemila copie. Poi ci sono il librone “Punk!” del 2007 e “Rock: 1000 dischi fondamentali” realizzato nel 2012 con Cilia, Bordone e Turra, che hanno totalizzato settemila copie ciascuno, la stessa cifra raggiunta dalla biografia dei Litfiba. Credo però che il manualetto “Punk & Hardcore” abbia venduto diecimila copie, ma dato che sono stato pagato con un fisso e non a percentuale sulle copie vendute, non sono in possesso di dati precisi.

Puoi anticiparci qualcosa sul tuo prossimo impegno editoriale?
Il 16 ottobre, per la Giunti, uscirà una nuova edizione di “Rock: 1000 dischi fondamentali”, sempre con Cilia, Bordone e Turra. L’impostazione scelta questa volta è un po’ più rock in senso classico,: abbiamo eliminato buona parte dei dischi stilisticamente più “laterali” e inserito una serie di titoli più recenti, più altri vecchi che risultarono esclusi dall’edizione del 2012. Abbiamo inoltre inserito cento dischi di culto. La prima stampa era pressoché esaurita e rimetterla in circolazione identica sarebbe stata una follia, così come togliere dal catalogo un “reference book” così apprezzato.

Quindi lo avremo sugli scaffali in tempo per i regali di Natale. Ne terremo conto. Grazie, Federico.
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