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Un "anti best of" degli U2

di Claudio Fabretti

C’erano una volta gli U2. Quelli veri, lontani parenti delle imbolsite incarnazioni attuali. Quelli che riuscivano a sfornare con una regolarità impressionante non solo singoli e hit mondiali, ma anche una messe infinita di B-side, outtake e chicche varie, a volte anche solo nascoste semplicemente nelle tracklist dei loro album, tra un successo e l’altro, oppure in pubblicazioni e progetti collaterali. In questa playlist di 20 canzoni, cercheremo di riportarle alla luce, spulciando la loro discografia e operando anche una ineludibile sintesi di questa enorme mole di materiale, alla quale la band irlandese ha dedicato anche apposite uscite discografiche, ad esempio i secondi cd delle due doppie raccolte “The Best Of 1980-1990 & The B-Sides” (1998) e “The Best Of 1990-2000 & The B-Sides” (2002). Una selezione che inevitabilmente si concentra soprattutto sul periodo d’oro della formazione irlandese, dagli esordi fino all'ultima rivoluzione di “Achtung Baby” (e “Zooropa”), alla quale ha fatto seguito il lento (ma inesorabile) declino. E speriamo che riascoltando queste gemme nascoste - spesso più che degne di essere accostate alle loro hit, e ugualmente complici di aver alimentato la loro leggenda - si possa restituire la giusta lucentezza a un’esperienza musicale troppo spesso offuscata, anche sui media musicali, a causa delle sbiadite prestazioni degli ultimi anni.

 

Out Of Control

 

 

I primi riff graffianti di The Edge e la voce ancora acerba di Bono a donare un senso di esuberante freschezza giovanile. Direttamente da “Boy”, l’album d’esordio griffato in copertina dal viso innocente di Peter Rowen (fratello minore di Guggi dei Virgin Prunes), un inno epico ripescato però dal primo, e ormai introvabile, Ep “U2 Three”, stampato dalla Cbs in sole mille copie numerate, esaurite in poche ore (le altre due tracce erano “Boy-Girl” e “Stories For Boys”). È proprio “Out Of Control” a lasciare il segno in quella pubblicazione semi-clandestina, con la sua carica prorompente di pathos e adrenalina rock. Mentre il singolo “I Will Follow” trascina al successo “Boy”, i fan annoverano questa primigenia chicca post-punk nello scrigno dei tesori nascosti dei primi U2, in un esordio forse ancora grezzo, ma di dirompente vitalità, che mette già in mostra tutta la potenza e l'affiatamento della band dublinese, sotto la sapiente regia del produttore Steve Lillywhite.

 

October

 

 

Dopo l’euforia dell’esordio, la riflessione crepuscolare dell’opera seconda. Uscito nel 1981, “October” approfondisce in modo più consapevole e introspettivo i temi già affrontati su “Boy”, dall’adolescenza alla crisi sociale e alle tensioni politiche in Irlanda. È il disco di “Gloria”, con cui gli U2 dichiarano apertamente la loro religiosità (questione che aveva anche minato la serenità del gruppo, per via della partecipazione di Bono e The Edge alla setta religiosa Shalom). Ma a regalare un tocco ancor più magico all'album è proprio la title track, pezzo lento e caratterizzato dal suono del pianoforte – suonato da The Edge - che sprigiona tutta la malinconia tipica dell'autunno. Poco più di due minuti, per un episodio prevalentemente strumentale, marchiato da sparuti e spiazzanti versi: “October/ And the trees are stripped bare/ Of all they wear/ What do I care?/ October/ And kingdoms rise/ And kingdoms fall/ But you go on/ And on”.

 

Party Girl

 

 

Ma è ora di scoprire anche “il lato B” della band irlandese. E iniziamo con una delle loro prime B-side, inserita sul retro del singolo “A Celebration”, uscito nel 1982, a cavallo tra gli album “October” e “War”. Si trattò essenzialmente di una mossa della casa discografica per tenere accesi i riflettori sugli U2 in assenza di singoli da estrarre dall’album precedente. Ma alla fine mentre “A Celebration” sarà praticamente dimenticata da tutti, il suo retro diventerà un classico delle loro scalette dal vivo. Si chiama “Trash, Trampoline And The Party Girl”, ma resterà poi abbreviato in “Party Girl”, a partire dal leggendario album live “Under A Blood Red Sky”, registrato a Red Rocks, così come l’omonimo film. Ed è proprio in questa emozionante versione dal vivo che abbiamo scelto questa ninnananna rock, che racconta la storia di una ragazza che ha bisogno di liberarsi di una triste nomea. Una perla dei primi U2, tutta giocata sugli arpeggi elettroacustici delle chitarre e su un basso cadenzato ad assecondare la vibrante interpretazione di Bono.

 

Like A Song…

 

 

Il terzo colpo è quello del definitivo ko. L’album “War” (1983) convince anche i più scettici che Bono e compagni sono il presente e il futuro del rock. E detronizza nientedimeno che “Thriller” di Michael Jackson dalla vetta della Uk chart (primo n.1 per gli U2 nel Regno Unito). Merito dei due singoli-killer (“New Year’s Day” e “Sunday Bloody Sunday”) ma anche di una compattezza e di una continuità senza precedenti che la band irlandese mette in campo, svelando tutta la bellezza di tracce anche meno appariscenti. Proprio come questa “Like A Song”, con il suo incedere frazionato di batteria e chitarra che sostiene il canto di Bono, sempre appassionato e coinvolgente, nel dar vita a un’invettiva post-punk contro la guerra e le ingiustizie del mondo: “And in leather, lace and chains, we stake our claim/ Revolution once again”. (“E in pelle, pizzo e catene, ecco la nostra rivendicazione: rivoluzione ancora una volta”). Un inno generazionale alla mobilitazione, pervaso da quel senso di speranza che ritroveremo tre anni dopo nei Rem di “These Days”.

 

Endless Deep

 

 

Ebbene sì, esistono anche gli U2 strumentali. Ne restano poche testimonianze, questa probabilmente la migliore. Uscita come B-side di “Two Hearts Beat As One” (il secondo singolo di “War”), “Endless Deep” si snoda suggestiva e ammaliante, sulle cadenze dettate dal basso di Adam Clayton, al quale sono affidate anche le sparute parti vocali. Si avvicina inconsapevolmente ai rarefatti suoni del “non musicista” Brian Eno, che di lì a poco sarebbe salito in cabina regia per il successivo lavoro della band dublinese, “The Unforgettable Fire”. Mai eseguita dal vivo, resta una delle chicche più intriganti della loro produzione.

A Sort Of Homecoming

 

 

Quarto capitolo e nuovo trionfo: “The Unforgettable Fire” (1984). Il fuoco indimenticabile è quello della bomba atomica di Hiroshima, simbolo della barbarie della guerra. È anche il primo album del sodalizio con Brian Eno e con Daniel Lanois, tecnico canadese del suono e pupillo del maestro dell’ambient-music. Il rock forte e intenso degli esordi acquista una patina magica, colorandosi di tonalità sempre più solenni ed epiche. Se l’inno definitivo è “Pride (In The Name Of Love)”, il disco vive anche di episodi meno noti, eppure sempre preziosi e toccanti, come l'elegia malinconica del ritorno a casa di questa ouverture, che resterà una delle ballate più classiche del repertorio del gruppo irlandese. Ispirata nel titolo – e non solo – da un verso del poeta Paul Celan (“poetry is a sort of homecoming”), dissemina qualche dubbio sulle certezze religiose degli esordi, con versi come “on borderlands we run... and don't look back”. Composta in chiave di Re, “A Sort Of Homecoming” sarà inclusa in una nuova versione dal vivo sull’Ep del 1985 “Wide Awake in America”. Tra i fan più noti del brano, Chris Martin dei Coldplay ed Eddie Vedder dei Pearl Jam, che lo reinterpreterà in diverse occasioni.

 

Love Comes Tumbling

 

 

Oltre a “Pride”, però, c’è un altro 45 giri che trascina l’Lp del 1984, ed è proprio la title track “The Unforgettable Fire”. Uscita come secondo singolo, nasconde un altro gioiello sul lato B. Ovvero, questo brano sofferto, intimista e struggente, incentrato ancora una volta su una storia d’amore. Una splendida canzone venata di disillusione ma anche di romanticismo, con versi come “L’amore non ha bisogno di trovare una via/ Tu troverai la tua via/ Io dimentico di non poter restare/ E così dico che/ Tutte le strade portano dove sei tu”. Parole che però feriscono profondamente, nascondendo tutta l’amarezza che aleggia tra i protagonisti. E il brano sembra descrivere un incontro d’amore proibito, calandoci in un’atmosfera fatta di silenzi e riflessioni sottovoce: “Il seme è versato, il letto profanato/ Per te, una sposa vergine/ Io sono te in qualcun’altro/ Non cercare te stessa in me/Io non posso risollevarti ancora/L’amore crolla giù ancora”. Il tutto giocato sul suono delle parole, sull’armonia della pronuncia, sulla calda vocalità di un Bono ammalato di malinconia, che lotta costantemente con l’interpretazione, calandosi interamente nella sofferenza amorosa. A supportarlo, arrangiamenti raffinati in cui le tastiere e un basso pulsante si sposano al fraseggio chitarristico. Pubblicato anch’esso sull’Ep “Wide Awake In America”, resta uno dei capolavori nascosti degli U2. Anche nei loro concerti, dove purtroppo non ha mai trovato posto.

 

Walk To The Water

 

 

Altro capolavoro nascosto, realizzato in quello che resta probabilmente il periodo di massima ispirazione e prolificità della formazione irlandese. Resta un mistero il motivo per il quale sia rimasto fuori dalla scaletta finale di “The Joshua Tree”. Forse anche per gli stessi U2. Non a caso The Edge racconterà: “A me pareva venisse fuori così bene, ma ci mancò il tempo per prepararlo prima della fine dell’album”; mentre poco prima dell’uscita del disco, Bono aveva confidato a Hot Press: “L’album è quasi incompleto. ‘With Or Without You’ non ha molto senso senza ‘Walk To The Water’. E ‘Trip Through Your Wires’ non ha molto senso senza ‘Sweetest Thing’”. Si tratta quindi, probabilmente, di uno dei capitoli di una stessa storia presente nel disco. Fatto sta che la camminata sulle acque di un divino Bono resterà relegata solo a lato B del singolo “With Or Without You”, benché lo stesso cantante avrà modo di definirla – a ragione - “la sua miglior performance vocale di sempre” (ascoltare per credere il climax che esplode sul verso “Let me love you”). Inizialmente intitolata “Present Tense”, “Walk To The Water” riprende per larghi tratti uno stile narrativo in spoken word alla Patti Smith, con Bono intento a narrare in chiave poetica l’incontro tra i suoi genitori su un fondale sonoro psichedelico, dove i rintocchi stonati del piano si abbinano agli arpeggi struggenti della chitarra di Edge, mentre il basso di Clayton regge il gioco e Mullen accompagna il tutto con calma apparente.
Per chi scrive, tra i vertici assoluti degli U2.

Red Hill Mining Town

 

 

Gli U2 in America prima della svolta americana. “The Joshua Tree” nasce in una di quelle magiche terre di mezzo che nella storia del rock hanno spesso rappresentato l'humus dei capolavori. In migrazione verso la Terra promessa di Giosuè, all'ombra di quel cactus gigante che cresce nella Death Valley, ribattezzato proprio Joshua dai primi mormoni giunti in America. “The Joshua Tree” è il pellegrinaggio degli U2 verso l'eldorado del rock: “Outside it's America”, annuncia Bono in “Bullet The Blue Sky”. Ma sarebbe improprio parlare di strappi: gli U2 non rinnegano i loro umori europei, semmai coronano un percorso coerente che, dall'irruenza post-adolescenziale dei primi dischi e dalla consacrazione live sotto il cielo rosso-sangue del Colorado (l'epocale “Under A Blood Red Sky”) e nell'arena londinese di Live Aid (1985), li aveva condotti verso un rock più complesso, che rinunciava in parte alla frenesia chitarristica degli esordi, in favore di canzoni più calibrate e sperimentali, con testi sempre più infarciti d'impegno sociale e politico. È il caso di questa splendida “Red Hill Mining Town”, gemma nascosta tra le tante hit dell’album, che scende in campo al fianco dei minatori britannici bersagliati da Margaret Thatcher, sulle note di un'accorata ode elettrorock (“Le file sono lunghe/ E non c'è ritorno/ Attraverso mani d'acciaio/ E cuori di pietra/ La nostra giornata di lavoro è giunta ed è andata/ E ci lasci ad aspettare/ A Red Hill Town”). Altra performance vocale da brividi di Bono.

 

One Tree Hill

 

 

Dalla collina dei minatori britannici a quella neozelandese che diede i natali a Greg Carroll, roadie della band morto in un incidente in moto a Dublino, al quale sono dedicati questo brano e l’intero disco. Emozione col minimo degli orpelli: la collina di One Tree Hill nei pressi di Auckland, terra nativa del giovane maori, fa da sfondo a un commosso ricordo dell'amico scomparso, con i vocalizzi struggenti di Bono a impreziosire un testo personale, colmo d'emozione e lirismo. La grandezza di “The Joshua Tree” sta anche nei suoi brani apparentemente minori, che brillano di una luce speciale, accesa dai fraseggi ritmici della chitarra di The Edge, con il suo corredo di riverberi, powerchords e delay, con arrangiamenti sempre incisivi e una potenza melodica che accentua la carica epica della band irlandese, mantenendosi tuttavia a distanza di sicurezza dagli eccessi retorici degli anni a venire.

 

Spanish Eyes

 

 

Altra inspiegabile esclusione dai solchi di “The Joshua Tree” è quella che riguarda questa canzone, pubblicata solo come lato B del singolo “I Still Haven't Found What I'm Looking For” il 25 maggio 1987. Impregnata di una forte carica erotica, “Spanish Eyes” anticipa certe tematiche a sfondo sessuale che saranno al centro del successivo “Achtung Baby”, sposandole a un nuovo inno rock vibrante, con i riff taglienti di The Edge ad assecondare un’altra ottima prestazione vocale di Bono. Proprio il chitarrista ha ipotizzato chi fosse la protagonista del brano: “Credo che quegli ‘occhi da spagnola’ si riferiscano ad Ali (moglie di Bono, ndr). Penso che Bono avesse in mente proprio quello”. Il pezzo sarà eseguito spesso durante il Joshua Tree Tour, poi solo sporadicamente, soprattutto nei concerti spagnoli. L’importanza di “The Joshua Tree” è dunque testimoniata anche solo da tutti i brani che alla fine sono stati tagliati dalla sua scaletta e riproposti in gran parte come B-side dei singoli. Sarebbe potuto tranquillamente essere un album doppio senza perdere un grammo della sua qualità.

Christmas (Baby Please Come Home)

 

 

Tra i numerosi brani di valore degli U2 che non figurano in album ufficiali c’è anche l’unica canzone natalizia della band irlandese, che in realtà è una cover di un grande classico interpretato da Darlene Love nel 1963 e firmato da Ellie Greenwich e Jeff Barry con Phil Spector. “Christmas (Baby Please Come Home)” è stata anche nominata da Rolling Stone “la miglior canzone natalizia rock di sempre”. Gli U2 ne registrano una cover nel 1987 durante un soundcheck del Joshua Tree Tour a Glasgow, in Scozia. Darlene Love contribuisce con i suoi vocals e la canzone viene incisa sulla compilation “A Very Special Christmas”. La resa è spettacolare: un numero di purissimo soul-rock senza tempo, che consente a Bono di esaltarsi in un’altra prova vocale da brividi.

 

Van Diemen's Land

 

 

Dopo il grande successo di “The Joshua Tree”, gli U2 completano il percorso di avvicinamento all’America con il live “Rattle & Hum”, che contiene nuove versioni dal vivo dei loro classici, cover e alcuni inediti. Tra questi ultimi, ci piace ripescare questa toccante ode pacifista interamente scritta ed eseguita – vocals inclusi - da The Edge. Il chitarrista la compose ispirandosi alla vicenda del poeta “feniano” irlandese John Boyle O'Reilly (1844-1890), che venne deportato in Australia a causa delle sue poesie. La “Terra di Van Diemen” citata nel brano è l'odierna isola di Tasmania (anche se in realtà O'Reilly fu deportato nell’Australia occidentale), ma il titolo si rifà anche all’omonima antica ballata popolare irlandese. Poi fuggito negli Stati Uniti, O'Reilly divenne un paladino della causa irlandese, nonché il poeta preferito del presidente John Fitzgerald Kennedy.

 

Love Is Blindness

 

 

Sarà però il successivo album in studio a imprimere una nuova, radicale svolta alla musica degli U2. Con “Achtung Baby”, infatti, Bono e compagni inaugurano la svolta tecnologica degli anni Novanta, scegliendo Berlino come loro nuova mecca e confermando alla produzione il duo Eno-Lanois. La confusione ultrasonica si erge al posto del Muro che è crollato due anni prima. E Berlino diventa il centro del mondo con il suo tempio rock degli Hansa Studios By The Wall, i celebri studi nei quale David Bowie registrò, sempre con Eno, la sua "trilogia berlinese". I suoni si fanno futuristi, elettronici e cupi, anche nelle hit (se si eccettua la malinconica ballad “One”). E anche il commiato finale, apparentemente tranquillo, è in realtà carico di paura e angoscia, con Bono che canta “Love Is Blindness” (“l'amore è cieco”), suggerendo un parallelismo tra l'amore e un incombente senso di morte, mentre The Edge si concentra su organo e tastiere, appoggiandosi sulle note flebili di Clayton e sui battiti sottili di Mullen. L'ironia e il frastuono della modernità si ritirano per fare spazio a un'amara – e splendida - riflessione sul disincanto.

 

Lady With The Spinning Head (UVI)

 

 

A proposito del celeberrimo singolo “One”, non potevamo dimenticare in questa playlist il suo curioso lato B. Si tratta del brano-madre da cui derivano ben tre tracce di “Achtung Baby”, ovvero “The Fly”, “Ultraviolet (Light My Way)” e “Zoo Station”. Una vera e propria matrice collettiva, ricolma di sperimentazioni e suggestioni sonore, di nome “Lady With The Spinning Head”, con la sigla finale UVI che sta per “UltraViolet I”, intesa come la prima versione del pezzo, mentre “la signora dalla testa che gira” è un omaggio al film “L’Esorcista” di William Friedkin e alla sua protagonista, Regan, la bambina posseduta interpretata da Linda Blair. Sul singolo “Even Better Than The Real Thing” ne venne pubblicato un remix dal titolo “Lady With The Spinning Head (Extended Dance Remix)”.

Zooropa

 

 

Ad accrescere la vena sperimentale degli U2 è anche il successivo album “Zooropa”, che esce nel 1993, co-prodotto da the Edge, Brian Eno e Flood. Bono Vox definirà l'esperimento “un album pop surreale”. A dare il titolo al disco è questo formidabile brano, che dopo la lunga intro atmosferica scandita dal piano con tonalità quasi ambient tra voci ronzanti, esplode al minuto 2 con il wah-wah cibernetico di The Edge a far da contrappunto alla voce di Bono, che ormai sembra restare l'unico elemento umano tra il basso di Clayton e la batteria di Mullen, caricate elettronicamente da Eno. Gli U2 riprendono in mano il telecomando multimediale e sulla loro tv planetaria appare un nuovo futuristico canale di nome Zooropa.

 

Your Blue Room (Passengers)

 

 

La prima metà degli anni Novanta è un periodo di esperimenti a tutto campo per gli U2, che accettano anche di far parte di un supergruppo con Brian Eno di nome Passengers. Insieme fanno uscire il disco “Original Soundtracks 1”, sorta di raccolta di temi per film immaginari che dovrebbe rappresentare un ideale secondo capitolo della “Music For Films” concepita dal genio di Woodbridge nel 1978. A conquistare il successo è la struggente “Miss Sarajevo” (featuring Luciano Pavarotti) che non includiamo in questa selezione solo per via della sua celebrità. Meno noto – e da rivalutare appieno – è invece questo brano che sarà usato davvero in un film (“Al di là delle nuvole” di Michelangelo Antonioni) e sarà poi pubblicato come retro del singolo “Staring At The Sun” nel 1997. Trainato dai suoni magnetici dell’organo, suonato da The Edge, e dalle tonalità profonde e sensuali di Bono, il brano galleggia su atmosfere incantate, tese e malinconiche al contempo. Il testo allude al sesso come “un tipo diverso di conversazione”, mentre “la stanza blu” diventa il luogo materiale dell’atto amoroso. Contiene un featuring della loro connazionale Sinéad O’Connor nel ritornello e un intervento vocale di Clayton nel verso finale (il secondo in assoluto nella storia degli U2, dopo il caso della succitata “Endless Deep”).

Do You Feel Loved

 

 

Finita la fase degli esperimenti, gli U2 si danno al “Pop”. Il disco del 1997 deluderà molti fan per la scelta di ripudiare sostanzialmente le sonorità rock, in favore di motivi più facili ed effimeri, con testi meno impegnati e ritmi martellanti stile techno, jungle ed elettropop alla Depeche Mode che, nelle intenzioni di Bono e soci, vogliono rappresentare “l'industria della musica”, il pop come un grande supermarket che vende e brucia musica alla velocità della luce. Il risultato però, convince poco, anche se la classe cristallina degli irlandesi riemerge, a tratti, come nel singolo “Staring At The Sun” e nella meno nota ma ugualmente ben congegnata traccia numero 2, riflessione sulla fine di una storia d'amore vicina a certe sonorità britpop del periodo (Suede, Blur). “Do you feel loved?”, si interroga Bono. E forse al centro dell’interrogativo è proprio la band stessa, ormai bersaglio di ripetute critiche sulla sua presunta “svolta commerciale”.

 

The Ground Beneath Her Feet

 

 

Nel 2000 gli U2 tentano un (parziale) ritorno al passato con “All That You Can't Leave Behind”, ovvero “tutto quello che non puoi lasciare indietro”. Con lo scopo di recuperare la semplicità delle origini, dispersa negli ultimi anni tra show futuristi e incursioni in discoteca. Ma in realtà il furore degli esordi è un lontano ricordo e si ha l'impressione che il declino di Bono & C. sia ormai irreversibile. Inspiegabile, però, l’esclusione dalla scaletta di questa ballata, che Bono presentò ai compari ma venne respinta al mittente con la definizione di “insalatona” – come il gruppo era solito bollare i brani senza capo né coda. Così il leader si prese la sua rivincita pubblicando “The Ground Beneath Her Feet” sulla colonna sonora del film di Wim Wenders “The Million Dollar Hotel”, uscita nello stesso anno. E fu un piccolo successo, visto che il brano è entrato nella cerchia dei più amati dai fan (oltre che dallo stesso Wenders, che ne diresse anche il videoclip). Merito di sonorità soffuse e avvolgenti, in cui si fa largo anche lo stesso Daniel Lanois alla pedal steel guitar. Nei crediti è citato anche lo scrittore Salman Rushdie, autore del testo tratto dal suo romanzo omonimo, che riprende in chiave metaforica il mito di Morfeo ed Euridice. Pubblicata poi come bonus track sulle edizioni Uk, giapponese e australiana di “All That You Can’t Leave Behind”, la canzone fu eseguita da Bono e The Edge a Sanremo nella loro esibizione del 26 febbraio 2000.

 

Miracle Drug

 

 

Ultima canzone selezionata, estratta dall’ultimo (tutto sommato) decoroso lavoro degli U2, “How To Dismantle An Atomic Bomb” del 2004, per il quale recuperano anche il vecchio produttore Steve Lillywhite. Oltre al singolo “Vertigo”, a svettare è questa seconda traccia, che – come scrive Paolo Sforza nella nostra recensione – “farà fare un salto sulla sedia a qualche vecchio fan, sin dal primo tintinnio della chitarra di The Edge, fino all'esplosione della sezione ritmica nell'epico ritornello, dove la voce di Bono recupera il timbro passionale che lo rese, giustamente, uno dei più amati frontman di sempre, e il basso di Clayton disegna le sue linee elementari ma così efficaci”. Come scrive ancora il nostro recensore, “la voce di Bono tradisce lo sforzo nel cercare di ripetere le prestazioni di un tempo, ed è esemplificativa dell'approccio degli U2 tutti, dalla sezione ritmica, alla chitarra di The Edge, teso a recuperare il pathos dell'inizio carriera; un effetto nostalgia che traspare anche dall'atmosfera, spesso malinconica e riflessiva, delle musiche e dei testi”. Ed è con questa botta di nostalgia che ci congediamo, invitandovi naturalmente ad ascoltare la playlist e sperando che gli stessi U2 possano assumere una “Miracle Drug” in grado di risvegliarne l’ispirazione perduta.



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