Vittoria Burattini

Vittoria Burattini

Una vita al Massimo Volume

intervista di Claudio Lancia

Primo aprile 2011, l'emozione di ritrovarli di nuovo lì, sopra un palco, smentendo tutte le paure. Sino a un paio d'anni fa tutti li davano come irrimediabilmente persi, per sempre. E ora che dimostrano di esserci ancora, e forse ancora più bravi di prima, chi se li perde più? Il Circolo degli Artisti di Roma torna a ospitare dopo pochi mesi i Massimo Volume, forti di un album straordinariamente apprezzato da critica e pubblico, il loro quinto, il primo del nuovo corso: "Cattive abitudini". Il concerto è teso, vibrante, emozionante. Emidio Clementi si conferma irrinunciabile e carismatico leader, abile nel declamare i propri  testi e perfetto compartecipatore della base ritmica, grazie alle note del suo basso, che abbandona soltanto durante l'esecuzione di quel pugno in faccia intitolato "Litio". Ai suoi fianchi il chitarrista di sempre, il concentrato Egle Sommacal, e il chitarrista nuovo, l'apparentemente più estroverso Stefano Pilia. Alle loro spalle Vittoria Burattini, la Maureen Tucker di casa nostra, l'insostituibile batterista, nonché membro fondatore della band. Dopo un'ora e mezza tonda di esibizione, i Massimo Volume aprono con smisurata cortesia le porte della saletta del backstage per ospitare un'intervista programmata proprio con la disponibilissima Vittoria. Ci accomodiamo su un divanetto con Vittoria, mentre nella sala adiacente parte la musica del dj set post concerto.

Eccoci qui, di nuovo a Roma dopo pochi mesi, in una data quasi inattesa, annunciata in maniera definitiva soltanto da qualche giorno.
In genere qui al Circolo degli Artisti ci chiamano due volte, è accaduto già in passato. Siamo stati qui lo scorso dicembre (quando fecero un set diverso, suonando nella prima parte la tracklist di "Cattive abitudini con la stessa sequenza presente sul disco, ndr) ed ora siamo tornati. Forse torneremo anche la prossima estate, in occasione di un festival che dovrebbe essere organizzato dal Circolo stesso, anche se ancora non sono noti i luoghi e le date.

C'è stato il rischio concreto di non potervi più vedere dal vivo, a seguito del vostro scioglimento. E invece i distratti e i troppo giovani, che vi persero negli anni 90 oggi godono della possibilità di respirare live la vostra musica, di (ri)scoprire il mito.
Com'è l'emozione di ritornare dopo anni d'assenza e ritrovare questo immenso calore?
L'emozione è notevole. Per me è stato un po' come tornare in un luogo naturale. Perché i Massimo Volume sono la mia band, siamo cresciuti insieme, questa è la mia seconda famiglia. Oggi siamo più grandi, il nostro approccio è divenuto più maturo nei confronti della musica, nei confronti della nostra professione. Siamo anche maggiormente in grado di fronteggiare meglio quegli inevitabili conflitti che minarono in passato la stabilità del gruppo. Oggi abbiamo così la possibilità di gestire le situazioni portando la band ad un livello di tranquillità che forse prima non c'era.

Attualmente so che siete in studio per preparare del nuovo materiale.
Per il momento abbiamo terminato il lavoro in studio per la preparazione di un sette pollici con quattro tracce che uscirà in collaborazione con i Bachi da Pietra. Noi proponiamo una cover dei Bachi ("Morse") e i Bachi fanno una cover nostra ("Litio"). Poi ci sarà un inedito a testa.

Sono particolarmente interessato a comprendere il vostro rapporto con la tecnologia. Oggi non è più la televisione, ma il computer che ci dà la buonanotte. I giovani trascorrono molte ore su YouTube, attraverso il quale ascoltano e scoprono molta musica. Il vostro video di "Litio" su Soluzioni Semplici è cliccatissimo, a livelli record. I Massimo Volume sono attenti all'evoluzione della tecnologia? E come entrano le nuove tecnologie nel vostro processo organizzativo?
Diciamo che ci stiamo dando una svegliata. Oggi siamo attenti a queste dinamiche perché la ritengo l'unica possibilità realmente sfruttabile per un musicista indipendente che non frequenta il circuito televisivo. E noi non lo frequentiamo. E' bene da parte nostra cercare di analizzare l'evolversi della situazione e studiare le soluzioni più consone alle nostre caratteristiche. Il rapporto che noi abbiamo con la tecnologia, musicalmente parlando, è un po' da dinosauri, nel senso che siamo dei rockettari più vintage oriented che tecnologico/modernisti. Però l'dea di promuovere un disco in un certo modo, magari facendolo uscire solamente online, è una soluzione che ci sta balenando in mente. Ci sono band che lo fanno da anni, utilizzando magari in maniera più massiccia il proprio sito internet. Anche noi abbiamo il nostro. Con il passare del tempo diventerà sempre più un'interfaccia fondamentale fra noi e l'esterno.

La vostra storia è affascinante, ed è stata magistralmente raccontata da Andrea Pomini attraverso le vostre parole nel bel libro recentemente edito da Arcana ("Tutto qui"). Siete emersi nei primi anni 90 nel contesto di una Bologna particolarmente viva, una realtà fatta di case occupate, movimenti giovanili, sogni forse utopistici. All'epoca Bologna era vista dai giovani come una realtà invidiabile e non replicabile altrove. Era davvero così oppure è tutto un po' una leggenda?
Un po' è una leggenda ed un po' è stato davvero così. Nel senso che, soprattutto quando uno non è in città, quando uno osserva dall'esterno, da lontano, e magari per sentito dire, c'è sempre questo fatto del mito che si autoalimenta, della serie "l'erba del vicino è sempre più verde". Chi non ha vissuto Bologna in quegli anni, o l'ha vissuta poco, potrebbe averla sopravvalutata, però effettivamente c'era un grosso movimento, anche perché le persone erano mediamente più creative. Eravamo una generazione meno consumistica e più creativa rispetto a quella odierna. L'ultima generazione ad aver vissuto un'età così spensierata e un po' fricchettona. E' vero che anche oggi esiste la possibilità per i giovani di crearsi il proprio ambito creativo. Magari adesso non avviene più occupando una casa o gestendo un centro sociale, ma attraverso modalità differenti. Sono sicura che anche oggi un ventenne ha le sue glorie e i suoi luoghi importanti da vivere, così come li avevamo noi. Però c'è stato un periodo nel quale Bologna era davvero un bel posto dove stare. E secondo me lo è tuttora, anche se molte situazioni sono inevitabilmente cambiate. Io vivo lì e la adoro, sono molto innamorata di Bologna.

Quanto incide la tua presenza nel processo compositivo della band?
Tanto quanto incide la presenza degli altri. Noi discutiamo molto, e i conflitti più grossi sono dovuti al fatto che mentre componiamo non esiste una vera e propria leadership all'interno del gruppo. Ognuno dice la sua e ha la propria legittimità, riconosciuta da tutti gli altri. Se vuoi, è un processo più anarchico che democratico, non vince necessariamente la maggioranza, anche se alla fine ci dev'essere un momento decisionale. Si possono verificare anche degli scontri, è normale che accada, ma ogni membro del gruppo ha il suo peso. Quindi io ho la mia aiuola, come tutti gli altri, e vengo rispettata per ciò che sostengo e per le obiezioni che avanzo:

Come sarebbe evoluto il percorso dei Massimo Volume se Umberto Palazzo fosse rimasto dentro la band? Te lo chiedo perché recentemente ho intervistato anche Umberto, il quale mi ha ribadito la propria versione su  come andarono le cose in passato, forse sarebbe stato interessante creare una sorta di parallelismo.
Questa è una domanda da duecento milioni di euro! Di sicuro c'è stato un momento, anche abbastanza lungo, in cui i Massimo Volume sono stati più d'atmosfera che rock (in particolare nel periodo coincidente con la pubblicazione dell'album "Da qui", edito nel 1997, ndr). Quindi con Umberto, se si fosse dimostrata una persona capace di gestire delle personalità tignose, saremmo stati più rock, avremmo avuto probabilmente un approccio più elettrico. Però è un discorso che non sta in piedi. Lui ci tiene molto al controllo e alla leadership, si è sempre sentito molto responsabilizzato quando era con noi, si sentiva un po' padrone della situazione, e non in senso negativo. E' che lui inizialmente aveva organizzato il progetto, e voleva portarlo avanti. Il fatto che le nostre personalità siano poi inevitabilmente fiorite con il trascorrere degli anni, beh, questa cosa Umberto l'ha un po' sofferta, tanto che si venne a creare una frattura e una conseguente scissione. Però poi lui le sue cose le ha fatte. I suoi progetti li ha portati avanti. Ognuno ha potuto seguire la propria strada liberamente.

E recentemente vi siete esibiti al Wake Up di Pescara, dove oggi Umberto svolge il ruolo di direttore artistico.
Sì, ma non ci siamo incontrati, non ci sono stati abbracci fra noi. E' andato via quando ci ha visti arrivare. Noi arrivammo nel locale presto, prima del previsto. Umberto non se lo aspettava, era lì che stava sistemando alcune cose della sera prima, dopodiché è proprio sparito. Secondo me, dopo l'uscita della nostra biografia si è creato un punto di rottura difficilmente riparabile.

Cosa stai ascoltando di nuovo in questi giorni?
Sto ascoltando moltissimo "The King Of Limbs", il nuovo disco dei Radiohead, sto ascoltando il nuovo di PJ Harvey, "Let England Shake", ma ho anche i miei momenti revival nei quali tendo a ripescare dischi dal passato.

Quali sono state le cinque band italiane più importanti degli ultimi vent'anni?
Direi Afterhours, Marlene Kuntz, Csi/Cccp, con leggera predilezione per i secondi ... (si ferma qualche secondo a pensare, ndr), i Subsonica sul versante più pop, poi (mentre riflette le suggerisco di citare i Massimo Volume, ndr)... no... non mi ci vorrei mettere in mezzo, magari dico i Baustelle, una band importante, li adoro, mi piacciono molto, anche se ogni tanto non ci azzeccano con gli arrangiamenti. Però Francesco Bianconi è un grandissimo autore, per me è il migliore che c'è oggi in circolazione. Poi i Verdena, una band che fa genere a sé, molto bravi ad autogestirsi, tanto di cappello. Poi mi è piaciuto il percorso di Morgan, mi piace tantissimo Paolo Benvegnù, ce ne sono tanti, la scelta non è così facile.

"Cattive abitudini"
suona incredibilmente bene. Dipende dal fatto che oggi avete a disposizione studi di registrazione sempre più sofisticati? Ooppure siete semplicemente voi che continuate a migliorare tantissimo dal punto di vista tecnico?
Forse entrambe le cose. Non vorrei però dire che noi siamo diventati più bravi, piuttosto è che volevamo fare un disco rock che suonasse bello potente. Per ottenere i risultati che ci eravamo prefissati, abbiamo deciso di fare tutte le registrazioni in analogico, con i microfoni e l'intera strumentazione dello studio che non superava gli anni 70. Al massimo c'era qualcosa degli anni 80. L'idea di base era quella di non far entrare in studio neanche un computer. E così è stato. Il processo è stato interamente analogico. Questo ha contribuito in maniera fondamentale a ottenere quella resa sonora di cui parli.

Ritengo molto bello anche "Club Privée" (annuisce, ndr), dove ci sono dei suoni splendidi e un gran lavoro sulle chitarre, che abbiamo ritrovato anche questa sera quando avete suonato "Seychelles '81". Quel disco è però sempre un po' bistrattato dai fan.
Forse perché è stato un po' il disco della fine. Quello che ha concluso un ciclo. Per me "Club Privée" ha un grande suono. Dal punto di vista dei suoni è il nostro disco migliore. Anche la produzione (di Manuel Agnelli, ndr) è stata buona. Poi dentro ci sono degli episodi poco felici. Non tanto per il cantato di Mimì, quanto per alcune linee che potevamo seguire meglio. Però ci sono dei grandi pezzi.

Uno dei grandi protagonisti della vostra biografia è Manuel Agnelli. Leggendo il libro mi è parso evidente come tu abbia subito il fascino della sua presenza durante le registrazioni di "Club Privée". Ho interpretato bene?
Hai interpretato bene. Io subisco il suo fascino più da amica che da musicista. Con lui c'è un'empatia incredibile, qualcosa di particolare a livello d'affetto. Manuel ha molte amiche donne, è una persona sensibile e ha una vita sociale nella quale si dimostra essere una persona molto aperta, al contrario di quanto molti sostengono. Poi se tocchi l'argomento musica, se ci lavori insieme, può diventare un discorso diverso. Ma a livello d'amicizia è veramente una persona leale. Ci sentiamo spesso. Ci inviamo messaggi nei quali ci rinnoviamo affetto reciproco. E' una persona importante per me.

Secondo te Manuel ha fatto molto per la musica italiana? Secondo il parere di alcuni interessati, pochi artisti  hanno realmente beneficiato delle sue iniziative. Il grosso della scena indipendente non avrebbe avuto ricadute positive. Qual è la tua opinione in proposito?
Manuel ha fatto e continua a fare molto per la musica italiana, assolutamente sì. Anche quando fece il "Tora! Tora!" non si limitò a chiamare i suoi amici, ma coinvolse anche musicisti che non conosceva assolutamente, dando spazio alle proposte che riteneva più meritevoli. E' una persona molto attenta a ciò che succede nella scena nazionale. Poi le band si autodeterminano. Non è che se ti dà una mano Manuel, il giorno dopo vendi duecentomila copie. Lo dimostra il fatto che noi siamo stati prodotti da Manuel, in occasione di "Club Privée", ma questo non ha cambiato nulla dal punto di vista delle nostre vendite. E la stessa cosa è accaduta ad altri artisti che ha prodotto, vedi gli Scisma di Benvegnù o Cristina Donà. Lui è un produttore che non fa la differenza a livello di vendite. La fa a livello di qualità, almeno per chi condivide il suo metodo, per chi condivide la sua visione. Se una band però non si organizza, se non si crea un proprio percorso, se non crea della buona musica, il Manuel Agnelli della situazione può fare ben poco.

La persona più straordinaria con la quale hai collaborato?
Steve Piccolo, una persona affascinante. Ed anche  Kaba, che curò la produzione di "Da qui" e "Lungo i bordi".

Un artista per il quale faresti carte false per collaborare?
I Massimo Volume potrebbero provare l'esperienza di farsi produrre da uno di quelli che fanno la differenza. Che ovviamente in Italia non esistono. Un produttore di quelli che ti lasciano suonare e poi ci mettono del proprio. Penso a Brian Eno, oppure a  Daniel Lanois. A costo di farmi togliere tutte le batterie dal disco, avrebbe sempre ragione lui. Stiamo ovviamente muovendoci nel campo dei sogni.

Quindi aver perso l'occasione di farsi produrre da John Cale (al quale si tentò di affidare la produzione di quello che sarebbe diventato "Da qui", il loro terzo lavoro) vi brucia ancora?
Magari Cale è un po' più vecchio come stile, però sì, ci brucia ancora. Con John Cale ci saremmo garantiti quanto meno una gran bella esperienza (e magari un briciolo di visibilità internazionale, ndr).

C'è qualcuno che ha cercato di occupare la vostra nicchia in seguito al vostro scioglimento, o che comunque si è posto sulla vostra scia. Ad esempio gli Offlaga Disco Pax.
Gli Offlaga non li ho ascoltati molto, ma mi sono simpatici. Ci salutiamo, ci rispettiamo. Oggi sono in parecchi a usare lo spoken word. Penso alle esperienze del Teatro degli Orrori e ad alcune cose de Le Luci della Centrale Elettrica, giusto per citare un paio di nomi molto in voga. Noi abbiamo creato un po' una scuola in Italia, anche se i veri precursori nel nostro paese sono stati i CCCP.

Se tu dovessi mettere in piedi un'ipotetica super band con te alla batteria, chi chiameresti?
Mi piacerebbe suonare con i Massive Attack, con i Portishead, con Tricky. Però forse è meglio che io alla batteria non ci sia. Caso mai vado solo a vederli in concerto.

Quando i Massimo Volume si sciolsero, mi aspettavo che tu o Egle (Sommacal, il chitarrista storico del gruppo, ndr), musicisti molto preparati, vi sareste sistemati con altre band importanti. E invece tu hai avuto altre esperienze solo con personaggi che già vi gravitavano intorno, come i Franklin Delano.
Se me l'avessero chiesto, i molto importanti nomi di cui stiamo parlando, io ci sarei andata. Però, sai, quando una band nasce, nasce già con un proprio batterista, vedi Giorgio Prette con gli Afterhours. E' molto difficile che altri possano entrare in un sistema già avviato. C'è chi, in situazioni di bisogno, chiama dei turnisti, ma io non sono per quel tipo di esperienza. Io sono una batterista che vuole crescere con una band, fare il suono della band, non sono una persona che si adegua a eseguire in maniera passiva i suoni richiesti da altri. Non so se è un limite. In Italia poi non c'è tutto questo gran movimento di musicisti. A Bologna non c'è nella maniera più assoluta. Non è come negli Stati Uniti, dove un  musicista mediamente importante che rimane a spasso viene facilmente raccolto da qualcun altro. Questo gran ricambio in Italia non c'è.

A quasi due decenni dagli esordi, siete consapevoli di essere i rappresentanti di una generazione?
Lo trovo un bel complimento. Mentre lavori, scrivi nuove canzoni, fai i tuoi concerti, non ci stai tanto a pensare. Ma se ti fermi un attimo a riflettere, se tiri un attimo le somme, magari ti rendi conto di aver fatto qualcosa che è stato molto apprezzato, che ha anche significato molto per tante persone. Abbiamo fatto parte di una generazione di musicisti importanti, quella che creò quel grosso movimento che si sviluppò a partire dal'inizio degli anni 90. E che purtroppo non ha avuto un ricambio generazionale dello stesso livello. La generazione dei gruppi indie, successiva alla nostra, non ha lasciato lo stesso segno.

Vi siete spesso caratterizzati per i riferimenti a personaggi realmente esistiti, a voi vicini, vostri amici oppure persone della vostra zona che avete prima osservato e poi espressamente citato nelle vostre canzoni. Penso a Leo, ad Alessandro, a Thomas. Mimì li ha raccontati riuscendoli a rendere personaggi universali, lì dove molti altri autori sarebbero inevitabilmente scaduti nel provincialismo.
Mimì ha preso esempio dagli scrittori americani, che vedevano l'eroismo nella quotidianità. Nella vita di tutti i giorni scopri dei segreti che puoi usare, dai quali puoi attingere. E rendere, come dici tu, universali. Un dono che hanno soltanto i poeti più grandi.

Si chiude così, con l'evidenza della grandezza della poetica di Emidio Clementi, e della grande capacità che hanno avuto i Massimo Volume in questi vent'anni di metterla in musica, generando un percorso importante, probabilmente irripetibile. Queta sera, durante la loro esibizione, ho visto persone piangere. Ne ho viste altre ringraziare i Massimo Volume di esistere. Ho raccontato tutto questo a Vittoria. Ho raccontato tutto questo ai Massimo Volume. Un pezzo di storia musicale del nostro claudicante paese.


Per completezza, ecco la setlist del concerto della serata:

Altri nomi
Senza un posto dove dormire
Coney Island
La bellezza violata
Le nostre ore contate
Robert Lowell
Tra la sabbia dell'oceano
Litio
Il primo dio
Fausto
Via Vasco de Gama
Seychelles ‘81
Tarzan
Cinque strade
Fuoco fatuo


Encore:

Alessandro
Sul Viking Express
Qualcosa sulla vita
Stanze
In nome di Dio

Ororo

Discografia
 MASSIMO VOLUME:

 

  

 

 Demo Nero (autoprodotto, 1992) 

6

 Stanze (Underground, 1993)

7,5

Lungo i bordi (Wea, 1995)

8,5

Da qui (Mescal, 1997)

8

 Club Privè (Mescal, 1999)

6

 Almost Blue (soundtrack, 2001) 

 6

 Bologna, Nov 2008 (live, 2008) 

6,5

 Cattive Abitudini (La Tempesta, 2010)

7,5

 Split Ep (con Bachi Da Pietra, La Tempesta, 2011)

7,5

 Aspettando i barbari (La Tempesta, 2013)

7

 Luce mia (autoprodotto, 2015)

7,5

  

 

 FRANKLIN DELANO:

 

  

 

 All My Senses Are Senseless Today (Zahr Records, 2004)

 

 Like A Smoking Gun In Front Of Me (File 13 Records, 2005)

 

 Come Home (Ghost, 2006)

 

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