Pink Floyd

Quel rovinoso tour che diede vita a un capolavoro di Waters e compagni

Partito il 23 gennaio 1977 dalla Westfalenhalle di Dortmund, l'”In The Flesh Tour” rappresentò uno dei momenti più importanti e al tempo stesso più problematici della storia dei Pink Floyd. Fu infatti l’unica tournée durante la quale il gruppo eseguì integralmente “Animals“, ma è passata alla storia soprattutto per le tensioni che emersero tra Roger Waters, il resto della band e un pubblico sempre più numeroso. Da quelle frizioni sarebbe nata l’idea di “The Wall“.
Dopo una prima parte europea conclusasi alla fine di marzo, il tour riprese il 22 aprile al Miami Baseball Stadium. Sul palco, accanto a Roger Waters, David Gilmour, Richard Wright e Nick Mason, c’erano anche Dick Parry ai sassofoni e alle tastiere e Snowy White alla chitarra e al basso. La scaletta rimase sostanzialmente invariata per tutta la tournée: l’esecuzione completa di “Animals” e “Wish You Were Here“, con l’aggiunta nei bis di classici come “Money” o “Us And Them” da “The Dark Side Of The Moon“.

Dietro il successo degli spettacoli si nascondeva però un crescente malessere. Waters viveva con sempre maggiore insofferenza la trasformazione dei concerti in eventi di massa e faticava a riconoscersi nel rapporto che si era creato tra il gruppo e parte degli spettatori. Quel disagio raggiunse il culmine il 6 luglio 1977, durante l’ultima data del tour allo Stadio Olimpico di Montréal.
La serata si rivelò problematica sotto diversi aspetti. David Gilmour, insoddisfatto dell’esibizione, si rifiutò di partecipare al bis finale, una jam blues improvvisata passata alla storia come “Drift Away Blues”. Al suo posto gli assoli furono affidati a Snowy White. Ma l’episodio destinato a entrare nella leggenda avvenne poco prima, durante l’esecuzione di “Pigs (Three Different Ones)”.
Esasperato dal comportamento di alcuni spettatori nelle prime file, Waters ebbe un acceso confronto con un fan che stava tentando di raggiungere il palco e finì per sputargli addosso. Anni più tardi, intervistato da Howard Stern, spiegò senza troppi giri di parole il motivo del gesto: “Perché si stava arrampicando sul davanti del fottuto palco!”.

Quel momento ebbe conseguenze profonde. Non soltanto per il pubblico presente quella sera, ma soprattutto per lo stesso Waters, che in seguito avrebbe individuato proprio in quell’episodio l’origine concettuale di “The Wall”. Ricordando quanto accaduto a Montréal, il musicista spiegò: “E’ stato uno di quei momenti in cui la vita cambia, mi fece pensare a quale livello di alienazione fossi arrivato. Improvvisamente una lampadina mi si accese, ‘Fare un concerto rock con la costruzione di un muro tra la band e il pubblico, come espressione fisica dell’alienazione che mi ha portato a sputare su quel tizio'”.
La riflessione affondava le radici in un malessere che si trascinava ormai da anni. In un’intervista radiofonica del 1979, poco dopo l’uscita dell’album, Waters raccontò: “L’idea per “The Wall” è nata da 10 anni di tournée con spettacoli rock. In particolare negli ultimi anni, penso al ’75 e al ’77, nei grandi stadi, quando suonavamo davanti a un pubblico molto grande, parte del quale era il nostro vecchio pubblico, che veniva ad ascoltare quello che volevamo suonare, ma la maggior parte di esso era lì solo per la birra. Di conseguenza diventò un’esperienza piuttosto alienante fare i concerti (…) Divenni molto consapevole di un muro tra noi e il nostro pubblico”.



Anche gli altri protagonisti ricordano Montréal come una delle serate più difficili della storia del gruppo. Nel 1982 David Gilmour dichiarò: “Pensavo che fosse un vero peccato terminare un tour di sei mesi con un pessimo spettacolo”. Snowy White, intervistato nel 2020 da Rolling Stone, confermò il clima che si respirava quella sera: “Per qualche ragione non c’erano buone vibrazioni. Quello fu lo spettacolo in cui guardai alla mia sinistra e vidi Roger che sputava a una persona del pubblico. Pensai: ‘Cosa sta facendo? Non è molto…’ Me lo ricordo”.
A quasi quarant’anni da quei fatti, Montréal è tornata a intrecciarsi con la storia di “The Wall”. Nel 2017 Roger Waters collaborò infatti con l’Opera di Montréal alla realizzazione di “Another Brick in the Wall: The Opera”, una trasposizione lirica dell’album sviluppata insieme al compositore Julien Bilodeau, al direttore esecutivo Pierre Dufour e al regista Dominic Champagne.
Inizialmente Waters era fortemente scettico. “Scrissi loro una e-mail molto gentile, ma molto ferma, nella quale dicevo che per la mia esperienza la maggior parte delle collaborazioni tra musica popolare in generale, ma in particolare il rock’n’roll, e le orchestre sinfoniche si erano tramutate in disastri e pensavo che fosse una pessima idea”. La sua opinione cambiò dopo un incontro a New York: “Ricevetti una fantastica lettera in risposta da Pierre Dufour. E fu così eloquente in difesa della loro idea che decisi di incontrarli”. Dopo aver visionato le prime elaborazioni operistiche di “Comfortably Numb” e “Another Brick In The Wall, Part 2”, il musicista si convinse definitivamente: “Iniziammo a parlare e cinque ore dopo eravamo ancora lì a parlare. Dopo quella riunione dissi ‘Sapete una cosa? Va bene, mi avete convinto. Facciamolo.'”

L’opera confermava la straordinaria vitalità di un lavoro nato da una delle fasi più turbolente della carriera dei Pink Floyd. Riflettendo sulla lunga fortuna dell’album, Waters osservò: “Muove le persone dal 1979. Ha colpito le corde giuste e penso che sia davvero grande che Dominique e Julian abbiano raccolto questa sorta di testimone e lo portino in un genere diverso nel mondo dell’opera. E ciò è molto lusinghiero”.
Quello che avrebbe dovuto essere il tour celebrativo di “Animals” si trasformò così nell’esperienza che cambiò per sempre la prospettiva del suo principale autore. Dal caos e dalla frustrazione di Montréal nacque infatti l’idea destinata a diventare uno dei concept-album più celebri della storia del rock.

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