Ianva

Ianva

Alla ricerca dell'ardore perduto

intervista di Marco De Baptistis, Claudio Fabretti

Il ritorno degli Arditi

di Marco De Baptistis

In occasione dell'uscita di "1919", 7" da collezione dedicato all'impresa fiumana di Gabriele D'Annunzio e dei suoi arditi legionari abbiamo realizzato una nuova intervista, schietta e diretta, alla band genovese.

Partiamo dall’inizio: come e perché sono nati gli Ianva? Quale è stato il percorso che ha portato al vostro primo Ep, “La ballata dell'ardito” e, successivamente, al vostro primo album, “Disobbedisco!”, dedicato all'impresa fiumana di Gabriele D'Annunzio?
Ianva entra appunto in scena nel 2005 con l’Ep "La Ballata dell'Ardito".
Questa la cronologia ufficiale. Ma in concreto il progetto operava da quasi un paio d'anni, sebbene privo di una denominazione definitiva e di una formazione vera e propria. Tutto ruotava attorno a un seminale terzetto che, con denominazioni e collaborazioni variabili, aveva licenziato pochi brani, destinati per lo più a compilation di area industrial/apocalittica.
Il gruppo inizia ad acquisire la sua identità “storica” solo con l'arruolamento di ulteriori elementi, ossia i musicisti a tutt'oggi coinvolti. Oltre, naturalmente, l'ingresso di Stefania, sia nella formazione che nella gestione comunicativa dell'intero progetto.
Non solo gli uni e l'altra resero tecnicamente possibile la realizzazione di composizioni fino ad allora solo virtuali, ma grazie a loro Ianva assunse la sua fisionomia definitiva. Che è, ricordiamolo, quella di una formazione allargata.
In controtendenza, dunque, rispetto a quell'attitudine a “minimizzare”, gli organici non meno degli arrangiamenti, peculiare dell'area stilistica entro la quale, almeno in un primo tempo, risultavamo compresi.
È stata poi la volta di "Disobbedisco!", il nostro debut interamente votato all'impresa fiumana e a D'Annunzio, l'Ep "L'Occidente", e poi via via "Italia: Ultimo Atto", "La Mano di Gloria" (progetto che comprendeva un cd e una trilogia libraria omonima), "Canone Europeo" e l'ultimo 7'' divertissement-celebrazione, in vinile dal titolo "1919", che è storia di questi giorni.

In molti hanno posto l’accento su una vostra vicinanza alla scena neofolk. Personalmente, credo che il vostro lavoro sia solo in parte assimilabile a quello di gruppi inglesi come Death in June o Sol Invictus. Vedrei, anche per motivi anagrafici e generazionali, delle affinità maggiori con il neofolk cantautorale di artisti più giovani come Rome. Voi cosa ne pensate? Conoscete i lavori di Jérôme Reuter? Uno dei suoi ultimi album, “Le Ceneri di Heliodoro”, rimandava, anche se indirettamente, proprio alla figura di D’Annunzio.
Sebbene non possa dirmi un completista della discografia di Rome, trovo i suoi lavori piacevoli e assai ben prodotti. Ma se parliamo d’influenze, citerei piuttosto proprio quei nomi che, come anche tu stesso confermi, non risultano immediatamente accostabili alla nostra alchimia. Ovvero i classici Death In June, Fire+Ice e soprattutto Sol Invictus.
Il lavoro di Tony Wakeford, lungo tutti questi anni e con buona pace dei detrattori, non ha mai mostrato significative crepe. Né sotto il profilo formale né sotto quello etico.
Sol Invictus non è stato solo fonte d’ispirazione ma, paradossalmente, data l’estrema malinconia dei suoi migliori titoli, anche di conforto. Anzi: continua a tutt’oggi a esserlo. L’ultimo "Necropolis" è un lavoro toccante che testimonia di un’ispirazione ritrovata. Mi pare inoltre che i suoi progetti paralleli Triple Tree e Twa Corbies affrontino il corpus di suggestioni relative a una Old Britannia “dello Spirito”, più letteraria che effettiva, con un’attitudine che ci è congeniale. Qualcosa a metà strada tra il senso di straniamento nostalgico dalla contemporaneità e una consapevolezza ironica di gusto quasi “camp”. Un connubio emozionale affatto scontato che, fatte le debite trasposizioni d’immaginario, è anche un po’ la nostra stessa cifra.
Esiste un’idea di “Italia Eterna” che non è meno articolata e suggestiva, sebbene noi non ci si possa sdilinquire più di tanto sulle vestigia di una “grandeur” forzatamente dismessa o di vocazioni imperiali spazzate via dal vento della Storia.
Ricorderei inoltre, almeno per quanto riguarda l’aspetto della verosimiglianza contenutistica, l’iniziale, potente propulsione fornitaci dall’esempio dei Blood Axis. Da principio mi aiutarono a capire più di altri come un perfetto e inattaccabile allineamento etico/estetico tra premessa teorica e opera finita potesse riuscire dirompente anche là dove la dotazione tecnica non era magari da primato. C’è un potenziale seduttivo supplementare in quei frangenti nei quali l’elemento “Verità” è inequivocabilmente percepibile.
Per questo, a costo di risultare antipatico e riallacciandomi alla domanda precedente, rivendico pulitamente il primato di avere attinto alla suggestione dannunziana prima di ogni altro e con uno statement frontale e diretto, senza ambiguità e mimetismi di sorta.
Esistono, è vero, degli antecedenti tutti italiani, i quali in tempi e modalità differenti si sono in qualche modo avviluppati nelle spire di un estetismo di marca dannunziana. Per quanto concerne gli anni '70, penso ai Pierrot Lunaire, aristocratici al limite del morboso, ai non meno decadenti Saint Just, agli Opus Avantra, la cui erudizione assumeva sentori addirittura museali.
Negli 80, favoriti da un’ispirazione neo-dandystica e neo-decadente alimentata dalla new wave, si distinsero in tal senso Le Masque, Death In Venice, Engel Der Vernichthung e, su tutti, gli Underground Life di Giancarlo Onorato, a mio avviso i più intrinsecamente dannunziani tra tutti.
Ma, e qui vengo al discrimine ultimo, tutti, senza eccezione, hanno guardato al D’Annunzio languido e “oppiaceo” della prima fase, quella voluttuosamente e preziosamente decadente. Noi invece, per primi, ci siamo rivolti al più scabro, movimentista D’Annunzio bellico. All’eroe “insonne”, al milite e al tribuno, scommettendo sul potenziale seduttivo che, in tempi così avari di esempi alti, poteva esercitare su un uditorio alla disperata ricerca di valori non effimeri.
Per cui se oggi si va diffondendo un interesse appassionato intorno alla figura del Vate, anche e soprattutto fuori i confini nazionali, la cosa non può che rallegrarci.
Ma chi tiene a essere intellettualmente onesto non può non riconoscere a Ianva il contributo decisivo a questa diffusione.

Se non sbaglio, nel vostro terzo album, “La Mano di Gloria”, avete ospitato in un brano le voci di Gerhard Hallstatt degli Allerseelen e Frank Machau degli Orplid. Avete mai pensato di collaborare con qualche altro progetto neofolk o martial industrial non italiano? Penso, ad esempio, agli svedesi Arditi, ai tedeschi Triiari, agli americani Awen
Sebbene ci si incontri davvero di rado, considero Gerhard un amico e un artista la cui coerenza teme ben pochi confronti. Credo si sia prestato volentieri a fare quella parte per noi e, in ogni caso, abbiamo altrettanto volentieri ricambiato rielaborando alla nostra maniera il suo classico "Edelweiss" (da non confondere con l’omonimo brano Ianva) nel suo doppio album di remix "Stirb Und Werde".
Questo genere di esperimenti, sempre interessanti e stimolanti, nel caso di Gerhard lo sono anche di più. Perché, prima ancora che musicista, è un intellettuale e uno studioso riconosciuto di cose tradizionali. Ciò ha fatto sì che potesse pienamente apprezzare il nostro tentativo di trasposizione d’immaginario. Sempre egualmente alpino, ma di un contesto a noi più prossimo come quello delle Alpi Marittime e della cultura Paleo-Ligure e Occitana.
Per Frank il caso è differente. Semplicemente reputo la sua voce la più bella, ricca, profonda ed espressiva mai emersa dal novero del neofolk germanofono. Frank è altresì responsabile di uno dei capolavori assoluti espressi dal movimento nella sua interezza, quel Nächtliche Jünger che ha concepito, suonato e cantato in veste di co-autore negli Orplid. Mi serviva un interprete “schilleriano”, una perfetta incarnazione vocale dell’Idealismo sognante proprio del Romanticismo tedesco. Una volta entrati in contatto via social, è nata la collaborazione. Inutile soffermarsi sul valore della prestazione, visto che è facilmente ravvisabile all’ascolto. Ma vorrei si risapesse qualcosa riguardo la modestia e l’educazione dell’uomo. Si direbbe ormai che in certi ambienti il senso della misura, l’avvertire il dovere dell’urbanità siano diventati il collaterale della vocazione artistica. Per cui chi più sa, chi più ha ricevuto il dono della perizia e dell’ispirazione, più tende a diventare schivo, umile, defilato e persino rinunciatario.
Ciò, naturalmente, determina anche una fenomenologia speculare: ci sono delle assolute nullità che sono sempre più ridondanti e piene di sé, straripanti, sgomitanti e rissose. È da qualche anno ormai che osservo questo genere di stranezze.
Per il resto credo che le collaborazioni siano davvero produttive quando, al di là della mutua utilità di scambiarsi delle frazioni delle rispettive audience, arrivano al culmine di una conoscenza interessante. Come a sancire e fermare nell’atto artistico quella scintilla di feeling personale scoccata in precedenza e senza necessità di essere in alcun modo forzata. Oppure, in alternativa, dalla curiosità e dalla voglia di sperimentare che possono talvolta accendersi quando i due elementi che si mettono in gioco hanno poco o nulla in comune e i rispettivi ambiti di competenza sono, se possibile, ancora più avulsi. Degli Arditi, per esempio, so che dovrebbero essere una costola dei Puissance, altra sigla che, ai nostri inizi, ci aveva ispirato e neppure poco. Ma in questo caso, però, non saprei neppure come avviare una conversazione, figurarsi una collaborazione.

Parliamo delle vostre influenze più legate alla musica italiana. A quali artisti vi sentite oggi più vicini e quali considerate totalmente agli antipodi rispetto all’estetica e alla poetica degli Ianva? In generale, come giudicate lo stato di salute della musica italiana oggi e che esperienze, anche sotterranee e meno conosciute, vi sentireste di supportare o semplicemente consigliare?
Con i consigli ho imparato ad andarci cauto, specie se riguardano soggetti o sigle ancora in attività. Perché poi capita d’incorrere nei malumori di chi non hai citato, magari solo per equanimità o banale dimenticanza. Ultimamente, poi, tutto è un unico nervo scoperto. Ma credo sia comprensibile: i contesti artistici alternativi entro i quali, anni addietro, in molti scegliemmo di operare si sono fatti sterili di soddisfazioni e opportunità come mai si sarebbe potuto prevedere. Neppure più sorretti dalle energie e dall’idealismo della giovinezza, quasi tutti dobbiamo fare i conti con uno stillicidio delle nostre autostime e motivazioni. Sono indispensabili un animo davvero saldo e una consapevolezza lucidissima per non crollare. Specie a fronte di audience capaci di entusiasmarsi ormai solo per delle assolute scemenze.
Concordo sulla necessità di supportarsi l’un l’altro e personalmente continuo a farlo nell’unica forma che conosco da decenni, ossia comperando i dischi che m’interessano o che semplicemente mi hanno incuriosito. La verità è che la nostra è una battaglia di retroguardia. E dunque, per sua stessa natura, concerne sentimenti come l’amor proprio, l’appartenenza culturale e generazionale, la sensazione di essere depositari di un retaggio. L’ovvia conseguenza è che anche le nostre predilezioni e i contesti entro i quali più facilmente ci identifichiamo sono anch’essi debitamente rivolti più al passato che al presente. Per cui, se si parla di Italia, considero idealmente vicino tutto ciò che in questi decenni ha alimentato il nostro immaginario. Senza scendere nel dettaglio dei nomi e delle sigle, dalla new wave italiana, specie quella delle origini, al dark sound di matrice hard e settantiana dentro il quale ho a lungo militato. Dal rock progressivo meno manierato e più oscuro e decadente, alle colonne sonore e alla library music. Alla nostra ispirazione concorrono inoltre molti cantautori, scelti indifferentemente tra alcuni dei canonicissimi maestri e altri più eretici e stranianti. Nell’economia generale delle scelte metriche e lessicali, per esempio, una grande influenza sono state le traduzioni italiane che, a suo tempo, Duilio Del Prete provvide al canzoniere di Jacques Brel.
Poi, si capisce, Enrico Ruggeri con e senza i Decibel, gli amici DishIsNein ex-Disciplinatha (per i quali ho avuto anche l’onore di scrivere alcuni testi), gli indimenticabili Krisma, i Kirlian Camera dei quali sono stato a lungo un fan.
In generale, pesa poi una certa attitudine derivante dall’area apocalittico-industriale. Retaggio sul quale abbiamo intravisto fin da subito la possibilità d’impiantare una seducente eresia che, se da un lato poteva attingere alla forma autoriale, dall’altro poteva avvalersi di una solidissima tradizione di colonne sonore, specializzazione nella quale gli italiani non hanno per molto tempo temuto rivali. Testi cantautorali spalmati su una soundtrack vintage-apocalittica: ecco la sintesi alla quale siamo pervenuti e che deve qualcosa a tutti, ma anche molto a noi stessi.
Per dirla tutta, negli scorsi decenni in Italia non è mancato nulla: da una scena Hc di tutto rispetto a formazioni garage e psichedeliche apprezzate in tutto il mondo. Da band black metal assolutamente all’altezza e, talvolta, persino capaci di declinarne lo spirito anche in chiave “italica” (non a caso col mondo black metal Ianva intesse da sempre ottimi “rapporti di vicinato”), a tutte le varie declinazioni di musica elettronica, dal rumorismo alla pura dance music. Per non parlare delle molte sigle doom, stoner, di curiosi ibridi di cantautorato metallico o shoegaze, senza tacere di alcuni “colleghi” di area apo- e neo-folk. Peccato però che alla quasi totalità degli italiani, non interessi più nulla di tutto ciò. Almeno, in altri paesi, a una maggioranza supina al mainstream si contrappone una minoranza robusta, che funziona da coscienza critica. Ciò ha finito per contemplare eccezioni molto interessanti, anche sotto il profilo strettamente commerciale. Penso al Nord Europa che produce fenomeni artificiali, ma estremamente divertenti come i Ghost, o proposte più seriose come tutta la voga vichinga tipo Wardruna, Skuggsja e Myrkur o, ancora, stravaganze genialoidi come Anna von Hausswolff. Tutte cose indubbiamente interessanti, tecnicamente ben curate e con un appeal internazionale, sebbene credibili anche sotto l’aspetto del recupero delle radici. E, infine, persino in grado di generare un buon indotto, il che torna sempre utile anche e soprattutto ai fini dell’Arte.
Ora, chiedo: perché diavolo in Italia è letteralmente impossibile approdare a qualcosa di paragonabile? La risposta è che, da almeno un quindicennio, nell’industria musicale italiana, o meglio in quel circo di pataccari che ancora si gabella per tale, spadroneggia con modalità totalitarie e para-mafiose una cosca di pochi e ben noti individui che hanno totalmente monopolizzato ogni comparto massmediologico. A costoro è riuscita, caso unico nell’intero pianeta, l’impresa di annientare completamente ogni possibile sottocultura. In questo coadiuvati dalla piaggeria di coloro che, per dovere morale e coerenza professionale, sarebbero stati obbligati a vigilare. Parlo dei tanti critici musicali “storici” che, pur di restare a libro paga, si sono ridotti a disquisire con serietà e compunzione di filastrocche e nenie risibili che cianciano di selfie, spiagge pugliesi e pagliacciate annesse.
Nell’immaginario che hanno creato, modellandolo sulle fantasie e sulle aspirazioni della peggiore tipologia di italiano, questo paese è definitivamente scivolato nell’emisfero Sud. Ma non in quello autentico, problematico, ma innegabilmente creativo e vitale, bensì in quello che alberga nelle loro teste da trogloditi cocainomani di provincia. Una sorta d’improbabile America Latina tutta spiagge, culi roteanti, pinhecolade, ciabatte, catene d’oro, canottiere pezzate e un'improbabile e variegata umanità che, sebbene viva nelle baracche, ha “gli occhi che ridono sempre” e “si muove benissimo perché ha il ritmo nel sangue”. Oggi la musica in Italia vive unicamente di queste cafonate. Queste sì intrinsecamente e profondamente razziste, barbariche e segregazioniste, come solo può esserlo il parvenu di paese, il villano che si pensa “trendy”, l’arricchito senza alcun gusto ed erudizione.
Qualcuno obietterà che esiste anche una scena indipendente. Che questa “riserva critica” è viva e lotta insieme a noi. Peccato che questa senile ridotta – in subordine ai suoi Svengali politici di riferimento - sia tutta tesa a stanare i presunti “impresentabili” come noi, ma non abbia nulla da ridire sui delinquenti dei network commerciali e sulla degenerazione morale, spirituale ed estetica che sono riusciti a infliggere al pubblico italiano. Il fatto è che gli amici progressisti hanno maturato un fiuto infallibile per il Potere autentico e sono in grado di produrre l’immediata risposta pavloviana della diligente messa a servizio. Sono inoltre persuaso che una massa di minus habentes, tutta avvinta dall’estetica citata poco fa, in fondo torni utile. Non solo perché scioccamente individualista e ottusamente gretta nel perseguire aspirazioni e soddisfazioni animalesche e quindi destinata alla sottomissione perenne, ma anche perché consente loro di continuare a raccontarsi l’un l’altro la favoletta della superiorità morale e intellettuale.
Posto poi che continuino a costituire “l’alternativa”, come si esplicherebbe oggi questa tensione libertaria e creativa? Officiando il tristissimo e sterile rituale del concertone “aggratis”, una volta l’anno, con il solito indie-pop da quarantenni con la testa al liceo o quella ciofeca di raggamuffin salentino che nel resto del mondo fanno sghignazzare anche le pietre? Mi chiedevi cosa considero antitetico: credo di essere stato esaustivo.
Con un'ulteriore precisazione, però. Avverto una quasi identica lontananza rispetto a quei progetti che, con il pretesto della sovversione, della scorrettezza politica o di un sovranismo un tanto al chilo, propinano lavori sciatti e scadenti, infarciti di semplificazioni e banalizzazioni. Presupponendo che una presa di posizione “scomoda” sia di per sé sufficiente a creare “l’opera d’arte”. La trovo una forma di faciloneria e di supponenza del tutto analoga e speculare a quella di certi “colleghi” di segno opposto.
Gli uni e gli altri nutrono una fede acritica e automatica nel valore aggiunto costituito da una serie di tic ideologici da anteporre all’opera mentre spessissimo è esattamente vero il contrario.

Personalmente, sono da sempre un appassionato di letteratura e cinema a tema distopico, quindi ho apprezzato molto “La mano di gloria” e il tratteggiare un fosco futuro che assomiglia in modo preoccupante al nostro presente. L’ho trovato il seguito ideale di “Italia: Ultimo Atto” che era un po’ un affresco storico sull’evidente decadenza del Belpaese. “La mano di gloria” nasceva come un romanzo scritto da Mercy e ambientato nel 2029. Vedete all’orizzonte altri scenari possibili per l’Europa o sentite sempre più vicino il rischio di un’oppressiva e censoria “oligarchia illuminata”? Del resto, il tempo è poco e al 2029 mancano solo nove anni ormai…
Se sul piano previsionale quella saga aveva un difetto era quello di essere forse eccessivamente ottimista. Il che può sembrare paradossale visto che la prospettiva finale era quella di un’apocalittica catastrofe. Tuttavia vi si dava per scontata l’esistenza di “semi” culturali e spirituali pressoché perenni che, lasciati finalmente liberi di germogliare in un mondo ritornato vergine, non avrebbero potuto che ricreare, col favore di tempi lunghissimi, una pienezza e una completezza della condizione umana definitivamente precluse all’uomo terminale pre-catastrofico.
Oggi, guardandomi attorno, non posso che nutrire seri dubbi sull’effettiva esistenza residuale di qualcuno di questi “germi”. Inoltre, pure azzeccando le previsioni a riguardo di una gran quantità di eventi e situazioni geopolitiche, al punto che in numerosissimi mi hanno scritto chiedendomi se per caso non possieda davvero doti divinatorie, mi rendo conto di avere accordato alla tempistica del collasso un passo assai più graduale e compassato di quello che, in effetti, si sta manifestando. Colpa senz’altro del riflesso condizionato di attribuire ai tempi che stiamo vivendo dinamiche proprie della Storia novecentesca, mentre anche questo ennesimo parametro è saltato. Il risultato, ancora una volta paradossale, è che stiamo vivendo un’accelerazione assolutamente inedita del processo storico, ma essendo questo, nella percezione collettiva, disciolto nella cronaca narrata dai media, tutto appare irrealmente immobile. La realtà è che il tempo che ci divide dal punto di rottura credo sia ben più esiguo di 9 anni.

Come è nata e si è sviluppata la collaborazione con Enrico Ruggeri in “Canone Europeo”?
Se la collaborazione è andata in porto il merito è solo di Enrico, le cui sensibilità ed esperienza sono state decisive per intuire che noi, sebbene ci si conoscesse fin dai tempi di "Disobbedisco!" e ci si fosse anche occasionalmente incontrati, non ci saremmo mai azzardati a chiedergli alcun favore. Di solito, nel mondo “normale” funziona così: ti guadagni la stima o la benevolenza di qualche personaggio “famoso” e cerchi di cavarne qualcosa. Ma noi non siamo fatti di quella pasta e chi ci conosce da vicino lo sa.
L'ultima cosa che voglio è risultare invadente e inopportuno. Specie nei confronti di persone che d’impegni, incontri, relazioni e deadline ne hanno piena la vita. E che dall’oculata gestione dei medesimi e del loro tempo dipende gran parte della loro serenità professionale. Se una regola che ci siamo dati è quella di non tirare nessuno per la giacca, e se questa regola è estendibile teoricamente a tutti, per Enrico lo è stata a lungo ancora di più. Proprio perché la sua affabilità e la sua modestia dovevano avergli guadagnato, così pensavamo, le attenzioni di fin troppi procacciatori di favori.
Sicché solo in tempi più recenti, in forma di bonario e ironico rimprovero, lui stesso si è proposto di fare qualcosa insieme. Che dire, se non che gli sono grato per questa delicatezza, per questa squisitezza di tatto, almeno tanto quanto lo sono per il guesting? Il punto è che Enrico, in età matura, è il classico gentiluomo cordiale e riflessivo, colto, ma senza ostentazioni, così come in gioventù ha incarnato con assoluta naturalezza l’archetipo del giovane artista un po' dandy e decadente, dai modi disincantati e aristocratici. Tipologie umane con le quali mi sento sommamente a mio agio, ma che nell’Italia di oggi non mi sorprende suscitino qualche prurito di troppo.
Sfido io: con tutti i neo-cafoni e le mezze tacche di cui straripa il Paese non c’è di meglio che un personaggio pubblico la cui cultura, il cui taglio comunicativo e temperamentale sono così poco contemporanei per stanarli e rivelarli per ciò che sono.
Aggiungerei un dettaglio. Cantare "Canone Europeo" con Enrico rappresenta anche una sorta di ideale completamento di una vicenda esperienziale e intellettuale iniziata decenni fa. Nella primavera del 1980 andammo, tra liceali, a un concerto dei Decibel che, in quel momento, parevano in procinto di conquistare il mondo. Avevamo da poco tutti cambiato look. Via capelli lunghi, jeans e stivaletti di discotecara memoria. E dentro ciuffi spioventi sul viso, scarpe con la para, impermeabili e camicie con il collo inamidato. Tutti ci eravamo trasformati in tormentati “intellettuali europei”!
Insomma, avrai capito che era l’inizio della voga new wave in Italia e, per un breve periodo, anche noi - modesto corrispettivo italiano di ben più rutilanti fenomeni d’oltremanica - avevamo trovato i nostri “campioni”. Oggi, dopo decenni, dopo che l’estetismo formale è venuto naturalmente meno, forse, intorno a quella posa vetero-europea tutta istinto ed esteriorità ci è infine riuscito di addensare qualche corrispondenza culturale in più. È probabile che “l’insonnia febbrile” di quei giorni non servisse ad altro se non a costruire un bellissimo contenitore che ognuno poi, nelle stagioni successive della propria esistenza, ha avuto la possibilità di colmare o meno con un qualche contenuto.
Dall’innocenza all’esperienza, è suggestivo ritornare con l’amara consapevolezza della maturità su quell’ambigua, sfuggente, seducentissima suggestione. E farlo “incrociando i microfoni” con Enrico, nostro campione di allora, è un’esperienza che, da sola, premia e motiva il lavoro di questi anni.

A livello strettamente musicale, ho sempre apprezzato la capacità degli Ianva di creare atmosfere che rimandano a visioni cinematografiche di spessore. Penso alle colonne sonore di Ennio Morricone in primis, ma anche Nino Rota e Franco Micalizzi. Le vostre passioni nel campo del cinema?
Beh, credo che la storia di Stefania sia nota a chi ci segue e che la sua passata carriera di giornalista, sia presso riviste musicali, sia attraverso uno dei primi portali dedicati al cinema di genere, parli da sola. Anche la sua precedente esperienza discografica ne era profondamente intrisa, e questa passione, del resto, è stata uno dei primi motori della nostra reciproca conoscenza.
Dal canto mio, suppongo che la mia storia pre-Ianva sia abbastanza nota, con i progetti dei quali ho fatto parte (Malombra, Il Segno del Comando) caratterizzati da una fascinazione quasi maniacale verso quell’unicum di genere che è il gotico-cinematico all’italiana, le sue atmosfere morbose e le sue ambientazioni sonore inimitabili. Siano esse degli horror o dei thriller nazionali anni 60 e 70 o, ancor più, quelle dei teleromanzi Rai a sfondo misterico o paranormale.
Una passione, questa, che abbiamo cercato di trasmettere ai nostri più giovani compagni di band. Non fosse altro perché eravamo certi che, come musicisti, potessero creativamente avvantaggiarsi dalla disamina di determinati dispositivi e accorgimenti stilistici che rendevano unico l’approccio italiano al genere. Scommessa vinta perché, almeno alcuni, sono diventati a loro volta estimatori di questo cinema, specie nelle sue declinazioni più oscure. E soprattutto dell’arte della sonorizzazione e del design che rendevano queste pellicole, talvolta modeste per mezzi e qualità complessiva, assolutamente fascinose.
Per il resto mi rendo conto che è assai difficile trasmettere a una platea giovane l’esatta portata dell’influenza che questo mondo di “arti minori” (cinema di genere e sceneggiati su tutti) ha esercitato sulla nostra generazione. E che, almeno per un breve lasso di tempo, parve sul punto di dar vita e forma a una provvisoria versione di cultura popolare, a un soffio dal trasformarsi in folklore. Già che ci siamo ti dico anche che uno degli errori madornali commessi negli scorsi anni da tutto il comparto artistico che per comodità chiamiamo neofolk è stato quello di disconoscere o ignorare tutte quelle forme di sottocultura popolare che, nei decenni precedenti, si erano casualmente, ma a volte con effimera efficacia, sobbarcati il compito d’incarnare provvisoriamente lo spirito del “Volk”, come io insisto a definirlo. Per noi italiani, di certo, a un dato momento quello spirito è passato anche da dove vi ho appena raccontato. Ma chiunque sia interessato a riaccendere il fuoco dovrebbe iniziare a rintracciarne altri di questi momenti. C’è tutta una sottocultura da ricostruire da capo. Fate un poco voi.

Il vostro nuovo Ep in vinile, “1919”, appena uscito per Antica Fonografia Il Levriero, è dedicato anch’esso all’impresa fiumana, essendo stato anche il centenario nel 2019. Trovo molto efficace lo slogan “Restiamo Fiumani” che accompagna l’uscita del disco. Si tratta di una sorta di necessario ritorno alle origini per gli Ianva? Volete raccontarci qualcosa anche della collaborazione con Edoardo Sylos Labini presente nell’Ep?
Come accennavo in apertura, l’azzardo intellettuale e la riconversione di un immaginario sepolto che sono stati all’origine della vicenda Ianva, o meglio il racconto a posteriori di quell’esperienza, hanno costituito il contenuto del mio intervento al convegno “Fiume Città Sacra” che ha avuto luogo a Milano il maggio scorso. Decisamente una piccola gemma nell’ambito delle iniziative relative al Centenario dell’Impresa di Fiume che nel corso del 2019 si sono tenute un po’ ovunque, in Italia.
Il 7'', infatti, era stato ideato fin da subito per costituire l’interfaccia musicale del convegno e per questa ragione risulta compreso a pieno titolo tra gli atti del medesimo.
Quindi, più di un necessario ritorno alle origini, parlerei di un ciclico ritorno all’immaginario che ci ha battezzato. Già era accaduto nel 2015 quando, in occasione del Centenario dell’entrata in guerra dell’Italia, avevamo dato alle stampe "Memento X-C" (in cui il “10” si riferiva al decennale della nostra prima uscita discografica e “100” al centenario storico). Allora si era trattato della ristampa ampliata di brani e contenuti del nostro esordio. Quest'ultimo episodio, invece, presenta due brani inediti che vanno a occupare idealmente e cronologicamente un tassello finora mancante nel grande affresco attorno al quale lavoriamo da anni. In questo caso, l’atmosfera frenetica di quei giorni immediatamente post-bellici. Pervasi senz’altro di disillusione e di livore, ma anche di straordinarie energie ancora inespresse. E soprattutto da una diffusa pretesa di equità e giustizia da parte di quelle moltitudini di reduci, gran parte dei quali neppure ventenni. Aspirazioni viscerali e potenti alle quali la grande dimestichezza con le prassi dell’azione e della manovra coordinata maturata in trincea conferiva una concreta e fino a poco prima impensabile potenzialità d’imporsi.
Sempre in quest’ottica di rievocazione di “spiriti” vecchi di un secolo, abbiamo provvisto una veste sonora alla celebre orazione del Comandante D’Annunzio intitolata appunto "Disobbedisco!" che, pur titolando il nostro lavoro sull’epopea fiumana, non avevamo finora mai inserito. E chi, per recitarla, era più titolato di Edoardo Sylos Labini che D’Annunzio lo ha portato per anni sui palchi dei teatri italiani? Edoardo è un agitatore culturale tra i più attivi e risoluti che ci siano in circolazione. Ce ne vorrebbero centinaia come lui. Personalmente, sostengo e supporto le sue iniziative e non solo perché, a suo tempo, si è occupato di noi. In un clima di asfissiante conformismo culturale e con un’informazione ufficiale grottescamente faziosa, personalità come la sua sono vitali per la libertà di tutti.

Per i nostalgici appassionati, come il sottoscritto, di supporti sonori come il vinile (e le cassette) pensate in futuro di ristampare anche i vostri precedenti lavori usciti solo su cd in forma di Lp? Del resto, sarebbe un bel gesto simbolico contro la decadenza dei nostri tempi volti alla smaterializzazione e alla virtualizzazione della musica, spesso orchestrata da aziende che lucrano sullo streaming sfruttando il lavoro degli artisti. Avete una posizione sulla questione?
La mia posizione in merito è assolutamente netta: arriviamo da anni sequestrati da una tale idolatria per la tecnologia che persino le conseguenze più ovvie e immediate della sua estensione indiscriminata sono state ignorate per le solite ragioni di conformismo ideologico e di servilismo verso le nuove caste dei mogul delle piattaforme. Nei rari casi in cui qualcuno ha osato sollevare qualche ragionevolissima obiezione, le sue argomentazioni sono state tacitate, screditate e derise. Ma ciò non rende la verità meno evidente. Se pure l’intero cumulo della creatività umana di ogni tempo fosse reso interamente disponibile all’istante, senza alcun costo, limite, dovere, responsabilità, consapevolezza, impegno o riflessione richieste all’utenza - in pratica lo scenario ideale di tutti i “progressisti duepuntozero” e di tutti i nativi digitali - ciò non renderebbe automaticamente l’utilizzatore all’altezza di trarne intellettualmente profitto.
Regalare qualcosa o facilitarne all’estremo la fruizione non opera necessariamente il miracolo di trasformare gli analfabeti in letterati e gli ottusi in acuti. Anzi, pare evidente, vista la regressione della soglia di attenzione generale a livelli prossimi alla sub-normalità, che semmai si determina una tendenza contraria. Lo stiamo capendo solo ora che quello che per noi era un atto assolutamente naturale e scontato, come ascoltare della musica, appassionarsi a un artista o a un genere, atteneva in realtà a qualcosa di profondo e complesso. Di solito correlato alla precisazione dell’individualità personale e parte di un processo di acquisizione progressiva di un bagaglio culturale, con tutte le sue incertezze, le sue piccole conquiste, i suoi passi falsi. La gradualità dell’affinamento del gusto, il processo tortuoso e avvincente che contribuiva a creare un’identità adulta e che oggi è completamente precluso. Pur disponendo di un oceano di dati dal quale spizzicare svogliatamente e a casaccio, nella speranza che nel giro di qualche secondo arrivi la scossa che dovrebbe trarre dalla torpidità e dal tedio, giacché, lo sappiamo tutti, non c’è noia peggiore di quella che attanaglia gli ignoranti.
Dunque, per quanto l’offerta sia sconfinata, l’effetto è quello di un vuoto cosmico, sterile e indifferenziato. Perché chi dovrebbe semplicemente servirsi da sé ormai non dispone più degli organi di senso per orientarsi. Né di alcun codice estetico per discernere. Né, tanto meno, di nessun casellario mentale in cui stipare congruamente l’esperienza estetica che vorrebbe conservare.
Per cui, sì: per noi la riproposizione del supporto fisico in tutte le sue forme tradizionali è una condizione essenziale. Al punto che se, per qualsivoglia ragione, non fosse più praticabile, trarremmo da ciò l’immediata conclusione che l’esistenza stessa della sigla Ianva vedrebbe venir meno la sua ragione d’essere. Come ti ho detto, il tema fondante di Ianva è la sfida. E la nostra forma di militanza contro il tempo corrente si traduce anche in questo: puntare, in epoca di generale liquefazione dell’esistente, sulla solidità. Dei contenuti, delle parole, delle scelte musicali ed estetiche, dei rapporti umani e infine, come logica conseguenza, anche dei supporti.
Poi c’è l’azzardo: quello di riuscire anche a venderli, in un contesto in cui chi ci sostiene sono alcune, sebbene prestigiose eccezioni, mentre la regola continua, oggi più che mai, a esaurirsi in ostracismo e sabotaggio. Ma, malgrado loro, finora ci siamo riusciti, per cui, con calma e pazienza, ogni cosa a suo tempo si materializzerà. Sempre con cautela: sfidare e azzardare non sono sinonimo di scialacquare.

Volete ricordarci le vostre prossime date dal vivo?
Ad oggi diamo appuntamento a tutti il 14 marzo al Revolver di San Donà di Piave, dove, nel cuore del territorio dove si svolsero gli eventi che noi ci ostiniamo a narrare, presenteremo live il nostro 7 pollici commemorativo e suoneremo una scaletta ad hoc. Inoltre stiamo vagliando alcune proposte.
L’attività live si è fatta, per un progetto come il nostro, con molti membri titolari e tutti con condizioni esistenziali, lavorative e abitative assai diverse tra loro, negli ultimi anni sempre più problematica. Per questo, quando riusciamo a trovare la proverbiale quadra ci teniamo affinché le aspettative di chi ci supporta e ci vuole bene non vengano mai deluse.

Dopo “1919” quali sono i vostri progetti futuri? Qualche novità in cantiere? Un nuovo album all’orizzonte?
Se guardi la nostra discografia ti renderai conto che con il tempo si è andato delineando uno schema. Ianva è un po' come certe serie televisive nelle quali ogni singolo episodio sovrappone a una vicenda autoconclusa anche il dipanarsi di una main-story che, puntata dopo puntata, si snoda per tutta una stagione. Ecco, per noi la main-story è costituita dal mito della Grande Guerra e dalle vicende ad essa collegate e questa è anche la dimensione in cui, di solito, è ragionevole aspettarsi la riproposizione, con qualche sfumatura via via differente, della nostra formula musicale e testuale “classica”.
Intervallati a questi episodi giungono, a scadenza periodica, i dischi “liberi”. Dove, sia sotto l’aspetto musicale che testuale, si sperimenta molto di più e ci si assume anche qualche rischio supplementare. Di solito dischi del genere vengono pienamente apprezzati in differita, ma all’atto della loro uscita c’è sempre qualcuno che fa paragoni a dir poco impropri. Ma è un rischio che vale la pena di correre perché questi sono i lavori in cui ci sentiamo liberi anche rispetto a noi stessi. E, infatti, se li riprendi in mano dopo qualche tempo puoi renderti conto di quanto ciò che oggi può suonare ortodosso, quindi piacevole e rassicurante, sia in gran parte frutto degli azzardi di ieri.
Dunque, al prossimo giro, aspettati qualcosa di imprevedibile, magari passando attraverso un agile episodio intermedio finalizzato a calibrare e “a prendere le misure” al suono che ci servirà questa volta.

(16 febbraio 2020)

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L'ensemble dei Disobbedienti

di Claudio Fabretti

Felice anomalia nel panorama indie italiano, i genovesi Ianva ripudiano suoni, stili e modelli dell'alternativese nazionale. Coniugando la marziale drammaticità del neofolk con il patrimonio storico della canzone d'autore italiana e con un'attitudine decadentemente "noir". Il loro debutto sulla lunga distanza, "Disobbedisco!", sorta di omaggio teatrale all'impresa fiumana di D'Annunzio e dei suoi legionari, è divenuto un caso musicale. Ne parliamo con le due voci della band, Mercy e Stefania D'Alterio, in questa intervista esclusiva.


Mercy, puoi raccontarci anzitutto che cos'è Ianva oggi e che cosa ha spinto musicisti di così diverse estrazioni a unirsi in questo progetto?
Ianva è un ensemble musicale atipico, almeno in relazione ai parametri correnti, contando ben 9 componenti titolari più una serie sempre rinnovabile di collaboratori occasionali. Va detto che questa configurazione non rientrava nel progetto iniziale. Infatti sulle prime il problema non era quello di mettere insieme una formazione, quanto piuttosto quello di dare vita a un ben preciso suono. Un incoraggiante anticipo di questo suono, sia pure in una versione molto più modulare e ripetitiva, lo avevamo già messo a punto io, Francesco e Argento, sperimentando, per passatempo, con dei sample. In quella fase eravamo interessati a creare delle basi che suonassero drammatiche e marziali e che evocassero scenari apocalittici, ma che, per scelta di grana sonora, non utilizzassero fonti successive ai tardi anni 70.
Il calore e la profondità dei campioni originari assemblati in loop ossessivi e implacabili su cui intessevamo trame ritmiche suonate al massimo della dinamica, davano vita a qualcosa di davvero intenso, lontano anni luce da tutte le moscerie che si sentivano in giro. Restava il problema dello sviluppo armonico limitato. A questo ovviammo coinvolgendo Fabio Gremo con il quale, separatamente, stavo scrivendo del materiale più "autoriale". Pensammo che sarebbe stato interessante coniugare questi due aspetti. Da qui la necessità di ritornare alla musica integralmente suonata e allargare l'organico fino a coprire l'intero panorama sonoro, fino a quel punto solo virtuale.
Così ognuno cooptò dei musicisti di sua fiducia e io introdussi Stefania, la quale portò in dote anche le sue competenze in materia di musica cinematica e mainstream italiano d'annata che andarono a costituire l'ultima sequenza del Dna musicale di Ianva.

Quali sono le vostre principali influenze musicali? Anche qui, mi pare che l'eterogeneità non manchi...
Se consideriamo le influenze individuali, la sommatoria sarebbe imponente, ma in stretta relazione al suono Ianva non tutto va a fare cumulo. Inizialmente era forte la componente drammatico-marziale mutuata da Laibach, In The Nursery, Puissance, Sophia e altre cose del genere, questo è indubbio. Tra l'altro ci piaceva l'aura di temibilità che alcuni di questi progetti ispiravano. E dando per giunta l'impressione di divertirsi parecchio a farlo. È salutare che, ogni tanto, qualcuno si presenti a scoperchiare quella specie di bis-pensiero pretesco che alberga nei circuiti cosiddetti alternativi. Alla fin fine, però, l'amore per l'arte italiana della soundtrack anni 60-70 ha finito per prendere nettamente il sopravvento.
Amo ancora lo spirito situazionista degli sloveni, ma, di contro penso pure che intere discografie di progetti ambient-marziali sugli scudi non valga un solo pezzo di Trovaioli, Micalizzi, Cipriani, o dei fratelli De Angelis. Poi c'è Morricone, ma di certo non siamo i soli né i primi, visto i dischi più riusciti di Death In June, Sol Invictus et similia hanno sempre inseguito qualcosa di morriconiano. Però, se mi posso permettere, quando noi italiani mettiamo mano a certi suoni abbiamo una marcia in più. Come si dice, a ognuno le sue competenze.
Tutto ciò, però, non significa che certi filoni tipicamente british o teutonici non esercitino il loro influsso. L'acid-folk anni 70, per esempio: Comus, Spyrogyra, Mellow Candle, Malicorne… Tutta roba ascoltata fino allo sfinimento che, debitamente mediterraneizzata, si è andata a impiantare nel nostro suono. Di sicuro c'è un soffio kraut-rock, c'è il rock decadente dei Roxy Music, del Reed di "Berlin", o del Bowie di "Lady Grinning Soul". E ancora post-black metal alla Ulver, "canzonetta" italiana da classifica di trent'anni fa, cabaret anni 20, wave italiana para-mainstream alla Faust'o, Decibel… un bel casino!
Personalmente, poi, non potrei fare a meno di Scott Walker, Marc Almond, Peter Hammill, Arthur Lee & Love, Duncan Browne & Metro e molti altri. Ascoltarli fa bene all'anima, ma insegna anche a essere esigenti verso se stessi in materia di scrittura e composizione.

Sembra che tra la vostra Genova, i suoi cantautori storici, e la Francia degli chansonnier vi sia un legame speciale. Sentite il carico di questa eredità e di questo connubio?
Beh, nella domanda precedente ho omesso di parlarne non perché tutto ciò non ha avuto alcun peso, ma prorpio perché, al contrario, è talmente centrale e fondante che è percepito da noi quasi come un automatismo. A Genova, tutto quel mondo, quell'immaginario, specie se si è passata la trentina, è un patrimonio largamente condiviso. Si potrebbe parlare di un vera familiarità visto che i vari De André, Tenco, Bindi, Lauzi erano la musica che girava per casa quando eravamo bambini.
In particolare, De Andrè è diventato con il tempo una sorta di Lare della genovesitudine e ha contribuito a far acquisire un grado di consapevolezza differente rispetto a un certo carattere cittadino, talmente indefinito e sfuggente da non essere chiaro neppure a noi. Almeno finché Fabrizio non ha provveduto a fornircene una quintessenza, pura e levigata come un uovo di Fabergé. E ci voleva un artista immenso per riuscirci, dato che le materie trattate, la sua anima e quella misteriosa anima cittadina di cui si parlava prima, gareggiavano per ispida scontrosità e tollerante generosità vissuta con uno strano pudore, quasi si trattasse di un brutto difetto da dissimulare.
Va da sé che la strada imboccata a Genova finisce al piovoso Plat Pays di Brel, alla Rive Gauche di Ferré o al Midi di Brassens, pieno di strampalati anarchici, talvolta patetici, talvolta abbietti, ma sempre in grado di insegnarci qualcosa su noi stessi che, per codardia o porco comodo, avremmo magari preferito ignorare. Non a caso nel nostro primo mini-cd abbiamo voluto inserire una bella interpretazione in diretta che Stefania ha dato del classico di Brel "Amsterdam", e per la stessa ragione per gli arrangiamenti della title track abbiamo buttato più di "un orecchio" agli arrangiamenti magistrali che Gian Piero Reverberi fece per "Tutti Morimmo A Stento".
Purtroppo anche a Genova tutto questo è in via di rapida liquidazione. I giovanissimi sono in tutto e per tutto identici ai loro coetanei di ogni altra landa dell'Occidente, non hanno mai sentito parlare di nulla del genere e nemmeno gli interessa. I più adulti, o sono occupati a non affondare nella merda, oppure si iscrivono a corsi di merengue, o si fanno venire l'infarto allo stadio. Una città che ha fatto una brutta fine.

C'è qualcosa che vi lega, invece, al movimento neofolk internazionale, cui in molti vi hanno associato? E quali sono i gruppi neofolk che preferisci?
Ianva è un gruppo che fa musica leggera italiana. "Leggera" nel senso che il termine poteva avere 30 o 40 anni fa. Cioè "pesantissima", se rapportata al pensiero elementare che guida la quasi totalità delle produzioni musicali di oggi. In più abbiamo una spiccata predilezione per i temi storici e di costume relativi alla vicenda nazionale. Vicenda già conclusa da tempo. L'Italia di oggi è un paese disintegrato e senz'anima e quindi non ci fornisce alcuna ispirazione né, tantomeno, interesse a schierarci in nessuna enclave. Chiarito questo punto, resta il fatto che la nostra prima uscita live l'abbiamo fatta da headliner alla prima delle due serate di un festival neofolk internazionale molto importante che si svolge ogni primavera in Svizzera. Aggiungi pure che i primi riscontri (e anche i più cospicui) li abbiamo raccolti in quella cerchia di pubblico o in ambienti comunque contigui. Quindi se ora facessi lo schizzinoso e iniziassi a mettere avanti mille distinguo, sarei davvero una bella faccia di bronzo. Certo, mi è capitato di polemizzare anche attraversando quella scena, ma quando la vedo attaccare dall'esterno non posso fare a meno di obiettare. Questo perché chi l'attacca lo fa per due ragioni. La prima: perché è persuaso di svolgere un'opera di "alta vigilanza antifascista", e non credo sia necessario far notare l'abissale idiozia della cosa. Oppure, ed è quasi sempre così, consuma piccole vendette private sotto copertura. Questo la dice lunga sulla grana umana media che ormai è predominante anche nelle scene "alternative".
Tuttavia, considero quello stile una splendida occasione mancata. Questo, nota bene, non a causa dei boicottaggi come amano raccontarsi l'un l'altro in quell'ambiente, ma per l'insipienza e lo scarso talento di una grossa percentuale di protagonisti. Era un'idea-bomba, poteva diventare l'unico movimento musicale autenticamente sovversivo da trent'anni a questa parte! E quando uso il concetto di "sovversivo" non mi riferisco ad alcun aspetto politico, ma a qualcosa di molto più etereo, ma a suo modo più radicale. Parlo della capacità di imporre dei salti di paradigma nel sentire collettivo o, più specificatamente, generazionale. Poteva diventare il suono del dissenso assoluto, quello impolitico, quello che non sopporta più il tempo presente. Un tempo all'insegna di un totalitarismo meschino, untuoso e malaccorto. Un totalitarismo feroce e devastante delle culture, dei paesaggi, delle vite e delle anime. Quindi avrebbe senso contrapporvi un immaginario che si prenda la responsabilità di rammentare che gli uomini hanno anche bisogno di sentirsi uniti. Di esigere un'esistenza dove abbia un posto l'armonia, la conservazione oltre che il dinamismo, dei punti fermi oltre che dei punti in fuga. Un mondo che non ti scappi ad ogni istante da sotto i piedi.
In realtà il neofolk è un movimento estremamente sentimentale, animato da propositi in un certo qual modo nobili. Ma l'idealismo non basta. L'idea diffusa di poter tirare avanti in penuria di vere competenze, di vere professionalità e progettualità è come una falla nella quale s'infila di tutto. Compresi ducetti paranoici e vanesi cretini, quando non autentici farabutti. È per questo che noi corriamo da soli, anche se con alcune band e artisti intratteniamo ottimi rapporti e ci sono stati alcuni dischi che ci sono piaciuti molto. Sempre troppo pochi, però, se l'intento era qualcosa di più del semplice vivacchiare.

Ianva - Mercy"Disobbedisco!", il vostro primo album, è un concept. Ci puoi raccontare come è nato? I personaggi sono reali? E a cosa si riferisce la "disobbedienza" del titolo?
A costo di sembrare un cazzaro mi piace pensare che ci sia stata una qualche sintonia medianica. Del resto, nel periodo in cui l'idea ha preso forma, si è verificata una serie di coincidenze davvero impressionante. Forse la nausea del presente era giunta a un punto tale da predisporci in qualche modo a diventare una sorta di "antenne".
Ma, tralasciando gli aspetti suggestivi, resta il fatto che quei pochi, convulsi anni che intercorsero tra la fine della Grande Guerra e il sorgere del Fascismo, ormai materia misteriosa per l‘italiano medio di oggi, furono uno di quegli snodi in cui la Storia si trova di fronte una casistica impressionante di evoluzioni possibili. Ma ciò che primariamente mi colpì di tutta la memorialistica Fiumana, come della copiosa produzione reducistica, fu un dato di un ordine che definirei "antropologico". Ci sono passate per le mani migliaia di pagine e, alla fine, la sensazione non era quella di essere separati da questi uomini solo da poche generazioni, ma di appartenere a una specie "mutata" rispetto a quella che fermò quei pensieri sulla carta.
C'è un bel saggio di Calderazzi sull'argomento che porta un titolo che basta da solo a inquadrare l'elemento essenziale: "Almeno Non Ignobili". Ecco il punto. Il concetto di "ignobiltà" sembra del tutto evaporato dal sentire collettivo, o è diventato talmente vago e "cronistico" da aver perso ogni peso. Contrariamente, parrebbe di capire, a quanto accadeva allora, dove la sfera del decoro e dell'onorabilità personale si estendeva al punto di trovare un'interfaccia nel collettivo e, per logica estensione, nella Storia.
Il memoriale dal quale abbiamo tratto gli aspetti salienti del concept è un'operina minore e sconfina costantemente nel romanzesco, con tanto di intrigo a fare da sfondo che oggi definiremmo esoterico-complottistico, ma risulta straordinariamente attendibile per quanto riguarda la mentalità, il costume, il colore di quei giorni. Poco importa che l'autore usi dei probabili nomi di comodo per coprire la vera identità dei protagonisti. È il loro aspetto archetipico che ci interessa. Provengono da fronti contrapposti e, come tutti, hanno sempre obbedito più per senso del dovere verso gli altri che per fede nell'autorità. Si fermano e si rivoltano solo quando vedono estendersi l'ala dell'Ignobile. Essi paiono dirci che se si può ancora fare il proprio dovere pur nel sospetto di una causa sbagliata, è impensabile farlo per una causa chiaramente ignobile. Gabriele D'Annunzio, chiosando Garibaldi, telegrafò quell'unica risposta (Disobbedisco!) alla Presidenza del Consiglio che gli intimava di desistere alla vigilia dell'occupazione di Fiume.
Il trattamento riservatoci dagli alleati, la loro rapacità e la chiara volontà di ridurre l'Italia a uno statarello vassallo di gelatai e suonatori di mandolino, determinò una sorta di "insurrezionalismo in divisa" che aveva poco di politico e molto di etico e di utopistico. Una reattività temeraria e beffarda, alla faccia dei voleri di potentati anglo-americani che già si configuravano quali "padroni del mondo", che oggi possiamo solo sognarci.

Colgo nei vostri testi la pietas per quegli uomini, ma anche la nostalgia per quella Italia e per quei valori, o comunque l'impressione che vi sia stato un "imbarbarimento", una perdita progressiva di dignità e di coraggio... Davvero era quella l'ultima "generazione ancora capace di votarsi a imprese che trascendevano il personale"?
Ricordo il contesto in cui espressi quel concetto. Che non era, si capisce, esclusivo di altre esperienze. Va da sé che anche chi partecipò alla Resistenza o, poniamo, al ‘68 o agli anni di piombo, non lo fece di certo per tornaconto personale. Oggi va di moda far notare, in parte giustamente, che queste esperienze storiche non hanno fatto che produrre nuovi establishment, spesso nefasti come quello che ci schiaccia il capo oggi. Ragion per cui risulta giocoforza ridimensionare la portata idealistica di questi eventi e rileggere il tutto in una chiave assai più pragmatica. In pratica, come è costume di una nazione endemicamente faziosa e ovina come la nostra, si è passati da un estremo all'altro. Dall'agiografia più angelicata e improbabile, si è passati a una rilettura dei fatti dominata da un sentimento bieco e fondamentalmente volgare, come è nella cifra del nostro tempo.
In base a queste nuove interpretazioni dovremmo credere, per esempio, che tutti i sessantottini fossero semplicemente degli squaletti arrivisti decisi a dare l’assalto al potere per il potere, spazientiti dalla lentezza con cui si attuava il ricambio generazionale alle leve di comando. Dovremmo credere che TUTTI hanno avuto brillanti carriere e sono diventati dei facoltosi parassiti che il popolo bue deve mantenere nel previlegio con il sudore della fronte. E che, soprattutto, tutti fossero in sostanziale malafede fin dall’inizio. Questa interpretazione è del tutto assurda, non solo perché non tiene alcun conto della realtà dei fatti, ma perché cozza con un aspetto che è proprio della condizione umana, una caratteristica della nostra specie: l’idealismo, l’irrequietezza e, quasi sempre, il velleitarismo dei giovani, specie dei maschi.
Le società in cui c’è una grande quantità di giovani scapoli, senza una precisa collocazione sociale e lavorativa, sono necessariamente turbolente. I paesi islamici sono particolarmente reattivi rispetto al rullo compressore della globalizzazione non certo per via delle loro classi dirigenti, ma sotto la spinta delle loro sterminate masse di giovani. Quindi, come si vede, la generazione fiumana non fu tecnicamente l’ultima in tal senso. A tutt’oggi posso parteggiare per il Subcomandante Marcos o per i guerriglieri del Delta del Niger per le stesse ragioni per cui, se fossi vissuto a quell’epoca, avrei parteggiato per i Fiumani. Ma se consideriamo l’Italia, e analizziamo chi fu a porsi per ultimo il problema della sovranità, della libertà di essere un soggetto autonomo di politica e di Storia, allora quella generazione fu davvero l’ultima. Non lo fu il Fascismo, dipendente quasi da subito dei potentati nazionali in funzione fortemente conservatrice e classista. Non lo fu la Resistenza, che nella sua dualità comunista e azionista comportava il vassallaggio rispettivamente della Russia Sovietica e del Capitalismo anglosassone. Né lo lo furono il ‘68 e il ’77, che da questo aspetto e da queste istanze non furono neppure lontanamente sfiorati, anzi furono quelli che gettarono le ultime manciate di terra sulla loro fossa.

Sembrate perseguire ostinatamente un percorso del tutto atipico e controcorrente rispetto alla scena indie italiana, quella del Tora! Tora!, per intenderci, e di altri simili consessi. Immagino che la vostra estetica e il vostro approccio vi siano costati anche un certo ostracismo da parte dei soliti noti. Come vi rapportate con l'indie-rock italiano? E cosa rispondete a quanti vi associano a certe ideologie di destra, comuni a parte del neofolk?
Dopo tutto è chiaro che l’ideologia di "destra" nel neofolk è nella maggior parte dei casi una mera questione di estetica come via d’uscita nell’immaginario, una specie di protesta dello stile. Per molti versi comprensibile, aggiungo io. Credo che l’inabissamento generale nell’abiezione e nella volgarità da anni in atto non farà che moltiplicare avversioni e dissensi verso il tempo presente. Che è, concetto che rimarco sempre, l’unico, disperante scenario possibile. Ma si tratta di rivolte simboliche e, tutto sommato, a basso rischio. Te lo immagini anche il più invasato neofolker di fronte alla prospettiva non dico della galera, ma anche di una sola notte in guardina? Eppure c’è gente che si comporta come se avesse a che fare con i Nar! Considera poi che c’è qualcosa di patologico nel fatto che da un lato non si tolleri neppure una copertina Art-Déco o un taglio di capelli, mentre dall’altro si tollera praticamente tutto. Anche il peggio del peggio.
Possono dirmi ciò che vogliono: che sono un reazionario del cazzo, che faccio un gioco sporco, che la mia opinione è inacettabile di per sé, ma continuo a pensare che ci sia qualcosa di zoppo dal punto di vista della pura logica. Il nostro caso, però è diverso. Noi, probabilmente, stiamo sulle scatole a molta gente perché non siamo ricattabili in nessun modo. Non siamo costretti a mendicare contrattini per stampa e distribuzione e siamo padroni a casa nostra. Nel nostro piccolo siamo in costante attivo. Veniamo a modo nostro apprezzati all’estero facendo quello che gli altri, da anni, non prendono neppure lontanamente in considerazione di fare: gli italiani, e a testa ben alta per giunta. Pare che stiamo diventando una presenza ingombrante.
Ci sono arrivati, per dire, complimenti e incoraggiamenti da parte di gente molto nota, diciamo colonne della musica italiana "alta", ma in privato. A noi sta bene così. Ci visitano il sito scrittori e giornalisti, e anche la grande stampa ci ha approcciato, ma con enormi cautele. Forse si aspettavano del materiale buono per i soliti articoli "di colore" come sono soliti fare e, in questo, li abbiamo volentieri delusi. Quelli vogliono solo nazi-skin veri o presunti da sbattere nella sezione ludibrio. Non sono interessati alla creatività, alla complessità: conoscono il loro pubblico! Il fatto che noi abbiamo raccolto e cercato di nobilitare cose, musicali e non, che l’Italia ha abbandonato lungo la strada per ansia di omologazione, per diligenza da gregario, non è cosa che possa aver alcun significato per gente il cui unico fine professionale consiste nella "normalizzazione".
Di fatto non siamo una band di destra, e neppure ci piacciono le pagliacciate finto-belliche on stage. Solo che non abbiamo né bisogno né desiderio di ricorrere a tutti i cliché e le diviselle dell’underground "per bene", cioè invariabilmente di sinistra. Questo, evidentemente, è già sufficiente per essere considerati materiale sospetto.
Riguardo al circuito indie italiano (perché all’estero le cose vanno diversamente; in Norvegia ci siamo addirittura visti in un readers poll proprio sotto ai Sonic Youth, per esempio), a parte alcuni casi, vige un rapporto di sostanziale reciproca indifferenza. Invece, sorprendentemente, c’è stato un buon feedback da parte di certe realtà hip-hop, grazie anche al bizzarro e gradito "omaggio" fattoci dai ragazzi del TruceKlan, che hanno campionato "Di Nuovo In Armi" per un pezzo dell’ultimo lavoro di Metal Carter.

Forse certe facili catalogazioni nascono dal fatto che determinati vocaboli ("ardimento", "onore", "fulgore", "nazione") sono ormai da anni patrimonio della destra italiana. Così come D'Annunzio e i suoi legionari, del resto. E' stata un'appropriazione naturale da parte di quell'area politica o credi che, al contrario, ci sia stata una rimozione collettiva, di quei valori e di quella precipua fase storica, da parte di tutti gli altri?
Non fa una piega. A eccezione del fatto che l’Impresa Fiumana si tenta già da qualche anno di guadagnarla a sinistra, in un ottica pre-no-global da parte dei vari Hakim Bey, Salaris etc... C’è senz’altro del vero in quelle analisi, ma eludono una certa assurdità ontologica che la tua domanda, invece, mette in luce. Rifiutando su base ideologica certi termini ne conseguirebbe, per la legge degli opposti, che la sinistra dovrebbe preferire la codardia, la doppiezza e il disonore, la tenebra e il pappone planetario. Ma è davvero così? Prerogativa di tutte le lingue, epoche e culture umane, questi concetti sono oggi, non so quanto spontaneamente, schifati in quanto furono, per un certo periodo, le parole chiave della propaganda totalitaria. Non solo di quella fascista. Questi zelanti vigilantes della correttezza linguistica pensano forse che la Russia imperiale e stalinista, la rivoluzione cubana, il Maresciallo Tito, Ceausescu, Ho Chi Min e Pol Pot non ricorressero a una terminolgia simile? I partigiani che ho conosciuto parlavano della loro esperienza come di un "riscatto nazionale". I fascisti gli contrapponevano la motivazione dell’"onore da salvare", pur nella sconfitta. Riscatto, onore… Concetti pesanti oggi, dove è obbligatorio attenersi all’osservanza di due o tre elementari dogmi.
E’ acquisizione recente la negazione a priori della dignità umana al nemico. Il fascismo era "il male assoluto", l’Islam è il "nemico assoluto", noi siamo "l’impero del bene"… Una visione da puro ritardo mentale! Un bel risultato dell’estinzione dello spirito cavalleresco dal pensiero occidentale. Oggi, a destra, s’incolpa l’egemonia culturale marxista di questa cancellazione e a sinistra hanno finito per crederci. Ne vanno pure fieri. Peccato che non sia vero o, almeno, non del tutto. I reduci dell’Armata Rossa, per esempio, erano celebri per la carica epica dei loro racconti e delle loro testimonianze. Fino agli albori degli anni 70, a cura del Pci, erano disponibili traduzioni di memorialistica bellica sovietica. Ne ho alcune a casa. Di certi vocaboli e di certi concetti sono piene zeppe. Per non parlare delle varie auto-biografie resistenziali…
La verità è un’altra. Apparentemente ignara, la sinistra contemporanea è stata talmente pervasa dal pensiero liberale da aver perso ogni nozione di sé. Si assume interamente e con entusiasmo il peso di colpe che andrebbero, quantomeno, equamente condivise. E’ il liberal-capitalismo avanzato che necessita di un controllo profondo sulla mentalità collettiva. Va da sé che per disattivare certe prerogative umane quali il tenere all’onorabilità personale, l’attitudine a reagire ai soprusi, l’incapacità di convivere con l’immondo oltre un certo limite, occorreva rendere impraticabile anche la terminologia correlata. Il famoso controllo sulle parole. Parole che, peraltro, hanno tutte a che fare con la dimensione collettiva, con la libera adesione a un progetto di destino condiviso. Arduo, in una società dove ci si vuol far credere che esistano solo interessi privati. Un’autentica meta-comunicazione finalizzata a incanalarci in una prospettiva esistenziale cinica, egoista, miserabile e vigliacca. Con larghe pennellate di buonismo, s’intende. E la sinistra, come sempre, abbocca con uno zelo che, francamente, mi pare incredibile.

I vostri dischi hanno una forte carica evocativa, quasi cinematica, direi. Ascoltando "Disobbedisco" si finisce inevitabilmente col calarsi in quei luoghi e in quelle atmosfere. Che ruolo gioca l'elemento visuale e immaginifico nella vostra musica?
Un ruolo fondamentale, direi. Prima ancora di registrare una sola nota posso dire di aver conosciuto i nostri personaggi come se fossero persone reali e di aver realmente visitato quei luoghi in quel tempo. Ho nitidi davanti agli occhi gli scenari e gli scorci. Se "Di Nuovo In Armi" o "Colpo Di Maglio" sono grandi riprese collettive con abbondante dispendio di comparse, "Fuoco A Fiume" o "Per Non Dormire" sono soggettive a mezzo piano. Indubbiamente Andrea Chimenti si ritaglia uno strepitoso primo piano. Sì, "Disobbedisco!" sarebbe un bel soggetto per un film o, meglio ancora, per uno sceneggiato televisivo come si giravano negli anni 70.
Nessuno tra cent’anni penserà di ambientare una storia epica, di amore e morte, ai nostri giorni. Solo capricci di ragazzini, coppie che scoppiano, intrallazzetti di arrivisti, tette da "Bagaglino" e muccinate varie… Immaginare, oggi, è per alcuni una questione di sopravvivenza.

Ianva - Stefania T. D'AlterioAltra componente essenziale della vostra musica è la passionalità. In un'altra intervista, sostieni che "la contemporaneità ha un tratto indubbiamente femmineo, ma anche del tutto frigido". Davvero nel mondo attuale non c'è più speranza di vivere l'eros nella sua dimensione più piena, quella che trabocca dalle vostre storie?
Nel mondo attuale inteso come Occidente avanzato non se ne scorge più traccia. Sulle prime verrebbe da tirare in ballo i soliti colpevoli. In sintesi: il bombardamento visivo, mass-mediale e merceologico di immagini allusive, carne di donna come carne di porco. Lo stress che comporta il vivere in una società sempre più competitiva, gli sconquassi prodotti da un femminismo dominato dall’ideologia e non dal senso della giustizia… C’è tutto un collaudato prontuario reazionario che dovrebbe servire a spiegare il fenomeno. Sfortunamente però, pur tra qualche incontestabile verità, questo trito elenco di cause appare oggi in via di rapida assimilazione all’universo dei luoghi comuni. Questo a causa della sua sostanziale incapacità di dare spiegazioni che siano definitive. Non dovrebbe meravigliare: il nostro tempo ha orrore delle cose dette o fatte una volta per tutte.
L’erotismo, quello vero, quello che il mondo antico cantò sublimamente, è una peculiarità umana. Al pari del senso del Sacro è una prerogativa esclusiva della nostra specie. Se escludi l’uno escludi l’altro, quasi fossero due appendici che si sono staccate in tempi recenti dal corpo della nostra civiltà. Il fatto che oggi si insista così tanto su concetti quali "trasgressione", "seduzione" e altre simili fumisterie, buone giusto per vendere bigiotteria ombelicale e scarpe fetish, è significativo.
Prevale la solita logica del quantitativo a spese del qualitativo in materia di libertà. Ma questa libertà risulta ad ogni giro vieppiù avvilente, in quanto viene esercitata in un circuito che è anti-umano di per sé. Nessuno ha mai pensato, per esempio, quanto può essere castrante per un’intera umanità maschile rinunciare forzatamente a tutta una serie di prerogative comportamentali che sono conficcate nel nostro codice genetico dalla nostra stessa storia evolutiva? E siamo sicuri che le donne lo apprezzino davvero quel fuco molliccio che ogni uomo dabbene sente oggi il dovere di fingersi? Soprattutto: siamo certi che questa visione edonistica del sesso come misuratore della riuscita sociale, della propria "spendibilità", non sia quella che ha definitivamente inquinato la sfera relazionale?
Il vero erotismo non ha nulla di questa laicità bassoventrale, ottusa e gretta. Si nutre di mistero, di dualità cosmica e di cauta compenetrazione reciproca di principi separati. Fa percepire in un unico soffio transitorietà ed eternità, mette addosso una febbre di conquista che si appaga in un unico oggetto d’amore. E dispone alla vita, non quella individuale ed egotica, ma quella in sé, per cui tutto l’essere si dispone serenamente alla sua parziale continuazione attraverso le vite che verranno.
L’Occidente, oggi, è malinconicamente sterile non perché troppo vecchio, ma perché abitato da una massa di eterni fanciulli terrorizzati dalla prospettiva della propria finitezza e della propria morte, mortificati dai loro insuccessi e dalle loro quotidiane viltà, assediati da immagini di tette siliconate e labbra a scaloppa che dovrebbero ancora fungere da "carota", mentre invece non sono che l’ennesimo elogio funebre alla non-vita. Millenni dopo la meritata catastrofe ci saranno nuovi archeologi che troveranno, nelle sepolture della nostra civiltà, queste protesi ancora intatte, affondate nelle gabbie toraciche o spiaccicate sulle chiostre dei denti. Probabilmente è tutto ciò che la nostra epoca lascerà.

Alla vostra musica è stato associato il termine "archeo-futurismo". Che cosa significa esattamente?
Circa una decina d’anni fa il polemista francese Guillame Faye coniò questo termine in un pamphlet, a dir poco esagitato e provocatorio, che portava lo stesso titolo. Roba di destra, sia chiaro, ma atipica. Nel tentativo di progettare nuove sintesi, l’autore finiva per abbandonare i territori dell’analisi politica e addentrarsi nei territori della weirdness. Il tono è spesso vaticinante e il contenuto è di stampo apocalittico, tanto da sembrare scritto sotto l’effetto della mescalina. L’autore stesso, ex parà ed ex attore porno, si definisce infatti un entusiasta sperimentatore di droghe. La cosa curiosa è che molte previsioni estrapolate da quel flusso fascio-psichedelico si sono oggi puntualmente avverate.
Comunque non è stato tutto ciò che ci ha indotto a "scippargli" il termine. Non fosse altro perché le soluzioni prospettate nel testo le trovai poco o nulla condivisibili. Mi colpì più che altro l’enunciazione di un dato a mio parere incontestabile: cioè che qualunque forma di dissidenza non ha altra strada oggi che non quella di inventarsi una nuova cultura dell’azione. Più precisamente nel campo dell’Estetica. Un territorio per il controllo del quale gli apparati hanno investito risorse enormi negli ultimi decenni, ma che, per sua natura, risulta più violabile di altri. Da questo punto di vista non è fuori luogo il nostro piccolo "esproprio", in quanto la nostra operazione è definibile come di retro-avanguardia. Non solo perché accende il riflettore su altri valori individuali e altre condotte possibili rispetto a quelli correnti, ma lo fa ricorrendo a moduli espressivi desueti, che evocano altre stagioni, ma nell’ottica dello scavalcamento in avanti di un "oggi" non più tollerabile.
Credo che la cosa sia stata correttamente recepita dai nostri ascoltatori poiché, per quanto l’impianto sonoro potesse prestare il fianco, nessuno ci ha mai accusato di revivalismo. Ci siamo "sporcati le mani" con cose inavvicinabili, nell’ottica del compendio della correttezza indie, sia sul piano musicale che su quello tematico, e lo faremo sempre di più in futuro, e sempre nell'ottica dell'anti-odierno. Ma con una prospettiva d'avanguardia, come se pescassimo oggi dal passato i suoni e le corde del sentimento che vorremmo sentir vibrare nel futuro.

Un'altra contraddizione apparente sembra essere quella tra "arditismo" e "decadentismo", entrambi aspetti centrali nella vostra estetica. Come si coniugano due fenomeni così apparentemente inconciliabili?
Solo apparentemente, però. Studiare la storia di questi movimenti come solitamente si fa, cioè come se fossero realtà separate e impermeabili tra di loro, svilisce certe sostanziali verità. Questi fenomeni sono originati dalla medesima fase storica, si alimentano della stessa temperie e riguardano gli stessi segmenti socio-culturali. Certo, l'interscambio tra ceti alti e ceti popolari che determinò l'insorgere di una nuova tipologia di italiano si realizzò in tempi non brevissimi, data la limitatezza dell'informazione del tempo. Ma già alla vigilia della Grande Guerra osservatori attenti del costume come D'Annunzio o Marinetti erano già in grado di coglierne tutte le caratteristiche e implicazioni.
Da principio c'erano Des Esseintes, Andrea Sperelli ed equiparati. Se si nota, questi personaggi non erano unicamente dei reclusi della bellezza, dei bon-vivants tutti arredi liberty e gardenia all'occhiello. Scettici si, ma anche preda di uno strano anelito al fuoco d'artificio dell'atto sublime, dominati dall'idea della "bella morte". Pronti al duello, alla tresca pericolosa, alla passione rovinosa. Sofferenti per l'estinzione dello spirito della Cavalleria, visto come unico apportatore di senso a una realtà di previlegio vissuto intimamente come immeritato in quanto mai messo alla prova.
Il passaggio successivo è sintetizzabile nella figura dell'aviatore Paolo Tarsis, dissoluto cavaliere meccanico che vive ogni giorno come se fosse l'ultimo, perché consapevole che il momento del cimento supremo si approssima. Nel frattempo la letteratura popolare si appropria dei topoi peculiari del decadentismo iniziale, spesso in una prospettiva para-erotica o ricorrendo allo stratagemma del finto didascalismo.
Oggi risulta difficile da credere, ma i ragazzi della piccola borghesia del tempo, gli stessi che poi andranno a formare il nerbo degli ufficiali di grado inferiore nelle trincee, avevano molta più confidenza con il dimenticato Guido Da Verona che, poniamo, con Papini. Anche i giovani operai alfabetizzati alternavano volentieri testi di sindacalismo rivoluzionario con letture voluttuarie all'insegna di un decadentismo di serie B. Tutto ciò, in sinergia con l'azione incendiaria esercitata dai Futuristi, determinerà una curiosa attitudine che, decenni dopo, verrà sintetizzata nello slogan sessantottino "vogliamo il mondo e lo vogliamo subito!".
I Situazionisti dovettero studiarsi ben bene le avanguardie italiane di inizio secolo e l'impresa fiumana! Prende corpo l'idea che la vita può essere giocata con disinvoltura, con "sprezzatura" per usare un termine dannunziano, ma la posta in gioco sul tavolo dev'essere colossale. A un dato momento fu un sentimento di portata generazionale, trasversale alle classi sociali, l'idea che un mondo all'insegna del giusto e del bello non possa che nascere consacrato dal fuoco dei campi di battaglia. Da qui lo scatenamento del Dioniso nietzscheano che fu il vero nume tutelare del movimento legionario.
L'ammirazione che gli ufficiali delle classi superiori nutrivano per gli "scugnizzi vestiti di sole" dei reparti arditi, la percezione di una nobiltà arcaica, mondata da ogni sovrastruttura borghese che si esplicava nella loro serena temerarietà è testimoniata da innumerevoli memoriali. Da qui l'esigenza interiore, avvertita da molti rappresentanti al fronte delle élites, di essere all'altezza di questa neonata nobiltà guerriera espressa della truppa. Andrea Sperelli, in panno grigio-verde, aveva trovato la sua grande ragione per vivere o morire, e Paolo Tarsis volerà su Vienna con un carico di volantini tricolori da lanciare e una dose di cianuro conservata in un elegante portapillole in ebano e oro, con il coperchio a forma di teschio e l'iscrizione latina "Secretum Tenebrarum".

Un'ultima domanda per te, Mercy: puoi anticiparci qualcosa sul vostro prossimo disco?
Attualmente ci stiamo dedicando a dare gli ultimi ritocchi a quello che sarà il nostro nuovo Ep, che farà da apripista al nostro secondo lavoro, sul quale cominceremo a lavorare subito dopo. Nella prossima uscita ci sarà una ballata, la title track, a mio giudizio davvero impetuosa, che s'intitola "L'Occidente". Prevedo farà parecchio discutere, ma la cosa non mi spaventa minimamente. Chi deve capire capirà. Il resto riserverà altre sorprese, tra cui un brano cantato da Stefania, ferale come non mai, con echi di un Sud devozionale e al contempo dionisiaco. A coronare il tutto, una sorta di prequel di "Disobbedisco!" il cui contenuto musicale è una trascrizione di un classico che, a quanto ci risulta, non era mai stato "affrontato" da nessuno.
Si tratta di materiale che resterà quasi del tutto esclusivo, com'è nostra abitudine, e che non troverà posto nel full-length a venire. Per quanto riguarda quest'ultimo, è un po' presto per anticipare qualcosa di preciso. Di certo non sarà un concept puro, con tanto di impianto narrativo stile "Disobbedisco!". La ragione è facilmente immaginabile: spunti così romantici e potenti come quelli forniti dalla vicenda che ha ispirato il debut non si trovano tutti i giorni. Inoltre, saremo anche dei "reazionari sonici", ma, di certo, non vogliamo fossilizzarci sul già fatto. Ci sarà comunque un'idea guida, di stampo a nostro modo complottistico, che ci consentirà di gettare uno sguardo temporalmente più ampio sul '900 italiano.

Rivolgiamo ora un paio di domande a Stefania T. D'Alterio, che degli Ianva è la chanteuse. Una personalità eclettica, capace di muoversi negli ultimi anni tra l'esperienza retrò-cinematica dei Wagooba e un'attività giornalistica sotterranea, all'insegna del "politically uncorrect", per testate come "Psycho!", "Ritual", "Classix!" e "Mondoculto".

Stefania, la tua carriera musicale inizia soprattutto con i Wagooba. Che cosa ha rappresentato per te quell'esperienza e che caratteristiche ha, invece, il tuo ruolo di vocalist negli Ianva?
In realtà i Wagooba non sono stati altro che una delle tante band che mi hanno visto negli anni dietro al microfono (e che hanno raggiunto il traguardo di un'incisione, più che altro), una formazione a cui sono stata affezionata poiché mi permetteva di ripercorrere alcune mie passioni quali la disco, il blues sporco ed elettrico, il funk, filtrate attraverso la lente del rétro cinematico.
Con Ianva, in un certo senso, è stato come "tornare a casa", a occuparmi di quello che era ed è sempre stato il mio repertorio primario, memore di decine di serate trascorse a coverizzare brani di Grandi Signore della musica italiana e standard di un certo livello (parlo di Mina, Ferri, Dalida, Milva, Bertè, Milly e cover di Brel, Ferré, Weill…) al cospetto di nutrite platee gay, una palestra importante, un ambiente a cui sono legatissima e che non smetterò mai di amare e ringraziare (e che a sua volta ha dimostrato di amare molto anche Ianva, ma non poteva essere altrimenti – la "ferale" Stavros di "Disobbedisco!" è figlia di icone gay come la Marchesa Casati, Anna Fougez, Theda Bara, e via discorrendo)...
Quando sono stata interpellata da Mercy, quindi, non ho fatto altro che "rispolverare" quanto avevo fatto per anni, apportando nella stesura dei pezzi, al contempo, un certo amore per le sonorità popolari del più profondo mainstream degli anni 60/70 (quello che solitamente provoca le "alzate di sopracciglio" dell'estimatorone di turno, tranne poi esser soggetto di una pelosa riscoperta tardiva e ipocrita, per intenderci…) e per le soundtrack del nostro cinema di genere. Elemento, quest'ultimo, già fortissimo negli stessi Wagooba e che, nell'attuale ensemble, affiora in maniera direi imponente.
Niente di così lontano, in fin dei conti… Ho semplicemente portato la mia scrittura e il mio background per far emergere ancor di più un sound di per sé già personalissimo. Quando abbiamo iniziato, proponendoci apertamente con questo cocktail "passionale, popolare e italiano" fino al midollo (pensa per un attimo alla sola cover di "O' Surdato 'Nnammurato", che avrebbe fatto inorridire platee di indiesters...), eravamo visti con malcelato scherno, poi, dati i risultati, in molti hanno cominciato lentamente ad "aprire" occhi e orecchi su tutto quel mondo sommerso disprezzato fino a poco prima. Una bella soddisfazione.

Da anni ti occupi di "cultura dell'apocalisse" e weird culture, anche in veste di scrittrice e di redattrice del sito mondoculto.com, puoi raccontarci qualcosa di questa tua attività?
Più che altro una passione, iniziata in tempi non sospetti, quando si era tutti un po' "carbonari", e si cercava di scandagliare con approccio quasi documentaristico e impassibile fenomeni e stranezze tipiche di fine millennio, che potevano suscitare indistintamente in chi leggeva curiosità e repulsa (sette, serial-killer, personaggi e tendenze estreme o di frangia, alternative lifestyles…), infischiandosene del politicamente corretto, sulla scia di guru come Parfrey, Goad e compagnia bella; o di sdoganare con onestà quanto prodotto nei decenni precedenti e troppo immeritatamente dimenticato per far posto a pretenzioso ciarpame "trendy". Per farla breve, materiale considerato "imprensentabile", ma in realtà meritevole di (ri)scoperta (quest'ultimo soprattutto su "Mondo Culto").
Il gioco è durato più di una quindicina di anni (dei quali l'ultima decina su carta stampata in veste "ufficiale" su alcune testate nazionali), in combutta con altri "cattivi maestri" e compari di misfatti in svariati angoli del globo, poi la festa è finita... Da qualche anno, infatti, ho notato un certo antipatico compiacimento, una sorta di "épater les bourgeois" a tutti i costi da parte di una pletora di volenterose nuove leve senza neppure un briciolo di criterio o ironia… La fastidiosa sensazione di trovarsi in presenza di quelle situazioni in cui il pargolo di turno se ne sta beato a urlare "cacca-cacca-culo-culo" per richiamare l'attenzione dell'adulto più vicino.
Il male è che, negli ultimi tempi, a causa di una recrudescenza codina e bizzoca da un lato, e un effettivo imputridimento della realtà che ormai supera la più nera delle immaginazioni dall'altro, l'Adulto Autorevole ha cominciato a prestar loro ascolto e a prenderli sin troppo sul serio (senza contare le reazioni a catena e i fenomeni di emulazione innescati nei coetanei), con le conseguenze che sono sotto gli occhi di tutti…

(11 giugno 2007)

 

Discografia
 La Ballata Dell'Ardito (Ep, Il Levriero, 2005)

 

Disobbedisco! (Il Levriero, 2005)

7,5

 L'Occidente (Ep, Il Levriero, 2007)

6,5

Italia: ultimo atto (Il Levriero/Alpha South Records, 2009)

7

 La mano di gloria (Il Levriero/Alpha South Records, 2012)

6,5

 Canone Europeo (Il Levriero, 2017) 7
1919 (Ep, Il Levriero, 2020) 7,5
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(2009 - Alpha South Records)
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Disobbedisco!

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