Everything But The Girl

Eden

1984 (Blanco y Negro) | new cool, pop

èden s. m. [dall'ebr. ῾ēden, che in origine significò «campagna», e poi anche «piacere, delizia»]. - luogo incantevole: un parco meraviglioso che è un vero e.; stato piacevole, felice: vive indisturbato nel suo eden.
Cambia sempre tutto molto in fretta. Leggendo i suoi diari dell'epoca, Tracey Thorn si rese conto che nel 1976 non c'era traccia alcuna che potesse far presagire un successivo, fulmineo innamoramento con la scena punk: basti scorgere i titoli dei dischi da lei acquistati, tra i quali fanno capolino David Essex, Diana Ross con "Love Hangover" e il vendutissimo primo "Greatest Hits" degli Eagles. Tempo un anno e si sarebbe appuntata le apparizioni televisive dei Sex Pistols, e nella sua collezione sarebbero entrati i Clash, "My Aim Is True" di Elvis Costello e due singoli dei Jam, "In The City" e "All Around The World". Sarebbero trascorsi anni prima di salire su un palco proprio con il frontman di quest'ultima band, Paul Weller, con una performance di "The Girl From Ipanema" - scelta che colse molti di sorpresa, che senz'altro avrebbe sorpreso anche i due protagonisti sulla scena e che fu una sorta di cerimonia funebre di ciò che il Modfather era stato fino a quel momento prima della svolta cool con Mick Talbot negli Style Council.

Tracey Thorn e Ben Watt, ossia gli Everything But The Girl (nome mutuato dal motto di un negozio di Hull, interpretabile come "vendiamo tutto tranne la commessa"), non erano veri e propri esordienti nel music business quando nel 1982 decisero di unirsi professionalmente (fino al 2000) e sentimentalmente (ancora oggi). Lei, che acquistò la sua prima chitarra elettrica (usata) a sedici anni, aveva militato nelle Marine Girls, aveva già avuto anche servizi e copertine sui giornali e si era esibita al Lyceum insieme agli Orange Juice e ai Go-Betweens; dopo un breve album solista, "A Distant Shore", si mise al lavoro con Ben che allora aveva un contratto con l'etichetta indipendente Cherry Red Records. Watt era figlio di un musicista jazz, sembrava più grande della sua età effettiva e aveva gusti musicali che si completavano con quelli di colei che sarebbe diventata di lì a poco sua partner di lavoro e di vita: se lei manteneva ancora un'attitudine punk ma al tempo stesso indugiava volentieri nell'ascolto di Astrud Gilberto, lui era un fan dei Joy Division, ma ascoltava anche Captain Beefheart, Robert Wyatt, Bill Evans e i dischi jazz della collezione di suo padre. Galeotto fu però un album, "Solid Air" di John Martyn, che Ben amava e che una sera fece ascoltare alla Thorn sorseggiando insieme del vino: non l'aveva mai ascoltato, e in quel momento lei se ne innamorò perdutamente.

Inusuale fu la scelta per il primo singolo degli Everything But The Girl, una rilettura di "Night And Day" di Cole Porter (che negli anni avrebbe conosciuto altre cover, alcune più fedeli e altre - come quella degli U2 - decisamente stravolte) che piacque molto a un Neil Tennant che allora non era ancora la voce dei Pet Shop Boys, ma un arguto e implacabile critico musicale con un passato alla Marvel. Anche il già menzionato Elvis Costello (i casi della vita...) e Martin Fry, interpellati da Radio 1, ebbero ottime parole per il brano. Nel frattempo iniziava il lavoro per il primo Lp della coppia, e nel 1983 arrivò anche la telefonata di Paul Weller per coinvolgere Ben e Tracey nel primo album della sua nuova creatura: dapprima si puntò su "Headstart For Happiness", poi a una canzone intitolata "Run Away With Me". Come sappiamo, nel novembre di quell'anno si puntò invece su un altro brano, "The Paris Match", che i fan di Weller già conobbero nel mini-album "Introducing The Style Council": con Watt alla chitarra e la voce fascinosa e malinconica di Thorn, divenne il gioiellino pop-jazz che ascoltiamo sulla prima facciata di "Café Bleu", eppure non tutto andò subito liscio. Paul, per esempio, chiese più volte a Tracey di registrare la traccia vocale - tutto il contrario della sua attitudine punk "buona la prima" - perché insoddisfatto di come lei pronunciasse la parola "fire".
Il lavoro per "Eden" durò appena nove giorni, ma ci vollero mesi per vedere il disco sugli scaffali nel giugno 1984. Questo perché Ben faticò a liberarsi degli impegni contrattuali con la Cherry Red, etichetta che avrebbe dovuto pubblicare l'album al posto della Blanco y Negro - sempre una label mignon, ma stavolta legata al colosso Warner; il ritardo fu fonte di frustrazione, soprattutto per Tracey, perché quando finalmente "Eden" uscì, il duo era già a un passo successivo, aveva altre infatuazioni musicali e soprattutto una discreta manciata di nuove canzoni da proporre in concerto. Alla Warner non capirono neppure l'artwork, a cura dell'ex-compagna nelle Marine Girls Jane Fox - consegnato a mo' di collage tridimensionale con carta stropicciata, venne successivamente fotografato e adattato con il nome della band, assente nella stesura originale.

Grazie al primo singolo "Each And Every One" (fu anche l'unico a uscire, per volontà dei due), corredato da un video di John Maybury - famoso in seguito per i clip di "West End Girls" e "Nothing Compares 2 U", nonché per il ritratto cinematografico di Francis Bacon "Love Is The Devil" arrivato nelle sale nel 1998 - gli Everything But The Girl divennero sinonimo di musica new cool, termine coniato al periodo per realtà come Sade, Working Week e Carmel. Una musica pop ma sofisticata, che flirta volentieri con il jazz e il caleidoscopio brasiliano da Jobim all'amata Astrud Gilberto, ma nel caso di "Eden" registrata seguendo regole auto-imposte piuttosto rigide. Lo racconta la stessa Tracey nella sua autobiografia "Bedsit Disco Queen": per le percussioni venne assunto Charles Hayward, ma la regola numero uno prevedeva la totale assenza di snare drums, in quanto troppo associabili con il rock. Regola numero due: niente basso elettrico. Tre: vietato l'uso di chitarre acustiche, ricordano troppo la musica folk. Al massimo qualche concessione a quelle semi-acustiche. Quarta regola: niente pianoforte, che avrebbe riportato alla mente le sdolcinate ballad degli anni 70. Infine, la quinta regola: niente cori, che avrebbero solo appesantito il risultato finale.

In cabina di regia c'è Robin Millar, che contemporaneamente lavorò con loro e Sade in "Diamond Life", negli stessi studi di registrazione (il curriculum vanta collaborazioni con Nico e la band post-punk Weekend, e di lì a poco avrebbe prodotto anche "Working Nights" dei Working Week, con i quali la stessa Thorn, insieme a Robert Wyatt, incise "Venceremos"). "Each And Every One", con il suo andamento a metà tra una samba lenta e una bossa, raggiunse il 28° posto in classifica nel Regno Unito. Eppure Tracey sembrava inamovibile: "Se dovessero chiamarci per eseguire la canzone in lip-synch a Top of the Pops diremo di no!". Non ci fu bisogno: non li chiamarono neppure. Forte di una coscienza femminista e di letture che includevano Germaine Greer, Betty Friedan e Kate Millett, la cantante trovava non solo troppo mainstream la celebre trasmissione della Bbc, ma ci vedeva anche un fastidioso sessismo ("nel set c'erano anche delle ragazze chiuse nelle gabbie", per lei inaccettabile).
Nei mesi che separarono l'ultimazione di "Eden" (che raggiunse il #14 nella classifica degli album più venduti nel Regno Unito, ventidue le settimane di permanenza) e la sua effettiva uscita, Ben e Tracey completarono gli studi universitari. Ma anziché rendersi disponibili per interviste e ospitate in televisione - a proposito, ottennero presto la nomea di band "difficile" tra i giornalisti - i due decisero di andare per un paio di settimane in vacanza.

Era ancora presto, con un solo disco, pensare a grandi tour - in Inghilterra le performance avvenivano principalmente nelle università, con una puntatina alla Hacienda grazie all'interessamento di Mike Pickering, dj che anni dopo avrebbe fondato uno dei gruppi pop-dance più fortunati degli anni 90, gli M People. Nel resto d'Europa la proposta dei primi Ebtg venne accolta con entusiasmo, specialmente in Italia. Nel marzo 1985 Ben e Tracey si trovarono a promuovere la loro musica a Bari, Napoli, Roma, Bologna, Firenze, Milano e Padova; il quotidiano "Il Giorno" scrisse "arriva la più bella voce del pop inglese" (Ben ricorda con meno piacere quando, sul Ponte Vecchio, un gruppo di ragazzini li scambiò per i Matt Bianco!) ma pochi erano pronti a ciò che già stava cambiando nella proposta del duo. Che volessero andare oltre la saudade all'inglese era già chiaro dalla B-side "Laugh You Out the House", quasi un omaggio alle "Reel Around The Fountain" e "Wonderful Woman" degli Smiths. Meno bossa, meno jazz, più pop inglese affine alla ditta Morrissey/Marr e a Lloyd Cole.
Nonostante il disimpegno promozionale, unito a un look adottato da Tracey che stride volutamente con la musica proposta fino a questo punto (capelli alla Terry Hall, stivali e magliette dei Sex Pistols), appena quattro settimane dopo l'uscita di "Eden" arrivò nei negozi il secondo singolo "Mine", non incluso nell'album, che dovette accontentarsi di un modesto #58. Con ancora meno entusiasmo venne accolto dal pubblico "Native Land", singolo n. 3, con Johnny Marr all'armonica. Negli States, "Eden" fu sostituito da un lavoro omonimo con una tracklist molto rimaneggiata, ma non furono in pochi a reperirne copie di importazione. Thorn si dimostra subito la chanteuse ideale per raccontare a pennellate vigorose i kitchen sink drama in scaletta - Morrissey amava quelli di Shelagh Delaney, autrice di "Sapore di miele", lei invece li scrive di proprio pugno e ha continuato a farlo nei lavori successivi.

Il personale è politico, nei dodici confetti per cuori squarciati che riempiono i due lati del 33 giri: trentatré minuti senza buttare via niente, tra le suggestioni sixties dell'Hammond che invigorisce "Another Bridge", i giochi di spazzole di "The Spice Of Life" e il dialogo tra la chitarra di Ben Watt e il sassofono nella delicata "Fascination". Ricorda quasi i Doors di "Soul Kitchen" l'organo che apre le danze di "Frost And Fire"; se i Prefab Sprout di "Cruel" e "Horsin' Around" si bagnano appena le dita dei piedi sulla battigia, "Even So" non ha bisogno del salvagente nelle acque brasileire in cui è immersa - con l'intrusione di quelle nacchere che tanto piacevano a Phil Spector. È una storia d'amore disfunzionale anche quella affidata alla voce di Ben Watt in "Tender Blue", che fotografa una coppia in cui lui è ancora sveglio di notte "mentre grida ogni silenzio" e lei dorme girata verso il muro, non si muove nemmeno se lui le sfiora la schiena, e a un certo punto lei chiude gli occhi e le orecchie mentre il bambino inizia a urlare in fondo al corridoio: musicalmente siamo dalle parti della già menzionata "Paris Match", ma anche in anticipo di tre anni rispetto a "Kissing A Fool" di George Michael.
Passione fa rima con lacrime, ancora una volta, in "The Dustbowl" ("Pensavo che fossi tutto ciò che mi ha tenuto sana di mente quando tutto il resto non vi è riuscito, ora penso che tu probabilmente fossi ciò che mi ha spinto fuori dai binari"), ed è un'autentica impresa restare impassibili dopo l'attacco di "I Must Confess" ("Mi hai baciato la testa mentre eri in piedi sulla porta, e poi hai detto: 'non voglio più vederti'").

Tracey resterà una convincente torch singer nell'altrettanto brillante terzo album "Baby The Stars Shine Bright", con una grafica da musical di Broadway, archi e fiati in odore di Tin Pan Alley e canzoni che sembrano spesso sfuggite a Burt Bacharach e Hal David (se il retro di "Native Land", "Don't You Go", è un pezzo di John Martyn, stavolta tra le B-side troviamo la penna di Jimmy Webb in "Where's The Playground, Susie?", resa nota da Glen Campbell); la sua voce, affidata alle cure di una coach d'eccezione come Tora de Brett, insegnante anche di Liz Fraser dei Cocteau Twins, d'ora in avanti diventa ancora più espressiva, seducente e sicura. Da "Idlewild" sarà un susseguirsi di successi, flop, virate, lampi di ispirazione e rifugi nella comfort zone (la cover di "I Don't Want To Talk About It"); dopo i flirt con Tommy LiPuma e Stan Getz, che impreziosisce col suo sax "The Road", è arrivato quello con Todd Terry ("e mi manchi, come la pioggia manca ai deserti": alzi la mano chi non la riconosce) e quello immediatamente successivo con le sonorità jungle e drum'n'bass messe lì a vestire le melodie brumose e gli amori finiti o non corrisposti narrati in "Walking Wounded".
Poi la decisione di dedicarsi alla famiglia e tornare con progetti solisti e featuring di gran classe. Eppure "Eden" resta ancora una sequenza di gemme di romanticismo umbratile con pochissimi eguali, un disco che quindici anni prima non avrebbe sfigurato accanto a "Dusty In Memphis" e vent'anni dopo sarebbe sembrato fresco e attuale nel filone dei Kings Of Convenience di "Quiet Is The New Loud" e "Riot On Empty Street" o dei Junip di José Gonzalez.

(24/11/2019)

  • Tracklist
  1. Each and Everyone
  2. Bittersweet
  3. Tender Blue
  4. Another Bridge
  5. The Spice of Life
  6. The Dustbowl
  7. Crabwalk
  8. Even So
  9. Frost and Fire
  10. Fascination
  11. I Must Confess
  12. Soft Touch


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