R.E.M. - Perfect Circle

Collapse Into Now

COLLAPSE INTO NOW (2011)

DISCOVERER

Rem - Collapse Into NowDopo “Rem Live At The Olympia”, album doppio con 39 pezzi che fotografa i cinque concerti tenuti a Dublino nel 2007, è tempo dell’ultimo atto. Anche se nessuno ancora lo sa. Forse neanche Michael Stipe, che nel frattempo fa la gioia dei rotocalchi svelando nuovi particolari sulle sue inclinazioni sessuali: “Ho fatto sesso con donne fino a quando non mi sono innamorato del mio attuale fidanzato, con il quale sto insieme da ormai molto tempo… Odio definirmi bisessuale, è un termine che detesto perché è solo un’etichetta… Sono un artista queer”.

A differenza dei capitoli immediatamente precedenti, “Collapse Into Now” non nasce da un’idea forte e centrale. Non è un ritorno al rock conciso (“Accelerate”), né una raccolta di radiose ballate (“Around The Sun”), né tantomeno una nuova incursione sperimentale in terre elettroniche (“Up”). Forse, l’unico elemento preponderante è la rievocazione di un’atmosfera più bucolica, con gli strumenti acustici nuovamente sugli scudi, come ai tempi di “Out Of Time”, mentre la mano del produttore irlandese Jacknife Lee si avverte soprattutto nella qualità oscura e densa del suono. Per il resto, “Collapse Into Now” (mai titolo fu più profetico, visto com’è andata a finire) si pone più che altro come una summa del repertorio remmiano, ripescando qua e là nelle sue stagioni migliori, ma senza mai affondare il colpo, e faticando così a trovare una sua identità.

Il comune denominatore è una forma-canzone professionale e rifinita, ma troppo spesso intrappolata nella routine. Ne è un saggio anche l’iniziale “Discoverer”, scelta come singolo, malgrado il tentativo di sparare raffiche di adrenalina rock dentro una nuova storia di dissesti sentimentali ed errori irreversibili.

Hey baby

This is not a challenge

It just means that I don’t love you as much as I always said I did

I was wrong

I have been laughable wrong

Sandpaper, paper maché stock, cobweb […]

Well, I didn’t have to be afraid

I didn’t have to feel so stupid

I can see myself

I can feel…

With just the slightest bit of finesse

I might have made a little less mess

But it was what it was

Let’s all get on with it now

Discoverer!

Hey, piccola

Questa non è una sfida

Significa solo che non ti amo quanto ho sempre detto di amarti

Mi sono sbagliato

Mi sono sbagliato in modo ridicolo

Carta vetrata, cartapesta, ragnatela […]

Bene, non devo essere spaventato

Non devo sentirmi così stupido

Posso vedermi

Posso sentire…

Con appena un piccolo tocco di finezza

Avrei fatto un po’ meno casino

Ma è stato ciò che è stato

Andiamo avanti così ora…

Scopritore!

Un’altra storia di coppie in frantumi, dunque, raccontata però con insolita leggerezza, come a volersi lasciare alle spalle i rimpianti e il senso di colpa (“it was what it was”). Indubbiamente Michael Stipe, colui che non voleva pronunciare la parola “love” nelle sue canzoni, ha saputo raccontarne di più profonde. Ma forse è proprio di leggerezza che ha bisogno in questo momento. Una leggerezza che si accompagna sempre alla curiosità di chi non si accontenta mai di scoprire qualcosa di nuovo (“Discoverer”).

Rilasciato in download legale gratuito a fine 2010, sarà accompagnato da un videoclip diretto dallo stesso Stipe e dalla sorella Lynda.

ÜBERLIN

Evaporata in fretta la frenesia iniziale, è tempo di nuove meditazioni acustiche, magari rinfrancate da qualche sfarfallio di elettronica soffusa sullo sfondo. Una ballata notturna, trasognata e stralunata. Praticamente una dedica da parte della band alla città in cui è stato parzialmente registrato il disco, Berlino.

“ÜBerlin riporta” i Rem alle delizie melodiche degli anni Novanta, con un sound nostalgico, intriso di spleen fatalista, tra mandolini, chitarre e una batteria suonata con le spazzole. Forse non basta a resuscitare la magia dei tempi di “Out Of Time” o “Automatic For The People”, ma quantomeno lascia riaffiorare un barlume dell’intensità perduta, con Stipe che canta in punta di voce una nuova vicenda misteriosa e introspettiva.

Hey now

Take your pills

And

Hey now

Make your breakfast

Hey now

Comb your hair and off to work

Crash land

No illusions

No collision

No intrusion

My imagination run away

Ma allora

Prendi le tue pillole

E

Ma allora

Fai colazione

Ma allora

Pettinati i capelli e via al lavoro

Schianto a terra

Niente illusioni

Niente collisione

Nessuna intrusione

La mia immaginazione fugge via

Sembra quasi una storia di routine quotidiane, se non fosse per quella immaginazione in fuga, quasi fosse il preludio a un sogno a occhi aperti, a un nuovo desiderio di evadere da una realtà soffocante. Ecco, allora, la fantasia prendere il sopravvento, prefigurando inseguimenti notturni e voli stellari. Prima che venga il giorno e l’incantesimo si spezzi.

I know, I know, I know what I am chasing

I know, I know, I know that this is changing me

I am flying on a star into a meteor tonight

I am flying on a star, a star, a star

I will make it through the day

And then the day becomes the night

I will make it through the night

Lo so, lo so, io so quello che sto inseguendo

Lo so, lo so, lo so che questo mi sta cambiando

Sto volando su una stella verso una meteora questa notte

Sto volando su una stella, una stella, una stella

Ce la farò a sopravvivere al giorno

E poi il giorno diventa notte

Ce la farò a sopravvivere alla notte

È la difficoltà di lasciarsi andare: quel “lo so” ripetuto più volte, come a volersi convincere di potercela fare, di sapere dove si sta andando e come, per la stessa natura del viaggio, si sta cambiando. Una necessità, quella della trasformazione, ribadita anche nelle due strofe successive, dove lo sguardo si allarga in una suggestiva veduta notturna della metropoli berlinese, dopo un passaggio sotterraneo sulla sua metropolitana, la U-Bahn.

Ah hey now

Take the U-Bahn

Five stops, change the station

Hey now

Don’t forget: the change will save you

Hey now

Count a thousand million people

That’s astounding

Chasing through the city with their stars so bright

Ma allora

Prendi la U-Bahn

Cinque fermate, cambia la stazione

Ma allora

Non dimenticare che il cambiamento ti salverà

Ma allora

Conta un migliaio di milioni di persone

È stupefacente

Se ne vanno per la città con le loro stelle brillanti

Un bel ritratto, dunque, della Berlino stellata, una città meravigliosa e inafferrabile, tutta da inseguire (“I’m chasing through Berlin”). E anche, senz’orma di dubbio, il miglior brano dell’album.

OH MY HEART

RemUn’altra classica ballata remmiana, di quelle che i Nostri non sbagliano quasi mai. Con tanto di mandolino, fisarmonica e suggestiva intro di fiati. Aleggiano nostalgici aromi southern, reminiscenze di folk celtico e persino accenti gospel nell’epicità solenne del refrain, intonato in coro.

“Una canzone molto tranquilla e molto meditativa, dedicata a New Orleans, su New Orleans”, l’ha definita Stipe, raccontandone anche la curiosa genesi in studio: “Jacknife è un grande produttore, perché ha visto che stavamo faticando con un pezzo troppo tranquillo. Eravamo davvero lontani gli uni dagli altri nella stanza ed era difficile non solo perché ci sentivamo poco, fisicamente, gli uni con gli altri, ma perché ci sentivamo praticamente dispersi. Ci ha fatto spostare in mezzo alla sala, e subito, naturalmente, la canzone ha funzionato”.

E funziona, in effetti, pur riportando alla mente fin troppo esplicitamente la vecchia Houston. Un calco probabilmente consapevole (“Hear the song, rearranged”). Cambia, invece, il contesto politico attorno alla martoriata New Orleans.

Storm didn’t kill me

The government changed

Hear the answer call

Hear the song rearranged

Hear the trees, the ghosts and the buildings sing

With the wisdom to reconcile this thing

It’s sweet and it’s sad and it’s true

How it doesn’t look bitter on you

Oh my heart

La tempesta non mi ha ucciso

Il governo è cambiato

Senti la risposta alla chiamata

Senti la canzone riarrangiata

Senti gli alberi, i fantasmi e gli edifici cantare

Con la saggezza della riconciliazione

È dolce ed è triste ed è vero

Come non sembra più amaro su di te

Oh il mio cuore

Rispetto all’invettiva virulenta di “Houston”, i toni si sono decisamente ammorbiditi, ripiegando sulla malinconia di quegli alberi spettrali che cantano nella città fantasma, straziata dall’uragano. Eppure dietro il senso di pace e di calma apparente si cela un senso di irreparabile tragedia. Sempre, però, con la speranza di una ricostruzione morale, fondata su una sentita e profonda empatia con la città e con i suoi abitanti.

The kids have a new take

A new take on faith

Pick up the pieces

Get carried away

I came home to city half erased

I came home to face what we faced

This place needs me here to start

This place is the beat of my heart

I ragazzi hanno una nuova visione

Una nuova visione della fede

Raccogliere i pezzi

Farsi trasportare

Sono tornato a casa verso una città mezza distrutta

Sono tornato a casa per affrontare ciò che abbiamo affrontato

Questo posto ha bisogno di me qui per cominciare

Questo posto è il battito del mio cuore

Ricominciare, così, è possibile soltanto a patto che alle promesse e alle dichiarazioni di facciata subentri una sincera e umana solidarietà. Più che un inno politico, dunque, una commossa elegia a una città amata e sofferente, che cerca di rimettere insieme i suoi pezzi, il suo tessuto sociale e umano, prima ancora di quello economico.

MINE SMELL LIKE HONEY

“Me In Honey” era il dolce commiato da “Out Of Time”. “Mine Smell Like Honey” ora ne appare quasi un divertito stravolgimento, su scanzonate andature rock’n’roll che riportano ai tempi di “Reckoning”. Un pezzo dal forte “tiro”, in cui Buck rispolvera la vena chitarristica dei giorni migliori al servizio della solita interpretazione inappuntabile di Stipe. Il testo, invece, è un nuovo enigma, in cui la parola mine può fungere da sostantivo (miniera) o, più probabilmente, da pronome possessivo (i miei), sottintendendo quindi il riferimento a qualcosa di personale.

I would dare you, but I know I don’t need to

You’re going to do just what you want to

You’re going to take the leading chair at the fairground

You’re going to sing the praises of your fruit

Mine smell like honey, uh!

Vorrei affrontarti, ma so di non averne bisogno

Stai per fare proprio quello che vuoi

Stai per prendere il posto del capo alla fiera

Stai per cantare le lodi al tuo frutto

I miei hanno l’odore del miele, uh

Una confessione di impotenza, forse, di fronte a un interlocutore che dispone del potere per fare ciò che vuole. Toni astiosi, di recriminazione, cui fa seguito un’esortazione ancor più ermetica.

Dig a hole, dig it deeper, deeper!

Climb a mountain, climb it steeper, steeper!

Dig a hole, dig it deeper, deeper!

Track a trail of honey through it all

Scava un buco, scavalo più profondo, più profondo!

Scala una montagna, scalala più ripida, più ripida!

Scava un buco, scavalo più profondo, più profondo!

Traccia una scia di miele attraverso tutto questo

Sul significato del brano, scelto anch’esso come singolo, sono state fornite le interpretazioni più strampalate – dalle metafore sessuali ad apocalittiche allusioni ecologiste – ma a tutt’oggi il vero senso resta avvolto nel mistero. Probabilmente, proprio ciò che il suo autore auspicava. Anche se c’è chi ha letto nel titolo una sorta di replica alla “Smells Like Teen Spirit” dei Nirvana, quasi a voler diluire la rabbia dell’adolescenza nella dolcezza (il miele) della maturità.

Divertente, invece, il videoclip, un omaggio al grande cinema muto di Buster Keaton, con il malcapitato Stipe che viene fatto rotolare per le scale senza mai toccare il suolo.

ALLIGATOR AVIATOR AUTOPILOT ANTIMATTER

Una specie di divertissement. Una scheggia impazzita, superveloce, che sembra uscita dalle session del frenetico “Accelerate”. Con la sorpresa di un, potenzialmente insidiosissimo, duetto con Peaches, la reginetta canadese dell’electroclash. Alla fine, il connubio vocale funziona, anche meglio di quello più strombazzato ma alquanto deludente con Eddie Vedder in “It Happened Today”. E “Alligator Aviator Autopilot Antimatter” suona come una versione acida della “Me In Honey” in tandem con Kate Pierson. Ma a fare la fortuna del pezzo è soprattutto il suo muro di chitarre punk-rock cui dà man forte anche l’ottimo Lenny Kaye della Patti Smith Band.

Il testo, invece, è un nuovo, divertito esercizio di nonsense.

I feel like an alligator

Climbing up the escalator

Climbing up the escalator

I feel strong

I feel like an aviator pilot

Thinks you wouldn’t buy it

I’m feeling violent

Beat your bleeding eye in

Hey, hey, alligator, you’ve got a lot to learn

I have, have got a lot to learn

Mi sento come un alligatore

Che sale le scale mobili

Che sale le scale mobili

Mi sento forte

Mi sento come un pilota d’aereo

Credo che non la potresti bere

Mi sento violento

Colpisco il tuo occhio sanguinante

Ehi, ehi, alligatore, hai molto da imparare

Ho, ho molto da imparare

Una sorta di comica “mental-song”, dunque, giocata spesso sugli opposti e sulle assonanze (“I am not an agitator/ I feel like an agitator/ Climbing up the escalator”).

Stipe continua a giocare con le parole, ma a volte dà la sensazione di aver esaurito le sue frecce migliori, anche sul piano del nonsense.

BLUE

RemIl cerchio si chiude. Tutto cominciò con Patti Smith e quel benedetto cesto di ciliegie. E con Patti Smith tutto finisce. Perché “Blue” è, a tutt’oggi, l’ultima traccia dell’ultimo disco dei Rem. Una parabola perfetta che si conclude inevitabilmente con i colori della tristezza e della malinconia. Anche se forse, in quel momento, nessuno l’aveva previsto. Neanche uno Stipe insolitamente relegato al ruolo di spalla, che, a differenza del precedente di 15 anni prima, lascia alla sacerdotessa del rock il ruolo di protagonista: la voce dolente della Smith salmodia versi enigmatici sui feedback della chitarra in overdrive di Buck, accompagnata dai bisbigli indecifrabili del cantante.

Ancora una volta la chiave è nella suggestione, nelle atmosfere drammatiche, ma la somiglianza con “E-Bow The Letter” rende inevitabile un confronto che non può non essere perdente.

Subway

Almost 4AM

Halloween night

Had enough to drink to make my own party

All my fellow writers in half costume, half asleep

Half silly, gone to seed

Metropolitana

Quasi le quattro del mattino

La notte di Halloween

Ne ho avuto abbastanza di bere per il mio party personale

Tutti i miei colleghi scrittori mezzi mascherati, mezzi addormentati

Mezzi rincretiniti, imbruttiti

Il distorto recitato iniziale di Stipe introduce in un’ambientazione notturna, decadente, dove non c’è più spazio per il divertimento, come lascia intendere anche la prima strofa, con il riferimento a un circo che ha tolto le tende (“Yellow circus left the stakes”). Ma il climax emotivo del brano è nel suo corpo centrale, quando il duetto prorompe in un fiume di parole e sensazioni in libertà.

I like you, love you, every coast of you

I’ve seen your eddies and tides and hurricanes and cyclones

Low ebb tide and high, full moon

Up close and distant

I read you

Look, the sky, the sea, the ocean, the sun, the moon

Blue, blue, blue, blue, blue, blue, blue, blue, blue, blue, blue, blue

Naked and blue

Breathing with you. Touch. Change. Shift. Allow air. Window open. Drift. Drift away. Into now

I want Whitman proud. Patti Lee proud. My brothers proud. My sisters proud. I want me. I want it all. I want sensational. Irresistible

This is my time and I am thrilled to be alive

Living. Blessed. I understand

Twentieth century:

Collapse Into Now

Mi piaci, ti amo, ogni parte di te

Ho visto i tuoi vortici e maree e tempeste e cicloni

Bassa e alta marea, luna piena

Vicino e distante

Ti ho letta

Guarda, il cielo, il mare, l’oceano, il sole, la luna

Blu, blu, blu, blu, blu, blu, blu, blu, blu, blu, blu, blu

Nudo e blu

Respirare con te. Toccarti. Cambiare. Spostarmi. Lasciar entrare l’aria. Finestre aperte. Lasciarmi trasportare. Trasportare alla deriva

Dentro tutto questo

Voglio l’orgoglio di Whitman. L’orgoglio di Patti Lee. L’orgoglio di mio fratello. L’orgoglio delle mie sorelle. Voglio me. Lo voglio tutto. Voglio cose sensazionali. Irresistibili

Questo è il mio tempo e sono entusiasta di essere vivo

Vivo. Benedetto. Me ne rendo conto

Ventesimo secolo

Collassaci dentro ora

Uno stream of consciousness in cui fluisce ogni cosa. Sentimenti, desideri sospesi, sogni, riflessioni esistenziali in bilico tra mestizia e ottimismo, speranza e sconfitta. E nel corso di questa esplorazione della psiche spuntano la citazione del titolo dell’album (“Collapse Into Now”) e un omaggio alla stessa Smith (“Patti Lee proud”). Quest’ultima sale in cattedra, invece, nella strofa successiva, enfatizzata dall’ingresso del pianoforte, sinistro e dissonante.

Cinderella boy

You’ve lost your shoe

Cinderella boy

Your coach awaits

A sun makes shadows

All over your face

As you sit

Naked and blue

Into me

Cenerentolo

Hai perso la tua scarpetta

Cenerentolo

La tua carrozza ti aspetta

Il sole fa ombra

Su tutta la tua faccia

Quando ti siedi

Nudo e blu

Dentro di me

Il cerchio si è chiuso, anche quello dell’album, che termina con la ripresa del riff della traccia iniziale, “Discoverer”. Ma soprattutto è finita la più che trentennale avventura dei Rem. Da tempo il sacro fuoco che per tanti anni aveva animato la band si era spento. La loro grande passione, il loro formidabile istinto si erano stemperati in una mera routine lavorativa, condotta con cura e diligenza, ma ormai senza più sussulti e senza più nemmeno le salutari liti che, nei momenti cruciali della storia del gruppo, l’avevano rinsaldato e rinfrancato, schiudendogli nuove prospettive.

A fronte di ciò, l’insuccesso di “Collapse Into Now”, per Stipe e compagni, può essere solo un dettaglio. La macchina sforna-ritornelli di Athens è arrivata al traguardo. Come il vecchio furgoncino Dodge che li aveva traghettati verso la gloria.

Il 21 settembre 2011 sul sito ufficiale del gruppo compare il seguente comunicato:

Ai nostri fan e ai nostri amici: come Rem, come amici di una vita e co-cospiratori, abbiamo deciso di smettere di essere una band. Ce ne andiamo con grande senso di gratitudine, di compiutezza e di stupore per tutto ciò che abbiamo realizzato. A chiunque sia mai stato toccato dalla nostra musica va il nostro più profondo ringraziamento per averci ascoltato.

Una nota scarna ed essenziale, come nel loro stile. Un’uscita di scena dignitosa, senza clamori, che sarà anche per questo profondamente rispettata, persino dai fan più disperati. Seguiranno, poi, i singoli commenti dei tre musicisti.

Michael Stipe: “Un saggio una volta disse che la cosa più importante quando si va a una festa è sapere quando è il momento di andare via. Abbiamo costruito qualcosa di straordinario insieme. E ora è tempo di abbandonarla. Spero che i nostri fan capiscano che questa non è stata una decisione facile. Ma tutte le cose hanno una fine e noi abbiamo voluto finire bene, a modo nostro. Ringraziamo tutti quelli che ci hanno permesso di essere i Rem durante questi 31 anni. È stato meraviglioso”.

Mike Mills: “Durante l’ultimo tour e mentre realizzavamo l’ultimo album, ci chiedevamo cosa avremmo fatto poi. Siamo sempre stati una band nel senso più vero del termine. Fratelli che si vogliono bene e si rispettano. E abbiamo preso questa decisione insieme, consensualmente, senza avvocati o disarmonie. Era il momento giusto”.

Peter Buck: “Una delle cose più belle di questa band è il fatto che le nostre canzoni significavano per il nostro pubblico quello che significavano per noi, avevano la stessa importanza. Essere stati parte della vita dei nostri fan è stato un regalo incredibile. Grazie”.

Buck cita poi in un ringraziamento Bill Berry, convitato di pietra il cui saluto inevitabilmente è assente dalla bacheca del sito. E lascia un ultimo, struggente ricordo: “Mike, Michael, Bill, Bertis (Downs, il manager della band, ndr) sono stati grandi amici, e so che li rivedrò in futuro. Come rivedrò chi ci ha seguito e supportato negli anni, dai negozi di dischi ai club degli esordi, guardando un gruppo di diciannovenni che provavano a cambiare il mondo”. Quasi la fine di un’epoca.

Ma prima dei titoli di coda, c’è ancora tempo per un ultimo regalo: una doppia raccolta con tre inediti, registrati dopo le session di “Collapse Into Now”.

APPENDICE: PART LIES, PART HEART, PART TRUTH, PART GARBAGE 1982-2011 (2011)

WE ALL GO BACK TO WHERE WE BELONG

Un abisso di malinconia, tra insoliti fiati alla Burt Bacharach e un non meno sorprendente Stipe commosso, che canta con voce quasi rotta dall’emozione un testo allusivo sulla fine del gruppo. Questo singolare commiato colpisce davvero, come se l’indecifrabile, inavvicinabile Michael avesse finalmente gettato la maschera e si stesse confessando in camerino.

I dreamed what what you were offering

Imagine lying next to me

You should, and your reputation talks

I will write our story in my mind

Write about our dreams and triumphs

This might be my “Innocence Lost”

I can taste the ocean on your skin

That is where it all began

I dreamed that we were elephants

Out of sight, clouds of dust

And woke up thinking we were free

Oh oh oh

I can taste the ocean on your skin

That is where it all began

We all go back to where we belong…

Ho sognato ciò che mi stavi offrendo

Immagina di sdraiarti a fianco a me

Dovresti, la tua reputazione parla da sé

Scriverò la nostra storia nella mia mente

Scrivi dei nostri sogni e trionfi

Questo può essere il mio “Innocence Lost”

Posso sentire l’oceano sulla tua pelle

Da qui è partito tutto

Ho sognato che eravamo elefanti

Fuori dalla vista, nuvole di polvere

E ti sei svegliata pensando che eravamo liberi

Oh oh oh

Posso sentire l’oceano sulla tua pelle

Da qui è partito tutto

Torneremo tutti al luogo al quale apparteniamo…

Un canto del cigno struggente, con il suo passo elegante e dolcemente retrò. L’accompagnerà anche un bel videoclip in bianco e nero, realizzato da Stipe e dal regista Dominic DeJoseph: all’originale si aggiungeranno due versioni, con la partecipazione del poeta John Giorno e di una meravigliosa Kirsten Dunst, attrice e fan del gruppo.

“We All Go Back To Where We Belong” sarà il singolo prescelto per anticipare l’antologia definitiva della band, “Part Lies, Part Heart, Part Truth, Part Garbage 1982-2011”.

Tra le 40 tracce della scaletta, finiranno altri due, meno significativi, inediti, “A Month Of Saturdays”, nato, a sentire Mills, come una sorta di omaggio ai Pylon, e “Hallelujah”, una classica ballata à-la Rem, con il basso che gira su se stesso e gli archi a far da sfondo alla cantilena senza parole di Stipe.

Poi, ufficialmente, sulla saga dei Georgiani calerà il sipario. Il perfect circle si chiude qui. Ma chi non sogna di rivederli insieme, almeno una volta sul palco, a riaccendere l’incantesimo? Alla storia del rock spetteranno le risposte. A noi, per ora, basterà tenerci stretti questi trentuno anni di canzoni, questa immaginaria cartografia di suoni e parole, incisa sulla mappa del cuore.