Emersi nella seconda metà degli anni Ottanta come una delle band portabandiera dell'acid-rock in salsa britannica, insieme a monumenti del rock d'oltremanica come Jesus and Mary Chain e My Bloody Valentine, i Primal Scream di Bobbie Gillespie hanno poi sterzato verso un personalissimo ibrido di rock, techno e musica dance, cavalcando prima l'era della darkwave, poi del revival psichedelico degli shoegazer e approdando infine all'era della "chemical generation".
Formatisi a Glasgow, Scozia, intorno al 1985 da Jim Beattie e da Bobbie Gillespie - quest'ultimo già apparso, giovanissimo, come batterista nello storico "Psychocandy" dei Jesus and Mary Chain - i Primal Scream esordiscono come una miriade di altri gruppi britannici con una trafila di singoli che, come ad esempio le contemporanee opere dei primi My Bloody Valentine, traggono molto spunto dai Sixties, in particolare da gruppi come Stooges e Rolling Stones sul versante più "caldo", da Byrds e, naturalmente, Beatles su quello più lieve e melodico.
Nel primo album Sonic Flower Grove (1987) è proprio quest'ultimo lato della loro personalità a prendere il sopravvento con brani come "Gentle Tuesday", ma non mancano momenti più deviati e distorti, parenti prossimi di ciò che sarà il magma sonico degli "shoegazer". Malgrado gli ottimi riscontri ottenuti, Jim Beattie preferisce a questo punto abbandonare la band in favore dell'altro suo progetto Spirea X, lasciando così Bobbie Gillespie come completo padrone della scena Primal Scream. Il quale Bobbie non si fa certo sfuggire l'occasione di plasmare immediatamente il gruppo a sua immagine e somiglianza. Reclutati i valentissimi chitarristi Robert Young e Andrew Innes, Gillespie dà di fatto vita a un nuovo gruppo, tanto che il secondo album è intitolato semplicemente Primal Scream (1989). Peccato che la personalità dispersiva e confusa di Gillespie, che sarà di qui in poi tanto il dono quanto la condanna del gruppo, impedisca all'album di prendere il volo. "Ivy Ivy Ivy" è il brano più significativo di un disco di discreto pop-rock psichedelico, opera fondamentalmente ancora di transizione e indecisa sulla strada da prendere.
Proprio perché proveniente da una band interessante ma che non aveva fino a quel momento mai prodotto nulla di particolarmente rilevante, il salto di qualità che Gillespie compie con Screamadelica (1991) ha del miracoloso: nello stesso anno in cui i re dello "shoegazing", i My Bloody Valentine, distruggono e ricostruiscono l'acid-rock con gli arrangiamenti caotici, stordenti e tumultuosi del mitico "Loveless", Gillespie e soci fanno qualcosa di molto meno meraviglioso, ma anche di più concreto e preveggente, e a modo suo ugualmente geniale. I Primal Scream hanno un'intuizione semplicissima e pertanto rivoluzionaria: prendono la psichedelia più solare e la accomunano alla contemporanea scena acid-house, riempiendo le canzoni (melodicamente ancora succubi dei Beatles) di campionamenti e accattivanti ritmiche elettroniche. Steso un ponte tra il passato (gli anni sessanta) e futuro (gli anni novanta) i Primal Scream, col decisivo aiuto del produttore Andy Weatherall, buttano lì una "Damaged" e una "Movin' on up", con tanto di coro gospel. Il resto dell'album sciorina anche la frivola dance-music di "Don't Fight It, Feel It", ma è nei momenti più sperimentali che Screamadelica assume i suoi connotati di opera tra le più influenti per tutti gli anni a venire. La splendida "Higher Than The Sun", con il suo andamento sinuoso e ipnotico spiana la strada al trip-hop; il capolavoro "Inner Flight" allarga ulteriormente lo spettro musicale dell'opera con un'incursione straniante e riuscitissima in una elettronica soffice e inquieta; la chilometrica e radiosa jam "Come Together", tra poliritmi esotici e coretti kitsch, altro capolavoro del disco, ed è qualcosa che con un gruppo rock non ha ormai nulla da spartire. Strepitoso lavoro di collage sonoro che riassume decenni di musica popolare ormai ammuffita, e li reinventa ad uso e consumo della generazione x. Altrettanto riescono a fare la languida "Loaded" (un assurdo e irresistibile mix di Motown, James Brown, sventagliate di rock e movimenti dub) e la più ombrosa "I'm Comin' Down". A questo punto arriva a irradiare altra luce la reprise di "Higher Than The Sun", che si snoda per altri 7' con un ospite d'eccezione come Jah Wobble e le sue linee di basso dub, aliene e insinuanti. La chiusura è affidata invece al carillon dissonante di "Shine Like Stars".
Incalcolabile l'impatto, sonoro e concettuale, che questi brani e questo disco avranno su miriadi di band di area tanto elettronica quanto indie negli anni a venire.
Gillespie e soci dal canto loro si godono il trionfo, e forse si fanno prendere dalla paura di andare oltre le intuizioni geniali di Scremadelica. Una crisi di panico post-capolavoro è infatti l'unica spiegazione che si può trovare al loro nuovo album Give Out But Don't Give Up (1994), clamorosa marcia indietro verso il più trito e insipido rock/blues, che nemmeno gli attuali Rolling Stones. Divertito ritorno al rock dopo la sbornia elettronica e retro-futuristica di Screamadelica? Sentito omaggio alle proprie radici? Ma nemmeno a parlarne, questo album è un tonfo spaventoso e senza attenuanti. Il conseguente, disastroso, tour americano insieme ai Depeche Mode, fa precipitare ulteriormente le quotazioni dei Primal Scream, e la nuova lunga pausa che seguirà stavolta non porterà attesa ma speranza di rivedere all'opera il gruppo geniale di cui sembrano essersi d'improvviso perse le tracce.
La speranza si riaccende quando il dirompente singolo "Kowalski" inizia a girare, e il video con Kate Moss non è da meno di una canzone che torna nei sentieri di Screamadelica, stavolta però con un tono nuovo, cattivo, maligno, perverso. Tutto ciò non trova però nel nuovo album Vanishing Point (1997) un'applicazione soddisfacente. Rispetto allo sfacelo del suo predecessore rockettaro, questo album è manna dal cielo, si intende. Ma per quanto gradevole e moderatamente creativo, almeno negli arrangiamenti, l'opera dà l'impressione di essere più che altro un tentativo di riallacciarsi al modernismo visionario di Screamadelica, senza però ricordarsi più come si fa. Il buon Gillespie sconta infatti una ispirazione ai minimi termini, e a salvare la baracca spesso e volentieri sono i comprimari, primo fra tutti l'illuminato tastierista Martin Duffy. Unici brani a svettare accanto alla fiammeggiante "Kowalski" sono "If They Move Kill 'em" e la lunga fantasia "Trainspotting", soundtrack dell'omonimo cult-movie.
Per poter sopravvivere il gruppo a questo punto deve necessariamente inventarsi qualcosa, tentare in tutti i modi di cambiare nuovamente pelle: e passati i rituali tre anni di silenzio ecco che Gillespie tira fuori dal cilindro Exterminator (2000), o Xtrmntr, l'album con cui il musicista scozzese si avventura nell'insidioso territorio dei "riot-albums". L'opera, infatti, altro non è che un concept che trasuda in ogni suo momento tutto il disgusto e l'indignazione verso la politica interna del Regno Unito, che fotografa la realtà della gioventù britannica, imprigionata tra droghe, alcool e repressione (è il periodo in cui l'amministrazione pubblica di Glasgow impone il coprifuoco, evento preso di mira anche da altri gruppi scozzesi come i Mogwai).
Ma i Primal Scream non musicisti di "rottura" o di protesta: non sprecano turpiloquio (o perlomeno ne fanno un uso molto moderato) e non si lanciano in invettive sociali: il loro modo di esprimere rabbia è tutto nel sound, esplosivo e martellante di brani spettacolari come "Kill All Hippies", la title-track, che piacerebbe a Trent Reznor, l'assatanato rave "Swastika Eyes". A questi, che sono i pilastri dell'album, si aggiungono terrificanti wall of sound come la straordinaria "Accelerator", rock sporco e distorto all'inverosimile, e ancora trascinanti galoppate come "Shoot Speed Kill Light", adrenalico omaggio ai New Order (non casuale ovviamente la presenza dell'ospite Bernard Sumner). Ma ci sono anche divagazioni nella psichedelia soffice e melodica di Screamadelica come la dolce "Keep Your Dreams" e i due lunghi brani strumentali: eccezionale "Blood Money", esercizio di suspance musicale senza freni, mentre "MBV Arkestra" è soltanto una nuova versione di "If They Move Kill 'em", nobilitata dalla chitarra "aliena" di sua maestà Kevin Shields, ovvero mr.My Bloody Valentine in persona, amico e assiduo collaboratore del gruppo. Fondamentale nella riuscita dell'opera si rivela il contributo del bassista Gary "Mani" Mounfield, ex Stone Roses, nonché la produzione affidata a mostri sacri dell'elettronica inglese come David Holmes, Jagz Kooner e gli stessi Chemical Brothers (per "Swastika Eyes").
Lo stesso mood incattivito, ma in misura molto più misurata, è il cuore anche del successivo Evil Heat (2002), album programmatico e dispersivo, complessivamente convincente ma senza quella compattezza che ha reso grande il suo predecessore. È forse il disco più auto-referenziale della loro carriera, quello in cui i Primal Scream giocano su tutti i fronti attraversati nel corso dei quindici anni finora trascorsi: l'elettronica soffusa e ipnotica (la bellissima intro "Deep Hit Of Morning Sun" e le citazionistiche "Autobahn 66" e "A Scanner Darkly"), c'è materiale per i DJ e i rave ("Miss Lucifer"), c'è rock 'n roll (le ottime "City" e "Skull X"), c'è la psichedelia morbida e melodica di "Space Blues" e, direttamente dalle cariche terrificanti di Xtrmntr, le pesanti ritmiche industriali di "Detroit" (cantata da Jim Reid dei Jesus and Mary Chain) e "Rise". Ma c'è anche un brano "mutante" come "The Lord Is My Shotgun" (ospite Robert Plant!) che è un po' la summa di tutti questi stili e potrebbe benissimo rappresentare una futura direzione in cui Gillespie e compagni potrebbero avere molto da dire.
Nel frattempo però ci tocca fare i conti con un altro preoccupante silenzio, di ben quattro anni e con il tristissimo ritorno di Riotcityblues (2006), un'altra inspiegabile scivolata all'indietro verso un retro-rock totalmente privo di idee. Il cast vanta anche stavolta ospiti da strapparsi i capelli quali Will Sargeant (Echo & The Bunnymen) e Warren Ellis (Bad Seeds e Dirty Three). Tutti sprecati qui in canzoni di certo ben eseguite, ma patetiche quanto una rimpatriata di reduci da Woodstock. Quelle di questo album sono canzoni senza mordente e senza ragion d’essere, nel migliore dei casi gradevoli per quanto sempre banali (le sopracitate "Candy Girl" e "Suicide Sally"). Nel peggiore dei casi invece incontriamo insopportabili "tune" come "Dolls", che veramente fanno venir voglia di menare le mani, e non vi dico quando arrivano i profumi d'oriente di "Little Death", brano che ci ricorda le capacità della band di amalgamare rock e elettronica con grande originalità: ce le ricorda e basta però, e si fatica a trovare un senso a questo brano nel contesto di un disco così, specie quando lo si intrappola tra l'insulsa "The 99th Floor" e la scipita "When The Drop Bombs".
Più si va avanti, più la situazione peggiora: gli ultimi quattro brani sono un concentrato di tutti i colpi bassi che ci si può aspettare quando si calca la mano sulla nostalgia rollingstoniana che affliggeva malamente i brani di "Give Out..." L'inascoltabile "Boogie Disease", la già citata "Dolls" e poi "Hell's Comin' Down" e il colpo di grazia finale con la melensa "Sometimes I Feel So Lonely".
I Primal Scream danno ulteriore prova del loro eclettico talento, diranno i più buoni o i fan. Ma tra essere eclettici e essere soltanto dispersivi e confusionari passa una bella differenza.
Eppure a soli due anni di distanza, con Beautiful Future (2008), gli scozzesi ancora una volta riescono a cambiare pelle e sorprendere.
Il disco prende le distanze dal retro-rock stantio del precedente Lp, rimescolando le carte giocate in passato e rilanciando il loro rock imbevuto di elettronica: una sorta di sunto di quanto fatto in venti anni di continuo trasformismo. C’è il pop, c’è la loro elettronica spinta, c’è il gospel, c’è il punk: nulla sembra mancare all’appello, e il singolo “Can’t Go Back” è un grande attestato di salute, che fotografa un gruppo aggressivo che fa di tutto per mostrare i denti.
Il disco parte in quinta con il boogie della title track, arrangiato con pianoforte, chitarre sature e campane, ma senza mai tradire l’andamento in stile Rolling Stones; la caratteristica dell’album è quella di proporre brani pop ben rifiniti e arrangiati, ma senza mai trascurare una certa urgenza rock: “Uptown” infatti vanta una melodia squisita, col suo basso dub e un ritornello melodico con un tappeto di archi, ma non si vergogna di sfoggiare le chitarre, “Suicide Bomb” è il pezzo più potente, grazie a un andamento marziale e a riff titanici. Altre perle sono “I Love To Hurt (You Love To Be Hurt)” che rispolvera la loro elettronica insidiosa e sensuale, con il controcanto di Lovefoxxx - cantante dei Cansei de Ser Sexy - e la ballata “Beautiful Summer”, che dimostra le abilità pressoché illimitate di Gillespie come arrangiatore.
Un paio di cadute di stile, però, rovinano un album altrimenti impeccabile: prima “Zombie Man” non permette di apprezzare un ritmo irresistibile, a causa di arrangiamenti di dubbio gusto (un coro gospel troppo pompato), poi la ballata psichedelica “Over and Over” esagera un po’ con lo zucchero.
Il disco nel complesso però funziona, suonando potente, solido e dimostrando le grandi risorse di una band che dopo venti anni fa il punto della situazione, riassumendo una carriera invidiabile e ribadendoci che non vuole saperne di invecchiare e morire.
Contributi di Alessandro Nalon ("Beautiful Future")



