Pink Floyd

Il brano dei Pink Floyd che per Gilmour era impossibile da cantare

C’è una canzone dei Pink Floyd che David Gilmour ha definito praticamente “impossibile” da cantare. Non per l’estensione vocale o per qualche passaggio melodico particolarmente arduo, ma per una ragione molto più concreta: Roger Waters aveva scritto talmente tante parole che Gilmour, semplicemente, non riusciva a gestirle. Quella canzone era “Dogs”, il monumentale brano di 17 minuti che occupa gran parte di “Animals”, album pubblicato dai Pink Floyd nel 1977.

You’ve Got To Be Crazy

Scritta e composta da Waters e Gilmour, “Dogs” è uno dei pezzi più lunghi del repertorio della band e anche uno dei più rappresentativi della fase in cui gli equilibri creativi all’interno del gruppo stavano rapidamente cambiando. La sua storia, però, era cominciata diversi anni prima. Il brano nacque infatti con il titolo “You’ve Got To Be Crazy” – spesso abbreviato in “Gotta Be Crazy” – e faceva già parte del repertorio dal vivo dei Pink Floyd nel 1974, insieme a “Raving And Drooling”, futura “Sheep”. Entrambe le composizioni vennero sviluppate prima di “Wish You Were Here” e avrebbero potuto trovare posto nell’album del 1975. Roger Waters preferì però accantonarle per concentrare il disco attorno a “Shine On You Crazy Diamond” e agli altri brani legati ai temi dell’assenza, dell’alienazione e dell’industria musicale. Una decisione sulla quale Gilmour non era particolarmente d’accordo.

I due pezzi tornarono utili poco dopo, quando Roger Waters concepì “Animals”, un album molto più cupo e aggressivo, costruito attorno a una feroce rappresentazione della società britannica della metà degli anni 70. Liberamente ispirato al meccanismo allegorico di “Animal Farm” di George Orwell, il disco divide gli esseri umani in categorie animali: i maiali rappresentano le classi dominanti, le pecore la massa passiva e manipolabile, mentre i cani sono gli arrivisti, gli uomini d’affari e gli spietati predatori sociali disposti a tutto pur di raggiungere il successo. È proprio questa la figura raccontata in “Dogs”: un individuo che deve imparare a essere freddo, opportunista, diffidente e pronto a colpire gli altri prima di essere colpito. La scalata sociale diventa una forma di addestramento alla sopraffazione. Ma dietro il successo si nasconde inevitabilmente la solitudine: il “cane” finisce consumato dalla paura, dalla vecchiaia e dall’isolamento, vittima dello stesso sistema al quale ha dedicato la propria esistenza.

Musicalmente, “Dogs” sviluppa questa atmosfera attraverso una costruzione lenta e articolata. Il brano si apre con la chitarra acustica di Gilmour e una progressione armonica sospesa sulla quale entra la sua voce. Alla dimensione inizialmente quasi intima si contrappongono progressivamente gli interventi della chitarra elettrica, fino alla lunga sezione strumentale centrale, dominata da sintetizzatori, effetti e versi di cani elaborati elettronicamente. La frase “dragged down by the stone” diventa quasi un mantra e introduce uno dei passaggi più stranianti della composizione. Quando ritorna il giro armonico iniziale, è invece Waters ad assumere il ruolo di cantante, conducendo “Dogs” verso una conclusione sempre più aspra e minacciosa.

Le obiezioni di Gilmour

Ma proprio la parte affidata a Gilmour era stata inizialmente molto più difficile da interpretare. Waters aveva scritto un testo talmente fitto da risultare quasi impraticabile dal punto di vista vocale. Gilmour lo ha ricordato così: “Ogni tanto mi capitava di trovare qualcosa di scomodo da cantare. La prima serie di parole che Roger aveva scritto per ‘Dogs’, quando si chiamava ‘You’ve Got To Be Crazy’, era semplicemente troppo lunga da cantare. ‘Dogs’ aveva così tante parole che fisicamente non riuscivo a farcele stare. Alla fine abbiamo eliminato due terzi del suo testo per renderla possibile”.
La soluzione fu dunque drastica: tagliare buona parte delle parole di Waters per permettere alla linea vocale di respirare e adattarsi alla struttura musicale.

L’episodio rivela come “Dogs” fosse anche il risultato dell’incontro tra le due principali personalità creative dei Pink Floyd di quel periodo. Waters portava in dote soprattutto il concept, i testi e la visione politica; Gilmour contribuiva in maniera decisiva alla costruzione musicale, all’arrangiamento e all’identità sonora del pezzo. In “Animals” questo equilibrio esisteva ancora, ma cominciava a divenire fragile. Waters stava assumendo un controllo sempre maggiore sulla direzione artistica del gruppo e il processo sarebbe arrivato alle estreme conseguenze con “The Wall“. Durante la realizzazione del doppio album del 1979, le tensioni interne aumentarono fino all’allontanamento di Richard Wright, mentre Gilmour rimase uno dei pochi interlocutori musicali in grado di confrontarsi realmente con Waters, come dimostra soprattutto la genesi di “Comfortably Numb”.
Da questo punto di vista, “Dogs” rappresenta uno degli ultimi grandi esempi della collaborazione compositiva Waters-Gilmour prima che i rapporti si deteriorassero definitivamente. È una composizione nella quale convivono la scrittura concettuale e polemica di Waters e il senso melodico, chitarristico e armonico di Gilmour, all’interno di una struttura che conserva qualcosa delle grandi suite psichedeliche dei Pink Floyd dei primi anni 70 ma anticipa al contempo la durezza e il pessimismo della fase successiva.

Il ritorno nel 2018

“Dogs” è tornata alla ribalta con “Animals 2018 Remix“, nuova versione dell’album realizzata nel 2018 e pubblicata nel 2022 dopo una lunga gestazione, anche in versione surround 5.1. Una nuova occasione per riscoprire uno dei brani più ambiziosi dei Pink Floyd: 17 minuti di tensione, alienazione e virtuosismo, nati da una canzone che, nella sua forma originaria, aveva così tante parole da risultare, almeno secondo David Gilmour, fisicamente “impossibile” da cantare.

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