Buongiorno Umberto. Innanzitutto grazie da parte di tutta la redazione di OndaRock per aver voluto condividere con noi questo momento. Le strade tra te e OndaRock si erano già incontrate nel febbraio del 2010 per un’intervista concessa in occasione dell’uscita di “Ingrediente Novus”, best of di tuoi brani riarrangiati per l’occasione. Cos’è cambiato in te, se è cambiato qualcosa, da allora a oggi?
Umberto è cambiato, sì, esattamente come tutti, perché il mondo si è trasformato tantissimo in questi tredici anni. Il mondo non è cambiato nella forma, ma nei significati e di conseguenza sono cambiato anche io. Anche il panorama musicale è cambiato e chi fa il musicista in un modo analogo al mio è stato ed è influenzato da tutto ciò che gira intorno, anche se artisticamente credo di aver comunque conservato l’immagine e la coscienza che mi ha sempre contraddistinto. Detto questo, non posso fare altro che riconoscere tutte le oggettive variazioni sociali, ambientali, economiche, etiche, che si sono sviluppate nel frattempo. Per fare un esempio tangibile, che tocca tutti indistintamente, i social network sono dilagati in maniera esponenziale e, a mio avviso, in maniera del tutto negativa. Siamo diventati succubi di tutte queste situazioni. Tredici anni fa non era ancora così.
Quindi, ritieni che il web, i social, non posseggano al proprio interno sfaccettature positive, di utilità generale?
No, assolutamente no. Non sono io a dirlo, ma è un dato di fatto. Che il ruolo della rete, di Internet, pur essendo stato ideato con lodevoli principi e sulla carta per portare solo benefici, come al solito, come ogni invenzione o situazione proveniente dal cervello umano che viene gettata in pasto all’umanità, finisce sempre per essere gestita in modo malevolo e totalmente diverso dalle prerogative originarie. Ti faccio un esempio. È come se io inventassi un nuovo cibo, universale, che si può creare semplicemente dalle molecole dell’aria, faccio davvero un esempio a caso. Sarebbe una creazione straordinaria. In primis sarebbe vista solo ed esclusivamente come una trovata positiva, utile. Ma se venisse poi messa sul piatto dell’umanità verrebbe certamente deviata, inquinata in qualche modo, tanto da farne scaturire di sicuro dei risvolti negativi. E così è la Rete, che ha distrutto la nostra società. Quest’illusione stupida che siamo tutti uguali. Una stupidaggine universale che l’uomo si è voluto autoimporre con la globalizzazione, e i risultati lo stanno testimoniando. Non siamo tutti uguali ed è una fortuna. La globalizzazione doveva portarci al collegamento totale, con la possibilità di avere comunicazioni immediate, rendendoci tutti più simili. Essa ha fallito clamorosamente. Ci siamo isolati, siamo diventati più ostili, diversi. E’ vero, siamo tutti materialmente collegabili in un secondo, ma non è una connessione vera. Il nostro cervello è fritto. Basta togliere lo smartphone dalle mani di una persona e questi, dopo una settimana, rischia il suicidio. Come fa a vivere senza cellulare? Intendiamoci, io compreso.
Il progresso dell’essere umano lo si deve valutare nell’ambito scientifico, ad esempio in medicina, applicata alla cura delle patologie, lo si può materializzare nell’applicazione alla fisica, all’astronomia, dove l’uomo ha fatto progressi inimmaginabili. Per il resto, la tecnologia non ha fatto altro che riportare l’essere umano molto indietro. Tutti hanno un cellulare in mano, ma non tutti sono in grado di crearsi, per esempio, un orto, dove far crescere qualcosa da mangiare. La gente non è più capace di accendere un fuoco. Ognuno di noi, se venisse abbandonato in una foresta, dopo due giorni morirebbe. L’essere umano deve essere ricollocato per quello che vale oggi e cioè poco. Nella gerarchia del nostro pianeta, che è brutalmente malato, gli unici che possono ambire a occupare il posto principale sono gli animali, esseri che noi umiliamo ogni giorno. L’essere umano non ha mai toccato un livello così basso come in quest’epoca.
Come posso pensarla diversamente in un paese dove le uniche cose importanti sono i soldi e la cocaina? Il resto è tutto in seconda linea. È così, la usa indistintamente il fornaio, il farmacista, il capo dei Vigili Urbani, non più solo una casta ridotta e il bello è che a tutti sembra andare bene così. Scrutiamo situazioni di malessere generale, che provocano disastri quotidiani dei quali molti nemmeno si accorgono e nemmeno si domandano da cosa sono scatenate. Oggi l’italiano medio venderebbe la propria famiglia per cento euro in più.
Non parliamo poi della classe dirigente. Negli ultimi decenni, abbiamo avuto una classe dirigente becera, scadente, a cominciare da quella di sinistra, che per oggettiva e colpevole incapacità ha veicolato la popolazione verso destra. Di conseguenza noi non possiamo che essere lo specchio della nostra società.
Scusami per questa lunga divagazione ma, tornando alla tua domanda, avrai sicuramente capito che a mio avviso, negli ultimi tredici anni, sono stati fatti tanti, troppi passi indietro, pericolosissimi. Abbiamo bisogno di un reset globale.
Parliamo del tuo nuovo album, “Mondo e antimondo”, uscito davvero da pochi giorni.
“Mondo e antimondo” è un disco molto classico, nel senso che è stato costruito secondo modalità convenzionali. In questo periodo si cerca sempre di spiazzare, di stupire l’ascoltatore con vari espedienti, spesso di basso lignaggio. Basta constatare ciò che accade all’interno del panorama musicale odierno. Al contrario di tutto e tutti, il mio è un album molto semplice, nel quale io mi riconosco piuttosto bene.
A questo punto, dopo il tuo accorato preambolo sulla situazione attuale, il titolo che hai assegnato all’album assume un significato ancor più chiaro e decisamente sintomatico. Da quanto emerge anche dal testo della title track sembra che tu voglia fare riferimento a tutte le contraddizioni dell’epoca moderna?
È verissimo, te lo confermo. Il titolo “Mondo e antimondo” l’ho affidato proprio per simboleggiare il fatto che oggi la vita ha preso quella piega. Tutto è diventato il contrario di tutto. Quello che fino a qualche anno fa sembrava positivamente implicito ora è diventato il suo opposto. Ora tutti inneggiano al contrario. Non si sa perché. Tutti i valori sono andati a farsi fottere. Tutti sono legittimati a fare ciò che gli pare, anche le cose più sbagliate. Il bello è che chi commette azioni infauste, terribili, troverà prima o poi qualcuno che dirà che, alla fine, quanto commesso non è poi così grave. Si trova sempre un’attenuante a tutto. Se io dessi una coltellata in un occhio a un bambino, su cento persone, ne troveremmo certamente dodici, diciotto, che direbbero: è vero, ha dato una coltellata a un bambino o a una ragazza, ma ogni tanto anche questi bambini bisogna farli fuori, magari gli serviva del sangue per cucinare o magari stava testando una nuova marca di coltelli. È così. Oggi tutto è diventato il contrario di tutto. E non ci opponiamo. Vediamo accadere le peggiori cose e reagiamo pensando che il mondo oggi vada così. Ecco, “Mondo e antimondo” raffigura questa condizione. Sono consapevole che esso sia decisamente provocatorio, sarei un ipocrita a non sostenerlo, ma è proprio ciò che volevo che determinasse. È una visione soggettiva, ovviamente. Non voglio convincere nessuno, ma essere un artista è anche un escamotage per poter comunicare le proprie idee, non lo nego affatto.
Come al solito i tuoi album e i tuoi brani lasciano trasparire una certa maniacalità nella stesura e nella realizzazione finale. Anche in quest’ultimo Lp è evidente la volontà di presentare un prodotto rifinito nei minimi particolari, nei contenuti e nelle sonorità. Com’è nato “Mondo e antimondo”?
“Mondo e antimondo”, che tu ci creda o no, è un disco nato dalle ceneri di un lavoro che, alla fine, io non ho più voluto pubblicare.
Un progetto che hai archiviato perché non eri contento del risultato finale?
No. L’ho cestinato perché ho fatto l’errore di averlo lavorato troppo. Aveva preso la fisionomia di qualcosa che ho reputato ormai passata, già digerita. Quindi l’ho preso e, per ora, archiviato, pur essendo pronto per la pubblicazione. Vedremo in futuro che succederà. In ogni caso, non ho utilizzato alcuna idea di quel disco per la realizzazione di “Mondo e antimondo”. Le cose capitano. Bisogna prenderne atto e avere il coraggio di affrontare, quando necessario, anche situazioni di questo tipo e decidere di conseguenza.
Con questa scelta confermi di essere un artista che non ha standard prefissati o scadenze imposte.
Sono una persona molto emotiva, sensibile e decisamente critica con me stesso. Proseguendo in quella direzione, avrei pubblicato un disco che non rappresenteva più me stesso, in quel momento. Per me un disco è ancora un’opera d’arte. Una volta che lo pubblichi resta per sempre fatto così e quindi questo sentimento anomalo che avevo addosso, purtroppo molto reale, mi ha portato alla decisione di doverlo bocciare clamorosamente, assecondando le reazioni che mi balenavano in quel periodo. Ho ricominciato tutto da capo e ti confido che la decisione di aprirmi verso un nuovo lavoro è stata abbastanza veloce. Sono ancora del partito di quelli che sostengono che un disco dovrebbe essere creato e pubblicato quando l’autore o gli autori sentono il bisogno di doverlo fare, senza stare a calcolare quanti anni sono passati dal lavoro precedente, tanti o pochi che siano. In questo, è di lampante esempio Alberto Ferrari dei Verdena, che tranquillamente può far intercorrere un numero indeterminato di anni tra un lavoro e un altro.
E aggiungo anche questo. In Italia esiste un grande problema, del quale non parla praticamente nessuno, quello del denaro. Molti artisti, non tutti fortunatamente, producono dischi solo ed esclusivamente per bisogno di denaro e non per chissà quale altra necessità più lodevole. Per non parlare, poi, del mondo dei featuring. Dischi pieni di collaborazioni, che vengono strombazzate come reali condivisioni artistiche, di scambio, quando sono solamente espedienti per vendere di più e per fare contente le case discografiche.
Solitamente ti occupi della stesura di musica e testi delle tue composizioni. Collegandomi al discorso fatto poc’anzi, in questo nuovo disco sono invece presenti diverse collaborazioni, come quella con Cristiano Godano, il Maestro Floriano Bocchino e Marco Marzo Maracas, con i quali avevi già collaborato per il progetto Pineda. Come sono nate e come le hai gestite?
Come ti ho detto prima, io detesto i featuring, che tanto vanno di moda in Italia, soprattutto in questo periodo. Le ospitate presenti nel mio disco non hanno alcun obiettivo di quel tipo. Sono collaborazioni fatte innanzitutto con amici, persone a cui voglio bene. Certamente la valenza artistica di chi può essere invitato in un mio disco ha un significato ben preciso, ma parte da altri presupposti che ritengo molto più importanti. Il resto viene dopo.
Sei arrivato a concepire questo lavoro dopo aver riesumato sorprendentemente la figura di Moltheni nel 2020 con l’album “Senza eredità”. Quanto quell’avventura, quell’inattesa decisione, può aver influenzato la scrittura di “Mondo e antimondo”?
Quel disco coinvolse tutti i brani dell’epoca Moltheni che non erano stati mai inseriti in un disco, come alcune B-Side o pezzi che eseguivo dal vivo e che molti fan mi chiedevano di far finalmente confluire in qualche album. Ci siamo quindi presi la libertà di riunire tutte queste tracce all’interno di “Senza eredità”. Comunque, il nuovo disco non è stato in alcun modo influenzato dalla decisione di far uscire un nuovo album come Moltheni. Prima di tutto perché Moltheni è artisticamente morto nel 2010 e poi perché quel disco aveva proprio solo l’obiettivo di accontentare i fan e le loro richieste. Quella era stata anche una piacevole occasione per reinvitare alcuni collaboratori che avevano condizionato e caratterizzato quell’epoca. Non c’è alcuna attinenza tra il progetto Moltheni e il percorso di Umberto Maria Giardini. Sono due realtà completamente indipendenti e anche distanti fra loro.
Me lo sono sempre chiesto ed è questa l’occasione migliore per fugare ogni dubbio. Con le tue parole di poco fa, sembri confermare che i due percorsi sono praticamente da considerare come due artisti fermamente separati tra loro.
Lo sono. Lo sono di fatto.
Quali sono i veri motivi che ti hanno portato alla decisione di concludere il tuo percorso come Moltheni e iniziare quello identificato con il tuo nome e cognome?
E’ uno solo: il denaro. C’è un punto della carriera di Moltheni, che si colloca intorno al 2009, non mi nascondo nel definirlo l’apice di quel percorso, nel quale iniziavano a girare intorno a me quelli che io chiamo i pescecani, gli avvoltoi. Ho ricevuto grosse delusioni da parte di produttori e collaboratori. Il lavoro che avevo costruito nel tempo si stava inquinando di situazioni lontanissime da quello che era il mio desiderio, al punto tale da decidere di chiudere definitivamente il progetto. Stavano venendo meno dei principi personali che ritenevo e ritengo ancora sacri e intoccabili. Era un qualcosa che non riconoscevo più ed ero io a doverlo gestire e portare avanti. Metodi di lavoro e di progettazione che non erano più quelli che avevo previsto. Io ho sempre lavorato come si faceva nei vecchi decenni, fino ai 90, e lì mi sono fermato. Andare oltre, con altre metodologie e altri obiettivi, non era per me. Per me fare il musicista, il cantautore, significa ancora prendere in mano la carta, la penna, la chitarra e passare tante, tantissime ore in studio, in sala prove. Ore e ore, giorni e giorni di lavoro. Questo è il mio mondo. Troppa gente volteggiava sulla mia carcassa morente, che in realtà era bella viva e vegeta, godeva di una buona visibilità e di una certa importanza economica. E quindi ho chiuso baracca e burattini. Mi sono autolicenziato. Sono io il primo responsabile dell’accaduto, avendo deciso io di circondarmi di quei musicisti, di quei produttori, alcuni diventati molto importanti e famosi, altri meno, perché senza il sottoscritto che reggeva la baracca non sono più riusciti a fare qualcosa di importante. Ho trovato corretto per me stesso rimettere tutto in discussione. Da qui la decisione di interrompere il progetto Moltheni.
Nei tuoi testi fai spesso riferimento alla natura e all’essenza primordiale delle azioni più pratiche che hanno caratterizzato l’esistenza umana. Sembrano molto forti in te questi riferimenti.
Io sono di estrazione culturale nordica, e per nordica non intendo Bergamo. Nella cultura nordica, il rispetto, la visione della natura sono elementi decisamente diversi da quelli percepiti in Italia. Questo è un sentimento che mi accompagna da sempre e sotto alcuni punti di vista si è anche accentuato. È normale che questi concetti tornino naturalmente nelle mie composizioni, perché sono propri del mio essere. Quindi confermo assolutamente.
In “Re”, brano scelto per anticipare la pubblicazione dell’album, come spesso capita nelle tue creazioni, richiami visioni provenienti dal passato, pare quasi tu voglia esorcizzare un presente che non ti convince.
“Re” è una sorta di preghiera un po’ rigida sul fatto che l’essere umano dovrebbe essere riportato un po’ ai minimi termini. È quasi un mantra, recitato in una modalità che ricorda un po’ Giovanni Lindo Ferretti. È un pretesto per rivendicare le cose semplici dell’individuo delle epoche passate. Il fatto di pregare, di lavorare, di avere aspettative su qualcosa che non necessariamente si avvererà, di riportarci un po’ a una vita più umana rispetto a quella attuale.
Anche il videoclip che accompagna il brano richiama tutti questi concetti.
Esatto. Il video è volutamente molto semplice, girato all’aperto. Pensa che è costato solo 700 euro, a conferma dell’idea di fondo che doveva venir fuori anche dalle immagini.
Nei tuoi testi, riesci a essere comunicativo senza dover dire per forza tutto in modo plateale.
Sono convinto che l’arte debba essere tradotta. La reale traduzione è quella che ogni singolo percepisce e quindi ne esistono milioni. A me piace lavorare in questo modo, lasciando che le mie idee possano essere veicolate dai miei versi, ma che ogni ascoltatore possa trarne le proprie conclusioni, senza che la si debba vedere per forza in un modo solo.
Hai sempre fuggito l’assegnazione di alfiere dell’indie pop-rock italiano. In realtà è così, è un dato di fatto. Che cosa significa oggi condurre ancora fieramente il vessillo di chi non si è mai piegato allo star business, continuando a proporre il proprio messaggio e la propria musica senza ingerenze esterne, con invidiabile coerenza?
Alfiere della musica indipendente? Il mio problema non è questo. Più che altro non lo considero molto importante. Chi mi conosce lo sa, sono stato sempre del parere che, almeno in Italia, il musicista andrebbe ridimensionato. Il pubblico italiano ha una visione distorta. Non so se il pubblico è facilmente condizionabile o se è talmente cieco da non rilevare che il musicista è essenzialmente un individuo come tutti gli altri, per non usare termini più grezzi. Io sono sempre stato estremamente convinto che il musicista andrebbe necessariamente riposizionato per quello che è, in una dimensione più veritiera, più reale.
Ma è una valutazione maturata di recente o l’hai sempre pensata in questo modo?
L’ho sempre pensata così e questa consapevolezza negli anni è persino aumentata. Vedo là fuori che la gente, e forse lo fa anche con me, idealizza in maniera stupida quello che i musicisti dicono.
Ci sono artisti che hanno proprio questo come obiettivo comunicativo primario.
È vero. Il problema è che là fuori poi ci credono tutti. Non posso fare nomi ovviamente, ma io conosco molto ma molto bene il musicista italiano e parliamo anche di vere e proprie icone. Ti dico e ti confermo che è tutto un bluff e il pubblico non ha capito un bel niente. Non si accorge di nulla. Basta che veda uno cantare e urlare e questa persona e anche ciò che dice restano scolpiti sulle tavole di Mosè.
Le melodie dei tuoi brani sono sempre sospese in un limbo che crea grande attesa, magnetica, tra riferimenti a 360° presi dal folk, dall’hard-progressive anni 70, ovviamente dall’indie-rock anni 90 e quel tocco onnipresente della tua amata psichedelia. Il nuovo brano “Andromeda” è in questo una testimonianza molto evidente. Nei suoi sette minuti abbondanti, in un viaggio psichedelico, a tratti oscuro ed enigmatico, sciorini un testo ermetico, intenso e affascinante. Sono rimasto colpito soprattutto dal passo: “Tartaruga vita mia rallentami/ Allontanami da chi mi chiede/ Di guardarti andare via”.
Quella frase che citi, parte da una fondamentale caratteristica della mia vita, della quale vado estremamente fiero. Adoro sapere che una parte di me viaggi lentamente e cerchi di restare legata alle radici.
Sbaglio o i brani del disco non hanno quasi mai un lieto fine?
È una cosa che mi appartiene. La mia discografia è stata da sempre permeata dalla malinconia. E la malinconia lascia sempre l’amaro in bocca.
In “Muro contro muro” tratti il tema dell’amore in modo assolutamente personale, come al solito con rara eleganza e profondità, in un brano che reputo tra i migliori in scaletta.
È una canzone che parla di un amore gay, tra due uomini che si amano, ma uno dei due è molto più giovane dell’altro e da qui nascono tutte le difficoltà e gli ostacoli che non permettono di vivere con serenità quel forte sentimento.
Un brano che per melodia e contenuti avrebbe detto la propria in un contesto come il Festival di Sanremo. Ci torneresti a più di vent’anni di distanza? Hai mai provato a ricandidarti?
No, non ci tornerei. Sanremo non è più quella kermesse che molti credono. Sanremo non funziona più come molti anni fa. Ho provato a parteciparvi nel 2013, ma fu scelto al posto mio Francesco Sarcina. Allo stato attuale delle cose, non ci penso lontanamente a tornare al Festival, perderei solo del tempo. Conosco come vanno oggi quelle dinamiche e per gente come me non c’è posto. E poi io non faccio canzoni con l’obiettivo di partecipare a concorsi, festival, premi vari. Non m’interessa assolutamente quel mondo. Anche ora in tanti mi dicono che se avessi pubblicato “Mondo e antimondo” con più anticipo nel corso dell’anno, avrei potuto ambire a qualche riconoscimento, di quelli che conoscete tutti. A me non frega assolutamente nulla di quelle situazioni. Assegno la giusta importanza ad altre cose.
Se penso a chi partecipò a quel Festival insieme a te nel lontano 2000: Tiromancino, Riccardo Sinigallia, Subsonica, Samuele Bersani, Max Gazzè, Alice, Avion Travel, Carmen Consoli, tra gli altri.
Amico mio, parliamo di un altro mondo. È come pensare agli indiani nella savana. Non tornerà mai più quel periodo.
Quindi, pensi che quello attuale non sia un ciclo, un po’ come in tutte le cose. Si va a periodi. Pensi che il mainstream della musica italiana resterà ancorato alle attuali condizioni per lungo tempo?
Io non sono per niente ottimista. Il mercato vero, quello che muove i soldi veri, si rivolge esclusivamente a chi ha meno di 26 anni. Non è una battuta. Chi ha più di 26 anni non rappresenta più nulla sugli ascolti. Per la discografia italiana, la platea di chi ha più di 26 anni non è un target, non vale nulla. Non è presa in considerazione. Le major sono conniventi con i talent-show. Quindi è un dato di fatto. Nel panorama economico musicale, deve essere rintracciata solo la platea che arriva al massimo ai 26 anni. Ci vogliamo imporre tutta questa modernità che non è reale. Non è così. Faccio un esempio banale. In Germania, se uno gira per le strade delle città, i concerti, di ogni tipo, vengono ancora reclamizzati con i cartelloni pubblicitari. In Italia non è così. Bisogna mettersi in testa che per andare avanti, bisogna guardare all’indietro. Non sto dicendo che, di colpo, tutti quanti si debba ascoltare Toto Cutugno. Voglio dire che per una visione globale e per costruire un futuro importante, bisogna guardare al passato, rivalutare le cose più banali, con lo spirito giusto. Le abbiamo abbandonate perché ci dicono che sono fuori moda. È come mettersi a fare il soffritto seguendo l’algoritmo. Il mondo va avanti anche senza queste cose. Il vino si fa ancora come si faceva centinaia di anni fa. La tecnologia deve aiutare a perfezionare le metodologie produttive, ma non a cambiarle. Siamo andati oltre. Abbiamo completamente perso la bussola.
Intravvedi un nuovo Umberto Maria Giardini/Moltheni nel panorama musicale italiano?
No. Purtroppo no. Magari c’è, ma non me ne accorgo.
Col senno di poi, dovendo giudicare oggi il tuo percorso artistico, pensi che Umberto Maria Giardini avrebbe meritato un successo più grande di quello che ha avuto finora?
No. Ritengo che per come si sono evolute le cose in questi anni e per le decisioni prese al tempo, io possa considerarmi umanamente e artisticamente soddisfatto del mio percorso, che non è mai sceso a compromessi.
Quali sono i dischi che hai ascoltato recentemente e che ti hanno colpito di più?
Non mi fate questa domanda, per carità. Non sono al corrente di nulla. Io vado avanti per la mia strada, che tra l’altro penso che stia volgendo al termine. Ho cinquantacinque anni e onestamente non mi vedo fra dieci anni ancora su un palco, quindi cerco di sparare al meglio le mie ultime cartucce.
Ora partirai in tour a seguito del nuovo disco?
Sì. Le date sono uscite da qualche giorno. Il tour partirà da Torino il 25 gennaio 2024, poi proseguirà in varie città. Per ora in scaletta tra febbraio e marzo i concerti a Verona, Bologna, Firenze, Genova, Roma, Pescara e Milano, ma speriamo di aggiungerne altri.
Ancora complimenti per il tuo nuovo lavoro che è sempre un privilegio poter gustare. Grazie per il tempo che ci hai dedicato e alla prossima.
Grazie a voi, è stato un piacere. Un caro saluto a tutta la redazione.
(24/12/2023)
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| Il nuovo ingrediente
di Marco Lo Giudice
Ciao Umberto, grazie per spendere un po’ del tuo tempo per OndaRock. Sinceri complimenti per quanto hai fatto e stai facendo. Oggi come oggi il concetto di “Best of” è spesso legato a mere esigenze commerciali. La scelta di riarrangiare alcuni tuoi brani passati per “Ingrediente Novus” lo rende una piacevole eccezione. I brani meno recenti, in particolare, sembrano spogliati di tutto, quasi a far rimanere soltanto la radice espressiva di parole e musica. C’è forse l’intima volontà di dare un senso nuovo e più consapevole al tuo passato? Quali sono, in genere, i motivi che stanno dietro a questa pubblicazione? In più di un’intervista hai confessato il tuo amore per il Nord Europa e la Svezia in particolare. Nella tua musica, c’è qualcosa di profondamente legato a quelle terre? “Ingrediente Novus” è il frutto anche di alcune collaborazioni: Ilenia Volpe, Mauro Pagani, Vasco Brondi, Massimo Martellotti, Enrico Gabrielli… Un cliché che riesci a trasformare in interventi delicati e appassionati, che approfondiscono la tensione emotiva dei tuoi brani: com’è avvenuta la scelta delle persone da portare con te in studio? Il Dvd che accompagna l’uscita della raccolta fotografa due anime live (elettrica e acustica), racconta questi dieci anni con le immagini dei videoclip, ed è soprattutto impreziosito dal cortometraggio “Il frutto del fiume”. Per come la vedo, anche in quest’occasione riesci a penetrare il senso ultimo dell’umano, che trova se stesso “là dove l’uomo non serve”. Torneremo mai a capire che veniamo dal silenzio della natura e lì torneremo?No… la natura si è allontanata troppo dall’uomo, lo spazio perso non è più recuperabile. L’uomo non sarà mai in armonia con la natura come lo è un animale. Secondo me l’essere umano non può essere più considerato neppure un mammifero. L’unica cosa che ci unisce alla madre natura forse è la morte; ovvero l’unica forma di purificazione dal peccato di essere uomini. E’ il nulla che ci rende di nuovo unica cosa con il tutto… è lì che torniamo a essere vicini o addirittura stessa cosa della natura. (01/02/2010) *** Canzoni nell’ombra Moltheni è sorridente, allegro, rilassato, gentile e di buon umore. Nonostante sia ora di pranzo, sorseggia un tè, mentre tiene costantemente d’occhio l’orologio appoggiato sul tavolo... “Mi dispiace, ma all’una devo proprio andare” “Gli Occhi di Mara Cagol” (Mara Cagol, attivista delle Brigate Rosse negli anni 70. Coinvolta nel sequestro di Villarino Gancia, venne uccisa dalla polizia durante l’operazione di liberazione dell’ostaggio, ndr). Un pezzo strumentale, breve, in apertura di album. Sembra più un elogio che una provocazione. Gli occhi di Umberto Giardini mi uccidono, l’espressione cambia e diventa feroce e accusatoria. Non vuoi commentare? Posso inserirlo nell’intervista o preferisci non compaia? L’espressione torna quella rilassata dell’inizio. Meno male. Paura! Pare che prima di “Splendore Terrore” tu abbia registrato un disco che non è mai stato pubblicato. Infatti, hai scritto l’album in tre settimane e registrato e mixato in sei giorni. Era già pronto in qualche maniera, era già tutto in testa? Un’altra mia piccola provocazione (sperando non mi uccida di nuovo): Cyclope, Bmg, La Tempesta. Con l’aria che tira in Italia, non è un buon segno. Parteciperesti di nuovo a Sanremo? Nel 2000 ti eri posizionato anche bene (credo si fosse classificato quinto nella sezione giovani, ndr). Non ci pensi o proprio non ci vuoi affatto andare? Soprattutto quest’anno. E all’Isola dei Famosi? Se ti venisse proposto, parteciperesti all’Isola dei Famosi? Vedi? Non era mica una domanda difficile. Torniamo a “Splendore Terrore”. In molti sostengono che questo sia il tuo “album della maturità”. Considerato che è il tuo terzo lavoro, direi che rientri nella media. Ci siamo. Sono cambiate diverse cose. La prima cosa che ho notato sono stati i titoli: “Natura in Replay”, “Fiducia in un Nulla Migliore” e adesso “Splendore Terrore”. Mi sembra che ti sforzi di guardare la vita in maniera positiva, nonostante i testi non siano tanto positivi. Anche i toni sono cambiati. La campana in copertina. Mi trasmette una sensazione positiva. Suona a festa? Ma uffa! (ne avessi imbroccata una in questa intervista!) Ma a me piace! (rasento la disperazione, ormai) Quindi si tratta di qualcosa di strettamente personale. Mi hanno detto che ascolti heavy-metal. Mi hanno presa in giro? No, assolutamente. Perché? Hai tempo per un’altra domanda? Gli altri pezzi strumentali. A parte. quello che. abbiamo già menzionato. Ecco, quello. Hai detto che, per questo disco, non hai ricevuto pressioni. Per quanto, invece, riguarda tutta l’attenzione che c’è nei tuoi confronti, soprattutto da parte dei cosiddetti “addetti ai lavori”? Non la senti? Dai, nonostante La Tempesta sia un’etichetta piccola, perché oggettivamente lo è ed è anche agli inizi, comunque hai ottime recensioni e mi sembra che il disco fosse particolarmente atteso e stia andando anche piuttosto bene. L’intervista termina qui, mentre ci rivestiamo e discutiamo di quanto siamo bravi a bruciare surgelati e della sua imminente collaborazione nel prossimo disco dei Marta Sui Tubi. (Milano, Iron Caffè, 2005) |