Pink Floyd

Quando i Pink Floyd fecero suonare un’altra band al posto loro: la geniale provocazione di “The Wall”

Quando i Pink Floyd inaugurarono il tour di “The Wall” il 7 febbraio 1980 alla Memorial Sports Arena di Los Angeles, era già chiaro che non si sarebbe trattato di un normale concerto. Del resto, “The Wall”, pubblicato pochi mesi prima, non era un semplice album, ma un’opera monumentale in cui Roger Waters aveva trasformato le proprie ossessioni – l’alienazione, il peso della fama, il rapporto sempre più conflittuale con il pubblico e il trauma dell’assenza di Syd Barrett – in una delle narrazioni più ambiziose della storia del rock.
Anche il tour, dunque, doveva spazzare via ogni convenzione. Più che una serie di concerti, fu un gigantesco spettacolo teatrale, un’esperienza immersiva destinata a cambiare per sempre il linguaggio dei live. Davanti agli spettatori prendeva forma un vero muro, costruito mattone dopo mattone nel corso dello spettacolo fino a separare completamente la band dal pubblico, materializzando fisicamente il tema centrale dell’opera: l’isolamento di Pink, la rockstar protagonista del racconto. Luci, effetti speciali, animazioni di Gerald Scarfe, un gigantesco aereo da guerra Stuka che si schiantava vicino al palco e una scenografia colossale trasformavano ogni serata in una rappresentazione totale.

La visione di Waters nacque dalla frustrazione maturata durante il tour di “Animals” del 1977, culminata nel celebre episodio di Montréal, quando arrivò a sputare contro uno spettatore. “La spinta creativa di ‘The Wall’ nasceva dalla mia crescente inquietudine e disillusione nei confronti dei concerti rock”, avrebbe raccontato anni dopo. Da quella sensazione gli venne l’idea estrema di costruire un muro tra artista e pubblico. Inizialmente immaginò perfino di “bombardare” simbolicamente gli spettatori per renderli parte della rappresentazione, salvo rinunciare al progetto dopo le obiezioni del manager Steve O’Rourke e della casa discografica. Al suo posto entrò in scena il celebre Stuka, destinato a diventare uno dei simboli dello spettacolo. “Il rock stava diventando avidità camuffata da intrattenimento, così come la guerra è diventata avidità camuffata da politica”, spiegò Waters.
Da un punto di vista economico il tour era in perdita ancora prima di partire. La costruzione del muro richiedeva centinaia di mattoni di cartone, mentre scenografie, effetti speciali e l’imponente impianto di illuminazione progettato da Marc Brickman facevano lievitare i costi a livelli mai visti. Eppure proprio quello sforzo produttivo trasformò “The Wall Live” in uno spartiacque nella storia dello spettacolo dal vivo. Per la prima volta un concerto rock assumeva la forma di un’opera teatrale totale, in cui musica, scenografia, narrazione e tecnologia erano parte di un unico racconto. Molti dei grandi show negli stadi degli anni successivi, dagli U2 ai Muse, devono qualcosa a quella rivoluzione.

Quando sul palco salirono dei finti Pink Floyd

La provocazione più sorprendente, però, arrivava ancora prima che il muro iniziasse a crescere. Quando il pubblico ascoltava le prime note di “In The Flesh?”, sul palco non comparivano Roger Waters, David Gilmour, Richard Wright e Nick Mason, bensì quattro musicisti sconosciuti, vestiti come loro e con inquietanti maschere che riproducevano i volti dei Pink Floyd. Erano una sorta di “Pink Floyd surrogati”, chiamati a impersonare la band davanti agli spettatori. Solo con il brano successivo, “The Thin Ice”, entravano finalmente in scena i veri Pink Floyd.
L’effetto era volutamente spiazzante: Waters voleva costringere il pubblico a domandarsi cosa fosse autentico e cosa fosse finzione, mettendo immediatamente in discussione il concetto stesso di celebrità. Quei musicisti anonimi rappresentavano il lato più superficiale dell’industria dello spettacolo: il meccanismo per cui il marchio, l’immagine e il mito rischiano di contare più delle persone reali che li incarnano. Lo stesso Waters scherzò in seguito dicendo che avrebbe preferito lasciare ogni sera il palco alla band surrogata mentre lui se ne andava in vacanza. Dietro la battuta, però, si nascondeva una riflessione molto più profonda: anche se un artista dà tutto sé stesso sul palco, il pubblico potrebbe reagire allo stesso modo davanti a qualcuno che semplicemente gli assomiglia. Era una critica feroce alla trasformazione del rock in spettacolo di massa e alla progressiva spersonalizzazione delle star.

Molti dei musicisti coinvolti in quella trovata avrebbero poi continuato a collaborare con i Pink Floyd e con lo stesso Waters. Tra loro anche Snowy White, destinato a diventare uno dei chitarristi di supporto della band e successivamente presenza fissa nei tour solisti del bassista.
L’idea sarebbe tornata a manifestarsi dieci anni dopo nel monumentale concerto di “The Wall – Live In Berlin”, organizzato da Waters il 21 luglio 1990 per celebrare la caduta del Muro di Berlino. In quell’occasione i “finti Pink Floyd” furono interpretati dagli Scorpions, mentre il cast comprendeva Van Morrison, Sinéad O’Connor, Bryan Adams, Marianne Faithfull, Cyndi Lauper, Tim Curry, Albert Finney e Ute Lemper. “Se questo concerto vuole celebrare qualcosa, è che il crollo del Muro di Berlino è una liberazione dell’animo umano”, spiegò Waters.

L’attualità di quel gesto al tempo degli avatar e dell’IA

A più di quarant’anni di distanza, quella trovata appare persino più moderna di quanto fosse nel 1980. All’epoca appariva soltanto come una satira del divismo rock e dell’industria musicale. Oggi, nell’epoca degli avatar digitali, degli artisti virtuali, degli ologrammi e dell’intelligenza artificiale capace di ricreare voci, volti e performance, quella provocazione assume un significato ancor più distopico. Ponendo interrogativi assai attuali: che cosa rende davvero autentico un concerto? Conta ancora la presenza fisica dell’artista oppure basta una sua perfetta simulazione? Senza poterlo immaginare, Waters aveva anticipato un dibattito che oggi attraversa tutta l’industria dell’intrattenimento. La band surrogata non era soltanto un espediente teatrale: era una riflessione sull’identità, sulla sostituibilità dell’artista e sul rischio che il personaggio finisse per contare più della persona.

Il tour di “The Wall” si concluse il 17 giugno 1981 all’Earls Court di Londra dopo appena 31 spettacoli, distribuiti tra Los Angeles, New York, Dortmund e la capitale britannica. Rimase un evento irripetibile, tanto costoso quanto rivoluzionario, e rappresentò il punto più alto della visione artistica di Roger Waters e l’ultimo grande trionfo della formazione classica dei Pink Floyd degli anni Settanta.
Dietro quella grandiosità, però, le crepe erano ormai profonde. Durante la lavorazione di “The Wall” i rapporti tra Waters, Gilmour, Wright e Mason si erano già deteriorati, e con il successivo “The Final Cut” (1983), concepito sempre più come un’opera personale di Waters, le tensioni esplosero definitivamente, al punto da impedire alla band di promuoverlo in tour. Di lì a poco il bassista avrebbe lasciato la band, convinto che i Pink Floyd avessero ormai concluso il proprio percorso. Il gruppo – come è noto – avrebbe invece continuato senza di lui, tra le polemiche e i veleni incrociati. Il tour di “The Wall” così resta ancora oggi l’ultimo straordinario capitolo della formazione che negli anni Settanta aveva cambiato per sempre il volto del rock.

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