Diciamo la verità, noi di OndaRock col marketing non ci sappiamo fare. Perfino quando ci siamo ritrovati in casa giovani talenti dal futuro garantito, siamo finiti in coda a tutti. Vuoi perché, mantenendoci parossisticamente fedeli alla nostra intransigenza, abbiamo finito addirittura con lo stroncarli, vuoi perché magari abbiamo perso tempo a rendercene conto. È successo, ad esempio, con Lo Stato Sociale del “nostro” Alberto/Bebo Guidetti che, piaccia o meno, è diventato un fenomeno nazionale, al punto da finire catapultato sul podio del Festival di Sanremo. Stava per accadere anche con Johann Sebastian Punk, l’ineffabile creatura musicale di Massimiliano Raffa, per gli amici del forum Syd(dharta). Uno di quelli a cui – ricorrendo alle parole di qualche vecchio parente un po’ molesto – verrebbe da dire “ti ho visto crescere”. Fatto sta che agli albori del sito ricevetti alcune sue recensioni che magari non erano un’apoteosi di lucidità critica, ma non tradivano certo l’età del loro autore: 13 anni. Quando si dice un enfant prodige. Solo che nel frattempo Massimiliano è passato dall’altra parte della barricata: quella dei musicisti. E il suo nome è finito su tutte le principali riviste nazionali, complice anche il suo innato istinto di dandy e provocatore. Visto che saremo pure schiappe nel marketing, ma proprio fessi no, l’abbiamo raggiunto un’altra volta anche noi, per una chiacchierata sulla sua arte e sul suo ultimo album, “Phoney Music Entertainment”, al quale su OndaRock non è toccata la sventurata sorte del predecessore, anzi…
Benritrovato Massimiliano, mi fa un certo effetto intervistarti, ripensando a quelle tue prime recensioni adolescenziali. Alcune, alla fine, devo averle anche pubblicate. Eri già un bel megalomane, in effetti. Come facevi a 13 anni ad ascoltarti i Can, i Residents e Lau Nau? Io a quell’età al massimo arrivavo ai Tom Tom Club… Scherzi a parte, ci racconti come sono nati quei primi ascolti: li condividevi con qualcuno a scuola o eri (già) un alieno?
È un piacere essere qui, dove sono iniziati molti dei miei processi di crescita musicale, a partire da quelle prime illeggibili recensioni che ti inviai nel 2002. Ricordo quelle giornate passate ad ascoltare le ultime esaltanti – per me che ero un deluso dal mainstream rock dei tardi Novanta – uscite di quegli anni: Microphones, Fennesz, Stars of the Lid, Oneida, White Birch, Boards of Canada, GY!BE, Asa Chang, Xiu Xiu, Alan Licht, Nurse with Wound, Keiji Haino, Supersilent. Di quel periodo rimpiango la curiosità che animava le mie giornate: ero convinto fosse un grande momento per la storia della musica, percepivo un’aria di cambiamento che accompagnava quello naturale del mio corpo di tredicenne. All’epoca avevo pochi amici, sentivo già una forte frizione con la mia generazione, ma nel chiuso della mia cameretta mi esaltavo dinanzi alle possibilità emozionali che la musica era capace di offrirmi. Internet è stata la grande svolta: i miei amici erano nelle community dei nerd che come me si avvicinavano ad ascolti impossibili da condividere con i compagni di scuola di una qualsiasi provincia italiana.
Poi è arrivata la tua carriera di musicista, anche quella all’insegna di un’ambizione senza limiti. Ma su OndaRock siamo stati spietati e ti abbiamo stroncato il disco d’esordio. Guarda il lato positivo: vuol dire che non guardiamo in faccia a nessuno e quindi anche i complimenti per l’ultimo disco sono sinceri. È probabile anche che il tuo stile non fosse proprio nelle corde di quel recensore. Fatto sta che, comprensibilmente, ci sei rimasto male, anche se sei stato abilissimo a volgere la cosa a tuo favore con una polemica delle tue. Cos’è la cosa che ti aveva dato più fastidio di quella recensione? Scommetto il paragone con gli Yuppie Flu!
Non sono solito uggiolare per le stroncature – del resto non ne ho avuto nemmeno molta occasione, a memoria ricordo giusto la vostra e quella di Rumore per quest’ultimo, ma me ne sfuggono altre di certo) – anzi, finiscono per alimentare la mia sensazione di aver fatto un buon disco. Su OndaRock era diverso però: la sentivo un po’ come una casa e sapevo di avere diversi estimatori in redazione. Invece prenotò la recensione una persona con la cui linea avevo polemizzato apertamente in precedenza, e la recensione aveva più le sembianze di un attacco personale piuttosto che di un’analisi oggettiva dell’album. Ho avuto poi modo di conoscere personalmente quel recensore, dal quale ho acquistato dei dischi tempo fa. L’incontro si tenne presso una stazione della metropolitana milanese. Probabilmente lui aveva dei guardaspalle nascosti in biglietteria, ma non ci fu bisogno di chiamarli in causa dato il naturale clima di cordialità che assunse l’incontro. Dopotutto sono un galantuomo.
Archiviato – spero per sempre – quel cruccio, c’è qualcosa invece della tua frequentazione ultradecennale di OndaRock e del suo forum che è finita nella tua musica o nel tuo approccio al lavoro di musicista?
C’è molto. Frequento OndaRock da sedici anni, ben più della metà di quanti ne abbia vissuti in totale, e dal sito e dalla community sono passate persone di grande spessore umano e culturale, alcuni dei quali sono oggi cari amici.
A proposito del tuo approccio, com’è noto non sei esattamente un campione d’umiltà. Una volta ascoltavo alla radio uno che non faceva altro che sparlare della scena italiana, di alcuni musicisti e dei loro fan. “Ma chi è sto stronzo?”, mi sono detto. Poi ho scoperto che eri tu. Non temi di fare quest’effetto a molti ascoltatori ignari del tuo personaggio e del tuo talento?
Nessuno ha voluto investire nel mio album, ma sono certo che in molti avrebbero avanzato offerte economiche per convincermi a non pubblicarlo. So di essermi precluso delle possibilità per via della mia scarsa diplomazia (e dire che sono laureato in Relazioni Internazionali!); molte persone non solo non vogliono lavorare con me, ma non riescono a valutare la musica separandola dal personaggio, che è molto più “piccolo” della musica. Ma appunto si tratta un personaggio, Johann Sebastian Punk e Massimiliano Raffa coincidono solo parzialmente. Il messaggio di Johann Sebastian Punk in tal senso è: “strappate la tessera della Democrazia Cristiana, non è più valida dal 1994”, torniamo a dirci le cose in faccia. Mi mancano i tempi in cui non ricordo quale dei fratelli Gallagher augurò l’Aids a Damon Albarn: era chiaramente spettacolo, non penso ci fosse cattiveria. Basta correttezza ipocrita nel rock’n’roll, non lasciamo che i rapper siano gli unici a insultarsi!
Il tuo primo disco, “More Lovely And More Temperate”, mi era piaciuto, ma l’avevo trovato a tratti un po’ velleitario. Questo “Phoney Music Entertainment” mi pare più coeso. Trovo molto indovinata, in particolare, la fusione tra progressive e pop. Ad esempio in “Tragedy” – che incidentalmente è il mio brano preferito – mi sembra di ascoltare le tastiere di Claudio Simonetti al servizio degli Sparks. Del resto anche Battiato – che mi pare sia un tuo riferimento – aveva radici prog. Però qui appena riesumi mellotron, dulcimer e compagnia, c’è subito chi chiama in causa muffa e ampollosità: cos’è, un complesso di colpa della musica italiana (che peraltro con il prog ha vissuto una delle sue stagioni migliori)?
Penso che di fondo ci sia una diffusa incapacità di leggere la storia relativamente ai suoi moti creativi, di valutare pienamente lo stato dell’arte e riferirlo allo spirito del tempo. Considerare i trend artistici come espressione effettiva di novelty è un errore molto diffuso e tipico della mia generazione. Certa musica degli anni Settanta cui fai riferimento tu è più vecchia dell’attualità musicale solo da un punto di vista cronologico, che è il punto di vista più ovvio ma è anche tremendamente fallace. In realtà in quella musica c’è un modernismo e un’energia creativa e innovatrice immensa, c’era nel progressive, c’era nella psichedelia, c’era nel punk. Non è necessario invece scomodare Philip Tagg o Richard Middleton o Franco Fabbri per notare come il pop di oggi, anche e soprattutto (perché viziato dalla “colpa”) quello “alternativo”, siano tendenzialmente di un conformismo e di una mediocrità avvilente, espressione vigliacca di immobilismo creativo. Il problema non è solo italiano, ma in Italia è particolarmente accentuato.
Se in Italia non c’è (più) un orecchio molto allenato a questi suoni, all’estero invece è pieno di band che mettono il prog al servizio del pop e viceversa. Penso ai Gesu No Kiwami Otome, agli Everything Everything o ai Mew. Sono dei riferimenti per te? E pensi che la tua musica all’estero (ad esempio in Uk) potrebbe essere recepita diversamente?
Ne citi tre che mi piacciono particolarmente. I giapponesi li trovo straordinari, dimostrano come complessità, ricerca, perizia e coraggio possano essere funzionali al pop (si dia un’occhiata alle loro vendite in patria). Quanto alla mia musica: il mio album è stato recensito da una ventina di piccoli blog inglesi, letti da poche persone (per arrivare alle testate grosse occorrono investimenti promozionali molto importanti) e che quindi non mi hanno cambiato la vita. Le recensioni erano tutte entusiastiche: su un sito mi definivano “Il nuovo David Bowie”, su un altro “Il portavoce di un’intera generazione”, su un altro ancora “Una via di mezzo tra Adam Ant e William Shakespeare”. Ora, simili definizioni suonano buffe ed esagerate, ma dimostrano quanto lo spirito della mia musica possa essere ben colto da un osservatore britannico, forse più che da un italiano. Penso quindi che in Nord Europa, in Gran Bretagna o negli Stati Uniti (dove ho venduto diverse copie dell’album) la mia musica possa essere ben recepita. Il problema è arrivarci: senza investimenti, senza endorsement di peso, senza sponsor significativi non vai da nessuna parte.
Come entra la musica barocca nel tuo sound? Quali sono i suoi espedienti e le sue tecniche che utilizzi maggiormente nei tuoi brani?
In realtà la musica barocca non è poi così presente nella mia musica più di quanto si potrebbe pensare. Esistono molti riferimenti armonico-melodici (come nella progressione armonica del ritornello di “Tragedy” o nel tema del finale di “Insanity Fair”) tipici di quell’epoca, ma costituiscono una parte marginale della mia ricerca. Del resto, “musica barocca” è un termine di comodo nato nel XX secolo per indicare le musiche eurocolte storicamente collocate tra Rinascimento e Classicismo. Se ci fai caso, di “baroque pop” o “baroque rock” si parla quando certe musiche alludono a un qualsiasi immaginario della musica classica o sfruttano strumenti non convenzionali rispetto al rock, come ad esempio il clavicembalo, senza che ci sia effettivamente alcun riferimento musicale al barocco. La mia è un’operazione basata sull’interpolazione di linguaggi non convenzionali all’interno di un discorso pop/rock, da qui i tanti riferimenti classici. Se mai dovesse uscire un prossimo album di Johann Sebastian Punk, vorrei insistere maggiormente sulla presenza di elementi etnici, comunque presenti seppur in minore misura. Johann Sebastian Punk significa, dopotutto, proprio questo: prendere la tradizione e trattarla in maniera oltraggiosa, senza il timore di non esserne all’altezza, mediante la sacralizzazione dell’errore estetizzante, processo che poi è alla base di tutte le musiche che hanno dato vita alla popular music, originatesi spesso nei quartieri malfamati di città portuali del Mediterraneo.
L’altra trovata spiazzante di “Phoney Music Entertainment” è il ricorso a samba e altre suggestioni brasileire. La cosa non mi stupisce, perché conosco la tua passione per la storia musicale di quel paese, però in mezzo alla teatralità mitteleuropea che permea il disco fa uno strano effetto. Cos’è che secondo te tiene in equilibrio il tutto, esiste un fantomatico fil rouge nel disco?
Certa teatralità rimanda sempre a scenari mitteleuropei, perché è lì che nacque e fiorì il cabaret nelle sue molteplici forme, ma la fascinazione esotica come forma di escapismo dalla quotidianità piccolo-borghese era un elemento fondamentale di molti spettacoli. Il Brasile piomba nella mia musica sotto forma di sogno, o meglio di incubo se si pensa a come ho manipolato lo stereotipo brasiliano nella mia “Samba da Segunda-Feira”. È un brano sulla disoccupazione, che cita la suicidal song ungherese “Szomorú Vasárnap”, in cui la domenica è rappresentata come il giorno della più profonda depressione suicida. Io sposto il discorso sul lunedì, che per il disoccupato non è altro che una domenica ancor più triste perché segnata dalla stessa indolenza ma con i mostruosi suoni in sottofondo di una città che si anima di produttività.
In generale, non hai certo il timore di osare e di aggiungere gli ingredienti, anche a costo di sfidare le contraddizioni, come traspare dal tuo stesso nome d’arte. In un passaggio di un brano citi addirittura “Toccata e fuga in Re minore” di Bach. C’è però un rischio-saturazione, a lungo andare? Verrà il momento in cui persino tu ti sentirai di operare per sottrazione?
Johann Sebastian Punk è un progetto che si pone l’obiettivo programmatico di rappresentare in musica un viaggio tra i linguaggi e le culture musicali che hanno segnato la musica occidentale, o per lo meno la popular music nonostante il nome rimandi al barocco (o meglio: rimanda al padre dell’armonia moderna). La crisi dei generi musicali e delle categorizzazioni, al contrario di quel che si potrebbe pensare, non ha portato affatto a un clima di maggiore libertà nella ricombinazione degli elementi; al contrario, ha portato a un impoverimento generalizzato, alla spersonalizzazione. Io mi sono posto l’obiettivo di raffigurare tale superamento delle barriere in maniera critica, cercando di mostrare creativamente lo stato confusionale vissuto dalla storia della musica nell’epoca della retromania. È sempre un’operazione di rimescolamento di immaginari, un’operazione non solo musicale ma anche letteraria, filosofica, drammaturgica. Poi io, per mia natura e al di là di questo progetto, tendo a lavorare per addizione. Ho in serbo altre personae musicali caratterizzate invece da una certa nudità. Vi tocca solo aspettare.
Uno dei passi avanti di “Phoney Music Entertainment” per me sta nella produzione, più curata e decisamente laccata, il che per me non guasta affatto. A chi ti sei affidato e con quali obiettivi?
Ho prodotto il primo album nel 2012 e il secondo nel 2015. In quei tre anni sono migliorato in fase di produzione, e poi in quest’ultimo è stata decisiva la collaborazione con un professionista straordinario come Ivan Rossi che ha curato il mix di sei brani dell’album, di fatto salvandolo. Ancora però non sono soddisfatto del sound, che seguita a risentire del mio approccio domestico e dilettantistico; per i prossimi dischi vorrei non occuparmene io, che mi limiterei a composizione, arrangiamento e interpretazione.
Tu però fai sempre la parte del leone, suonando quasi tutto: chitarre, batteria, percussioni, basso, piano, tastiere, organo, sintetizzatori, mellotron, flauto dolce, sitar, arpa, glockenspiel, clavicembalo, contrabbasso, viola, zither, dulcimer, shakuhachi, vibrafono, live electronics e chi più ne ha più ne metta. Qual è il motivo di questa tua autarchia bulimica? E chi sono invece i musicisti che ti hanno supportato nel secondo capitolo di Johann Sebastian Punk?
Enrico Pasini, musicista dal gusto straordinario, ha suonato tromba, mellofono e flicorno; Dimitri Sillato, compositore raffinato e già collaboratore di Capossela, ha suonato il violino; Marco Coppi il flauto traverso. Sono strumenti che io non avrei mai potuto suonare. Del resto, io non sono uno strumentista, non c’è uno strumento che io sappia davvero suonare bene, e questa è anche una delle caratteristiche dello stile di Johann Sebastian Punk. Altrimenti non avrei messo Punk nel nome.
I tuoi concerti sono diventati ormai dei piccoli eventi, anche per il loro spiccato gusto teatrale. Come proponete questo album in versione live?
Stravolgendo sensibilmente la resa dei brani, che sorprendentemente hanno un “tiro” più rock, nonostante il live abbia una componente elettronica ben più marcata rispetto all’album. Questo è possibile grazie agli straordinari musicisti che mi seguono: Filippo La Marca, giovane pianista, arrangiatore, direttore d’orchestra e Maestro Venerabile dei Sintetizzatori, e Luca Anello, altrimenti detto “il John Bonham dello Stretto”. Entrambi sono della mia città, questo ci permette di comunicare in messinese arcaico e di pianificare insieme le vacanze. Ci piacerebbe però suonare più spesso: fosse per noi lo faremmo ogni settimana, ma i tempi sono molto duri, in giro c’è poca curiosità.
La tua abilità di polistrumentista e frontman è notevole, mentre sul piano strettamente vocale credo che tu abbia buoni margini di miglioramento: hai mai pensato a una tua evoluzione sotto questo aspetto?
L’uso sguaiato della voce in questo progetto è centrale relativamente al mio proposito estetico, è la cifra. Più in generale concordo con te: non sono un cantante particolarmente dotato, vado molto d’interpretazione. Non ho mai studiato e ho sempre fatto un uso incauto della mia voce. Nel tempo ho persino perso estensione. Ma molti insegnanti di canto mi hanno detto che ho un’emissione degna di un tenore e che attraverso lo studio potrei diventare un discreto cantante. Le lezioni di canto sono tra i propositi per il futuro.
All’attività di musicista hai abbinato negli anni anche quella di critico musicale: in fondo era quello che stavi facendo già a 13 anni. Non mi dire che ora sei diventato uno di quelli che teorizzano l’inutilità delle recensioni…
Il mio rapporto con la critica musicale è stato molto discontinuo. Attualmente sono docente a contratto di Popular Music, insegno allo IULM di Milano e quest’anno ho tenuto un seminario anche all’Università di Lecce. Le ultime cose che ho scritto sono articoli scientifici, che circolano esclusivamente nei circuiti accademici. Ogni tanto pubblico qualche articolo su Classic Rock. Mi piacerebbe tornare alla critica musicale e farlo più seriamente, nonostante sia profondamente deluso dalla qualità media della critica in Italia, che bada sempre più alla “notiziabilità” piuttosto che a quegli aspetti per me rendono “utile” la recensione di un album. Ciò che mi spaventa è il conformismo dei recensori e la loro scarsa conoscenza della musica. Non solo della storia della musica, che è erudizione pura, ma anche della teoria musicale. Non sono del tutto d’accordo con chi crede che scrivere di popular music sollevi dalla conoscenza della musica in virtù del fatto che le componenti principali dell’analisi musicale siano di natura storico-sociale o tecnologica (che restano fondamentali). Non si può giudicare criticamente un libro dalla qualità della carta, dalla leggibilità della font utilizzata, dal successo commerciale e dall’influenza su costume e società; bisogna conoscere bene la lingua in cui è scritto.
In alcune interviste hai sostenuto una concezione elitaria dell’arte, c’è chi ha visto addirittura del “fascismo” in tutto ciò. Ci puoi fare chiarezza, una volta per tutte?
Quell’accusa, che non ha potuto che suscitare la mia ilarità, è la dimostrazione di come si usino superficialmente alcune parole e di come si fruisca distrattamente degli articoli musicali. Il mio discorso va nella direzione opposta. Tutti i grandi teorici della necessità di educare le masse alla cultura erano di estrazione marxista, vedi i francofortesi. Ciò che io ho osservato è che con web 2.0 e democratizzazione le masse si sono sostituite alle élite dell’industria culturale nella selezione dei prodotti da immettere sul mercato, permettendo a tale industria di poter esternalizzare costi di ricerca, sviluppo e in parte anche promozione. Da’ un’occhiata agli ultimi artisti messi sotto contratto dalla grande discografia: cantantini dei talent, fenomeni di YouTube, casi esplosi sul web user-friendly. Questo tipo di meccanismo inesorabilmente abbassa il livello dei prodotti musicali che finiscono sul mercato dominante, che ancor più raramente vengono selezionati da esperti capaci di valutare il mix di qualità artistica e potenziale commerciale, favorendo la selezione da parte di una massa di rincoglioniti. Io sono elitario nel senso che vorrei utopisticamente che tutti appartenessero all’élite, ma adesso abbiamo a che fare con i figli della tivù commerciale, che ha svilito anche il “nazionalpopolare”, che io considero nobile in molte delle sue espressioni. È un discorso ampio e complesso, che può non essere condiviso, a patto che poi si accettino i Donald Trump, i Matteo Salvini, i Nigel Farage, i Milos Zeman. Io i più spregevoli conservatorismi non solo non li accetto, ma li disdegno e li combatto. Altro che fascismo.
Nonostante ciò, non hai fatto mistero del fatto che ti farebbe piacere andare a Sanremo e sfruttare quella vetrina nazionalpopolare. Non temi di risultare incoerente?
Penso che l’incoerenza sia uno dei maggiori pregi che un uomo possa avere. Sta giusto un gradino sotto la generosità.
È nota anche la tua idiosincrasia per una certa scena indie italiana. Qual è, per te, la radice profonda del conformismo che ammorba da anni quella scena e che rende automaticamente “alieno” chiunque tenti di discostarvisi? E c’è invece qualcuno che riesci a salvare?
Cercherò di essere breve, anche perché si tratta di musica che non ascolto né io né nessun vero appassionato di musica. E il punto è proprio questo: la musica definita “alternativa” dovrebbe costituire, tautologicamente, un’alternativa al conformismo del mercato dominante, mentre oggi la tendenza paradossale degli artisti di successo della scena che tu chiami “indie” – trentenni che cantano per ventenni, non casualmente le stesse generazioni dei giocatori della nazionale italiana che non si è qualificata ai Mondiali – è quella all’assimilazione dell’immediatezza e della povertà creativa del mainstream. Io non sono un sociologo ma penso di poter affermare che le generazioni implicate in questo processo costituiscano qualcosa di inedito: non c’è nessuna forma di ribellismo, non c’è nessuna forma di ricerca. Anzi, ricerca e ribellione sono bersagli continui della loro (post-?)ironia, la stessa ironia di chi faceva le battute sui marò e sulle foibe senza che nessuno fosse esperto di diritto internazionale o di storia della Dalmazia. Il giovane fruitore di musica “alternativa” non può essere così mansuefatto, così attratto da ciò che è rassicurante, così disinteressato all’innovazione e alla ricerca. E con questo non auspico il ritorno degli autoriduttori né intendo che si debba fare musica impegnata alla Stormy Six (sarebbe ridicolo) o baracconate ingenuamente politicizzate da concertone a piazza San Giovanni, anche perché glorificare le generazioni passate – che sono le principali responsabili del disastro attuale – è una cosa da imbecilli; intendo porsi alla vita estetica con un atteggiamento di sfida, di rottura. Ribellarsi è sexy, la scena indie italiana – innanzitutto – non smuove gli ormoni, non è eccitante, non ha erotismo.
Per restare sul tema degli italiani da salvare, sei tra gli ospiti del nostro attuale disco del mese, “Maledette Rockstar” dei Maisie. Ci puoi raccontare qualcosa di questa collaborazione? E con Enrico Ruggeri, invece, hai mantenuto i contatti?
Con Ruggeri nessun contatto, abitiamo nella stessa città e non ci siamo mai incrociati neppure per sbaglio; se avessi il suo numero lo chiamerei, perlomeno per dargli il nuovo album. Al disco dei Maisie sono contento di aver lavorato, non solo per la stima nei loro confronti – loro sono anarchici e surreali come me – ma anche per la modalità attraverso la quale si è sostanziata la collaborazione. Ho lavorato in totale autonomia, facendo ciò che mi pareva, senza nessuna linea guida. Avevo ricevuto le tracce di un brano che avrei dovuto rielaborare, ma di quel brano tenni solo la voce – di Alvaro Fella, leggenda del prog italiano con i Jumbo – stravolgendolo del tutto, anche dal punto di vista armonico. Oltre ad aver composto la musica ho scritto gli arrangiamenti e suonato la quasi totalità degli strumenti (chitarra, pianoforte, basso, batteria, sintetizzatori). A me piace lavorare così, mi piace avere carta bianca, il gioco di squadra non fa per me.
Il tuo retaggio glam mi sembra evidente, con tutto il suo corredo di artificiosità. Pessoa del resto sosteneva che “la sincerità è un grande ostacolo che l’artista deve vincere”. Come vivi nelle tue canzoni il rapporto tra esperienza autobiografica e finzione?
Il fatto musicale è costituito da più livelli. Diciamo che l’input, che è poi l’ispirazione, deve rispondere al demone. La fase “poietica” necessita dunque di spontaneità, altrimenti ci ritroviamo dinanzi a musica scritta a tavolino, come quella che gli autori di musica leggera destinano agli editori che a loro volta piazzano le opere musicali agli interpreti. Poi è naturale che quando si ha una natura umana poco complessa o insufficientemente tormentata ne risulti qualcosa di tendenzialmente (ma non sempre, esistono brillanti eccezioni) poco interessante. L’output invece si estrinseca attraverso l’interpretazione. Il mio ricorso al glam, che poi è più nelle intenzioni che nella musica, sta tutto nella mia volontà di offrire una caricatura dei processi di ipertrofizzazione esteriorizzante dei fatti musicali correnti, della pervasività delle immagini a discapito della parola. In Johann Sebastian Punk la finzione è centrale: entrambi gli album si presentano come delle opere pop, che però in realtà sono delle “rappresentazioni” di opere pop, inscenate teatralmente con l’intento di celebrare i valori più autenticamente artistici in una società immateriale in cui le relazioni interumane sono mediate irrimediabilmente da immagini: i valori della finzione, dell’artificio. Oggi l’Arte ha più che mai bisogno di finzione, l’hic e il nunc ci stanno mangiando vivi.
Quel che traspare dalle tue canzoni, in ogni caso, è ciò che definisci “la mia incapacità di stare a questo mondo”. Cos’è che alimenta la tua frustrazione?
Sostenere che l’arte nasca dalla sofferenza è una cosa tremendamente banale. Ma anche tremendamente vera. Sono uno spirito tormentato e malinconico dalla nascita, nonostante sia poi anche un mattacchione amante della baldoria e delle arlecchinate. Se non fosse così, probabilmente, non farei musica, farei un MBA alla Bocconi.
Sostieni anche che “Phoney Music Entertainment”, fin dal titolo, sia un disco “politico”, un termine – diciamocelo – pericolosamente inflazionato. Vuoi provare a convincerci che è davvero così?
È politico perché prova a riflettere le contraddizioni della “polis” seppur da un punto di vista fortemente individualista. È politico perché non ha paura di osare, di sfidare la viltà del presente e del quotidiano, perché dimostra la cecità dell’industria musicale. D’altronde quando dico “politico” non intendo “politicizzato”. Prendi il movimento Rock In Opposition dei tardi anni Settanta: facevano musica politicizzata e detestavano la disco music, che però era una musica con un’energia “politica” ben più potente della loro.
Ma visto che alla base di tutto c’è sempre una tua (auto)ironia di fondo, ti chiedo: qual è il tuo più irragionevole obiettivo per i prossimi anni?
Senza il timore di abbandonarmi a pietismo e banalità, rinunciando per una volta all’ironia, ti dico che il mio obiettivo è vivere una vita secondo le mie naturali inclinazioni. Ho tanti progetti in mente: sto scrivendo una sinfonia, un disco di canzoni vergognosamente pop, ho in testa un romanzo e un saggio, vorrei dedicarmi alla composizione di colonne sonore, vorrei avviare una mia impresa di coltivazione di bambù, vorrei continuare a lavorare all’università. Però non posso fare tutte queste cose perché per campare sono costretto a fare dei lavoretti per i quali non sono minimamente portato. Il contributo che io posso dare a questo mondo è di tipo artistico o intellettuale. Sono un pessimo impiegato e un totale inetto nella maggior parte delle altre attività umane lavorative. L’infelicità è connaturata alla mia essenza e me la porterò per sempre, ma mi viene il nodo alla gola all’idea di una condanna a un’odiosa quotidianità – come quella che vivo da qualche anno – fatta di capi, orari e attività che mi atrofizzano il cervello. Non ambisco alla ricchezza materiale, ambisco alla vita. Penso di meritarla, per quanto stronzo io possa essere, una vita.
(11 febbraio 2018)
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| I piani catastrofici di un giovane glam-rocker
di Marco Bercella
Eccoci faccia a faccia con la creatura musicale Johann Sebastian Punk che ha da poco fatto uscire la sua opera prima “More Lovely And More Temperate”. In realtà, quel che esce dalla lunga chiacchierata con Massimiliano Raffa, messinese di venticinque anni che è anche la mente programmatica del progetto, è tutto fuorché “temperate”. Massimiliano è anzi eccessivo, un provocatore sopra le righe con delle idee precise sul da farsi: un bel “piazza pulita” della scena musicale italiana, in modo da poter scrivere un rotondo zero sul calendario e ricominciare proprio da lì, con la sfrontatezza di chi vuole ribaltare l’understatement imperante, abolire la mediocrità, rifiutare la moderazione, e riportare sotto mentite spoglie nella testa del pubblico l’antico fuoco che animò il rock’n roll. Ma soprattutto – come avrete modo di leggere – Massimiliano vuole far parlare di sé: noi pensiamo che ci stia riuscendo, e qui sotto ne scoprirete i motivi. Se dovessi presentare il progetto JSP a chi non lo conosce cosa gli racconteresti? Già, però ci sono tanti modi per avvicinarsi al passato, ma tu hai scelto una chiave di lettura un po’ curiosa, visto che la tua cifra stilistica sembra provenire dal glam. E’ vero che ora c’è una macedonia di stili che si sovrappongono, sia in Italia che all’estero, ma credo che si muovano su altre coordinate… Un altro è Bobby Conn… E cosa mi dici della scena italiana? Trovo che l’ambiente musicale nostrano sia molto autoreferenziale, con i tanti che scrivono recensioni su quei musicisti, e quei musicisti che si alimentano di quelle recensioni, in un circolo vizioso piuttosto perverso… Ma è davvero tutto da buttare? Anche io non amo l’atmosfera predominante, però sento anche delle buone canzoni dalle nostre parti… Musica e immagine. A giudicare dal look che ti sei scelto, penso che tu non gradisca troppo l’understatement che è nella cifra stilista di gran parte delle proposte musicali odierne, specie italiane… Parlami un po’ dell’album. Io lo definirei ambizioso, volutamente sopra le righe, con delle buone intuizioni, con alcune canzoni forti, ma con una produzione migliorabile. Del resto, ti misuri con una materia insidiosa, quella che fu di Steve Harley, dei T Rex, degli Sparks, ma a tratti anche di Yes e Suede…Tutta gente che non a caso aveva alla console Alan Parsons, Tony Visconti, Muff Winwood, dei monumenti della produzione… La produzione esecutiva è di Beatrice Antolini, come l’hai conosciuta, e quanto ha voluto entrare nei contenuti dell’album? So che anche Enrico Ruggeri ci ha messo una buona parola… Il che non mi stupisce, perché nel tuo album ci sento molte delle sue passioni musicali degli anni 70. Forse, rispetto ai suoi ascolti, mancano gli Stranglers, ma la teatralità degli Sparks e di Klaus Nomi come riferimenti c’è tutta nel tuo disco… È stata una specie di corrispondenza di amorosi sensi… Per molti versi, la parabola di “More Lovely And More Temperate” mi ha fatto venire in mente il film di Brian De Palma “Il Fantasma del palcoscenico”. La colonna sonora è di Paul Williams, recentemente tornato alla ribalta coi Daft Punk. È un musical eccessivo in tutto ed esageratamente ambizioso: va a recuperare citazioni da “Il Fantasma dell’Opera”, “Il Gobbo di Notre Dame”, “Faust”, il “Rocky Horror Picture Show”, e mette insieme dramma, teatralità e parodia in un contesto di malcelata ironia… All’inizio non fu un successo, non fu molto capito dalla critica e dal pubblico, ma poi è diventata una pellicola cult e ha rappresentato la rampa di lancio per Brian De Palma… Pensi di fare un tour? Sono curioso di sentire come riporterai la tua fiera multicolore dal vivo… Sono un po’ i sintomi di quell’understatement di cui ti dicevo prima… Ultima domanda: passami la tua canzone dell’isola deserta da mettere in radio, e dammi anche una motivazione della tua scelta… Sebbene nel corso della chiacchierata ci siano state un paio di occasioni per parlarne, Massimiliano ha evitato di tirare in ballo la stringata e poco lusinghiera recensione di OndaRock. Solo alla fine, praticamente “off record” e quando mi ha chiesto notizie sui tempi di pubblicazione di questo pezzo, mi ha detto: “Spero di aver reso bene l’idea, perché a me piace molto il clamore. Anche la storia della recensione negativa di OndaRock (nella rubrica Dieci Piccoli Italiani n. 34, ndr), sul momento mi ha fatto restar male, però poi mi sono detto ”cerchiamo di volgerla a mio favore”e così, se non fosse stato per la polemica che ne è seguita e che anch’io ho alimentato, magari molti non si sarebbero accorti del disco e non lo avrebbero comprato. Alla fine, quindi, quell’articolo si è rivelato un buon business, perché malgrado i nomi dei partner che puoi leggere sul retro del cd, in realtà sono piuttosto solo in questa cosa (ho solo un piccolo ufficio stampa a supportarmi), e quindi devo necessariamente puntare sul clamore, sulla notizia, e questa volta credo di esserci riuscito”. Quando si dice avere le idee chiare. (27 aprile 2014) |