Autore: Piergiorgio PardoTitolo: MatrilineareEditore: Minimum FaxPagine: 439Prezzo: 19 euroNel 1996 i
CSI pubblicavano "Matrilineare", un disco in cui, attraverso il filo rosso del matriarcato, si fondevano la musica tradizionale del Coro delle Mondine di Correggio e talenti emergenti come
Cristina Donà,
Mara Redeghieri e
Ginevra Di Marco, in un'Italia rurale divisa fra tradizione e modernità. Una provocazione con il chiaro obiettivo di portare al centro una linea femminile della musica italiana in un contesto – quello del cantautorato – storicamente declinato al maschile.
Trent’anni dopo,
Piergiorgio Pardo, giornalista musicale, speaker di Radio Popolare e firma di OndaRock, riprende quel titolo e lo trasforma in un'approfondita disamina del ruolo delle donne nella canzone d'autore italiana: "Matrilineare. La musica italiana nelle parole delle cantautrici".
Il libro nasce dopo "Un gusto superiore" (2023), dedicato al
prog, e conferma l’approccio prediletto da Pardo: uno sguardo storico-critico costruito attraverso un intreccio di analisi e testimonianze dirette. La struttura ibrida – saggio e raccolta di interviste – diventa qui uno strumento funzionale a un obiettivo preciso: mettere in discussione le categorie con cui è stato definito il cantautorato italiano.
Il punto di partenza è uno squilibrio evidente. Non si tratta solo di una minore presenza femminile, ma di una distorsione narrativa che ha spesso relegato le artiste al ruolo di interpreti, anche quando erano pienamente autrici. Il caso di artiste come
Gianna Nannini,
Alice è emblematico: carriere lette più attraverso l’immagine o la
performance che attraverso la capacità di scrittura. Ancora più evidente è il trattamento riservato a cantautrici innovative come
Donatella Rettore - co-autrice di quel
concept wave di nome "
Kamikaze rock'n'roll suicide" che si rifaceva fin dal titolo a maestri nobili come David Bowie e i Suicide - o
Jo Squillo, una delle prime protagoniste del
punk nazionale, spesso ricondotte a un immaginario spettacolare che ha finito per oscurarne la dimensione autoriale. Una visione distorta che ha accompagnato a lungo le vicende musicali delle prime "pioniere" del
songwriting al femminile in Italia, molto spesso fraintese se non apertamente osteggiate dall'
establishment.
Eppure - come si ricorda nella presentazione del volume - di lì a poco
Carmen Consoli avrebbe stupito tutti con il racconto, matriarcale e "in bianco e nero", della sua adolescenza catanese, mentre
Nada ricominciava dall'indie, rendendolo strumento di acuta introspezione al femminile. A seguire, il cantautorato elettronico di
Meg, quello post-traumatico di
Paola Turci, la vittoria di
Elisa a
Sanremo, la trionfale tripletta di
Madame,
Ditonellapiaga e
Daniela Pes nelle edizioni del
Premio Tenco dal 2021 al 2023. Conquiste significative, ma che non hanno ancora attenuato quel "gender gap" che penalizza da sempre il cantautorato al femminile nel nostro paese.
Pardo lavora contro questa concezione risalendo alle origini. Il primo snodo è Maria Monti, figura centrale non solo per il suo percorso artistico, ma anche per aver contribuito alla nascita del termine “cantautore”. "Si doveva fare una locandina con Vincenzo Micocci per uno spettacolo con me,
Endrigo e Gianni Meccia – racconta lei stessa in un’intervista del 2016 ‒ e lui voleva un termine che definisse il nostro modo di far musica. Dalla mia bocca uscì cantautore: che non mi piacque, ma piacque a lui. Così finì sulla locandina e di lì designò tutti quanti noi. Anche se non mi piace neppure ora...". Dalla sua esperienza – rievocata in un’intervista intensa, segnata da incontri con
Giorgio Gaber,
Enzo Jannacci e Franca Rame – emerge una scena in cui il ruolo femminile era già attivo ma raramente riconosciuto come tale.
Il contesto del secondo dopoguerra chiarisce ulteriormente il quadro: interpreti superlative e di enorme successo come
Mina o
Milva scelgono consapevolmente di non identificarsi come cantautrici, affidandosi prevalentemente a repertori di autori maschili. Anche
Ornella Vanoni, pur con alcune incursioni autoriali (da "Le Mantellate" in poi), consolida la propria posizione soprattutto come interprete. Non è una mancanza di talento, ma spesso l'effetto di un sistema che indirizza e limita le possibilità di riconoscimento.
Il cuore del libro resta però nelle interviste, che svelano aneddoti significativi, episodi emblematici e incontri cruciali. Le conversazioni con artiste di generazioni diverse – da
Nada a
Myss Keta, da
Donatella Rettore a
Daniela Pes da Margherita Vicario a
La Niña – costruiscono un racconto stratificato, in cui la dimensione artistica si intreccia con quella sociale e politica. In queste voci emergono elementi ricorrenti: la difficoltà di essere riconosciute come autrici, la necessità di negoziare spazi all’interno dell’industria, il rapporto con modelli maschili dominanti.
Carmen Consoli viene citata proprio dalla
nostra intervista su OndaRock, riguardo la sua accezione di "rock": Se io penso a Woodstock, penso a quanto fosse rock
Joan Baez, eppure si è presentata sul palco solo con una chitarra e voce. Penso soprattutto al contenuto del rock: a
Bob Dylan, non al muro di chitarra. Oggi anche
Avril Lavigne ha il muro di chitarra, ma quello che diceva Bob Dylan è rock anche solo con una chitarra. Ad esempio, il nostro artista più rock per me è stato
Fabrizio De André... Lui si manifestava davvero come un artista di rottura, nel testo, nel concetto stesso della canzone. Come lo è stato anche
Franco Battiato".
Nada ripercorre invece il proprio distacco dall’immagine iniziale, legata al cliché del “pulcino”, e racconta il ruolo decisivo di collaborazioni con figure come
Piero Ciampi o
John Parish. Margherita Vicario sottolinea la ricchezza dell'esperienza con
Vinicio Capossela ne "La cattiva educazione", la canzone definitiva sulla violenza di genere, ma aggiunge che "Il mondo discografico, musicale in genere, e soprattutto, forse, se sei una ragazza, fatica a investire su un discorso nuovo". E ancora
La Niña rivendica la scrittura in napoletano come scelta identitaria e politica, sottolineando come il Mediterraneo sia "uno spazio di fratellanza, di empatia, di linguaggi comuni, dalle scale musicali alle radici di tante parole".
Daniela Pes, invece, mette in evidenza come il suo approccio appartato le consenta di proteggersi e di "rimanere lucida" nel suo rapporto con la musica, senza cercare di comprendere come venga percepito ma preoccupandosi soprattutto di restare "fedele a sé stessa".
"Matrilineare" mette in relazione queste traiettorie individuali con trasformazioni sociali più ampie. I riferimenti al caso di Franca Viola o alla stagione del
Piper, con
Patty Pravo protagonista, servono a contestualizzare l’evoluzione del ruolo femminile nella società italiana, mostrando come la musica abbia intercettato e rielaborato cambiamenti culturali profondi.
Nel presente, il cantautorato femminile in Italia è un panorama vivacissimo, di resistenza e lotta, creatività e ricerca di spazi per esprimersi. I percorsi di
Carmen Consoli,
Elisa o delle più recenti
Madame,
Ditonellapiaga,
Daniela Pes,
La Niña,
Emma Nolde,
Marta Del Grandi e compagnia indicano un ampliamento degli spazi e delle opportunità, ma il divario nei meccanismi di legittimazione resta significativo.
Le parole di
Cristina Donà - presente con "Terra blu" proprio nel progetto "Matrilineare" dei
CSI - riflettono sui rapporti tra musicisti e musiciste (come, nel suo caso,
Manuel Agnelli o
Robert Wyatt), e riportano la questione al suo nucleo: la necessità stessa di parlare di “cantautorato femminile” segnala una disuguaglianza ancora attiva. "Credo ci siano più spazi oggi rispetto a quando ho iniziato - racconta - ma pur sempre inferiori, in quantità e qualità, a quelli che occupano gli uomini. Lo stesso fatto che si avverta ancora la necessità, purtroppo giustificata dai fatti, di parlare di cantautorato femminile è indicativo. È difficile cambiare una società dal profondo, sradicare le abitudini, vincere le resistenze culturali, il cosiddetto patriarcato, parola abusata, con la quale bisogna però fare i conti".
Attraverso il suo lungo racconto, "Matrilineare" evita soluzioni facili. È un libro che procede per accumulo, che lascia emergere contraddizioni e discontinuità, senza forzare conclusioni o giudizi. Piuttosto, propone una revisione critica degli strumenti con cui la musica italiana è stata raccontata. Un invito a rileggere una storia nota da un’angolazione diversa, mettendo in discussione ciò che per troppo tempo è stato dato per acquisito.